STORIA DELLA COPPA EUROPA – 9° PARTE

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

TRASCINATI DA UN GRANDISSIMO MENNEA L’ITALIA CONQUISTA LA SUA TERZA FINALE DI COPPA – LE RAGAZZE, SECONDE NELLA FINALE B FALLISCONO DI POCO LA QUALIFICAZIONE

La sesta edizione della Coppa Europa presentò ancora una volta una modifica del regolamento della manifestazione.
Un unico girone di qualificazione ebbe il compito di promuovere tre nazionali alla fase di semifinale che si articolò su tre raggruppamenti di otto squadre; le prime due squadre di ogni semifinale ebbero accesso alla finale, insieme alla nazione ospitante ed alla vincitrice della finale B.
A questa ultima eliminatoria, vera novità della edizione 1977, parteciparono le migliori otto escluse dopo la fase della semifinale.
Sölleröd, una località vicina a Copenaghen, ospitò le qualificazioni maschile e femminile, che vide promosse rispettivamente, Portogallo, Irlanda e Danimarca fra gli uomini e Norvegia, Portogallo e Islanda fra le donne; a quest’ultime si aggiunse la Danimarca in qualità di paese ospitante.
Le sedi delle tre semifinali maschili furono: Atene, Varsavia e Londra, mentre le donne si disputarono l’accesso alla finale negli stadi di Stoccarda, Dublino e Bucarest.
La semifinale più incerta – a parte Atene dove era impegnata l’Italia – fu senz’altro quella di Londra, dove era di scena l’Unione Sovietica, che però si presentava con una formazione rimaneggiata a causa delle assenze di Borzov, Saneyev e Yaschenko. Anche i padroni di casa non erano al completo lamentando le assenze di Stewart e Pascoe.
Grossi problemi di qualificazione per la Francia, alla quale comunque il nuovo regolamento offriva la possibilità di ricorrere al ripescaggio.

Agli azzurri, impegnati ad Atene con Cecoslovacchia, Finlandia, Repubblica Democratica Tedesca, Grecia, Ungheria, Olanda e Danimarca, si presentò ancora una volta lo “storico” avversario di sempre: la Cecoslovacchia, con la quale gli italiani lottarono per il secondo posto, essendo la prima piazza in classifica già prenotata dai tedeschi dell’Est.

La semifinale di Atene si disputò nello stadio Karaiskakis, gravato da una cappa di afa che rese l’aria irrespirabile, costringendo gli atleti ad uno sforzo maggiore del previsto.
La prima giornata vide i nostri ragazzi portare a casa il bottino pronosticato alla vigilia dell’impegno: la vittoria di Urlando nel lancio del martello e quella della staffetta 4 x 100 (grazie anche alla squalifica della Germania dell’Est giunta prima di noi).
Quelli che sostennero la classifica della nostra nazionale furono i secondi posti di Franco Fava nei 10.000 metri, di Bruno Bruni nell’alto e di Pietro Mennea (10.25) nei 100 metri dietro a Eugen Ray (10.15), lo straordinario velocista della Repubblica Democratica Tedesca; buono anche il terzo posto di Marco Montelatici nel peso. Una sola delusione: quella dello specialista degli ostacoli bassi Roberto Minetti, giunto ultimo con un tempo molto alto (53.39).
Due nomi su tutti nella gara regina, quella dei 100 metri: Eugen Ray e Pietro Mennea.
Sul velocista tedesco mi piace spendere due parole.

Eugen Ray era nato a Gerbsted il 26 luglio 1957 e si era messo in luce nel 1975 battendo a sorpresa il cubano Leonard, che aveva appena eguagliato con il tempo di 9.9 il record mondiale manuale dei 100 metri.
Nel gennaio del 1976 Ray stabilì il mondiale indoor dei 100 metri con il tempo di 10.21.
Ma presto cominciò la serie degli infortuni, il primo dei quali gli impedì di partecipare ai Giochi di Montreal.
Il 1977 fu il suo anno migliore.
A Helsinki, in Coppa Europa, vinse i 100 metri in 10.12, record nazionale, battendo Mennea e Borzov. Poi in Coppa del Mondo, arrivò secondo in 10.15 dietro a Steve Williams (10.13). Nel 1978, agli Europei di Praga, dovette accontentarsi del secondo posto (10.36), alle spalle di Mennea, vincitore in 10.27, e guadagnò l’argento con la 4 x 100.
Fu però di nuovo fermato da guai muscolari. In Coppa Europa, a Torino, nel 1979, arrivò quarto con 10.39, alle spalle di Mennea, Woronin e Wells.
A Mosca, l’anno dopo, ai Giochi Olimpici fu eliminato addirittura in semifinale.
Fu la sua ultima partecipazione ad una grande manifestazione. Ray lasciò lo sport attivo ed entrò in Polizia arrivando al grado di sergente.
Il 18 gennaio 1986, mentre si trovava in pattuglia su un’auto della polizia, fu travolto ad un incrocio da un camion e morì a soli 28 anni.

La classifica ci vide chiudere la prima giornata al terzo posto staccati di cinque punti dai tedeschi dell’Est, ma di un solo punto dai “ceki” nostri eterni avversari di coppa.
Questa la classifica provvisoria:
1. Repubblica Democratica Tedesca p. 63;
2. Cecoslovacchia p. 59;
3. Italia p. 58;
4. Finlandia p. 48;
5. Ungheria p. 47;
6. Grecia p. 37;
7. Olanda p. 28;
8. Danimarca p. 19

La seconda giornata degli italiani fu caratterizzata da risultati ora esaltanti (Menna) ad altri deludenti (Dionisi), ma che nel complesso ci consentirono di scrollarci di dosso la Cecoslovacchia distanziandola di otto punti, finendo quindi alle spalle della Germania Est, indiscussa dominatrice della semifinale.
Mennea fu autore di una gara autoritaria e la sua superiorità non fu mai messa in discussione.
Il tempo con il quale si aggiudicò la prova (20.15) era il secondo della sua carriera, a soli quattro centesimi dal record italiano stabilito il 2 luglio a Milano (20.11).
Pietro si rese protagonista anche di un episodio di grande umanità. Terminata la premiazione dei 200 metri fu chiamato ai bordi del campo da un fotografo, il quale gli fece conoscere il desiderio di un tifoso invalido, immobile su una carrozzina. Il tifoso voleva salutare l’atleta italiano, che non esitò un attimo per accontentarlo. In più Mennea gli regalò la medaglia d’oro appena vinta. Il pubblico, che aveva seguitola scena, applaudì Pietro per cinque minuti interi.
La seconda vittoria individuale venne dal triplista Roberto Mazzuccato (16.32), che seppe resistere al ritorno del ceko Vycichio, giuntogli a ridosso e diviso dall’azzurro da un solo centimetro.
Bene anche la staffetta 4 x 400 (Malinverni, Tozzi, Di Guida e Mennea) giunta seconda dietro ai tedeschi grazie anche ad una formidabile ultima frazione dell’infaticabile Mennea (30 punti portati alla causa comune) cronometrato ufficiosamente in 44.75!
Grande prova di Luigi Zarcone nei 5.000 metri giunto secondo al termine di una gara condotta in testa fino all’ultimo giro, come pure ammirevole Franco Fava, secondo nei 3.000 siepi.
Deludente invece la prova di Renato Dionisi che fallì addirittura l’ingresso in gara.

La classifica, al termine delle due giornate di gare, fu la seguente:

1. Repubblica Democratica Tedesca p. 132;
2. Italia p. 117;
3. Cecoslovacchia p. 109;
4. Finlandia p. 98;
5. Ungheria p. 86;
6. Grecia p. 77;
7. Olanda p. 59;
8. Danimarca p. 38

La Germania Est e l’Italia raggiunsero così la finale, dove trovarono la Germania Ovest e la Polonia – uscite qualificate dalla semifinale di Varsavia – l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna, terminate ai primi due posti nella semifinale di Londra.
Il risultato più eclatante della giornata l’ottenne il polacco Wlasislaw Kozakiewicz impegnato nella semifinale di Varsavia.
Il saltatore polacco, che a Montreal aveva deluso finendo undicesimo con un modesto m. 5.25, si riscattò pienamente saltando m. 5.66, misura che costituiva il nuovo record europeo della specialità (precedente dello stesso atleta m. 5.64, stabilito sempre a Varsavia il 12 giugno di quest’anno).
Come previsto la Francia non ce la fece a qualificarsi e quindi, come contemplato dal regolamento della manifestazione, partecipò alla Finale B, insieme alle migliori sette delle escluse, in programma a Göteborg dal 6 al 7 di agosto.
La Francia si classificò al primo posto, raggiungendo 115 punti e precedendo di sette lunghezze la Svezia, andando così a completare il numero delle finaliste, che furono: Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Repubblica Democratica Tedesca, Repubblica Federale Tedesca e Unione Sovietica.

Le azzurre, impegnate a Bucarest nella semifinale di Coppa Europa femminile, furono protagoniste di una esaltante prestazione collegiale di squadra che consentì alla nostra nazionale di raggiungere un eccellente terzo posto, dietro all’Unione Sovietica, vincitrice con 107 punti e ad una fortissima Romania con 98 punti.
La bella prestazione fu resa possibile dal grande impegno profuso da Rita Bottiglieri, che nelle tre gare individuali nelle quali fu schierata (100, 200 e 400) ottenne tre brillanti secondi posti: 100 metri dietro alla sovietica Anisimova in 11.69, 200 metri alle spalle della Kondratyeva, futura signora Borzov, con il tempo di 23.80 e 400 metri in 52,85 ancora una volta dietro ad una atleta d’oltre cortina (Aksenova), senza considerare l’apporto dato alla staffetta 4 x 400, classificata al quinto posto, dove corse l’ultima frazione.
Bene anche Simeoni (alto a m. 1.86), Ileana Ongar (100 metri ostacoli in 13.51) e Giuliana Amici (giavellotto a m. 51.96) con tre secondi posti preziosissimi.
Altre atlete: Cirulli, Dorio, Petrucci, Pescalli e Gargano dettero il meglio di loro stabilendo i primati stagionali nelle rispettive specialità.

Questa la semifinale di Bucarest, che qualificò Unione Sovietica e Romania mentre Stoccarda e Dublino promossero alla finale rispettivamente Polonia, Repubblica Federale Tedesca e Repubblica Democratica Tedesca, Gran Bretagna; la settima nazione fu la Finlandia, padrona di casa, mentre l’ottava squadra sarebbe stata designata dalla Finale B (Trinec, 6 agosto) alla quale furono ammesse: Ungheria, Cecoslovacchia, Italia, Francia, Bulgaria e Olanda.

La classifica di Bucarest fu la seguente:
1. Unione Sovietica p. 106,
2. Romania p. 99,
3. Italia p. 84,
4. Francia p. 77,
5. Finlandia p. 65,
6. Yugoslavia p. 46,
7. Svizzera p. 42,
8. Portogallo p. 17

A Trinec nonostante le ottime prestazioni di Simeoni, prima nell’alto con m. 1.92, e della scatenata Rita Bottiglieri che si aggiudicò 100 e 200 metri, l’Italia non riuscì ad avere ragione di una più compatta Bulgaria che ottenne così l’accesso alla finale di Helsinki.
Il bilancio delle azzurre fu completato dal primato italiano della Bottiglieri sui 200 metri (23.15 contro il suo precedente 23.38 di appena un mese prima) e dalle belle prove di Dorio, Ongar, Cirulli ed Erika Rossi.
Alle ragazze azzurre rimase solo la soddisfazione di aver battuto per ben due volte la Francia.

Questa la classifica:
1. Bulgaria p. 98,
2. Italia p. 83,
3. Francia p. 79,
4. Ungheria p. 76,
5. Cecoslovacchia p. 75.
6. Belgio p. 63,
7. Olanda p. 38,
8. Austria p. 26.

Nella storia della velocità non era mai successo che la vecchia Europa avesse contemporaneamente tre velocisti di livello mondiale. Alla vigilia della finale di Coppa Europa l’attenzione e l’interesse degli sportivi e degli appassionati di atletica si concentrò sui nomi di Borzov, classe 1949, Mennea, 1952 e Ray, 1957 chiamati a disputarsi le vittorie sui 100 e 200 metri.
A rendere ancora più interessante il confronto fra gli europei ed i velocisti di oltre oceano giunse, alla vigilia della finale finlandese, la notizia che il cubano Silvio Leonard a Guadalajara, nella seconda giornata delle selezioni interamericane per la Coppa del Mondo, aveva corso i 100 metri in 9.98, mancando di soli 3 centesimi il record mondiale che apparteneva dal 14 ottobre 1968 (finale dei 100 metri ai Giochi Olimpici di Città del Messico) allo statunitense Jim Hines con il tempo di 9.95.

Trentamila spettatori affollarono le tribune dello Stadio Olimpico di Helsinki in una giornata fredda (15 gradi) caratterizzata da vento e pioggia.
Il primo atto della sfida tanto attesa si risolse a favore del velocista tedesco Ray che sui 100 metri ebbe ragione di Mennea, partito timoroso ma grande nella rimonta finale, e sul campione olimpico Borzov.
Il tempo ottenuto dal tedesco (10.12 contro i 10.29 e 10.33 dei sui rivali) costituì il nuovo primato nazionale della DDR.
A parte Mennea gli azzurri dimostrarono ancora una volta le loro difficoltà ad esprimersi come squadra agli alti livelli. Infatti nessun atleta, con la sola eccezione del barlettano, si classificò meglio del quarto posto di Bruno Bruni nell’alto.
Anche la staffetta veloce, nostro vanto e punto di forza, questa volta fallì l’appuntamento finendo la sua corsa al termine del secondo cambio, quando Luciano Caravani non riuscì a consegnare il testimone al giovane Pietro Farina.
Quello di Ray non fu il solo primato stabilito dai tedeschi dell’Est.
Anche i colleghi Volker Beck (400 metri ostacoli in 48.90) e Rolf Beilschmidt (alto a m. 2.31) siglarono i nuovi limiti nazionali.
Il saltatore in alto provò anche ad attaccare i m. 2.34 del primato del mondo (2.33, Yashchenko, Richmond 3 luglio 1977) fallendo però il tentativo.

La classifica, al termine della prima giornata, ci vide buoni ultimi con soli 30 punti raccolti.
1. Repubblica Democratica Tedesca p. 66, 2. Repubblica Federale Tedesca p. 60, 3. Unione Sovietica p. 48, 4. Gran Bretagna p. 47, 5. Polonia p. 42, 6. Francia p. 35, 7. Finlandia p. 31, 8. Italia p. 30

La seconda giornata si aprì con una brutta tegola sulla testa della squadra azzurra.
Pietro Mennea, il nostro uomo di punta, colpito da un improvviso attacco febbrile, non riuscì a schierarsi al via dei 200 e venne sostituito da Caravani. Luciano però nulla poté contro lo strapotere di Ray e Borzov, che dominarono la gara finendo nell’ordine, rispettivamente in 20.86 e 21.10, tempi condizionati da un forte vento contrario.
La nazionale italiana subì il colpo dell’assenza del nostro campione, come aveva del resto accusato il giorno prima la squalifica della staffetta.
La squadra affondò infatti all’ultimo posto in classifica, distaccata di ben sedici punti dalla penultima, la Francia, che era entrata in finale attraverso il recupero della finale B.
Le classifiche individuali dei nostri non videro posizioni migliori dei quinti posti di Franco Fava (m. 3000 siepi) e Silvano Simeon (disco); un bilancio veramente magro che fece molto riflettere i responsabili tecnici azzurri, impegnati da subito ad un lavoro di rinascita e di rilancio della nostra atletica.
Alle prove scialbe dei nostri fecero contrasto le belle prove di alcuni dei rappresentanti delle altre nazioni in gara.
Il tedesco dell’est Munkelt, mise ancora una volta d’accordo tutti gli specialisti degli ostacoli alti, realizzando la miglior prestazione dell’anno (13.37); fra i battuti il beniamino di casa Bryggare che giunse solo quarto, ma ottenne il nuovo primato nazionale (13.66).
Grande bagarre nella gara degli 800 metri. Ne fece le spese Sebastian Coe, ostacolato nella volata finale dal tedesco federale Wulbeck che si aggiudicò la prova (1:47.21) sul rappresentante dell’est Beyer (1:47.29).
Grande entusiasmo sugli spalti da parte dello sportivissimo pubblico finlandese per la vittoria nella gara del lancio del disco dell’atleta di casa, Markku Tuokko, capace di battere con un lancio di m. 67.06 il favoritissimo Wolfgang Schmidt (66.86).
Successivamente il finlandese fu trovato positivo al controllo antidoping e quindi squalificato. Stessa sorte per connazionale Seppo Hovinen, giunto secondo nella gara di lancio del giavellotto (m. 84.06), alle spalle del sovietico Nikolay Grebnyev (87.18).
Il polacco Kozakiewicz dimostrò di essere il più forte astista del momento. Entrò in gara a m. 5.30, misura già fatale a molti dei suoi avversari, poi si ripresentò a m. 5.45 ed ai 5.60 quando ormai era rimasto solo in gara.
Il suo obbiettivo erano i m. 5.71 del primato del mondo (5.70, Dave Roberts – Eugene, 22.6.1976), che Wladyslaw fallì dando tuttavia l’impressione di essere in grado di superare la misura.
Il polacco dovrà attendere l’11 maggio del 1980 e la pedana dell’Arena Civica di Milano per salire sul tetto del mondo, superando i m. 5.72. Quell’anno il primato del mondo dell’asta venne migliorato altre quattro volte. Prima il francese Vigneron (due volte 5.75), poi il connazionale Houvion (5.77), ed infine ancora Kozakiewicz (5.78 ai Giochi Olimpici di Mosca).
Quando si corse la staffetta 4 x 400 le posizioni in classifica erano ormai definite: la vittoria fu appannaggio della Repubblica Democratica Tedesca sui cugini dell’Ovest; al terzo posto l’Unione Sovietica.

Questa la classifica:
1. Repubblica Democratica Tedesca p. 123,
2. Repubblica Federale Tedesca p. 110,
3. Unione Sovietica p. 99,
4. Gran Bretagna p. 93,
5. Polonia p. 91,
6. Finlandia p. 82,
7. Francia p. 68,
8. Italia p. 52.

Indiscusso il successo delle ragazze della Germania dell’Est, il quarto consecutivo (i primi due erano stati vinti dalla Unione Sovietica) su sei edizioni della Coppa Europa.
Nella prima giornata di gare le tedesche su sette gare in programma se ne aggiudicarono sei!
Il secondo giorno su otto gare si limitarono a vincerne solo quattro.
Due furono i primati del mondo stabiliti dalle scatenate ragazze dell’est.
Rose-Marie Ackermann, ex signorina Witschas, migliorò di un centimetro (m. 1.97) il suo primato del mondo del 1976, tentando poi senza successo i m. 1.99.
Successivamente la tedesca rivelò che la misura affrontata era in effetti quella dei due metri, ma la giuria, su sua esplicita richiesta aveva esposto sul tabellone la misura di m. 1.99.
L’altro mondiale, abbastanza atteso ma di caratura tecnica inferiore, fu quello stabilito da Karin Rossley sui 400 metri ad ostacoli con il tempo di 55.63, a spese della sovietica Tatyana Storozheva che lo aveva conquistato due mesi prima (55.74) e che nella gare di Helsinki giunse alle spalle della tedesca (56.84).
Record, ma solo nazionale, anche per Marita Koch, sui 400 metri (49.53) vicina al mondiale di Irena Szewinska (49.29, Montreal 29.7.1976).
La polacca era presente ad Hensinki alla guida della nazionale del suo paese. Dopo il terzo posto sui 100 metri, battuta da una eccellente Marlies Oelsner (11.07), Irena trionfò nei 200 (22.71) battendo l’inglese Lannaman e la tedesca dell’est Eckert, favorite della vigilia.

Questa la classifica della finale di Coppa Europa femminile:
1.Repubblica Democratica Tedesca p. 106,
2. Unione Sovietica p. 94,
3. Repubblica Federale Tedesca p. 68,
4. Gran Bretagna p. 68,
5. Polonia p. 58,
6. Romania p. 55,
7. Bulgaria p. 53,
8. Finlandia p. 36

fonte: GUSTAVO PALLICCA

ALLEGATO: coppaeuropa9.zip (63 Kb)

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