STORIA DELLA COPPA EUROPA – 4° PARTE

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Il successo arriso alla prima edizione convinse il Comitato d’Europa a modificare la frequenza di svolgimento della Coppa Europa: due anni d’intervallo anziché quattro.
Di conseguenza la rassegna seguirà di un anno le Olimpiadi e di altrettanto le precederà, mentre l’interregno sarà occupato dai campionati continentali.
La seconda edizione della Coppa Europa vide riunite nello stesso stadio le due finali, la maschile e quella femminile.
Le competizioni si svilupparono su tre giorni di gare dal 15 al 17 di settembre, ma la prima giornata fu dedicata esclusivamente alla prova femminile articolata su undici specialità.
Le nazioni partecipanti alla competizione maschile passarono dalle 24 del 1965 alle 26 iscritte alla edizione 1967; si rese quindi necessaria una fase preliminare che vide la composizione di ben tre gironi di qualificazione.
Le sedi prescelte per questa prima fase furono Copenaghen, Atene e Dublino che videro l’affermazione, e quindi il passaggio al turno successivo, di Olanda, Svizzera e Belgio.
Tre semifinali (Ostrava, Duisburg e Stoccolma) qualificarono per la finale di Kiev le sei nazioni più forti del momento: Unione Sovietica, Germania Est, Polonia, Francia, Germania Ovest e Ungheria.

L’Italia affrontò nella cittadina cecoslovacca di Ostrava le forti nazionali di Polonia e Francia che chiusero alle avversarie la strada per la finale di Kiev.
Gli azzurri finirono ancora quarti, e come a Roma giunsero alle spalle della Cecoslovacchia, riducendo però lo svantaggio del punteggio da 14 (Roma) a 8 punti, ed insidiando più volte il terzo
posto ai padroni di casa.
Purtroppo qualche risultato degli azzurri, che avevano dovuto rinunciare a pedine del valore di Berruti, Gentile e Urlando, fu inferiore alle aspettative. La brutta prova di Ambu, solo sesto nei 10.000 e quinto nei 5.000, la cattiva giornata di Vittoriano Drovandi, l’incidente muscolare occorso a Francesco Bianchi e le scialbe prestazioni di Meconi e Dionisi, non permisero alla nostra formazione di recuperare lo svantaggio accusato nei confronti dei cechi.
Di contro gli ostacolisti Ottoz e Frinolli seppero ripetere i successi individuali di Roma aggiudicandosi i 110 e i 400 metri ad ostacoli rispettivamente in 13.8 e 50.2.
La prova sul giro di pista fu molto tirata e ne beneficiarono il polacco Wilhelm Weistand ed il ceco Miroslav Hrus, che stabilirono i nuovi primati nazionali (50.8 e 51.0).
Alla vigilia nessuno poteva sperare in una vittoria italiana nei 1.500 dove il beniamino di casa Josef Odlozil ed il francese Jean Wadoux partivano nettamente favoriti. Invece il nostro Francesco Arese, ignorato completamente dai pronostici, giocò la sua carta da grandissimo campione, inserendosi di prepotenza nella schiera dei migliori mezzofondisti europei e dimostrando di aver raggiunto maturazione atletica e sicurezza nei propri mezzi.
Arese prevalse di un soffio su Odlozil (il tempo, non eccezionale, fu di 3:46.8 per entrambi) dopo un entusiasmante testa a testa sviluppatosi per tutto il rettilineo finale.
Pasquale Giannattasio corse i 100 metri in 10.5 classificandosi al secondo posto dietro al fuoriclasse francese Roger Bambuck (10.4), che fece suoi anche i 200 metri in 20.7 e trascinò al primato d’Europa il quartetto veloce francese (38.9) composto da Berger, Delecour e Piquemal, designato a rappresentare l’Europa alla Coppa del Mondo di Montreal. L’Italia con la formazione composta da Laverda, Preatoni, Giani e Giannattasio, fu ottima seconda correndo in 39.4.
Bambuck era destinato a diventare stella di prima grandezza nel settore della velocità. Egli infatti nel giugno del 1968 partecipò ai campionati americani (A.A.U.) che si svolsero a Sacramento. Nella quarta batteria il francese giunse secondo dietro a Charlie Greene e fu “gratificato” dello stesso tempo del vincitore (10.0), prestazione che uguagliò il primato del mondo ed anche il record europeo di Armin Hary.
Ad Ostrava, degni di nota per i colori azzurri furono anche i secondi posti del campione italiano Franco Radman nel giavellotto con m. 75.86, misura che migliorò il suo limite stagionale, e di Silvano Simeon che lanciò il disco a m. 60.52, classificandosi alle spalle del fortissimo cecoslovacco Ludvik Danek, primatista del mondo in carica.
Questa la classifica al termine della semifinale di Ostrava che promosse alla finale le prime due nazioni classificate:
1. Polonia p. 94,
2. Francia p. 93,
3. Cecoslovacchia p. 79,
4. Italia p. 71,
5. Romania p. 51,
6. Olanda p. 31

Nelle altre due semifinali (Duisburg e Stoccolma) si qualificarono rispettivamente Germania Ovest e l’Ungheria e Unione Sovietica e Germania Est.
Queste ultime due nazioni conseguirono i punteggi più alti (105 punti). Fece sensazione la eliminazione della Gran Bretagna superata a Duisburg dalla sorprendente Ungheria, che riportò ben sei successi individuali.

Da questa puntata, ritenendo di fare cosa utile e gradita agli appassionati, riporterò in calce al testo i risultati completi delle fasi alle quali hanno partecipato le squadre italiane (maschili e femminili) ed anche quelli delle finali, indipendentemente che ad esse abbiano partecipato o meno formazioni azzurre.

In campo femminile, nella semifinale di Dresda dominata dalla Germania Est sull’Ungheria, l’Italia si presentò con una formazione largamente rinnovata ed inesperta, finendo al quinto, ed ultimo, posto.
Il suo punteggio fu veramente misero: appena 15 punti in 11 gare programmate. Nessuna delle atlete italiane fu capace di ottenere una posizione migliore del quarto posto.
In quella semifinale di rilievo i primati nazionali stabiliti dalle tedesche dell’Est Rita Schmitd (m. 1.76 nel salto in alto) e Margitta Kummel (m. 17.68 nel getto del peso).
Nella semifinale di Wuppertal ottennero l’accesso alla finale la Polonia, guidate dalle fortissime Irena Kirszenstein e Ewa Klobukowska, e la Germania Ovest, mentre in quella di Oslo passarono l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, quest’ultima a spese di una fortissima Svezia, le cui atlete ottennero ben tre primati nazionali (100, 800 e 80 metri ad ostacoli) e ne uguagliarono un quarto (200 metri).

La città di Kiev, con i suoi 1.400.000 abitanti, ospitò dal 15 al 17 di settembre, le due finali della Coppa Europa, in uno stadio capace di ospitare 80.000 spettatori, che tuttavia presentò ampi spazi vuoti.
Venerdì 15 si disputò in unica giornata la finale femminile la cui vigilia fu caratterizzata da un avvenimento che costrinse la squadra polacca a rivoluzionare la sua formazione.
Era successo che l’eclettica velocista Ewa Klobukowska, dominatrice delle prove di velocità e staffetta nella prima edizione della Coppa Europa, non era riuscita a superare il controllo del “sesso” ed era stata squalificata “per non presentare in modo assoluto caratteristiche femminili”.
Il rimpasto creò nella formazione un “buco” nel salto in lungo e nella staffetta che ridimensionò le ambizioni della Polonia, nonostante il prodigarsi della Kirszenstein, a tutto vantaggio della Unione Sovietica che si impose alla Germania Est per 51 a 43.
Ecco la classifica finale della Coppa Europa Femminile:
1. Unione Sovietica p. 51,
2. Rep. Democratica di Germania (Germania Est) p. 43,
3. Rep. Federale di Germania (Germania Ovest) p. 36,
4. Polonia p. 35,
5. Gran Bretagna p. 34,
6. Ungheria p. 32.

La finale maschile iniziò il 16 settembre.
I mattatori della manifestazione furono il francese Jean-Claude Nallet che si affermò nelle prove dei 400 e 200 metri piani ed il tedesco dell’est Manfred Matuschewski, vincitore delle due prove di mezzofondo (1.500 e 800 metri).
L’Unione Sovietica presentò, per la prima volta nella sua storia recente, lo sprinter Vladislav Sapeva, uomo in grado di battere i velocisti tedeschi, polacchi e francesi.
Il sovietico Igor Ter-Ovanesyan si impose in una gara di salto in lungo di ottimo valore, raggiungendo all’ultimo salto, grazie anche ad un robusto vento a favore (3.2 m/s), la misura di m. 8.14.
La staffetta francese, con Gérard Fenouil al posto di Bambuck, si impose di misura sui tedeschi dell’Ovest, ma il tempo (39.2) non riuscì ad avvicinare il record europeo stabilito poche settimane prima dai transalpini.
La lotta per la vittoria finale di Coppa fu molto avvincente.
Tre squadre terminarono nello spazio di tre punti e la classifica finale venne dettata dall’esito della staffetta 4 x 400.
L’U.R.S.S. presentò nel complesso una squadra molto omogenea che però mostrò due grossi buchi, entrambi inattesi: Viktor Kudinskiy, campione d’Europa dei 3.000 siepi, finito all’ultimo posto nella gara dei 5.000 metri; identica classifica per il pesista Eduard Gushchin, primatista europeo della specialità.
Ma anche le altre formazioni dovettero accusare improvvisi cedimenti o imprevisti come i tedeschi dell’Ovest che registrarono l’ultimo posto nei 10.000 metri di Hans Gerlach e la caduta di Hinrich John nei 110 metri ad ostacoli, relegato così all’ultimo posto.

La classifica finale della seconda edizione della Coppa Europa “Bruno Zauli” fu la seguente:
1.Unione Sovietica p.81,
2. Rep. Democratica di Germania (Est) p. 80,
3. Rep. Federale di Germania (Ovest) p. 79,
4. Polonia p. 68,
5. Francia p. 57,
6. Ungheria p. 53

Visti questi risultati furono molti i giornalisti che si posero questo interrogativo: “Che sarebbe successo se la Germania si fosse presentata con una squadra unica?”

Nel file allegato è possibile scaricare l’articolo con l’aggiunta di tutti i risultati tecnici della manifestazione.

fonte: GUSTAVO PALLICCA

ALLEGATO: copeur4.zip (60 Kb)

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