STORIA DELLA COPPA EUROPA – 10° PARTE

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Primo Nebiolo svolse una intensa attività politica per far giungere in Italia la finale della Coppa Europa.
La semifinale di Torino del 1975 era stato un chiaro segno di una precisa volontà che venne coronata dalla assegnazione alla capitale piemontese della prestigiosa rassegna continentale.
L’iscrizione di ventiquattro squadre alla competizione femminile, portò alla eliminazione delle qualificazioni.
Gli uomini invece disputarono una sola fase preliminare in Lussemburgo dalla quale uscirono ammesse alle semifinali: Portogallo, Danimarca e Irlanda; quest’ultima nazione superò per solo mezzo punto la sorprendente squadra di casa guidata dallo sprinter Roland Bombardella, autore di due successi individuali e trascinatore della staffetta veloce.
La nostra squadra azzurra fu impegnata a Lüdenscheid (Germania) dove gareggiò in tutta tranquillità avendo la qualificazione in tasca per effetto del diritto di partecipazione che le derivava dal fatto di essere nazione ospitante.
In questa semifinale tedeschi federali e polacchi si dettero battaglia; i primi, nonostante la superiorità sulla carta, riuscirono a prevalere per soli cinque punti.
L’Italia al termine della prima giornata risultò quarta, dietro a Germania Ovest, Polonia e Cecoslovacchia. Nel seconda giornata le vittorie di Mazzucato (triplo), De Vincentis (disco) e i secondi posti di Urlando (martello) e Marchioretto (200 metri) ci consentirono una sorprendente rimonta che ci assicurò il terzo posto finale.
Nella semifinale maschile di Ginevra la Germania Est spadroneggiò sulla Francia, raggiungendo 150 punti, il punteggio più alto delle tre sedi, mentre a Malmö, l’Unione Sovietica e la Gran Bretagna non ebbero difficoltà a staccare il biglietto per Torino.
La finale “B”si disputò a Karlovac.
La Jugoslavia, seppe rimediare sul terreno amico alla deludente prova di Ginevra, con una prestazione corale vigorosa che le consentì di superare la Romania di otto punti; andò così ad occupare l’ultimo posto disponibile per Torino.

Anche la formazione femminile azzurra, che si classificò quinta nella semifinale disputata nella cittadina olandese di Sittard, gareggiò senza particolari patemi d’animo, certa di avere assicurato un posto per la finale. Sara Simeoni si aggiudicò la gara di salto in alto con la misura di m. 1.90, mentre Margherita Gargano fu seconda nei 1.500 (4:11.2) dietro alla sovietica Kuznetsova (4:10.2).
In quella sede si disputò una grande gara sui 200 metri. La sovietica Kondratyeva, futura medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Mosca 1980, stabilì il nuovo primato nazionale sovietico con il tempo di 22.33 – dopo aver vinto i 100 in 11.0 – davanti alla svedese Linda Haglund (11.2). La stessa Haglund, seconda anche nei 200, corse anche lei a tempo di record nazionale (22.82). Al terzo posto la polacca Irena Szewinska (22.94). Particolare anagrafico: fra la polacca e la sovietica correvano ben dodici anni, mentre erano dieci quelli che dividevano Irena e la svedese.
Le altre due semifinali si disputarono a Sofia (promosse Germania Est e Bulgaria) e nella cittadina di Cwmbran nel Galles (promosse Gran Bretagna e Germania Ovest).
Anche nel settore femminile si disputò la finale B.
Ad Antony (Francia) le rumene si produssero in una grande prova d’assieme (otto successi su quindici gare) ed ebbero ragione dell’Ungheria per dieci punti, andandosi a guadagnare un meritato posto in finale.

Ai primi di agosto di quel 1979 allo Stadio Comunale di Torino fu scritta una delle più belle pagine della storia dell’atletica leggera.

Scrivo queste frasi con un certo malcelato orgoglio perché ero presente e partecipai a quel grande evento in qualità di starter.

Il successo tecnico, organizzativo e di pubblico che la manifestazione riscosse fu superiore a qualsiasi più ottimistica previsione. Due primati mondiali, tre primati europei, ventisette primati nazionali e sedici primati di coppa furono migliorati in due giornate di gare, sotto gli occhi di 75.000 spettatori: una folla oggi impensabile in Italia anche per incontri di calcio di grande richiamo. Un pubblico, ci piace ricordarlo, non solo numeroso, ma entusiasta e assai competente.In particolar modo la prima giornata rimarrà impressa nella mente di tutti quelli che vi hanno assistito, sia direttamente che attraverso la ripresa televisiva, per l’incalzare dei risultati e per la eccezionalità degli stessi.

La prima gara: quella di lancio del martello, si disputò alle 15.30 di sabato 4 agosto.in anteprima rispetto alla cerimonia d’apertura.
Karl-Hans Riehm, il tedesco federale primatista del mondo (80.32, Heidenheim 6 agosto 1978), si impose con un lancio a m. 78.66 ottenuto al secondo tentativo. Dietro di lui si classificò il ventunenne sovietico Sergey Litvinov che solo al quinto lancio ottenne la misura di m. 76.90. Negli anni 80’ Litvinov diventerà primatista del mondo e sarà il primo uomo a superare la barriera degli 84 metri (Mosca, 21 giugno 1983: m. 84.14).
Gian Paolo Urlando, ormai trentaquattrenne, si attestò al quarto posto con un lancio di m. 72.22.
Un’ora e mezza più tardi si svolse la cerimonia d’apertura. All’alza bandiera funzionarono da valletti quattro vecchie glorie dell’atletismo italiano: Ondina Valla, Luigi Beccali, Pino Dordoni e Livio Berruti.
La sovietica Marina Makeyeva si presentò al via della gara dei 400 ad ostacoli forte del record mondiale stabilito una settimana prima a Mosca nel corso della VII Spartachiade (54.78). Fra le sue avversarie l’ex primatista Karin Rossley. Il duello fra le due più forti specialiste degli ostacoli bassi del momento, si risolse in favore della russa autrice di un efficace rettilineo finale. Tempo: 54.82 per la sovietica contro i 55.10 della tedesca orientale. Per la cronaca segnaliamo che la Rossley tornerà in possesso del primato mondiale nel 1985 (53.55 – Berlino, 22.9).
La nostra Giuseppina Cirulli evitò per nove centesimi l’ultimo posto (59.60) a spese della polacca Katolik.
Il tempo di alzare gli ostacoli ed ecco al via gli uomini (ore 17.45).

Allo start il ventiduenne tedesco federale Harald Schmid, uomo eclettico le cui prestazioni a livello eccellente spaziavano dai 100 agli 800 metri, con preferenza per il giro di pista sia sul piano che con gli ostacoli.
A Torino Harald partì in ottava corsia. Il suo avvio fu vigoroso e il tedesco si avvantaggiò subito su tutti. La sua esecuzione prevedeva 13 passi fino all’ottavo ostacolo per poi passare ai 14 per le ultime due barriere; il tedesco rispettò alla lettera il piano tecnico.
La sua corsa fu magistrale per ritmo e potenza. Nel rettilineo finale respinse l’attacco del tedesco orientale Volker Beck (che lo aveva battuto di 0.02 nella Coppa del Mondo del 1977), e andò a vincere in 47.85, nuovo record europeo (precedente: 48.12 di David Hemery a Città del Messico, 15.10.1968) e terza misura di sempre dopo il mondiale di Moses (47.45) e la prestazione che valse l’oro olimpico di Monaco 72 all’ugandese John Akii-Bua (47.82).
La corsa di Schmid trascinò ai primati nazionali il russo Vasiliy Arkhipenko (48.35) e il tedesco orientale Volker Beck (48.58). Niente da fare invece per Fulvio Zorn, solo sesto in 51.20.
Alle 17.55 scesero in pista le donne della sprint. Lo schieramento era di livello elevatissimo.
La sola presenza della primatista del mondo in carica, la minuscola ma poderosa tedesca orientale Marlies Oelsner-Göhr (10.88, Dresda – 1.7.77), prima donna al mondo a scendere sotto gli 11 secondi netti, campionessa europea a Praga nel 1978, e quella dell’ex detentrice del record mondiale, la tedesca dell’ovest Annegret Richter (11.01, Montreal – 25.7.76, semifinale Giochi Olimpici), bastò ad attirare sulla gara l’interesse di tutto lo stadio.
Al colpo di pistola la Göhr, come era sua abitudine e caratteristica, fu la più tempestiva a mettersi in moto e percorse i primi metri di gara con la sua azione radente ma efficace, al punto di farle prendere un discreto margine di vantaggio sulla Kondratyeva e di conservarlo fino al traguardo.
Ottimo il suo tempo (11.3) anche se lontano dal primato del mondo. Terza giunse la Richter. La nostra Lauretta Miano finì in settima posizione (11.52), battuta anche dalla Szewinska alla quale rendeva ben tredici anni di differenza in età.
Alla prova delle ragazze seguì dieci minuti dopo quella degli uomini.
Si ritrovarono allo start tre dei velocisti che avevano partecipato alla finale degli europei di Praga: Pietro Mennea, campione europeo in carica, la medaglia d’argento della rassegna europea Eugen Ray e il britannico, gallese di nascita, Allan Wells, un atleta giunto molto tardi ai massimi livelli nonostante sia coetaneo del nostro Pietro; a fare da outsider il giovane polacco Woronin.

Mennea, in quinta corsia, uscì dai blocchi con una tempestività insolita. Si produsse in una accelerazione tremenda e finì in piena spinta dopo una corsa stilisticamente piacevole e corretta. Sul traguardo fu primo in 10.15, nuovo primato italiano, con un solo centesimo di vantaggio sul pericoloso Woronin (10.16 nuovo record polacco), mentre Wells chiuse al terzo posto in 10.19, precedendo un deludente Ray, solo quarto in 10.39.
La vittoria di Mennea spinse la nostra squadra al terzo posto in classifica con 16 punti alla pari con l’Unione Sovietica, mentre davanti erano le due Germanie (Frg con 19 punti e la Gdr con 17).
Gli 800 femminili furono appannaggio della graziosa bulgara Nikolina Shtereva (1:56.29) dopo che la generosa sovietica Poryvkina (1:57.57) aveva condotto per tutta la gara. Ultima e staccatissima (2:08.03) la nostra Agnese Possamai.
Nella classifica femminile assistemmo ad un entusiasmante testa a testa fra Unione Sovietica e Germania Est, in quel momento divise da un solo punto (22 a 21).
Gara tattica nei 1.500 maschili, ma con ritmi elevati imposti dalla coppia tedesca Straub-Wessinghage.
Vinse il tedesco dell’est in 3:36.27, nuovo primato di coppa, su Wessinghage (3:36.40), mentre Vittorio Fontanella finì al quinto posto, ma con la soddisfazione di aver stabilito il primato personale (3:39.66). Mentre in pista si battagliava, sul campo terminava il disco femminile con la vittoria della tedesca orientale Evelin Jahl, primatista del mondo (m. 70.72 a Dresda il 12 agosto 1978), che si impose con un lancio di m. 68.92 sulla sovietica Melnikova (m. 66.06). Diciotto metri divisero la vincitrice dalla nostra Maristella Bano, terminata all’ultimo posto con m. 50.88. Parità fra Unione Sovietica e Rep. Democratica Tedesca a 29 punti con la Bulgaria saldamente al terzo posto con 21 punti.
Il secondo grande acuto della giornata venne ancora dal giro di pista. Questa volta furono le ragazze a galvanizzare il grande pubblico dello Stadio Comunale.

Partita in ottava corsia la tedesca orientale Marita Koch, primatista del mondo (48.89, Potsdam – 29.7.79) e campionessa europea in carica, procedette con estrema sicurezza senza curarsi della posizione delle avversarie. Dopo passaggi abbastanza calibrati ai 200 (23.5) e ai 300 (35.0), la Koch proseguì nella sua azione con una corsa coordinata, fluida ma al tempo stesso penetrante, che la portò a tagliare il traguardo a braccia levate nel tempo di 48.60 che migliorava di 29 centesimi il suo precedente limite. Al secondo posto giunse la sovietica Maria Kulchunova (49.63), premiata con il record del suo paese. Alle 18.45, cioè sessanta minuti dopo la disputa dei 400 ad ostacoli, presero il via gli atleti partecipanti ai 400 metri piani. La puntualizzazione di orario è d’obbligo in quanto la gara tornò a mostrarci un Harald Schmid, protagonista di una nuova grande prova su questa proibitiva distanza. Il tedesco si aggiudicò la prova, doppiando una splendida vittoria, nel tempo di 45.31 davanti al sovietico Nikolay Chernyetskiy che portò a 45.70 il primato della sua nazione.
L’ottavo posto di Flavio Borghi (47.42) fece regredire al quinto posto della classifica generale la nostra formazione, mentre la Germania Ovest balzò al comando con 34 punti.
Due risultati, entrambi favorevoli alla Germania Est, cambiarono subito il punteggio. L’ultimo salto rafforzò la posizione in classifica del ventenne tedesco dell’est Lutz Dombrowski
nella gara di salto in lungo, gara che il forte atleta stava dominando dall’alto della misura di m. 8.25 raggiunta alla terza prova. La misura finale di m. 8.31 con vento in favore nella norma (+ 1.4 m/s), costituì il nuovo primato nazionale. Sopra gli 8 metri anche il polacco Cybulski (m. 8.03), mentre il nostro Carlo Arrighi si difese onorevolmente raggiungendo il sesto posto con la misura di m. 7.78. La vittoria nel lancio del peso non poté sfuggire al primatista mondiale Udo Beyer (Gdr) che si impose con un bel lancio a m. 21.13. Il sesto posto di Angelo Groppelli (19.46), permise all’Italia di conservare il quinto posto nella classifica maschile.
Mentre si correvano i 10.000, vinti dal britannico Brendan Foster in 28:22.86, si concluse anche la gara di salto in alto che vide la affermazione del tedesco dell’ovest Dietmar Mögenburg salito fino ai m. 2.32 del primato nazionale.
I giudici dell’alto, mi spiace ricordarlo, incorsero in alcuni errori (un giudice addirittura urtò i ritti proprio mentre saltava Beilschmidt, secondo classificato con m. 2.30, provocando un suo nullo), che suscitarono qualche polemica post-gara.
Si corsero a questo punto le staffette veloci, mentre in pedana duellavano ancora le giavellottiste.

Il quartetto delle tedesche orientali, composto da Christina Brehmer, Romy Schneider, Ingrid Auerswald e Marlies Göhr, dovette ritoccare il primato mondiale, portandolo a 42.09 (precedente della stessa formazione, con la sola variante della Koch al posto della Brehmer, 42.10 – stabilito poche settimane prima – 10.6.79, a Karl-Marx-Stadt), per avere ragione dell’Unione Sovietica che corse in 42.49 stabilendo un altro primato nazionale. Settima l’Italia (Patrizia Lombardo, Marisa Fasullo, Paola Castellani e Laura Miano) in 45.09. La staffetta 4 x 100 maschile fu dominata dai polacchi, rivelatisi veramente irresistibili, che coronarono la loro gara con un gran tempo: 38.47 (il primato del mondo era di 38.03 ed apparteneva alla nazionale degli Stati Uniti formata da: W. Collins, S. Riddick, C. Wiley e S. Williams, stabilito a Düsseldorf il 3 settembre 1977). Il tempo del quartetto polacco: Zwolinski, Dunecki, Licznerski e Woronin, sfiorò il primato europeo (38.43) che apparteneva alla squadra nazionale francese (Fenouil, Delecour, Piquemal, Bambuck), stabilito a Città del Messico il 20 ottobre 1968 durante i Giochi Olimpici, e naturalmente segnò il nuovo limite nazionale. Ottima seconda la Germania Est (38.70) ed al terzo posto la Francia (38.71).L’Italia (Lazzer, Caravani, Zuliani e Mennea) fu quarta, a soli tre centesimi dai secondi, a causa di una incertezza di cambio fra Zuliani e Mennea. Il tempo di 38.73 segnò comunque il nuovo primato nazionale (precedente: 38.88 risalente a Roma all’8 settembre 1974), e chi scrive firmò con grande soddisfazione il verbale del record attestante che la partenza della gara era avvenuta nella piena regolarità.

Queste le due classifiche al termine della prima giornata:

Uomini:
1. Rep. Democratica Tedesca p. 65
2. Rep. Federale Tedesca p. 60
3. Unione Sovietica p. 55
4. Polonia p. 47
5. Italia p. 40
6. Gran Bretagna p. 37
7. Francia p. 29,5
8. Yugoslavia p. 26,5

Donne:
1. Rep. Democratica Tedesca p. 52
2. Unione Sovietica p. 48
3. Gran Bretagna p. 34
4. Bulgaria p. 32
5. Rep. Federale Tedesca p. 27
6. Romania p. 25
7. Polonia p. 24
8. Italia p. 10

Anche la seconda giornata di Coppa registrò un notevole afflusso di pubblico, nonostante che un caldo afoso avesse reso irrespirabile l’aria di Torino.
Alle 16.30 ebbe inizio la prova di salto con l’asta. Per l’Italia era in gara Domenico D’Alisera che saltò i 5.10 alla prima prova.
Contemporaneamente ebbe inizio anche la competizione di salto in alto femminile con l’atteso duello fra la tedesca orientale Rosemarie Ackermann e la nostra Sara Simeoni. Era la nona volta che Sara e Rosemarie si incontravano. La prima volta era stato sulla pedana dell’Olimpiade di Monaco ’72. Quel confronto fu favorevole all’azzurra, ma entrambe furono superate dalla freschezza di una saltatrice dal nome di walchiria: Ulrike Meyfarth. Poi erano venute cinque sconfitte contro la “ventralista” della DDR ai quali erano stati contrapposti i tre successi dell’azzurra.
Il duello di Torino assumeva una importanza particolare in quanto si trattava della rivincita della gara disputatasi a Praga nel corso della 12.a edizione dei Campionati d’Europa.

Nella capitale cecoslovacca vinse Sara con la misura di m. 2.01, uguagliando il primato mondiale stabilito a Brescia il 4 agosto 1978, una ventina di giorni prima dei campionati continentali. La Ackermann, che era stata la prima donna al mondo a superare i 2 metri (Berlino Est, 26.8.1977), si classificò al secondo posto con m. 1.99.
A Torino la Simeoni scese in pista nervosa e consapevole delle aspettative di tecnici e pubblico. I suoi primi salti non furono eseguiti con la consueta naturalezza ed il suo passaggio dell’asticella risultò poco agile e flessibile. Dopo la sconfitta di Praga la tedesca non era più scesa in pedana. Prima di Torino si era esibita con un anonimo m. 1.86 e quindi le sue attuali condizioni erano tutte da scoprire. La competizione si animò quando l’asticella venne elevata a m. 1.92. A quel punto della competizione erano rimaste in gara, oltre Sara e la tedesca, anche la giovane polacca Kielan e la sovietica Denisova. A m. 1.92 la Ackermann commise il suo primo errore; tuttavia tutte e quattro le atlete superarono la misura.
L’asticella venne portata a m. 1.96, misura che doveva rivelarsi decisiva per la stesura della classifica finale.

La Ackermann superò l’asticella al secondo tentativo, mentre alla Simeoni non furono sufficienti le tre prove consentite dal regolamentoi; lo stesso dicasi per le altre due concorrenti che tuttavia con il m. 1.92 saltato in precedenza stabilirono i primati nazionali.
La tedesca valicò, nuovamente alla seconda prova, il m. 1.96 e subito dopo, rimasta sola in gara, andò addirittura ad attaccare temerariamente il mondiale a m. 2.02; ma evidentemente aveva già dato molto e quindi fallì il tentativo; Sara ebbe così quanto meno la soddisfazione di rimanere primatista del mondo.
Alle 18.45 si schierarono al via i concorrenti dei 200 metri. Ricordo che ci fu molto nervosismo alla partenza – situazione insolita per una gara di sprint prolungato – e la corsa poté avviarsi solo al terzo tentativo dopo che il francese Barré ed il tedesco Prenzler ebbero commesso una infrazione a testa. Da segnalare che l’inglese Wells, non partì con i blocchi (all’epoca il regolamento lo permetteva); noi starter sapevamo del non gradimento dell’attrezzo da parte del gallese, in quanto le cronache ne avevano diffusamente parlato alla vigilia della competizione, e quindi non fummo sorpresi da questo strano atteggiamento, veramente insolito in un velocista.
Mennea fu abbastanza rapido a mettersi in azione, ma all’uscita della curva ebbe un vistoso sbandamento, che non seppe correggere nel rettilineo come era sempre solito fare.
Anche i suoi appoggi si fecero sempre meno decisi e di questo ne approfittò proprio Wells, che correva in ottava corsia, per rimontare il nostro portacolori e bruciarlo sul filo di lana. L’arrivo fu molto incerto e si dovette attendere un buon lasso di tempo prima che lo speaker annunciasse: 1° Wells in 20.29, 2° Mennea 20.31!
Dopo sei anni Pietro Mennea subì una sconfitta sui 200 metri da parte di un atleta europeo; l’ultima volta era stato nel 1973 a Roma ad opera del compagno di staffetta “Gigi” Benedetti da Massa.
Con la Germania Est in fuga nella classifica maschile (punti 99), seguita da quella dell’Ovest e dall’Unione Sovietica (p. 87), si sviluppò una accesa lotta per il quarto posto fra Italia e Polonia. I polacchi risolsero ben presto la situazione a loro favore grazie al terzo posto di Kozakiewicz nell’asta (m. 5.55), al quale noi contrapponemmo il settimo di D’Alisera (m. 5.20), ma soprattutto furono gli italiani a spianare loro la strada con l’ottavo posto di uno spento Ghesini nel giavellotto.
La gara dei 5.000, nella quale Antonio Selvaggio con riuscì ad andare oltre il settimo posto, consentì anche ai britannici di rifarsi sotto ed insidiare il nostro quinto posto.
Scordavo di dire che la gara dell’asta venne vinta dal junior sovietico Konstantin Volkov (classe 1960) con la misura di m. 5.60, miglior prestazione mondiale di categoria.
Ancora splendida la gara dei 200 metri donne con le prime tre dei 100 a battersi per la vittoria finale. Questa volta vinse la longilinea sovietica Kondradyeva (22.40), campionessa europea in carica, sulla piccola Göhr (22.50), mentre al terzo posto giunse ancora Annegret Richter (22.75). Nonostante che l’ Unione Sovietica collezionasse successi e piazzamenti nelle gare di mezzofondo (primo posto della Guskova nei 3.000 metri e secondo della Romanova sui 1.500, dove l’Italia schierò la giovanissima Gabriella Dorio), e una insperata vittoria nella prova dei 100 metri ad ostacoli con Tatiana Anisimova contro la favoritissima polacca Grazyna Rabsztyn, primatista del mondo, la Germania dell’Est si era rifatta pericolosamente sotto grazie ai successi della Ackermann e della Slupianek nel lancio del peso.
Il sorpasso delle tedesche avvenne nell’ultima gara individuale: quella del salto in lungo. La tedesca Brigitte Wujak, azzeccò solo due salti, ma il terzo di questi la proiettò a m. 6.89 che le consentì di vincere la gara; la sovietica Lyudmila Khaustova, compromise definitivamente la classifica della sua squadra ottenendo un modesto 6.42 che la relegò al settimo posto.
Facile e scontato il successo delle tedesche orientali, guidate da una scatenata Marita Koch, nella staffetta 4 x 400 (3:19.7), nonostante che le sovietiche si classificassero al secondo posto ottenendo nella manifestazione torinese il loro quarto primato nazionale (3:20.4).
Era la quinta volta che le tedesche “democratiche” si imponevano nella Coppa Europa (1970, 1973, 1975, 1977 e 1979), contro le due iniziali delle sovietiche (1965 e 1967).

Torniamo agli uomini.
Alle 17.30 gli ostacolisti si schierarono sulla linea di partenza.
Vinse con grande facilità il campione europeo Thomas Munkelt (Gdr) in 13.47, tempo che avvicinò il record continentale del francese Guy Drut (13.28) risalente al 29 giugno del 1975, lontano però dall’americano Renaldo Nehemiah, che aveva portato tre mesi prima il limite mondiale della specialità a 13 secondi netti (13.00 – Los Angeles, 6 maggio 1979). Al secondo posto il sovietico Puchkov (13.56), mentre “Pino” Buttari oppose solo una onorevole difesa, giungendo quinto ma scendendo sotto i 14 secondi (13.94).

Una gara molto attesa era quella degli 800 maschili.
Non tanto per l’incertezza del risultato, quando per la curiosità che circondava uno dei protagonisti: Sebastian Newbold Coe da Sheffiled, fresco primatista del mondo e astro nascente della specialità del mezzofondo, l’uomo che aveva spodestato dal vertice degli 800 metri il grande Alberto Juantorena.

Coe non aveva digerito la sconfitta subita agli europei di Praga ad opera del tedesco Olaf Beyer, ed ancora più gli bruciava il fatto di essere stato superato in quella circostanza anche dal connazionale Steven Ovett, dal quale lo divideva già una accesa rivalità. Le credenziali che Coe presentò a Torino erano di tutto rispetto. Il 5 luglio 1979, un mese prima della finale di Coppa, Sebastian, sulla pista del mitico “Bislett Stadium” – lo stadio dei record – regolò con grande autorità l’americano White, il connazionale Cook, lo spagnolo Paez ed il keniano Boit, aggiudicandosi la gara degli 800 metri nello straordinario tempo di
1.42.4, che migliorava il primato del mondo del cubano Juantorena, medaglia d’oro olimpica a Montreal 76 (1.43.4, Sofia – 21.8.77).
Il risultato cronometrico della gara fu rilevato anche elettricamente e questo tempo: 1:42.33 venne dall’1.1.1981 accettato come record mondiale nella nuova regolamentazione adottata dalla I.A.A.F.
A Torino Sebastian Coe non ebbe rivali e vinse la sua gara, a braccia alzate, con una progressione finale impressionante, annichilendo gli avversari in 1:47.28.
Un grande atleta, un grande campione che i toscani pregustarono di vedere in gara a Viareggio nel meeting di metà agosto, al quale Coe aveva già dato la sua adesione.
Per i colori azzurri ci fu comunque ancora tempo per due grandi acuti, che tuttavia non modificarono sostanzialmente la classifica per nazione ormai compromessa.

I 3.000 siepi partirono alle 18.05. Il nostro Mariano Scartezzini, ex giocatore di calcio nato a Seregnano (Trento), antesignano di una tattica che alcuni anni dopo verrà sfruttata con successo anche da Alessandro Lambruschini un altro nostro “grande” della specialità, rimase sornione in coda al gruppo per i primi giri per poi farsi luce gradualmente man mano che la gara entrò nel vivo della lotta. Il suo ultimo giro infiammò lo stadio e l’incitamento del pubblico aiutò il nostro portacolori a raggiungere un successo insperato. Mariano vinse in 8:22.74 battendo allo sprint il tedesco federale Michael Karst (8:23.75). Due anni dopo a Zagabria Scartezzini ripeté l’impresa vittoriosa coronandola con un tempo eccezionale (8:13.32), che ancora oggi è il primato di Coppa Europa.
La classifica dei primi tre del salto triplo fu racchiusa in quattro centimetri. Vinse il francese Lamitié con un salto di m. 16.94 ottenuto alla terza prova. Fino all’ultimo tentativo al secondo posto era attestato il sovietico Pskulin, favorito della gara, con m. 16.91. Roberto Mazzuccato fino ad allora poteva contare su un 16.78 ottenuto alla prima prova che gli assicurava il terzo posto.
L’ultimo salto proiettò l’atleta azzurro a m. 16.92 sufficienti a superare il sovietico ed a portarsi vicino al record italiano di Giuseppe Gentile (m. 17.22) ottenuto in altura ai Giochi di Messico 68.
Scontato dominio dei tedeschi della Gdr nei lanci del disco e del giavellotto. Nel disco il primatista del mondo Wolfgang Schmidt, mise quasi quattro metri fra lui ed il secondo classificato (Alwin Wagner), mentre nel giavellotto si impose un altro Wolfgang (Hanisch) con 88.68 su Michael Wessing (87.38).
La spettacolare staffetta 4 x 400 concluse in maniera superba due splendide giornate di gare.
La vittoria andò alla squadra della Germania Ovest (3:01.91) guidata da uno scatenato Harald Schmid, ma i cugini dell’Est ed i sovietici non furono da meno andando a stabilire i rispettivi primati nazionali (3:02.16 e 3:02.35).
Grande impressione suscitò l’ultima frazione di Sebastian Coe nella staffetta britannica, che tuttavia non andò oltre la quinta posizione.
Lontano dai primi il quartetto azzurro composto da Tozzi, Malinverni, Borghi e Bianchi (3:06.01).

Ecco le due classifiche finali:

Uomini:
1.Repubblica Democratica Tedesca p. 125
2.Unione Sovietica p. 114
3.Repubblica Federale Tedesca p. 110
4.Polonia p. 90
5.Gran Bretagna p. 82
6.Italia p. 79
7.Francia p. 70,5
8.Yugoslavia p. 49,5

Donne:
1.Repubblica Democratica Tedesca p. 102
2.Unione Sovietica p. 100
3.Bulgaria p. 76
4.Gran Bretagna p. 62
5.Romania p. 58
6.Repubblica Federale Tedesca p. 58
7.Polonia p. 55
8.Italia p. 29

L’estro e la sagace “sprovvedutezza” di Primo Nebiolo avevano guidato la finale di Coppa Europa a Torino, dopo aver portato con logico criterio di rotazione i campionati europei a Roma (nel ’74) e gli “europei” indoor a Milano (nel ’78). L’impegno organizzativo del nostro grande dirigente ebbe un solo preciso scopo:lo sport per progredire aveva, ed ha tuttora, bisogno di attrarre l’opinione pubblica, di colpire i giovani affinché questi si innamorino del gesto sportivo e di colpire contemporaneamente gli uomini di governo alfine di toccare la loro sensibilità ed ottenere che diano giusta importanza anche a questo importante settore della vita sociale.
Lo sport di vertice, come la Coppa Europa appena disputata, andò intesa che importante veicolo per raggiungere altri scopi, ma tutti connessi con lo sviluppo e il progresso dell’atletica leggera.

Appena terminata la finale di Coppa Europa vennero diramate le convocazioni per la Coppa del Mondo, il cui svolgimento era previsto dal 24 al 26 di agosto a Montreal.
Due azzurri entrarono a far parte della rappresentativa del “Resto d’Europa”, visto che GDR e URS gareggiarono con le rappresentative nazionali: Sara Simeoni e Mariano Scartezzini. Anche Mennea fu convocato, ma il barlettano rinunciò per preparare al meglio le Universiadi di Città del Messico dei primi di settembre. E mai scelta fu tanto azzeccata…….!

fonte: GUSTAVO PALLICCA

ALLEGATO: Coppa_europa_10.zip (267 Kb)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *