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30 Nov 2018 13:44GRADUATORIE MASTER 2018: GIAVELLOTTO FEMMINILE





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28 Nov 2018 19:25GRADUATORIE MASTER 2018: MARTELLONE MASCHILE E FEMMINILE



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27 Nov 2018 12:46GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL MARTELLO MASCHILE





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26 Nov 2018 19:08GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL MARTELLO FEMMINILE





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GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL DISCO MASCHILE
25 Nov 2018 19:20GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL DISCO MASCHILE




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25 Nov 2018 19:06GRADUATORIE MASTER 2018: LANCIO DEL DISCO FEMMINILE.




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23 Nov 2018 23:19GRADUATORIE MASTER 2018: GETTO DEL PESO MASCHILE





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23 Nov 2018 22:53GRADUATORIE MASTER 2018: GETTO DEL PESO FEMMINILE





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STEVE PREFONTAINE, IL RE CORRIDORE

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Un personaggio leggendario, un trascinatore delle folle, un filosofo della corsa divenuto simbolo per milioni di corridori. A poche settimane dall’anniversario della sua tragica scomparsa, ricordiamo il “talento ribelle” con un’intervista esclusiva a Marco Tarozzi, autore della biografia italiana del campione statunitense.

Steve Roland Prefontaine, soprannominato “Pre”, nato il 25/01/1951 e morto il 30/05/1975 in un maledetto incidente d’auto. Per quei pochi che non lo conoscono, puoi descriverci in qualche battuta chi fu Steve Prefontaine?

“Steve Prefontaine è stato certamente il miglior mezzofondista americano della propria generazione, ed è rimasto un punto di riferimento per quelle successive. Qualcuno dice, ritengo a torto, che sia anche a causa della sua morte prematura, che ne ha alimentato la leggenda. In realtà Prefontaine fu un atleta fantastico: quando scomparve tragicamente nel '75 deteneva tutti i primati americani dalle 2 miglia ai 10000 metri. A Monaco, appena ventunenne, finì al quarto posto in uno dei 5000 più accesi e tecnicamente interessanti della storia olimpica. E non salì sul podio soltanto perché scelse di battersi per vincere. Senza calcoli, dando il massimo di sé stesso. Come faceva in ogni gara. Per questo la sua memoria è rimasta viva, in chi lo ha conosciuto ma anche nei giovani atleti che ne hanno soltanto sentito raccontare le gesta, anche trentaquattro anni dopo la sua scomparsa”.

Cosa ti ha spinto ad indagare i luoghi di Steve Prefontaine ed a scriverne un libro? Perché proprio la sua storia?

“Perché è la storia intensa, coinvolgente di un ragazzo che ha vissuto la sua vita, purtroppo brevissima, respirandola a pieni polmoni. E in anticipo sui tempi: al di là di quello che ha fatto in pista e sui campi di cross, imprese che restano negli annali, ho ammirato la sua battaglia contro i burocrati che allora governavano l'atletica statunitense per dare non solo a sé stesso, ma a chiunque avesse scelto la strada dell'atletica e dello sport, una vita più dignitosa. Per anni Pre visse a Eugene col sussidio universitario e gli aiuti della famiglia, adattandosi a lavori saltuari mentre studiava per far quadrare i conti, e davanti a sé aveva l'esempio dei grandi mezzofondisti del Nord Europa, “coltivati” con attenzione dalle rispettive nazioni. Con i quali, tra l'altro, faticava a confrontarsi, sempre per l'ottusità di una federazione che preferiva organizzare inutili incontri con Nazionali di secondo piano. Lui faceva le valigie e andava a sfidare i campioni nella loro tana, ai grandi meetings estivi, per accumulare esperienza, per crescere. E questo gli metteva contro il “sistema”. Sfruttò la sua posizione di miglior mezzofondista della sua nazione per migliorare le condizioni di tanti atleti, con altruismo. Era un uomo curioso della vita, con mille interessi anche fuori della pista. Andava a spiegare lo sport ai ragazzi nelle scuole, e ai detenuti del penitenziario statale di Eugene, che grazie a lui fondarono una società sportiva che ancora esiste. Io ho conosciuto la sua storia a metà degli anni Settanta, quando iniziavo a fare sul serio con l'atletica. Mi ispirò, e feci di tutto per saperne di più. Strada facendo, raccogliendo notizie, ho capito che era il tipo di persona che avrei voluto conoscere meglio. E la voglia di raccontare la sua vita mi è cresciuta dentro per più di vent'anni”.

Dal tuo libro traspare la storia di un ragazzo semplice che venne travolto dalla corsa, dalla voglia di emergere nello sport con il sacrificio senza tuttavia tralasciare la sua crescita come uomo. Pochi compensi e tanta fatica per sognare di vincere una medaglia alle Olimpiadi. Un eroe d’altri tempi?

“Forse sì, considerando la piega che stanno prendendo quelli attuali. Ma non voglio generalizzare: credo che ancora oggi esistano begli esempi di campioni che portano avanti la loro carriera sportiva a testa alta e con passione. Magari bisogna andarli a cercare sempre più spesso sui campetti di periferia, nelle piste o nelle palestre dove non arriva la luce dei riflettori, dove si suda in silenzio. Insomma, tra le pieghe di quegli sport che per comodità, e a torto, definiamo “minori”. Di Prefontaine resta il messaggio fondamentale: dare il massimo per inseguire i propri ideali. Quando mi è capitato di raccontare la sua storia davanti a scolaresche attente e partecipi, ho pensato che può ancora fare breccia”.

Pre riusciva a catalizzare l’attenzione su di sé di migliaia di persone, quando gareggiava la gente andava allo stadio praticamente solo per lui. Secondo te a cosa era dovuto il carisma del “re corridore”?

“Non è facile da spiegare. E' quello che il grande giornalista Vanni Loriga, in un articolo che apparve proprio dopo la morte di Pre, definì il “fattore campo”, parlando delle gare che questo campione disputava sulla pista di Hayward Field. Qualcosa di cui si è abituati a parlare a proposito del calcio, degli sport di squadra, non certo dell'atletica. Il “popolo di Pre” riempiva le tribune di quella leggendaria pista ogni volta che il loro idolo gareggiava. E lui in quell'ambiente diventava praticamente imbattibile. I suoi tifosi dicevano: “Vengano qui a Eugene, Viren e quelli che l'hanno battuto a Monaco. Sarà un'altra musica”. Un'atmosfera speciale. Ispirata da un uomo speciale. La realtà, molto semplice, è che Steve Prefontaine aveva carattere, capacità di coinvolgere, personalità. Un carisma immenso”.

Prefontaine amava buttarsi in testa alla gara, tirare il gruppo e spingere fino allo spasimo. Un atteggiamento spregiudicato che in qualche grande occasione lo portò alla sconfitta. Eccesso di ingenuità e sicurezza nei propri mezzi o pura voglia di divertirsi e dare il massimo, incurante dei tatticismi e le furbizie di chi era lì solo per vincere?

“Una delle sue frasi più famose è passata alla storia: “Non vado in pista necessariamente per vincere, ma per vedere chi ha più fegato”. Nessun dubbio: lui ne aveva da vendere. Basta rivedersi quegli ultimi giri della finale di Monaco, in cui d'altra parte non esisteva per lui, contro uno come Viren, altra tattica possibile. Sapendo che nella prima parte di quel 5000 il ritmo aveva favorito gli altri, scelse l'unica strada per cercare di vincere. Pre portava in pista il suo modo di essere, la sua personalità. Quelli di un ragazzo che bruciava ogni attimo della vita e non si accontentava di viverla normalmente. Certo, queste caratteristiche gli hanno fatto lasciare per strada anche qualche successo. Ma è anche per questo suo modo di interpretare la corsa che oggi lo ricorda anche chi nemmeno era nato quando se ne andò”.

Passiamo ai dati tecnici: Qual è la maggior impresa che Steve Prefontaine ha conseguito nella sua carriera? Quali furono i suoi primati personali e che margini di miglioramento avrebbe avuto? A Montreal 1976 dove sarebbe potuto arrivare?

“A mio avviso una delle gare più belle e coinvolgenti di Pre fu quella sulle 3 miglia dell'Hayward Restoration, a Eugene, l'8 giugno 1974. Contro di lui c'erano tutti i migliori, e c'era Frank Shorter. Un duello memorabile, ritmo da record del mondo per le prime due miglia. Poi, all'ultimo giro Shorter prese il largo. A duecento metri dall'arrivo aveva ancora quasi venti metri di vantaggio, e anche il “popolo di Pre” si era messo probabilmente l'animo in pace. Invece, successe qualcosa di incredibile. Pre trovò chissà dove la forza di andare a riprendere l'amico-rivale, e lo battè sul filo di lana. In 12:51.4, primato americano e terza prestazione mondiale. “Cosa è successo? Non lo so di preciso”, commentò dopo la vittoria. “Semplicemente, non mi andava di perdere davanti a questa gente”. Ecco, questo era il rapporto che Steve aveva instaurato coi suoi tifosi. Per il resto parlano i numeri, e i suoi personali: 3:38.1 sui 1500, 3:54.6 sul miglio, 7:42.6 sui 3000, 12:51.4 sulle 3 miglia, 13:21.9 sui 5000. Vorrei sottolineare il personale sui 10000: 27:43.6, primato americano ottenuto al debutto sulla distanza e alla prima gara di stagione, a fine aprile '74. Non so se ci stava davvero facendo un pensiero in vista di Montreal, ma questa distanza per lui avrebbe potuto rappresentare la nuova frontiera”.

C’è un qualche atleta che in questi ultimi 30 anni ti ha ricordato lo stile, l’orgoglio e la determinazione di Pre? Se sì chi?

“Steve Prefontaine è stato unico. Imparando a conoscerlo, purtroppo a ritroso dal momento della sua morte, calpestando le strade su cui correva, respirando l'aria della sua terra, l'Oregon così selvaggio e affascinante, mi sono reso conto di aver ripercorso la vita di un atleta e di un uomo fuori dalla norma. E in anticipo sui tempi. Ma da sempre, per affinità e probabilmente per una questione generazionale, ho amato i campioni prodotti da quei fervidi anni Settanta. In Italia, a ispirarmi anche nella carriera agonistica, ormai alle spalle, sono stati campioni di generosità come Franco Fava e Pippo Cindolo. Franco è stato il mio primo eroe sportivo, ne ho amato il coraggio e lo spirito d'avventura, che per molti versi rammentano quelli di Pre. E ho amato il talento di Gianni Del Buono, di Venanzio Ortis, la classe pura di Stefano Mei in tempi più recenti. Oltre i confini, prima dell'avvento dei grandi talenti d'Africa, mi hanno esaltato le gesta di John Walker, Bronislaw Malinowski, Rob De Castella. Ma in quanto a orgoglio e determinazione, pur nella diversità degli stili, penso a un atleta che, per lavoro e per “vicinanza territoriale” ho seguito fin da quando era ragazzino. Rivedo la carriera di Stefano Baldini e penso che sia stata un esempio di volontà, di traguardi immensi raggiunti col lavoro duro. Storie diverse, passione comune”.

Alan Webb, Galen Rupp, Nick Symmonds. Esiste un atleta americano che possa ritenersi più di altri l’erede, sia pur lontano, di Steve Prefontaine?

“In un bell'articolo di qualche anno fa, il giornalista Blaine Newhnam racconta l'aspettativa del pubblico dell'Hayward Field, durante un'edizione del meeting “Prefontaine Classic”, durante una gara condotta da front-runner da Alan Webb. I nomi che mi hai elencato sono quelli di bei talenti dell'atletica. Ma oggi come oggi non riesco ad avvicinarli alla figura di Prefontaine. E penso soprattutto al fatto che stiamo parlando di un campione che non ha avuto la fortuna di poter esprimere fino in fondo il suo talento: non bisogna dimenticare che quando quel maledetto incidente in auto lo portò via per sempre, aveva soltanto 24 anni”.

In occasione delle Olimpiadi di Monaco 1972 Prefontaine venne a contatto con le ingiustizie dello sport, con le tragedie e le amarezze di un ambiente che tendeva a diventare sempre più specchio del mondo. Pre a causa di ciò attraversò un brutto periodo di rassegnazione e disillusione, cosa lo spinse a continuare?

“Quell'agguato terroristico fu un fatto epocale, uno di quegli avvenimenti che davvero cambiano il corso della storia. Nessuno poteva lontanamente immaginare che la violenza potesse colpire al cuore, con tanta brutalità, un mondo come quello olimpico, che si considerava terra neutrale e pacifica. Prefontaine restò coinvolto e sconvolto da quella tragedia. Nel villaggio viveva a due passi dagli atleti israeliani, li aveva conosciuti. Non era il tipo di atleta che non si fa domande, per cui prima di tutto viene la gara alla quale si è preparato per quattro lunghi anni. L'Olimpiade era, anche per lui, il sogno realizzato, ma dopo il massacro fu decisamente tentato dall'abbandonare Monaco. Lo spettacolo, per lui, non doveva continuare, e ci volle tutta la sensibilità di Bill Dellinger per convincerlo a tornare in pista. Monaco fu uno spartiacque per il mondo intero, e in qualche modo lo fu anche per Pre. Quella tragedia e l'esito della gara lo cambiarono. In meglio, secondo il mio punto di vista. Il ragazzo guascone che era approdato alle Olimpiadi lasciò, negli anni successivi, il posto a un campione riflessivo, altruista, pronto a combattere per i suoi ideali e a condividere quelli degli altri. Una bella persona, oltre che un grande atleta".

L’impianto Hayward Field a Eugene in Oregon fu il feudo di Prefontaine, il quartier generale che lo lanciò tra le leggende dello sport. Oggi quella stessa pista ospita un meeting internazionale ed è spesso sede dei Trials americani. E’ vero che si respira tuttora un’atmosfera magica da quelle parti?

“E' in gran parte merito di Pre, e della sua leggenda, se l'Hayward Field è stato spesso definito “la Carnegie Hall dell'atletica statuinitense”. Ancora oggi il “Prefontaine Classic” porta su quella pista, ogni anno, i più grandi campioni dell'atletica internazionale. L'atletica è qualcosa di sacro, a Eugene. Sul “Pre Trail”, il percorso all'interno dell'Alton Baker Park che Steve aveva cercato di creare per anni, e che fu attrezzato dopo la sua morte, da allora hanno corso campioni affermati e migliaia di amatori. E' un tracciato affascinante, che si inoltra tra tratti di bosco, radure, sentieri, piccoli torrenti lungo la riva del fiume Willamette. Un posto dell'anima per tutti i runners”.

Pre veniva pagato pochi dollari per le sue imprese, le sue battaglie erano, tra le altre cose, mirate a portare il professionismo nell’atletica americana. Oggi gli atleti sono professionisti e spesso pagati profumatamente dagli sponsor. Pre se fosse ancora vivo potrebbe ritenersi completamente soddisfatto?

“Probabilmente sarebbe critico per la piega che hanno preso gli eventi. Lui lottava per la dignità degli atleti, per evitare fenomeni come lo “shamateurism”, il “dilettantismo della vergogna”, fatto di pagamenti sottobanco, di lunghe file di atleti davanti all'ufficio di un organizzatore alla fine di un meeting. Ma non dimentichiamo che fu un uomo capace di rifiutare un'offerta di 200.000 dollari (a metà degli anni Settanta!) da un'organizzazione che stava allestendo un circuito di meeting professionistici cercando l'adesione di alcuni tra i più grandi campioni dell'epoca. Lui preferì continuare a coltivare il suo sogno, pur nelle difficoltà economiche che questo gli prospettava, perché dopo Monaco, e dopo la delusione per quella medaglia svanita nei 5000, aveva ricostruito la sua carriera puntando a Montreal. In pieno spirito olimpico”.

Steve Prefontaine ed il coach Bowerman, un rapporto a volte contrastato ma basato su una grande stima reciproca. Fu un esempio sublime del rapporto allenatore-atleta? Fino a che punto il talento prevalse sulla disciplina?

“Certamente Pre non fu un atleta facile da plasmare. E non perse mai le sue caratteristiche, di runner e di uomo, davanti a un guru come Bowerman. Ma il loro fu un rapporto basato sul rispetto reciproco, e su un'ammirazione sconfinata. Quando si trattò di decidere in quale università andare, il campione, che aveva la fila di tecnici e reclutatori davanti a casa, scelse University of Oregon perché lì allenava Bowerman. E fu una lettera scritta dall'allenatore di suo pugno, a convincerlo. Poi, magari, Bowerman in certe occasioni avrebbe preferito da parte del suo campione tattiche più attendiste in gara. Ma uno come lui sapeva bene che il talento non si può imbrigliare. E per dire dell'affetto e della stima che provava per quel ragazzo, basta ricordare le parole che spese per lui nell'elegia funebre: “Pre, il campione. Ha aperto la porta internazionale che per gli Usa era rimasta chiusa per mezzo secolo. Era un grande sogno, e ora che è una realtà dobbiamo tenerla aperta. Dobbiamo farlo per lui”.

Prefontaine e Bowerman significano anche i primi passi di una multinazionale dello sport che tuttora riconosce al mezzofondista statunitense i meriti di averla fatta crescere e conoscere al mondo. Pre si limitava solo a provare le scarpe o dava anche consigli tecnici su quei primi rudimentali prototipi che gli fornivano?

“Bowerman si era messo in affari con un suo ex atleta, Phil Knight, che importava materiale dalla Onitsuka Tiger e nel '62 aveva fondato la sua azienda “fatta in casa”, Blue Ribbon Sports, con l'idea di lanciare sul mercato scarpe altamente tecniche a prezzi competitivi. Il coach iniziò a progettare modelli sempre più innovativi, arrivando a sperimentare le mitiche suole “waffle”, create facendo sciogliere la gomma su una piastra che serviva per confezionare quei tipici dolci americani. Nel '71 prese vita il marchio Nike. Prefontaine si lasciò coinvolgere alla sua maniera: partecipando in prima persona. Con un contratto di 5000 dollari annui (altro elemento di contrasto con i governanti dell'atletica, i dirigenti dell'AAU) si inventò letteralmente il ruolo di “National Public Relations Manager” nell'azienda. Contattava personalmente gli atleti, mandava loro scarpe da provare. Memorabile e azzeccata la scelta di spedirne un paio a Bill Rodgers, che era arrivato terzo ai Mondiali di Cross del '75, una settimana prima della Boston Marathon. “Boston Billy” le indossò in gara. Si fermò ad allacciare meglio quel modello che gli calzava leggermente abbondante a poche miglia dal traguardo, e quell'imagine restò nell'immaginario collettivo. Poi andò a vincere. Quanto abbia significato Pre per Nike è chiaro nelle parole spese da Geoff Hollister: “Prima il nostro mondo arrivava ai confini di Eugene. Lui ci ha allargato gli orizzonti”.

Una vita breve ma densa di significati, un talento del mezzofondo tanto “ribelle” quanto determinato. Cosa può insegnare ai giovani la sua leggenda?

“Un'altra famosa massima di Steve Prefontaine dice: “Dare appena qualcosa meno del massimo significa sacrificare il Dono”. Ecco, questo era il suo credo: guai a disperdere il talento che ti è stato donato. In un'epoca in cui tutto, anche gli esempi che arrivano dai media, da certe trasmissioni televisive, fanno credere ai ragazzi che la strada per arrivare sia piena di scorciatoie, che il successo sia per i furbi e per quelli che non si mettono troppe preoccupazioni per il prossimo, la storia di Pre mi sembra esemplare. Ci ricorda che il talento va alimentato con la fatica, col sacrificio, con la volontà. Che una volta individuata la strada da seguire nella vita, bisogna intraprenderla con convinzione e determinazione”.

Cosa diresti ai nostri lettori per invogliarli a leggere il tuo libro?

“Che l'ho pensato e sognato per più di vent'anni, e che quando finalmente ho trovato un editore disposto a scommettere su una storia così intensa e profonda, ho cercato di raccontarla con onestà e passione. Spero di aver fatto la cosa giusta nei confronti di un atleta, e soprattutto di un uomo, il cui esempio continua a ispirarmi, a emozionarmi come la prima volta che ne ho sentito parlare. Uno di quegli “incontri” che ti colorano la vita...”


Il libro “La leggenda del re corridore”, di Marco Tarozzi, edito da Bradipolibri www.bradipolibri.it è disponibile in tutte le librerie.

Nella foto: la stele commemorativa di Steve Prefontaine a Coos Bay (Oregon)
 




fonte: Marco Tarozzi/ Redazione
fonte foto: Marco Tarozzi