IL RUOLO DEL GIUDICE DI GARA NEL TERZO MILLENNIO

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

di Gustavo Pallicca

Alle soglie del 2000 tecnici e dirigenti si sono interrogati sul futuro dell'atletica leggera.
Molti sono stati gli aspetti presi in considerazioni per disegnare un panorama il quanto più chiaro e trasparente possibile, alla luce dei grandi progressi che il nostro sport ha fatto registrare specialmente nell'ultimo secolo del millennio appena trascorso.
I primi, limitandosi a prendere in considerazione solo l'aspetto tecnico-agonistico, hanno sostenuto che esistono ancora margini di miglioramento per le prestazioni dei campioni, mentre invece fra i secondi qualcuno ha ipotizzato addirittura l'azzeramento dei record in vigore per fare definitiva chiarezza con le specialità maggiormente colpite dall'effetto “doping”.
Si sarebbe così iniziato il terzo millennio con una presunta “verginità” alla cui affrancatura si sarebbero però dovute immolare imprese straordinarie di campioni che hanno fatto la storia dell'atletica dalla metà del 1800 ad oggi.
Pur nella consapevolezza che l'atletica leggera ha oggi perso la sua connaturazione di disciplina “pura” – qualità che a suo tempo ne esaltò lo spirito di disciplina più completa per l'uomo – scevra cioè dalla contaminazione professionistica che ha invece colpito da più vecchia data molti altri sport, non mi sento di avvalorare questa seconda tesi.
Ma non è su questo terreno che mi voglio avventurare. Infatti se seguissi il pensiero delle mie argomentazioni, esse, pur consentendomi di rimanere nel mondo che mi è caro, quello dell'atletica leggera, mi porterebbero lontano dal tema di questo Convegno, che investe in maniera precisa una componente specifica di questo sport.
L'atletica è la più vecchia disciplina motoria per il semplice fatto che è la base dell'espressione dinamica dell'uomo.
Poi però l'atletica ha cominciato a vivere con una sua fisionomia di norme e di tecniche ed ha avuto una sua esclusiva storia di uomini e di avvenimenti, fino al punto di divenire uno sport, nel senso specialistico della parola.
Come tale ha avuto necessità di regole e di persone che le facessero applicare. Furono proprio i Greci che in occasione delle antiche olimpiadi – la prima grande rassegna sportiva della storia – introdussero le regole per le competizioni atletiche. Siamo nell'anno 776 a.C.
Le prime gare ad essere controllate furono quelle della corsa, seguite dai lanci.
In quello stesso periodo, nel paese oggi conosciuto come Irlanda, i Gaèli, un popolo di origine celtica stanziatosi nel nord del nostro continente, senza avere sentore ed alcuna conoscenza di quello che succedeva in riva al lontano Mar Egeo, praticavano le stesse specialità con l'aggiunta del salto in alto, considerata da loro una specialità militare. Anche in questo caso furono istituite delle regole.
La stessa Roma imperiale non fu estranea alla disputa di gare atletiche nel Campo Marzio alle quali partecipavano principalmente militari nelle pause delle battaglie alle quali erano costretti dalle ambizioni espansionistiche degli imperatori.
Il medioevo vide la pratica sportiva circoscritta più che altro ai tornei cavallereschi nei quali prevaleva sopra tutto l'abilità equestre e la forza fisica.
Solo ai primi del XIX secolo si tornò a praticare seriamente l'atletica leggera.
Nel 1880 in Inghilterra prima e negli Stati Uniti poi, vennero fondate le prime federazioni di atletica leggera le quali si preoccuparono di darsi delle regole scritte per la disciplina delle loro sempre più frequenti riunioni.
Con la rinascita nel 1896 dei Giochi Olimpici dell'Era Moderna e con la fondazione nel 1912 della I.A.A.F. – International Amateur Athletic Federation – i programmi delle competizioni furono standardizzati e quindi dotati di regole certe ed uguali per tutti i paesi associati.
Da allora tutte le competizioni di atletica leggera sono controllate da una serie di regole tecniche che vengono decise ed approvate in occasione dei Congressi che la I.A.A.F. convoca periodicamente.
Infatti uno dei compiti principali della massima autorità dell'atletica mondiale è quello di garantire che le regole rispettino le esigenze tecniche del nostro sport ma anche quello di proteggere le tradizioni ad esso legate.
E su quest'ultimo punto invece, secondo il mio parere, alla luce di quanto andrò ad illustrare e ad approfondire, che la I.A.A.F. sta cedendo, venendo meno alle sue finalità istitutive, per assecondare esigenze del tutto estranee alla essenza del nostro sport sul quale però, chi le richiede, può agire in maniera condizionante.
Il Presidente Lamine Diack, ha infatti recentemente fatto presente come sia inevitabile che i costumi della società cambino e come questo fenomeno porti la federazione internazionale a rivedere certe regole e ad adattarle in modo che esse siano al passo con i tempi. Egli ha aggiunto testualmente “l'atletica, uno degli aspetti importanti della vita sociale, non può permettersi, se vuole rimanere popolare in tutto il mondo, di ignorare la modernizzazione. E' con questo spirito – fedele ai nostri principi tradizionali, ma anche pronto a fronteggiare la richiesta di un'atletica assimilabile ad uno “spettacolo piacevole” – che la Commissione delle competizioni ha esaminato ampiamente la situazione e avanzato una serie interessante di proposte per modificare il calendario delle manifestazioni ed anche la organizzazione stessa delle competizioni”.
Queste erano dichiarazioni fatte nel marzo del 2000, e su quello “spettacolo piacevole” ci sarebbe da dilungarsi molto.
Adesso, dopo che la I.A.A.F. ha tenuto ad Edmonton il suo 43° Congresso, apertosi in Canada il 1° agosto alla vigilia della ottava edizione dei Campionati del Mondo, ed ha approvato ben 178 proposte di modifica delle regole presentate dalla Commissione Tecnica, abbiamo un quadro abbastanza chiaro della strada che la I.A.A.F. ha imboccato.
Per inciso dirò che il primo provvedimento votato a grande maggioranza dai 210 delegati presenti ad Edmonton è stato quello di cambiare un vocabolo della sua sigla, sostituendo all'ormai anacronistico “Amateur” quello più vago ma meno impegnativo di “Association”.Le considerazioni del presidente della I.A.A.F. e gli interventi che ne sono scaturiti a livello di Commissione Tecnica, non sono fini a se stessi, ma trovano fondamento e motivazioni – non so fino a che punto giuste e necessarie – nelle mutate condizioni in cui oggi si realizza l'evento sportivo, per effetto dell'intervento dei mass-media e, soprattutto, della televisione.
Vorrei ricordare che la televisione inizia a farsi conoscere negli anni 1932/35 e che la stessa, sia pure con le limitazioni dettate dalla tecnica del tempo, riprende alcune fasi dei Giochi Olimpici di Berlino 1936.
Negli anni successivi l'evento sportivo, che non voglio ancora chiamare spettacolo, grazie alla televisione ha accesso alle abitazioni private.
Poi, progressivamente, la trasmissione di avvenimenti sportivi si mischia a tutta un'altra serie di spettacoli che vanno a fare concorrenza allo sport, ma che hanno un solo scopo: quello di costringere lo spettatore a stare il più a lungo possibile davanti al televisore. Ecco quindi l'avvento del telecomando e del videoregistratore.
Ma l'ascesa della televisione e l'intrusione che la stessa fa nelle nostre case è inarrestabile, trascinandosi dietro l'altro grande fenomeno di massa dell'ultimo secolo: la pubblicità.
Ecco quindi che la televisione si trova costretta a ricercare quegli spettacoli che consentono l'inserimento di “messaggi” pubblicitari” .
Lo sport non sfugge a questa problematica, ma anzi diviene uno dei mezzi più potenti per aumentare l'indice di ascolto, un supporto alla pubblicità che attira gli sponsor ed una maniera per riempire le griglie dei programmi.
Da una decina d'anni la collaborazione tra la televisione e le istituzioni sportive si è intensificata, al punto che queste non possono più fare a meno della televisione stessa.
A sua volta la televisione offre allo sport, in egual misura, un finanziamento ed una vetrina eccezionali. Senza il contributo proveniente dalla vendita dei diritti di trasmissione o di promozione, molte manifestazioni sportive non avrebbero mai visto la luce del giorno. E' anche grazie alla televisione che lo sport è diventato popolare. L'atletica “spettacolo” ricercata negli anni '70 da Primo Nebiolo non appena eletto presidente della F.I.D.A.L (7 dicembre 1969), ed esplosa a livello mondiale negli anni ottanta dopo il suo avvento alla massima carica della I.A.A.F. (Congresso di Roma del 1981), ne è l'esempio più eclatante; di qui il proliferare di manifestazioni, da aggiungere ai Giochi Olimpici ed ai campionati continentali.
Nelle forme più diverse, l'intervento dell'industria nello sport diventa ogni anno più massiccio ed assume un ruolo sempre più importante per lo stesso sviluppo e per la sopravvivenza dei vari sport.
Lo sponsor infatti non si può accontentare di un messaggio pubblicitario. Questi entra nella manifestazione sportiva, ne valuta gli effetti e il successo, ha la possibilità di far modificare dalle federazioni sportive o dalle leghe professionistiche lo svolgimento, i tempi, le regole stesse delle manifestazioni sportive.
La storia della televisione mostra che ogni grande competizione sportiva coincide con la promozione di nuove esperienze tecnologiche (colore, satellite, alta definizione ecc.) con conseguente aumento della vendita di apparecchi e delle entrate per le istituzioni sportive.
La televisione, poco a poco, piega lo sport alla sua logica economica. Le modifiche delle regole, che sono le fondamenta stesse del gioco sportivo, ne sono una prova evidente.
La ricerca costante dello spettacolo crea inevitabilmente una disuguaglianza di trattamento fra le diverse discipline sportive ed una gerarchia nella diffusione degli sport. Le discipline sportive in cui il tempo di gioco è frazionabile beneficiano di una copertura televisiva privilegiata, per motivi facilmente intuibili.
Molto spesso però alcune discipline sportive sono poco “telegeniche”, difficili da filmare e poco comprensibili alla grande massa degli utenti. Altre creano poca suspence e poca sfida.
L'atletica leggera rientra fra le discipline che, gare di corsa a parte, presentano la maggior quantità di “momenti morti” dovuti alla lentezza con la quale certe prove si svolgono.
La I.A.A.F., richiamata dalla controparte televisiva, ha preso atto di questo problema e quindi, passati i momenti euforici dell'era Nebiolo, si è preoccupata di aumentare i suoi sforzi per ottenere una migliora auto-promozione, ponendo però, a mio avviso, in secondo piano le esigenze degli atleti e di coloro che controllano le loro prestazioni.
Il presidente Diack ha ricordato che: “noi tutti amministriamo uno sport affascinante, che ha avuto la fortuna di saper creare campioni straordinari. Ma qualche volta noi non siamo stati capaci di trasmettere il messaggio fornito dalle belle straordinarie prestazioni realizzate dai nostri atleti ad un pubblico vasto e specialmente a quello che segue l'evento in televisione. La ragione è semplice. La lentezza delle competizioni e l'apparente sacralità di eventi le cui regole non sono state cambiate da oltre un secolo, allontanano le spettatore – ed ancor più il telespettatore – molto tempo prima che i risultati raggiungono la loro massima punta di interesse. Io personalmente – ha aggiunto Diack – posso ricordare molti episodi di atleti partecipanti a gare di salto in alto o salto con l'asta che hanno realizzato imprese incredibili, quando i tifosi avevano già lasciato lo stadio oppure addirittura battuto primati quando la ripresa televisiva era terminata.
Il nostro impegno futuro è teso a far si che ciò non accada più, perché ogni volta che si verifica un fatto del genere l'intero movimento atletico perde una grande opportunità promozionale. Questo è anche un inutile spreco dei tremendi sforzi fatti dai campioni e dagli organizzatori delle manifestazioni. La I.A.A.F. dovrà focalizzare i suoi sforzi – dovendo ora garantire la sua stabilità finanziaria per numerosi anni – nella necessità di produrre un moderno spettacolo di intrattenimento, sia pure nel rispetto delle sue classiche tradizioni”.Ecco quindi che il giudice di gara si vede proiettato su di un palcoscenico dove la parte da interpretare è sempre la stessa, quella cioè di garante della imparziale applicazione delle regole, ma dove il suo ruolo entra in contatto con tutta una serie di problematiche indirizzate a far si che lo spettacolo scorra nel migliore dei modi per soddisfare le esigenze “umorali” di uno spettatore al quale apparentemente non si chiede più la pazienza e competenza di una volta, ma solo la disponibilità a rimanere il più a lungo davanti al video per chiare esigenze commerciali.
Non entro nello specifico dettaglio delle norme che sono state variate dall'ultimo Congresso della I.A.A.F., delle quale alcune fortunatamente sottoposte a verifiche, come ad esempio quella della abolizione della seconda falsa partenza, ma vorrei spostare il tiro invece sullo strapotere che va assumendo la tecnologia sulla gestione di una manifestazione di atletica leggera, non necessariamente di livello internazionale, che ha fatto uscire sui quotidiani, alla vigilia dei Giochi di Sydney, titoli di questo tenore: “Addio vecchi giudici…potere ai microchips” (La Repubblica, 17 agosto 2000).
Il clamore era giustificato, e noi giudici lo sapevamo benissimo in quanto avevamo già sperimentato i miracoli dell'elettronica al servizio della gestione di una manifestazione di atletica di un certo livello.
Avevamo da tempo detto addio al tradizionale fotofinish e preso atto della presenza di precisissimi strumenti digitali che avevano rivoluzionato i moderni sistemi di cronometraggio, affidando la gestione degli arrivi ad immagini fotografiche ad alta definizione che venivano inviate direttamente, tramite un computer, sugli schermi giganti, alle televisioni e a Internet.
Gli starter già da tempo si avvalgono del supporto elettronico, completamente automatizzato, per il rilevamento delle false partenze, e dai Mondiali di Siviglia del 1999 convivono con una apparecchiatura che adesso spara in automatismo anche la falsa partenza, mentre fino ad allora lo starter riceveva in cuffia il segnale di un avvenuto anticipo rispetto al tempo minimo di reazione prefissato, e decideva successivamente se sparare o meno il secondo colpo per fermare la gara.
La Omega svizzera ha addirittura dotato la sua strumentazione di controllo delle partenze di una sirena che emette un suono squillante, percepibile in tutto lo stadio, nel momento in cui si verifica una falsa partenza, anche se questa è stata prontamente rilevata dallo starter.
Ma i mass-media (leggi televisione) non sono ancora soddisfatti. Mentre tollerano, che una partita di calcio si trascini stancamente su un deludente 0-0, trasmettendo magari, ove previsti, anche i tempi supplementari, per l'atletica – ricordate la sudditanza di alcuni sport rispetto ad altri? – si sentono in diritto di scalpitare, di battere i piedi ed i pugni sul tavolo inveendo contro i sei tentativi concessi ad un atleta in un concorso oppure contro i tre consentiti per valicare un'asticella in una gara di salto in elevazione, ed al tempo a lui assegnato per eseguirli.
La preoccupazione dei mass-media non è tanto quella di snellire lo spettacolo quanto di recuperare il maggior tempo possibile da dedicare poi alla pubblicità.
Ed ecco quindi che nell'ottica della sua auto-promozione la I.A.A.F. chiede alla sua Commissione Tecnica di esaminare se non sia il caso di ridurre almeno a quattro le prove dei concorsi e di scendere a due per i salti in elevazione.
E dal momento che viene chiesta la sperimentazione di un numero ridotto e fisso di prove per i salti in verticale perché – sono le parole esatte di Lamine Diack – non prendere in considerazione anche l'abolizione della regola che prevede le false partenze nelle gare di corsa?
Fine ultimo di questi cambiamenti?
Fare un'atletica più popolare. Ma più popolare per chi? Forse per quelli ai quali dell'atletica non importa più di tanto e che passivamente subiscono la sua apparizione in televisione?
Come vedete le problematiche sono molte ed investono aspetti di varia natura, nei quali è necessariamente ed inevitabilmente coinvolto il giudice.
Ma se da una parte per un ufficiale di gara, controllare sei prove di un concorso oppure quattro, è una questione di ordine esclusivamente temporale, ben altro è il coinvolgimento dello starter nella gestione di una partenza.
Molti di voi sapranno per averlo letto sui quotidiani specializzati che dal 1 gennaio 2003 per ogni gara di corsa sarà consentita una sola falsa partenza, senza peraltro che ciò comporti la squalifica dell'atleta che l'ha commessa. La squalifica interverrà per qualsiasi atleta che commetta in quella gara una ulteriore falsa partenza.
Mi spiego meglio. Gara dei 100 metri. Otto concorrenti in competizione. L'atleta in quarta corsia incorre in una falsa partenza. Lo starter sancirà l'infrazione senza necessariamente addebitare la stessa all'atleta che l'ha commessa, bensì all'intero schieramento.
Si torna sui blocchi. Nuova infrazione; questa volta dell'atleta in sesta corsia. Il concorrente viene immediatamente squalificato anche se per lui è la prima falsa partenza. E così via fino allo start valido, oppure all'esaurimento dei concorrenti!
Non è il caso di addentrarci nelle problematiche che possono sorgere nella gestione di una partenza alla luce di queste innovazioni, problemi che affronteremo domani mattina nella riunione specialistica.Come è facilmente intuibile, anche se da più parti (per lo più giornalisti alla ricerca del sensazionale) si ipotizza sempre più spesso la sostituzione della figura del giudice con i ritrovati della tecnologia, la presenza sul campo del “garante delle regole” è ben lungi dallo scomparire.
Ma è altrettanto vero che al giudice di gara impegnato nelle competizioni del Terzo Millennio saranno richiesti requisiti un tempo inimmaginabili, specie per quei soggetti impegnati nella gestione della manifestazione ed investiti di responsabilità nella conduzione delle gare .
La figura del giudice di atletica leggera, ma soprattutto le sue funzioni, non potranno sottrarsi ad una preparazione specifica nei settori informatici e tecnologici, esigenza questa un tempo richiesta solo agli specialisti.
La conoscenza e l'uso del computer costituiranno la base di dialogo con tutte le altre componenti della manifestazione, sia rappresentate da elementi del nostro stesso gruppo che da entità diverse dalla nostra, ma anch'esse impegnate nel condurre a buon fine lo “spettacolo”.
Il giudice di gara proiettato negli anni Duemila non potrà essere corpo ed elemento estraneo ad un processo di informatizzazione del quale altre componenti (ad esempio i cronometristi) sono state da tempo interessate e che hanno permesso a loro di relegare il giudice in un ruolo di secondo piano nell'espletamento di alcune mansioni un tempo di nostra esclusiva prerogativa.
La stessa gestione del programma SIGMA realizzato dalla Federazione e da lei stessa reso operativo per il tramite di collaboratori esterni al Gruppo Giudici, dovrà vederci più partecipi ed impegnati.
Al tempo stesso sarà opportuno non trascurare la conoscenza delle lingue – almeno le due ufficialmente riconosciute dalla I.A.A.F. cioè l'inglese ed il francese – perché nel contesto di una manifestazione internazionale il giudice italiano deve poter trattare alla pari, anche sul piano dialettico, con i colleghi stranieri ed anche con gli atleti che, ve lo assicuro, si esprimono quasi tutti, anche quelli dei paesi più sperduti, in almeno una delle lingue sopra accennate.
Sicuramente l'atletica del terzo millennio perderà molto del fascino romantico che ha caratterizzato le riunioni degli anni antecedenti e successivi alla seconda guerra mondiale.
La tecnologia e l'informatica, se usate con perizia, renderanno più facile il compito del giudice.
Ma dal momento che sicuramente i ritrovati della scienza non potranno sostituirlo, gli atleti si affideranno ancora alla preparazione tecnica del giudice, alla sua perfetta conoscenza delle regole ed alla sensibilità ed al raziocinio con le quali egli saprà impiegarle.
E tutto ciò indipendentemente dai tempi.Gustavo Pallicca

Relazione svolta a Monopoli il 24 novembre 2001 in occasione del Convegno Regionale promosso dal Gruppo Giudici Gare della Puglia.

fonte: Gustavo Pallicca

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