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GRADUATORIE MASTER 2018: GIAVELLOTTO FEMMINILE
30 Nov 2018 13:44GRADUATORIE MASTER 2018: GIAVELLOTTO FEMMINILE





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28 Nov 2018 19:25GRADUATORIE MASTER 2018: MARTELLONE MASCHILE E FEMMINILE



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27 Nov 2018 12:46GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL MARTELLO MASCHILE





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26 Nov 2018 19:08GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL MARTELLO FEMMINILE





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GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL DISCO MASCHILE
25 Nov 2018 19:20GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL DISCO MASCHILE




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25 Nov 2018 19:06GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL DISCO FEMMINILE.




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GRADUATORIE MASTER 2018: GETTO DEL PESO MASCHILE
23 Nov 2018 23:19GRADUATORIE MASTER 2018: GETTO DEL PESO MASCHILE





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GRADUATORIE MASTER 2018: GETTO DEL PESO FEMMINILE
23 Nov 2018 22:53GRADUATORIE MASTER 2018: GETTO DEL PESO FEMMINILE





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NASCE IL CAMPIONATO DEL MONDO DI ATLETICA LEGGERA

Primo_NebioloAlla vigilia dei prossimi Mondiali di Berlino pubblichiamo un articolo a cura di Gustavo Pallicca sulla storia dei Campionati Mondiali di atletica leggera, partendo dalla prima edizione di Helsinki nel 1983 per arrivare fino alla recente edizione di Osaka nel 2007.

I 215 delegati partecipanti al trentatreesimo Congresso della IAAF, il secondo nella storia tenutosi in seduta straordinaria, riunito a Roma in sessione straordinaria l’1 e il 2 settembre del 1981 alla vigilia immediata della III Coppa del Mondo, elessero Presidente per il quadriennio 1981-84 il dr. Primo Nebiolo.

L’elezione avvenne per acclamazione. Mai in precedenza un dirigente sportivo italiano aveva assunto una carica così importante.
Molti erano i progetti che Nebiolo aveva tenuti in serbo nella sua mente vulcanica, pronto a metterli alla luce una volta assiso sul più alto scranno della federazione internazionale.
Fra questi sicuramente vi era quello di indire al più presto i campionati del mondo, alla stregua di quanto già messo in atto da altre importanti organizzazioni (calcio, ciclismo, scherma, nuoto, pallacanestro e pallavolo).
Fino ad allora la palma del miglior atleta del mondo era legata a doppio filo alla medaglia che ogni quattro anni veniva appesa al collo dell’atleta che sanciva con la vittoria olimpica la sua superiorità a livello planetario.
Due mesi dopo a Londra, Primo Nebiolo lanciò la proposta per la disputa dei Campionati del Mondo di atletica leggera.
Due furono sicuramente i motivi che originarono la nascita di questa rassegna mondiale, inedita per l’atletica.
Il primo era rivolto alla promozione su scala mondiale dell’atletica leggera con coinvolgimento anche dei paesi emergenti e di quelli, cosiddetti poveri, i cui atleti non avevano avuto fino ad allora la possibilità di confrontarsi con i coetanei del resto del mondo al di fuori di un confronto mondiale che non fosse quello olimpico.
L’aspetto economico fu la seconda motivazione che spinse i dirigenti della IAAF a realizzare una propria grande manifestazione di respiro mondiale, togliendo un po’ di spazio ai tanti meeting che erano proliferati in quei tempi, meeting che erano arrivati a congestionare il calendario agonistico internazionale, e attirare così sull’atletica l’attenzione degli sponsor, sempre più sensibili a presenziare in uno spettacolo che i mass-media erano in grado di proporre ad una sconfinata platea di spettatori distribuiti in ogni parte del mondo.
Nebiolo era una fucina di idee ed un organizzatore di eventi eccezionale. Era però anche un uomo abile e non dette modo ai suoi avversari di accusarlo di partigianeria. Infatti quando si cominciò a parlare del suo progetto che aveva come obbiettivo finale la organizzazione di una rassegna mondiale, smentì clamorosamente tutti coloro che avevano anticipato maliziosamente il nome della città Roma quale sede della prima edizione. Nebiolo scelse invece una nazione, la Finlandia, e la sua capitale, Helsinki, unanimemente conosciute a livello mondiale come la culla dell’atletica leggera. Uno dei pochi paesi dove questa specialità è, ancora oggi, considerata lo sport nazionale e la disciplina maggiormente praticata (con lo sci e l’hockey su ghiaccio) dai suoi abitanti.
Ecco quindi che la città di Helsinki si apprestò ad organizzare un grande evento dopo i Giochi Olimpici del 1952 e i Campionati Europei del 1971.
Vada per la prima edizione, ma la seconda Nebiolo non se la fece di certo scappare; infatti fu il Sindaco di Roma Ugo Vetere a ricevere, durante la cerimonia di chiusura, la bandiera dei campionati. Si cominciò quindi, fin da allora, a guardare già a Roma ’87.

Vediamo i fatti salienti verificatisi nelle undici edizioni dei Campionati Mondiali, rimandando a una seconda puntata le prestazioni dei singoli.


Helsinki 1983

La prima edizione dei Campionati del Mondo di Atletica Leggera si svolse quindi nell’Olympic Stadium di Helsinki dal 7 al 14 agosto del 1983.
Ad essa parteciparono 1355 atleti in rappresentanza di 153 paesi. Gli atleti campioni del mondo interessarono quattordici nazioni, mentre i medagliati venticinque; quarantaquattro paesi ebbero almeno un finalista. Cronometraggio elettrico al centesimo di secondo fornito dalla Nokia.
Si trattò di un evento che raggiunse, grazie ai media, ogni più recondita parte del mondo, con una proiezione mediatica che neppure la più attenta e accurata promozione avrebbe potuto assicurare.
Possiamo dire che le future (ahimè oggi non più) fortune della I.A.A.F. cominciarono proprio da Helsinki.

A livello tecnico i campioni che calpestarono pista e pedane dell’Olympic Stadium: Koch, Thompson, Kratochvilova, Goehr, Moses, Calvin Smith, Mennea, Hingsen, Weigel, Waitz, Bykova, Lillak, Cova, Decker, Cram, De Castella, confermarono il loro grande valore atletico.
Sette prove maschili (110 e 400 ostacoli, 4x100, triplo, peso, martello, decathlon e sei femminili (100, 400, 100 ostacoli, alto, lungo, giavellotto) fecero registrare risultati migliori dei primati olimpici. Sessantatre furono i primati nazionali migliorati.
Il medagliere maschile vide gli Stati Uniti confermare la loro supremazia con diciotto medaglie, di cui sei d’oro, sull’Unione Sovietica che se ne aggiudicò undici, di cui quattro di metallo pregiato.
In campo femminile la Repubblica Democratica Tedesca e l’Unione Sovietica fecero la parte del leone conquistando rispettivamente quindici e dodici medaglie, delle quali otto e due d’oro.


Roma 1987

La seconda edizione dei mondiali di atletica si disputò, come era nel disegno di Nebiolo, a Roma, nello Stadio Olimpico dal 29 agosto al 6 settembre.
L’Olimpico, la cui costruzione era iniziata poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, doveva diventare sede dei Giochi Olimpici del 1944 che purtroppo non furono disputati a causa appunto della guerra.
Le Olimpiadi arrivarono a Roma solo nel 1960 nel pieno rilancio economico del nostro paese dopo le sciagure belliche.
Quello dei Mondiali era quindi il ritorno al grande evento per l’atletica italiana, dopo la parentesi del 1981 con la Coppa del Mondo.
I titoli in palio erano 24 per i maschi (gli stessi di Helsinki), mentre quelli delle donne salirono a 19 con l’aggiunta dei 10.000 metri, gara che era già stata disputata in occasione della Coppa del Mondo del 1985 e degli Europei del 1986, nonché della marcia sui 10 km.
A Roma arrivarono 2.500 giornalisti che furono ospitati in un funzionale Centro Stampa situato nel complesso del Foro Italico. Gli atleti, i tecnici e i dirigenti, ad eccezione degli italiani, furono tutti ospitati all’Hotel Ergife, un grande complesso alberghiero sulla via Aurelia. I giudici invece furono concentrati al Palace Hotel in Pineta Sacchetti.
Gli atleti partecipanti salirono a 1451, quasi cento più della prima edizione, e le nazioni salirono a 159 (sei più di Helsinki); mancarono all’appello solo 20 nazioni fra quelle aderenti alla IAAF.
Quattordici nazioni ebbero il loro campione mondiale, mentre ventisette ebbero un medagliato. Quarantasette paesi videro un loro atleta accedere ad una finale.
Il cronometraggio, completamente automatico al centesimo di secondo, venne affidato alla giapponese Seiko che utilizzò tre telecamere per il fotofinish.
La pista (9 corsie) e le pedane dell’Olimpico, realizzate in Sportflex Super X dalla Mondo Rubber di Gallo d’Alba (Cuneo), erano state completamente rifatte ed inaugurate dal Presidente Nebiolo e da Livio Berruti il 3 settembre 1986 nel ventiseiesimo anniversario della vittoria olimpica sui 200 metri del campione torinese. Il battesimo tecnico avvenne una settimana dopo con la disputa della finale del Grand Prix IAAF-Mobil.
I campionati del mondo di Roma ’87 fecero registrare anche un successo strepitoso di pubblico. Oltre 50.000 spettatori di media al giorno per un totale di 518.000 presenze complessive al termine delle otto giornate di gara.

Durante i campionati romani venne migliorato un solo primato del mondo: quello del salto in alto femminile ad opera della bulgara Stefka Kostadinova che il 30 agosto alle 18.56 si elevò fino a 2 metri e nove centimetri, migliorando di un centimetro il primato da lei stessa stabilito l’anno prima (31/5) a Sofia durante il Narodna-Miladesh Meeting.

Per la verità pochi minuti prima (alle 18.40) era caduto anche il primato del mondo dei 100 metri (9.83) ad opera del canadese Ben Johnson, tempo che migliorava il 9.93 di Calvin Smith. Il primato venne in seguito, come noto ai più, annullato per i problemi di doping che investirono Johnson ai Giochi di Seul dell’anno dopo, ed il titolo mondiale assegnato a Carl Lewis, che era giunto secondo nel tempo di 9.93.
Nel settore maschile vennero migliorati i primati dei campionati di ben diciassette specialità sulle ventiquattro in programma; si “salvarono” solo i record dei 200, 1500, 10000, maratona, giavellotto, decathlon e 4x100.
Nelle prove femminili rimasero imbattuti solamente i primati di Jarmila Kratochvilovasui 400 e 800 metri e di Mary Decker sui 3000 piani.
Cinque furono i primati europei migliorati: Schmid (400 ostacoli, eguagliato), Schoenlebe (400), URSS (staffetta 4x100), Gran Bretagna (staffetta 4x400) e Stefka Kostadinova (alto). Ottantacinque i primati nazionali stabiliti durante i mondiali (47 maschili e 38 femminili).
Gli Stati Uniti si aggiudicarono sette titoli con i maschi (100, 200, 110 e 400 ostacoli, lungo e le due staffette) e tre con le donne (lungo, eptathlon e 4x100).
Meglio fece nel complesso la Repubblica Democratica Tedesca i cui atleti si aggiudicarono dieci titoli (quattro con gli uomini e sei con le donne), mentre l’Unione Sovietica eguagliò gli Stati Uniti in quanto a titoli vinti (due uomini e cinque donne).
Fu una edizione dei mondiali veramente eccezionale. Ve lo dice lo scrivente che era nella giuria di partenza e quindi visse l’evento dal campo. Purtroppo, dopo la conclusione delle gare, l’immagine di efficienza offerta dagli organizzatori, dai giudici, dai volontari e da quanti si erano adoperati per la migliore riuscita della manifestazione, venne offuscata da quello che sarà in seguito universalmente conosciuto come il “caso Evangelisti”.
Ma quella è un’altra (ahimè brutta) storia.


Tokio 1991

Il Consiglio della IAAF riunitosi a Roma nel mese di marzo 1987 scelse Tokio quale sede della 3a edizione dei Campionati Mondiali, che si sarebbero tenuti nel 1991 dal 24 agosto al 1° di settembre (il 23 si svolse solo la cerimonia d’apertura). La cadenza era ancora quadriennale, un anno prima dell’olimpiade; sarebbe stata l’ultima volta. Dal 1993 infatti i campionati avrebbero assunto cadenza biennale.
Le gare si svolsero al National Stadium di Tokio, un complesso costruito nel 1924 e ristrutturato nel 1953 per ospitare la 3° edizione dei campionati asiatici del 1958.
I Campionati Mondiali ebbero un grande successo che gratificò la solita, scrupolosa organizzazione dei giapponesi. Ad essi parteciparono 1517 atleti provenienti da 167 paesi. Ancora un incremento dei dati rispetto a Roma ’87.
Sedici paesi poterono vantarsi di aver fornito un campione del mondo; i paesi medagliati furono 29, mentre 52 quelli che ebbero almeno un finalista.
Nonostante le difficoltà ambientali (caldo e umidità molto elevate che penalizzarono le gare di lunga lena), si ebbero risultati eccellenti anche se in regresso rispetto a quelli delle Olimpiadi di Seul del 1988.
Il fatto fu dovuto all’inasprimento dei controlli anti-doping che indussero gli atleti a astenersi dall’uso di prodotti proibiti o, quanto meno, ad essere più prudenti nella loro assunzione!
Nonostante ciò ben 11 primati dei campionati vennero migliorati in campo maschile (100, 200, 1500, 5000, 20 km marcia, 110 ostacoli, asta, lungo, giavellotto, decathlon e staffetta 4x100), uno venne uguagliato (alto), in campo femminile l’effetto anti-doping si fece sentire maggiormente: infatti i primati migliorati furono sono quattro (3000, 400 ostacoli, 10 km marcia e staffetta 4x400).
Furono migliorati tre primati mondiali (100, lungo e staffetta 4x100), tutti nel settore maschile e tutti recanti l’impronta di Carl Lewis ormai avviato a diventare il più grande atleta di tutti i tempi. Carl infatti vinse l’oro nei 100 e condusse al successo la staffetta statunitense, mentre nel lungo si classificò al secondo posto dopo una storico duello con Mike Powell, l’uomo che ventitre anni dopo l’impresa di Città del Messico, subentrò a Bob Beamon quale primatista della specialità.
Gli Stati Uniti vinsero 26 medaglie di cui 10 d’oro (9 con i maschi e 1 solo con le donne), seguiti dall’Unione Sovietica con 9 ori (di cui 6 provenienti dal settore femminile). Particolarmente festeggiata la conquista del titolo mondiale del decathlon ad opera di Dan O’Brien. Infatti, nonostante la favorevole tradizione olimpica (su sedici edizioni dei Giochi gli statunitensi si erano aggiudicati dieci titoli olimpici del decathlon, fra i quali quello si Stoccolma del 1912 restituito a Jim Thorpe), gli Usa non avevano ancora vinto il mondiale della specialità (Thompson nel 1983 e Voss nel 1987).
Mentre il Kenia fece incetta di titoli nelle corse (800, 5000, 10000 e 3000 siepi) riservate ai maschi, grosse delusioni attesero paesi che avevano fatto la storia dell’atletica quali la Germania, presentatasi per la prima volta con la squadra unificata dopo la caduta del muro di Berlino avvenuta nel novembre del 1989, alla quale andò un solo titolo (disco), la Finlandia (giavellotto) e la Gran Bretagna, sorprendentemente prima nella 4x400 davanti ai favoritissimi Stati Uniti. Bene si comportarono invece le tedesche con quattro titoli mondiali (100, 200, alto e eptathlon).
Gli azzurri conquistarono una sola medaglia d’oro nella 20 chilometri di marcia con Maurizio Damilano, in una gara che vide altri due italiani classificarsi fra i primi dieci (De Benedictis quarto e Arena settimo).
Ma vediamo le più eclatanti prestazioni dei singoli.
Il 12 giugno 1989, sotto giuramento, Ben Johnson aveva ammesso al procuratore canadese Robert Armstrong che aveva fatto uso di stanazololo fin dagli anni 1981 e 1982. Ben confessò di aver assunto sostanze dopanti anche prima dei Campionati di Roma ’87 e dei Giochi Olimpici di Seul.
Il consiglio della IAAF, riunitosi dal 4 al 6 settembre 1989 applicò per la prima volta il principio della retroattività di un provvedimento disciplinare per un reo confesso di doping e quindi cancellò il nome di Ben Johnson da tutti i risultati conseguiti dall’atleta. Dal 1 gennaio 1990 Ben Johnson non detenne più alcun record e fra questi quello dei 100 metri che passò così a Carl Lewis che a Seul aveva corso la distanza in 9.92.
La finale dei 100 a Tokio fu la più grande disputata sulla distanza fino a quel momento. Vennero stabilite le prime quattro performance di sempre da parte di atleti diversi e stabiliti il primato del mondo, l’europeo, il centro africano e l’africano.
Con il tempo di 9.92 Linford Christie non salì sul podio!
Vinse Carl Lewis al termine di una gara viziata in partenza da una falsa “millimetrica” (0.090) di Dennis Mitchell non rilevata da un distratto (non portava la cuffia) starter giapponese. Il tempo di 9.86 da lui conseguito frantumava la barriera dei 9.90. e trascinava anche il secondo classificato Leroy Burrell, sotto quel limite fino a poco tempo fa ritenuto difficilmente valicabile.


Stoccarda 1993

Quando il presidente Primo Nebiolo propose, ed il Congresso della IAAF approvò, il progetto di portare i Campionati del Mondo a cadenza biennale, ci fu qualcuno che paventò sfraceli per l’atletica, minacciata, a suo dire, da un possibile abbandono del pubblico colpito da saturazione di manifestazioni ad altissimo livello.
Fra gli osteggiatori della proposta di Nebiolo ci furono anche alcuni procuratori di grido, fra i quali Joe Douglas, manager del Santa Monica Track Club (Carl Lewis & C.), che arrivarono a minacciare il boicottaggio interpretando l’evento come una intrusione del già affollatissimo calendario internazionale ed elemento pericoloso che toglieva spazio ai “ricchi” meeting, ledendo gli interessi dei loro assistiti.
I rappresentanti degli atleti reclamavano inoltre premi in denaro per i vincitori del mondiali, attratti dai miliardi, circa 130 (vecchie lire), affluiti nelle casse della IAAF a seguito del contratto quadriennale stipulato da questa con l’Eurovisione.
Ma l’abilità manageriale di Primo Nebiolo ebbe nuovamente il sopravvento. Il massimo dirigente dell’atletica mondiale seppe infatti opportunamente motivare la sua idea, supportandola anche con argomenti concreti quali il contratto siglato con la Mercedes-Benz per gli anni 1993-1995, con il quale la prestigiosa casa automobilistica tedesca divenne lo sponsor ufficiale della IAAF e mise in palio una autovettura Mercedes Benz C. del valore di oltre 50 milioni di lire per ogni singolo vincitore del titolo.
La richiesta di premi in denaro era per il momento rinviata, ma Nebiolo, con mossa politicamente abile, cedette una parte dei proventi del mondiali alle federazioni aderenti alla IAAF.
I Campionati Mondiali di Stoccarda, i quarti della storia, si rivelarono, come presagito da Nebiolo, in un vero successo sia sotto il profilo dell’immagine che sotto l’aspetto tecnico. Il pubblico accorso al Gottlieb-Daimler-Stadion (il vecchio ma rimodernato Neckarstadion teatro nel 1986 della storica tripletta azzurra sui 10.000 del campionato europeo), poté così godere di uno spettacolo indimenticabile.
1689 atleti di 187 paesi presero parte alla manifestazione. Venti nazioni ebbero atleti campioni del mondo e trentasei quelli che videro loro concorrenti andare a medaglia.
Quattro furono i primati mondiali stabiliti durante la manifestazione: due in campo maschile e due in quello femminile, oltre ad uno eguagliato.
L’inglese Colin Jackson portò a 12.91 il record dei 110 metri a ostacoli, limando un centesimo al tempo ottenuto da Roger Kingdom a Zurigo nel 1989.
La formidabile staffetta del miglio degli Stati Uniti (Valmon 44.43, Watts 43.59, Reynolds 43.36 e Michael Johnson 42.91) , la stessa che aveva trionfato ai Giochi di Barcellona con la sola differenza di Reynolds al posto di Steve Lewis, fece segnare un eccezionale 2:54.29, limite ancora oggi imbattuto. Il quartetto veloce degli Stati Uniti (Drummond, Cason, Mitchell e Burrell) eguagliò invece il primato stabilito dagli americani a Barcellona l’anno prima.
Fra le donne i nuovi limiti mondiali furono quelli ottenuti dalla britannica Sally Gunnell (52.74) nei 400 ostacoli e dalla russa Anna Biryukova nel triplo, specialità che fece il suo esordio al mondiale, prima donna a superare i 15 metri (15.09).


Göteborg 1995

Se Stoccarda era stata con gli azzurri avara di successi, Göteborg fu addirittura prodiga di soddisfazioni per la nostra squadra, mai come questa volta ben costruita e amalgamata.
La quinta edizione dei campionati del mondo di atletica si disputò allo Ullevi Stadium della città svedese dal 4 al 13 agosto del 1995.

La partecipazione fu caratterizzata da un successo straordinario. Ben 1804 atleti in rappresentanza di 191 paesi, numero mai raggiunto in precedenza, scesero in competizione. Ventiquattro paesi poterono vantare un campione del mondo, mentre quarantatre furono le nazioni dei medagliati. Sessantanove federazioni ebbero la soddisfazione di avere almeno un finalista.
I primati del mondo migliorati furono quattro (di cui due nella stessa gara e ad opera dello stesso atleta). Fu infatti l’ inglese Jonathan Edwards a migliorare nel corso della sua eccezionale gara per ben due volte il mondiale del salto triplo, superando, primo uomo nella storia, la barriera dei 18 metri. Per la verità già nel 1988 a Indianapolis Willie Banks (Usa) aveva superato due volte i 18 metri, ma in entrambe le occasioni i suoi salti erano stati “aiutati” da un vento più che generoso (18.06/+4.9w e 18.20/+5.2w). Anche Edwards nel giugno del 1995 a Villeneuve d’Asq durante la finale di Coppa Europa aveva raggiunto m. 18.43 al secondo tentativo, ma anche in questa occasione il vento fu superiore alla norma (+2.4 m/s).
A Göteborg alle 17.30 del 7 agosto il primo salto del “gabbiano” Jonathan Edwards superò i 18 metri (18.16 con il vento a + 1.3 m/s). Un quarto d’ora dopo, con vento sempre a + 1.3 m/s, l’inglese raggiunse i m. 18.29 ed entrò nella storia non solo della specialità ma di quella della atletica tutta.
Gli altri due primati vennero dal settore femminile. L’americana Kim Batten corse i 400 ostacoli in 52.61, mentre l’ucraina Inessa Kravets frantumò il primato del triplo della Biryukova (15.09) portando il nuovo limite a 15.50, tutto questo prima di essere coinvolta in una brutta storia di doping.


Atene, 1997

L’Olympic Stadium di Atene intitolato a “Spyridon Louis”, vincitore della gara di maratona del 1896, accolse dal 1° al 10 di agosto la sesta edizione del Campionato del Mondo.

Lo storico Panathinaikon Stadium, teatro delle prime olimpiadi dell’Era Moderna (1896) vide lo svolgimento della cerimonia d’apertura e l’arrivo della gara di maratona.
Ancora cifre record per la partecipazione: 1.882 atleti in rappresentanza di 198 paesi (la quasi totalità di quelli aderenti alla IAAF). Venticinque nazioni ebbero un campione del mondo e quarantuno furono invece quelli che ebbero atleti medagliati. Sessantotto nazioni ebbero almeno un finalista.
Contrariamente alle precedenti edizioni, dove la circostanza era stata sempre rispettata, in questa edizione dei mondiali non venne stabilito alcun record mondiale.
Gli specialisti si dannarono l’anima nel trovare una giustificazione a questo avvenimento, ma alla fine si preferì concludere che era in atto un cambio generazione che andava a toccare anche i metodi di allenamento e la carenza di vocazione atletica specie in aree (Europa) un tempo fucine di fenomeni.
Nonostante queste problematiche vi furono egualmente risultati e prestazioni di ottimo valore.
Maurice Greene, vincitore dei 100 metri, corse a 2/100 dal primato del mondo di Donovan Bailey (9.84, Atlanta 1996), mentre Ato Boldon si impose in 20.04 sui 200 davanti al grande Fredericks (campione del 1993).
Una wild-card della IAAF consentì a Michael Johnson di difendere il suo titolo dei 400. Cosa che l’americano fece egregiamente in 44.12, riscattando così una stagione poco fortunata nella quale aveva perso l’imbattibilità sulla distanza dopo 58 vittorie.
Wilson Kipketer, che gareggiava ancora con la maglia del Kenia, dominò gli 800 metri, bissando il titolo di Göteborg.


Siviglia 1999

Avrete sicuramente notato che delle sei edizioni dei mondiali fino ad oggi disputati, ben cinque sono state organizzate da nazioni europee ed una sola varcò mari e monti per approdare in Giappone.
Anche la settima edizione non fece eccezione e approdò per la prima volta in Spagna, nella dolce città di Siviglia, ospitata all’Olympic Stadium de La Cartuja dal 20 al 29 agosto.
Gli spagnoli, dopo l’olimpiade di Barcellona (1992) avevano, come suol dirsi, ripreso fiato e non avevano più organizzato grossi eventi atletici all’aperto, fatta eccezione della finale di Coppa Europa del 1996 a Madrid. Grande fu quindi il loro impegno per questa edizione del campionati che vide stabilito il primato dei paesi partecipanti, saliti a 201, mentre gli atleti partecipanti furono 1821.
Il numero delle nazioni che poterono vantare un campione del mondo scese a 21, quelli medagliati a 42 e quelli che poterono annoverare almeno un finalista furono 61.
_1544201_johnson04_300A Siviglia furono migliorati due primati del mondo. Michael Johnson completò il capolavoro iniziato ad Atlanta nel 1996 (primato dei 200 metri in 19.66, a detronizzare dopo diciassette anni il nostro Pietro Mennea), stabilendo anche il record del mondo dei 400 metri piani. L’americano corse infatti la distanza in 43.18 alle 20.45 del 26 agosto, passando in 21.22 ai 200 e in 31.66 ai 300 metri e chiudendo l’ultimo 100 in 11.52. Solo alla vigilia dei mondiali di Osaka, apparve all’orizzonte della specialità l’uomo capace di fare meglio di Johnson: Jeremy Wariner!
Il secondo primato venne dalla gara di salto con l’asta, specialità che faceva la prima volta ingresso nel programma dei campionati. A stabilirlo un’altra statunitense di lontane origini toscane: Stacy Dragila che entrando a m. 4.15, con 15 salti riuscì a salire fino ai m. 4.60 del primato, fallendo poi tre tentativi a m. 4.65.

Il metallo più prezioso andò a Fabrizio Mori, splendido protagonista dei 400 ostacoli corsi in 47.72. La gara conobbe momenti di grande tensione non prima e neppure nel durante, ma nel dopo, in quanto i francesi mossero reclami circa il passaggio dell’ostacolo da parte dell’azzurro. Il problema venne risolto grazie anche all’intervento dei filmati della RAI che permisero ai giudici di constatare la regolarità comportamentale del nostro ragazzo.
L’argento andò al collo di una delusa Fiona May, delusa non tanto per il risultato quanto per il modo con il quale l’atleta di casa, Niurka Montalvo, cubana diventata spagnola per matrimonio, era arrivata al successo grazie ad un ultimo salto misurato a m. 7.06 dopo che la punta della scarpetta di Niurka aveva sicuramente oltrepassato il bordo estremo della pedana di battuta, ma – a detta del giudici addetto al controllo – non l’aveva scalfita.
Vani i ricorsi presentati dai responsabili azzurri.


Edmonton 2001

Per la seconda volta il campionato del mondo lasciò l’Europa per trasferirsi oltre oceano. Fu il Canada, già teatro dei Giochi Olimpici del 1976 e della 2° edizione della Coppa del Mondo nel 1979, ad ospitare l’8° edizione nella città di Edmonton dal 2 al 12 agosto.
Al Commonwealth Stadium confluirono 1677 atleti in rappresentanza di 189 paesi. Numeri inferiori ai precedenti, come spesso era accaduto in passato, quando la sede dell’evento non è alla semplice portata di tutti.
Le nazioni ch espressero“campioni” furono 23 mentre quelle medagliste arrivarono a 41. Sessantotto Paesi ebbero atleti finalisti.
Nel corso dei campionati non si registrò alcun primato del mondo.
Gli Stati Uniti dominarono ancora una volta il medagliere all’alto delle 19 medaglie conquistate (9/5/5), appaiati dalla Russia (6/7/6).
Gli italiani tornarono a casa con quattro medaglie. Un oro (Fiona May), un argento (Fabrizio Mori) e due bronzi (Betty Perrone e Stefano Baldini).
Due fatti di doping turbarono l’ambiente azzurro. Il primo caso escluse dal mondiale Andrea Longo (nandrolone), mentre il secondo vide protagonista il toscano Roberto Barbi (Epo) controllato dopo la gara di maratona conclusa al 60° posto.
Terzo titolo consecutivo sui 100 metri per Maurice Greene, primatista del mondo (9.79) della specialità, con un probante 9.82 (vento – 0.2 m/s). I 200 furono appannaggio del greco Kedéris (o Kenteris) Konstadinos (20.04). Con quello che succederà tre anni dopo, proprio ad Atene, c’è molto da riflettere a posteriori su questo risultato.
Allen Johnson (13.04) pareggiò il conto con Greg Foster, vincendo anche lui il suo terzo mondiale dei 110 ostacoli, proprio nel momento in cui nessuno lo aspettava a questo insperato successo.
Terzo titolo anche per El Guerrouj sui 1500 che, se non altro, servì a lenire la grande delusione patita a Sydney quando il keniano Ngeny soffiò al marocchino l’oro proprio nel finale di gara.
Solito dominio dei keniani nelle gare di fondo con le vittorie di Richard Limo (5000) e Charles Kamathi (10.000).
L’etiope Gezahegne Abere, nonostante l’oro olimpico conquistato a Sydney, non godeva dei favori del pronostico nella gara di maratona. Invece Abere si era ben allenato e vinse il mondiale (2:12.42) con uno sprint insolito per il tipo di competizione, sul keniano Simon Biwot (2:12.43). Terzo in questa competizione il nostro Stefano Baldini (2:13.18), che sembrò aver dimenticato il ritiro nella prova olimpica australiana.
Nella Coppa del Mondo di maratona gli azzurri: Baldini (3°), Di Cecco (17°), Leone (11°) e Barbi (60° poi squalificato), si classificarono al terzo posto dopo Etiopia e Giappone.
La finale dei 400 ostacoli fu una delle più belle e valide dell’intero programma. Quattro atleti scesero sotto i 48.00. Su tutti prevalse il dominicano Felix Sanchez, un atleta cresciuto negli Usa, presentatosi con un 47.95 di tutto rispetto.
A Edmonton Felix ha saputo battere il nostro Fabrizio Mori (47.49 contro 47.54), autore di una gara spettacolare conclusa con il miglioramento delll’ennesimo primato italiano, terza prestazione di sempre in Europa.
Il cubano Ivan Pedroso portò a cinque, consecutivi, i titoli mondiali del lungo, con un salto di m. 8.40 ottenuto alla quinta prova a riprova di una superiorità che lo collocava fra i più grandi specialisti di ogni tempo.
Ritorno alla vittoria mondiale anche per Jonathan Edwards, al suo secondo titolo con l’ottima misura di m. 17.92.


Parigi 2003

Ormai la mia non è più storia bensì cronaca; cronaca dei nostri giorni con i protagonisti tuttora impegnati a calcare piste e pedane, ancora sulle pagine dei quotidiani, magari con motivazioni non sempre squisitamente sportive, anche se sempre connesse al nostro sport.
Dopo la parentesi canadese i campionati del mondo tornarono nella vecchia Europa e scelsero lo Stade de France di Paris Saint-Denis per ospitare la loro nona edizione dal 23 al 31 agosto.
I partecipanti viaggiavano su uno standard pressoché identico da edizione a edizione, con una leggerissima flessione rispetto alle ultime due rassegne: 1679 contro i 1821 di Siviglia, ma in linea con i 1677 di Edmonton.
In aumento invece i paesi partecipanti che raggiunsero la cifra di 198, uguale ad Atene ’97 ma inferiore, sia pure di poco, ai 201 di Siviglia.
I campioni che andarono a titolo furono ancora 21, mentre quelli comunque medagliati : 43. Le nazioni che ebbero finalisti furono 67 in linea con le precedenti edizioni.
Nessun primato venne dalla pista e dalle pedane.
Due invece i record mondiali (che io continuerei a chiamare “migliori prestazioni” per motivi facilmente intuibili), vennero dalla due gare di marcia su strada. Nella 20 km l’equadoregno Jefferson Pérez coprì la distanza in 1:17.21, mentre nella gara dei 50 km il polacco Robert Korzeniowski portò il limite a 3:36.03.
Stati Uniti e Russia (questa con una forte e rinnovata squadra femminile), fecero incetta di medaglie (20 contro 19). Gli ori degli americani furono però 10 contro 6 dei russi.
Il bottino degli italiani fu uno dei più magri di tutta la storia dei mondiali (a parte l’anno che bucammo clamorosamente il medagliere): 3 medaglie (un oro e due bronzi) che ci relegarono al 12° posto. La Coppa del Mondo di maratona continuò a vederci primeggiare (2° posto di squadra).
Il presidente Gianni Gola, o chi per esso, in un editoriale apparso sulla rivista federale si avventurò in una ardita disquisizione statistica, cercando scuse e giustificazioni per la nostra brutta figura, appellandosi più che altro ai mali degli altri piuttosto che alla nostra critica situazione interna.
E’ pur vero che alcune delle nostre punte questa volta ci “tradirono” (May solo 9°, Perrone ritirata, Longo 5°), ma è anche vero che l’oro di Giuseppe Gibilisco (“il più strabiliante dell’atletica italiana”), giunse inaspettato e quindi va annoverato fra le sorprese (positive questa volta) del nostro bilancio, una specie di “sopravvenienza attiva” per chi mastica di contabilità.
Stefano Baldini si era ormai stabilmente sistemato nel novero dei protagonisti delle gare di lunga lena e la sua predilezione per la maratona si accentuò ancor di più. Giunse così il terzo posto (2h09.14) a questo mondiale dietro al marocchino Jaouad Gharib (2h08.31) ed allo spagnolo Julio Rey (2h08.38).
Il secondo bronzo venne dal settore femminile ad opera di Magdelin Martinez . La cubana, bresciana di adozione, non fu capace di inserirsi nel duello per il titolo che rimase una questione fra Tatiana Lebedeva (1° con m 15.18) e la camerunese Francois Mango - Etone (2° con 15.05), ma riuscì a respingere l’assalto al bronzo della tenace Anna Pyatykh, saltando m. 14.90, stabilendo così il nuovo primato italiano della specialità. In questa gara ottimo sesto posto per la goriziana Barbara Lah giunta ad un sorprendente m 14.38.

Helsinki 2005

Era la prima volta che una sede si vedeva assegnata per la seconda volta il mondiale. Helsinki aveva aperto la serie nel 1983 ed ora , ventidue anni dopo, ospitava di nuovo la massima rassegna mondiale di atletismo dal 6 al 14 agosto.
191 furono i paesi che schierarono almeno uno dei 1688 atleti partecipanti alla rassegna. I paesi campioni furono 21 e i medagliati 40. 66 nazioni ebbero almeno un atleta finalista.
Tre furono i primati mondiali migliorati: tutti ad opera di atlete. La russa Yelena Isinbayeva, dominatrice dell’asta femminile degli ultimi anni, infranse per la seconda volta (la prima era stata a Londra il 22 luglio), la barriera dei 5 metri proprio in occasione della finale della specialità, abbinando ad un titolo mondiale un primato prestigioso.
La cubana Osleydis Menendez non poteva scegliere platea migliore per migliorare il suo primato del giavellotto portando il limite da 71.54 a 71.70). L’Olympic Stadium, tempio della specialità, le rese onori speciali, quelli riservati alle più grandi interpreti della specialità regina per il popolo finnico. La tedesca Christina Obergfoell le fu degna rivale con un lancio di m. 70.03, sufficiente a rimuovere dal trono delle primatiste europee la norvegese Trine Solberg.
La prima delle primatiste era stata la russa Olimpiada Ivanova in apertura di manifestazione. La ragazza degli Urali vinse il titolo della 20 km in 1h25.41, nuova migliore prestazione mondiale, incassando la bella cifra di 132.000 euro per il doppio exploit.
L’Italia tornò a casa con le pive nel sacco. Il solo che si salvò fu Alex Schwazer, un giovane marciatore di Vipiteno tesserato per i Carabinieri. Il ventenne marciatore, quasi sconosciuto alla vigilia, impegnato nella 50 km, seppe realizzare una di quelle imprese che sanno del miracoloso, conquistando un inaspettato bronzo, salvando così l’Italia dalla ignominia di non vedere il suo nome segnato nella classifica per nazione.
Per la seconda volta dopo Tokio ’91 il Giappone ospita i Campionati Mondiali di Atletica Leggera. La sede prescelta: Osaka, Nagai Stadium, la data: dal 25 agosto al 2 settembre.

Se aggiungiamo anche i Giochi Olimpici del 1964, era la terza volta che la nazione asiatica organizzava, almeno in atletica, un evento di risonanza mondiale.

Ben 46 Paesi hanno portato almeno un loro atleta in zona medaglia, mentre 22 nazioni possono vantare un campione del mondo. Gli Stati Uniti la fanno ancora una volta da padroni e consolidano la loro leader ship nella classifica complessiva di tutte le edizioni della massima rassegna dell’atletica mondiale.


Osaka 2007

A Osaka nessun primato del mondo è andato ad iscriversi nella tabella la cui elaborazione risale al 1914 con la ufficializzazione della nascita della I.A.A.F. (la creazione della federazione risale come è noto al 1912 non appena conclusi di Giochi di Stoccolma di quell’anno).

Ma il primato del mondo non sempre è un evento che necessariamente qualifica una manifestazione in quanto frutto anche di circostanze molto particolari.

Nessun primato del mondo ma neppure alcun risultato di positività riscontrato al termine degli innumerevoli controlli antidoping effettuati.

Molti invece gli acuti da parte dei protagonisti di questa undicesima edizione della manifestazione ideata e realizzata da Primo Nebiolo agli inizi degli anni ’80.

Tyson Gay, lo statunitense dagli occhi a palla, è stato sicuramente uno dei tenori che hanno espresso il più potente “do di petto”, realizzato attraverso la conquista di tutti e tre gli ori della velocità. La doppietta nelle prove dei 100 e 200 metri era già riuscita in precedenza ai suoi connazionali Maurice Greene e Jusin Gatlin. Il tempo di 9.85 ottenuto con vento contrario di 0.5 m/s scatenò le congetture degli storici e degli statistici che utilizzarono i correttivi previsti dal fisiologo Jesus Dapena e dal matematico Nicholas Linthome in fatto di influenza di vento e altura nelle gare di atletica.

Nei 200, vinti da Tyson in 19.76, al secondo posto (19.91) tornò ad affacciarsi, direi quasi timidamente, l’uomo che l’anno seguente ai Giochi di Pechino sbalordirà il mondo intero, sconvolgendo le graduatorie, e non solo quelle, della storia della velocità: il giamaicano Usain Bolt

Ecco quindi una serie di riferimenti statistici a completamento di questa cronaca “storica” della rassegna mondiale.
Dal 1983 ad oggi gli Stati Uniti hanno vinto 234 medaglie (114/61/59), al secondo posto la Germania (incluse Frg e Gdr) con 144 medaglie (48/45/51). Terza la Russia con 122 (33/51/38).

L’Italia tuttavia non esce male da questo conteggio. La troviamo infatti al nono posto con 37 medaglie (11/15/11), preceduta, oltre dalle tre nazioni sopra citate, da: Unione Sovietica, Kenia, Giamaica, Cuba, Etiopia e Gran Bretagna.

Senza vena polemica ricordo che la Francia ha vinto “solo” 31 medaglie (9/11/11).
Gli atleti-campioni più giovani sono stati: Ismael Kirui (Ken) vincitore del titolo dei 5000 a Stoccarda all’età di 18 anni e 177 giorni, seguito a brevissima distanza dal connazionale Eliud Kipchoge, titolato sempre sui 5000, a Parigi (18 anni e 299 giorni).
In campo femminile la più giovane è ancora una africana e nuovamente sui 5000 di Parigi: l’etiope Tirunesh Dibaba che vinse il titolo quando aveva 17 anni e 333 giorni.
Il campione più vecchio lo troviamo invece nella 50 km di marcia. Si tratta del sovietico Veniamin Soldatenko che vinse il titolo a Malmö nel 1976 quando la IAAF indisse il mondiale limitato a questa specialità. A quell’epoca egli aveva 37 anni e 258 giorni.
Il più vecchio nelle edizioni complete dei mondiali è stato lo spagnolo Abel Anton (maratona di Siviglia) che si aggiudicò l’oro all’età di 36 anni e 308 giorni.
Fra le donne troviamo invece una “over 40”: la bulgara Ellina Zvereva vincitrice del disco ad Edmonton quando aveva superato di 268 giorni la quarantina.
A livello di presenze ai mondiali svettano su tutti: il ceco Jan Zelezny (giavellotto), il canadese Tim Berrett (20 e 50 km di marcia) e il tedesco Lars Riedel (disco) con otto presenze. Fra le donne, sempre a livello di otto presenze, troviamo un folto gruppo: Eve Laverne (Bah-giavellotto), Yelena Nikolayeva (Rus/Urs-marcia), Franka Dietzsch (Ger-disco), Jackie Edwards (Bah-lungo e triplo), Susana Feitor (Por-marcia), Fiona May (Ita-lungo), Beverly McDonald (Jam-100,200,4x100) e infine Maria Mutola(Moz-800).
L’atleta più medagliato è stato Carl Lewis con 10 medaglie (8 oro, 1 argento e 1 bronzo), seguito da Michael Johnson con 9, tutte d’oro! Seguono con 7 medaglie Haile Gebrselassie (4/2/1) e un gruppo di atleti a 6: Sergey Bubka (tutti ori), Antonio Pettigrew (5/1/0), Lars Riedl (5/0/1), Allen Johnson (5/0/1), Hicham El Guerrouj (4/2/0), Butch Reynolds (3/2/1) e Greg Haughton (0/1/5).
Fra le donne si stacca da tutte Merlene Ottey con 14 medaglie (3/4/7), la più medagliata in assoluto, seguita da Jaerl Miles Clark con 9 (4/3/2), da Gail Devers (5/3/0) e Gwen Torrence (3/4/1) con 7 medaglie.