STORIA DELLA COPPA EUROPA – 12° PARTE

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

1983: CAMBIANO I REGOLAMENTI DELLA COPPA EUROPA – DOPO UN ANNO DI ASSENZA DALLE PISTE MENNEA TORNA ALLE GARE ED E’ SUBITO PROTAGONISTA AI PRIMI CAMPIONATI DEL MONDO E IN COPPA – LE RAGAZZE VINCONO LA FINALE B: NEL 1985 SARANNO A PIENO TITOLO IN FINALE A

Finalmente, con piena soddisfazione dei più accaniti contestatori, con l’edizione 1983 venne varato il nuovo regolamento di Coppa Europa.
Furono abolite le qualificazioni e le semifinali e fu introdotto il concetto dei gironi unici (A, B, C1, C2) con il sistema delle promozioni e retrocessioni.
Per la composizione della finale A maschile furono scelte le squadre finaliste della edizione 1981 con la esclusione dell’ultima classificata (Jugoslavia), sostituita dall’Ungheria, giunta seconda nella finale B dello stesso anno.
Lo stesso criterio fu seguito per la composizione della finale A femminile. Anche quì la Jugoslavia, ultima classificata, fu sostituita dalla Cecoslovacchia, formazioneche si era classificata al secondo posto nella finale B di Pescara.
I gironi B, C1 e C2, sia maschili che femminili, vennero composti tenendo conto della posizione in classifica ottenuta dalle varie nazioni nelle finali B e nelle semifinali dell’edizione 1981. Per ciascun girone – con la sola eccezione della finale A e delle finali C1 e C2 – venne scelta una sede diversa, ma la data di effettuazione fu la stessa per ogni manifestazione.
A Dublino e Lisbona (20 e 21 agosto) si disputarono le finali C1 e C2.
Nella prima prevalse la Norvegia (83 punti), che distanziò di venti punti l’Olanda assicurandosi la promozione alla finale B per l’edizione di Coppa Europa del 1985.
Approfittando di una deludente prestazione collettiva dei portoghesi padroni di casa, la Grecia si impose sull’Austria (68 a 58), in una finale impoverita numericamente dal forfait della Turchia.
Le rispettive competizioni femminili videro a Dublino il successo della Danimarca per un solo punto (47 a 46) sulle svizzere, mentre a Lisbona prevalse nettamente la Jugoslavia (63 a 44) sull’Austria.
Danimarca e Jugoslavia furono ammesse a disputare la finale B nel 1985.
Di ben altro tono agonistico fu la finale B maschile che si disputò a Praga. Ad una prima giornata trionfale per la Spagna (56,5 punti), con tre successi individuali (1.500, 10.000 e 400 ostacoli), ed un record nazionale migliorato (Angel Heras, 400 metri piani in 45.98), fece riscontro una seconda giornata di straordinaria efficacia da parte dei padroni di casa (solo quarti a dieci punti dagli spagnoli dopo il primo turno di gare), che furono autori di una rimonta clamorosa culminata con la vittoria nella staffetta 4×400 che li portò a precedere gli spagnoli – solo quinti in quella gara decisiva – di un solo punto (108 a 107), ed a prenotare così un posto per la finale A del 1985.
Grande merito della riscossa “ceca” andò a Jan Tomko, atleta capace di aggiudicarsi le prove dei 400 e 200 metri e di condurre al successo la staffetta del miglio del suo paese.
Retrocessero in serie C le nazionali di Svezia e Belgio, rispettivamente settime e ottave in classifica.

Prima di affrontare la cronaca delle finali nelle quali furono impegnati i nostri atleti, mi sembra importante ricordare che l’edizione 1983 della Coppa Europa si disputò esattamente una settimana dopo la conclusione della I edizione dei Campionati Mondiali di atletica leggera (Helsinki, 7 – 14 agosto), un’altra delle “creature” partorite dalla fervida mente di Primo Nebiolo.

Le ragazze azzurre, dopo la bella prova di Pescara dell’anno precedente, furono inserite nuovamente nella finale B, che si svolse il 20 agosto, in un’unica giornata, a Sittard, graziosissima cittadina della regione del Limburgo, nell’estremo lembo meridionale dell’Olanda, località nota agli amanti dell’atletica in quanto città del presidente onorario della IAAF, Adrien Paulen, che nella circostanza era presente in tribuna a seguire con grande interesse le gare.
Ancora una volta la squadra azzurra dovette rinunciare alla guida della sua capitana, Sara Simeoni, infortunatasi durante la fase di qualificazione dei “mondiali” nel tentativo di superare i m. 1.88.
Cardini della formazione azzurra erano Gabriella Dorio, Marisa Masullo, Fausta Quintavalla a Agnese Possamai, atlete che a Helsinki, per un motivo o l’altro, non avevano certo brillato.
Il c.t. italiano Sandro Giovannelli si attendeva però da queste ragazze una prova di reazione, ma in linea generale le previsioni non erano certo improntate a ottimismo, considerato che le avversarie si segnalavano tutte molto agguerrite, a cominciare dalle rumene e dalle francesi.
La squadra capitanata per l’occasione da Gabriella Dorio, rispose invece alla grande e fin dalle prime delle 15 gare del programma si ebbe la sensazione che vi era la possibilità di assistere ad un autentico trionfo.
E così fu.

Quattro vittorie individuali: due di Gabriella Dorio (800 e 3.000 metri nello spazio di solo due ore), una ciascuna di Erika Rossi (400 metri) e Agnese Possamai (1.500 ,etri), unite agli splendidi secondi posti delle due staffette: 4 x 100 (Catalano, Mercurio, Ferrian, Masullo) e 4 x 400 (Magenti, Campana, Cirulli, Rossi) e l’ottima prova di Marisa Masullo, terza sui 100 e 200 metri, furono le basi sulle quali la squadra azzurra costruì un successo insperato, ma ampiamente meritato, suffragato anche da un primato nazionale (quello della 4 x 400 conclusa in 3:32.60).
Otto punti di vantaggio separarono l’Italia (90) dalla Romania e dalla Francia (entrambe a 82); retrocessero Norvegia e Belgio.
Questa la classifica della finale B femminile: 1. Italia p. 90 (promossa in finale A), 2. Romania p. 82 (4 vittorie), 3. Francia p. 82 (1 vittoria), 4. Finlandia p. 70, 5. Svezia p. 70, 6. Olanda p. 55, 7. Norvegia p. 50, 8. Belgio p. 39.

Pietro Mennea aveva comunicato il 5 marzo 1981 la sua decisione di abbandonare l’attività agonistica nel corso di una conferenza stampa presso la sede della Sisport Fiat a Torino.
Il 25 agosto 1982, ritrovata concentrazione, determinazione, stimoli, ma soprattuto la voglia di correre Mennea torna in pista. Lo fa nel corso del 23° Meeting dell’Amicizia – il classico appuntamento internazionale toscano – dirotttato per questioni organizzative da Siena a Tirrenia. Fra nugoli di zanzare che tormentarono i concorrenti, giudici e spettatori, Mennea corse i 200 metri in 20.94 battendo, non senza una evidente difficoltà psico-fisica, l’uomo di casa Giovanni Bongiorni (20.96) e Carlo Simionato (21.03). Tre giorni era tornato nuovamente in gara a Formia: il suo tempo fu migliore (20.78) ma venne preceduto sul traguardo da Carlo Simionato.
Dal 6 al 12 settembre si disputarono ad Atene i XIII Campionati Europei. Mennea riuscì a riconquistare un posto in squadra, ma venne utilizzato solamente nella staffetta 4 x 400 (Tozzi, Ribaud, Mennea, Zuliani) che entrò in finale ma non andò oltre il sesto posto.
Si dovette attendere la stagione indoor 1983 per avere la conferma che Mennea era tornato quasi ai livelli del 1980. Infatti il 13 febbraio, nel corso di una riunione regionale organizzata all’ultimo momento dal consigliere genovese Nasciuti proprio su richiesta dell’atleta, Mennea, con la sola significativa opposizione di Luciano Caravani, corse i 200 metri al Palasport di Genova nello straordinario tempo di 20.74 stabilendo la nuova miglior prestazione mondiale (precedente: 20.77 del tedesco occidentale Ralph Lubke ottenuto proprio il giorno prima a Sindelfingen).
Poi fu tutto un crescendo di prestazioni fino ad arrivare alla straordinaria medaglia di bronzo (20.51) ottenuta ad Helsinki il 14 di agosto nel corso dei primi Campionati Mondiali, alle spalle degli statunitensi Calvin Smith (20.14) e Elliott Quow (20.41), ed ancora una volta davanti per un soffio al suo rivale di sempre: Allan Wells (quarto in 20.52).

In chiusura di manifestazione era venuta la straordinaria medaglia d’argento nella staffetta 4 x 100 (Tilli, Simionato, Pavoni, Mennea), dietro agli Stati Uniti (King, Gault, Smith, Lewis). Eccezionale anche il tempo: 38.37 (contro i 37.86 degli americani) che è tuttora il primato nazionale della specialità, a soli undici centesimi dal record europeo (38.26, Unione Sovietica – Mosca, 1.8.1980).
Proprio la staffetta avrebbe dovuto essere uno dei nostri punti di forza in Coppa Europa. Un malaugurato infortunio confinò invece in tribuna Pavoni, che venne sostituito da Giovanni Bongiorni. La nostra formazione si trovò improvvisamente a passare da certezza consolidata a vera e propria incognita.
Il problema si pose anche per la disputa della gara individuale dei 100 metri, nella quale il giovane azzurro, potenziale erede di Mennea, avrebbe certamente lottato per i primi posti.
La finale del 1983 si svolse al Crystal Palace di Londra con una partecipazione di pubblico al limite dei diciassettemila posti di capienza dell’ impianto.
Dopo la prima giornata di gare la Repubblica Democratica Tedesca sembrò essere decisamente avviata a dominare con ampio margine anche quella finale della Coppa Europa “Bruno Zauli” sia in campo maschile che in campo femminile come accadeva ormai da quattro edizioni.
La squadra italiana concluse la prima giornata al sesto posto, riscattando un avvio non troppo brillante con la vittoria della staffetta 4 x 100 ed il secondo posto di Cova nei 10.000 metri.
La staffetta italiana, anche senza Pavoni, confermò di essere il quartetto più veloce d’Europa. La vittoria azzurra giunse in un momento della prima giornata quando ormai tutto o quasi sembrava compromesso e la riconferma del quinto posto di due anni prima a Zagabria sembrava essere molto lontana.
Gli azzurri, come anticipato, schierarono Tilli, Simionato, Bongiorni e Mennea. L’ottima prima frazione di Tilli e uno stupendo rettilineo di Simionato portarono l’Italia nettamente in testa. Bongiorni perse un pò di terreno in curva e pasticciò nel cambio con Mennea permettendo alla squadra britannica di cambiare con alcuni metri di vantaggio. Mennea si lanciò con grinta all’inseguimento di Sharp, ultimo frazionista britannico, battendolo sul filo di lana con il tempo di 38.86.

I 100 metri videro il successo di misura di Emmelmann (10.58) sul campione olimpico Wells (10.59), mentre Simionato chiuse al sesto posto (10.74), preceduto dal francese Richard, dal sovietico Bryzgin e dal tedesco occidentale Haas.
Cambio di guardia nel mezzofondo inglese dove Steve Cram non fece certo rimpiangere, almeno a piazzamento, i connazionali Coe e Ovett, aggiudicandosi con autorità la prova sui 1.500 (3:42.27) nella quale il nostro Patrignani, pur lottando con grande tenacia, non poté andare oltre il quinto posto concludendo la gara in 3:43.84.
Stesso piazzamento per l’aretino Luca Cosi nella gara dei 400 ostacoli vinta dal “veterano” Harald Schmidt (48.56); il ragazzo toscano andò oltre le previsioni ottenendo con il tempo di 50.72 il primato personale con un miglioramento di 19 centesimi rispetto al 1982.
I nostri sembrarono abbonati al quinto posto. Questa infatti fu la classifica anche per Massimo Di Giorgio (alto a m. 2.19), e per Giovanni Evangelisti (lungo m. 7.78), mentre Alessandro Andrei chiuse al quarto posto con m. 19.22 nel lancio del peso.
In chiusura di giornata, archiviati i settimi posti di Roberto Ribaud (400 metri in 46.83) e Agostino Ghesini (giavellotto a m. 78.88), tutta l’attenzione degli italiani si concentrò sulla gara dei 10.000 nella quale era impegnato Alberto Cova, lo straordinario, fresco, campione del mondo della specialità.

La gara fu lanciata dall’inglese Jones che, fermo in volata, cercò di impostare un’andatura sul ritmo.
Ad un giro dalla fine cinque atleti erano ancora in lizza per la vittoria: Jones, Cova, Schildauer, Herle e Abramov.
Nello sprint finale si staccarono l’inglese e Abramov, mentre il tedesco orientale Werner Schildauer (medaglia d’argento ad Helsinki alle spalle di Cova) con uno scatto improvviso prese ad Alberto un metro e mezzo di vantaggio. L’azzurro tentò il recupero nel rettilineo finale, secondo una tecnica che in molte gare si era rivelata vincente, ma il suo tentativo fu frustato da un danneggiamento subito da parte del tedesto dell’ovest Herle. Cova tentò ugualmente un ultimo disperato cambio di ritmo, ma il traguardo era ormai vicino ed alla fine due centesimi si frapposero fra lui ed il tedesco che si prese così una immediata, se non altrettanto importante, rivincita.
Al termine della prima giornata la Germania Est era nettamente in testa con 63 punti ed aveva già messo una grossa ipoteca sulla vittoria finale. L’Unione Sovietica, distaccata di 7 lunghezze, parve essere rassegnata a rinunciare ancora una volta al successo nella manifestazione, successo che le mancava da dieci anni. Al terzo posto c’era la Gran Bretagna con 46 punti e mezzo.
Ma ecco la classifica completa al termine della prima giornata:
1. Repubblica Democratica Tedesca p. 63
2. Unione Sovietica p. 56
3. Gran Bretagna p. 46,5
4. Repubblica Federale Tedesca p. 46
5. Polonia p. 43,5
6. Italia p. 42,5
7. Francia p. 37
8. Ungheria p. 25,5

In campo femminile tutto andò come previsto. La Germania Est dopo la prima giornata aveva già la vittoria in tasca avendo totalizzato 51 punti in sette gare, una media veramente straordinaria, collezionando quattro vittorie e concretizzando dodici punti di vantaggio sull’Unione Sovietica. La Gran Bretagna, grazie anche all’incitamento del pubblico amico era terza, mentre al quarto posto si classificò la Cecoslovacchia, trascinata dalla Kratochvilova, fresca campionessa mondiale dei 400 metri (47.99 primato mondiale), vincitrice di una gara sugli 800 metri conclusa in 1:58.79, e dalla Kocembova, prima nel giro di pista con il tempo di 49.33.
Le tedesche dell’est si imposero in tutte le altre gare (eccezion fatta per il lancio del giavellotto che andò all’inglese Fatima Whitbread). Marlies Gohr si aggiudicò infatti i 100 metri in 11.28, Ellen Fiedler vinse la prova dei 400 metri ad ostacoli stabilendo con il tempo di 54.20 il nuovo primato nazionale. Le affermazioni delle scatenate tedesche proseguirono con la vittoria della discobola Martina Opitz che fece suo il duello che la opponeva alla sovietica Murashova con un lancio di 69 metri esatti.
La collaudatissima staffetta veloce composta dalla Gladisch, Koch, Auerswald e Gohr, la stessa che meno di un mese prima (31 luglio) a Berlino aveva stabilito il nuovo primato mondiale (41.53), non fece fatica ad imporsi al lotto delle avversarie correndo in 42.63.
La prima giornata si chiuse con questa classifica:
1. Repubblica Democratica Tedesca p. 50
2. Unione Sovietica p. 39
3. Gran Bretagna p. 38
4. Cecoslovacchia p. 36
5. Bulgaria p. 29
6. Repubblica Federale Tedesca p. 27
7. Polonia p. 20
8. Ungheria p. 13

Il duello fra Mennea e Wells era giunto per la prova sui 200 metri alla sfida numero cinque. L’azzurro conduceva nettamente per 3 a 1, ma ricordava benissimo che la contesa si era aperta quattro anni prima a Torino con una vittoria di misura dell’ingegnere scozzese proprio nella finale di Coppa Europa del 1979. Poi l’italiano aveva pareggiato il conto a Mosca nel 1980 ed era passato in vantaggio dopo la vittoria ottenuta in luglio nel Meeting di Viareggio; la supremazia si era poi consolidata a Hensinki una settimana prima della finale di Coppa. Mennea sapeva bene che in quella finale Allan Wells – che si era risparmiato non correndo la staffetta – avrebbe avuto dalla sua tutto il tifo del Crystal Palace. Ma il barlettano non era certo tipo da scoraggiarsi;a trentun anni da questi scontri trovava motivo di stimolo e nuove energie per proseguire in una carriera inimitabile.
Come Schildauer nei confronti di Cova, anche Wells si prese la sua bella rivincita battendo il rivale italiano che a Helsinki lo aveva battuto, soffiandogli la medaglia di bronzo.
L’inglese, partito in quarta corsia, aveva preso subito la testa e Mennea questa volta, venute meno le condizioni di freschezza e le energie nervose che lo avevano sorretto ai mondiali, non riuscì – nonostante occupasse la seconda corsia e fosse quindi in grado di controllarlo agevolmente – a rimontare l’avversario. Ancora una volta un’inezia, due centesimi di secondo (20.72 contro 20.74) divise i due contendenti.
Se si eccettua il terzo posto di Alberto Cova nei 5.000, che preferì non dannarsi l’anima nell’inseguimento del tedesco Wessinghage e del sovietico Dmitriev, limitandosi a difendere la terza piazza, quello di Mennea fu l’unico acuto italiano nella seconda giornata di finale.
Per il resto la squadra italiana offrì i quarti posti di Daniele Fontecchio nei 110 ostacoli e di Donato Sabia negli 800, nelle gare vinte rispettivamente da Thomas Munkelt (13,72) e da Willi Wulbeck (1:45.74).
Grande prova del tedesco dell’ovest Peter Bouschen nel salto triplo, unico atleta a superare i 17 metri (17.12) e conferma della sua supremazia nella specialità da parte di Sergey Litvinov (primatista del mondo) che scagliò il martello a m. 81.52.
La staffetta 4 x 400 vide il successo a sorpresa degli inglesi davanti ai tedeschi dell’est; solo terzi i sovietici, campioni del mondo, con gli azzurri relegati in quinta posizione.
L’Italia non riuscì a raggiungere l’obbiettivo del quinto posto nella finale di Coppa Europa, per confermare il miglior piazzamento di sempre, quello di due anni prima a Zagabria. La nazionale azzurra scese di un gradino, che in fondo non sarebbe una cosa grave, mentre lasciarono pensare i distacchi netti registrati nei confronti della Gran Bretagna (quarta) e della Polonia (quinta).
Nella classifica maschile per nazioni netta l’affermazione della Repubblica Democratica Tedesca, che si confermò al vertice europeo per la sesta volta, davanti all’Unione Sovietica ed alla Germania Ovest.
Ecco la classifica finale:
1. Repubblica Democratica Tedesca p. 117
2. Unione Sovietica p. 106
3. Repubblica Federale Tedesca p. 102
4. Gran Bretagna p. 94,5
5. Polonia p. 86,5
6. Italia p. 80,5
7. Francia p. 70
8. Ungheria p. 60,5

Sicuramente più ricca di exploit la seconda giornata della finale femminile di Coppa Europa.
Grande duello sui 200 metri fra la primatista mondiale della specialità (21.71) Marita Koch e la cecoslovacca Jarmila Kratochvilova, campionessa a primatista mondiale dei 400 piani. Vinse la “ceka” ma il tempo fu identico per le due straordinarie atlete: 22.40.
Nel frattempo era iniziata anche la gara di salto in alto, che raggiunse il suo apice verso le 16 quando nel giro di dieci minuti circa due atlete eccezionali, la tedesca federale Ulrike Meyfarth, campionessa olimpica 1972, e la sovietica Tamara Bykova, prima campionessa mondiale, superarono la vetta più alta mai raggiunta sino ad allora da una donna: m. 2.03!

Solo una settimana prima la bionda Tamara aveva vinto il duello con la tedesca di Francoforte, superando l’asticella a m. 2.01 mentre la rivale non riusciva ad andare oltre la misura di 1.99.
Bykova e Meyfarth rimasero sole in gara ad affrontare i m. 2.01.
A Londra la sovietica fu perfetta al primo tentativo, mentre la tedesca superò l’asticella alla seconda prova. Si passò quindi alla misura di m. 2.03. La Meyfarth aveva già 14 salti nelle gambe ed il piede sinistro le cominciava a dare delle noie.
Per lei l’unica possibilità di vittoria era quella di superare la misura, che rappresentava il nuovo primato mondiale, al primo tentativo.
Rincorsa e stacco furono perfetti, violento il richiamo delle gambe a superare l’asticella. Erano le 15.00 ora locale, le 16.00 italiane, quando Ulrike atterrò di schiena sui sacconi e guardò ansiosa l’asticella sopra di lei e la bandiera bianca del giudice levata a convalidare il salto.
Poi fu la volta di Tamara. La sovietica anticipò troppo l’azione e per la prima volta in quella gara fallì il passaggio dell’asticella. La ragazza, freddissima, ricontrollò i punti di riferimento della rincorsa e tornò al punto di partenza, pronta per il secondo tentativo.
Questa volta la rincorsa fu più veloce, lo stacco più deciso ed il valicamento dell’asticella perfetto. Il primato del mondo dopo pochi minuti di vita era già stato uguagliato!
Ma il primato del mondo non era sufficiente per vincere la gara! Le due atlete chiesero allora la misura di 2 metri e 5 centimetri per lo spareggio.
Le ragazze avevano però esaurito ogni residua riserva fisica e nervosa. La Meyfarth fallì abbastanza nettamente le tre prove a sua disposizione, mentre la Bykova, al terzo tentativo, fece scorrere un brivido agli spettatori del Crystal Palace fallendo la prova di un soffio.
Dieci salti fantastici, un solo errore sulla quota del primato del mondo, non furono sufficienti per vincere la gara che vide il successo, altrettanto strameritato, di Ulrike Meyfarth.
Mentre sulla pedana dell’alto si sviluppava questo fantastico duello, il salto in lungo incoronava una futura regina (allora principessa diciannovenne), la signorina Heike Daute – presto signora Drechsler – che si aggiudicò la gara sfiorando i 7 metri (6.99), con vento a favore (+ 2.8 m/s). Due anni dopo (Berlino, 22 settembre) la Drechsler con un balzo di 7 metri e 44 strappò il primato del mondo alla rumena Cusmir che lo aveva migliorato ben quattro volte nel giro di due anni.
Ma non furono solo questi i grandi risultati di quella seconda giornata.
La sovietica Tatyana Kazankina vinse i 3.000 metri in 8:49.27 dopo un aspro duello con la tedesca orientale Ulrike Bruns (8:49.71). La connazionale Bettine Jahn sconfisse la coalizione polacco-bulgara nei 100 ostacoli e con un vento contrario di 2.1 m/s fece segnare un eccellente 12.89.
Le “ceke” chiusero alla grande la manifestazione che le vide classificarsi al terzo posto – alla pari con le britanniche, ma avanti per numero di vittorie (5 contro 1) – vincendo il lancio del peso con l’ex primatista del mondo Helena Fibingerova (m. 20.76) e dominando la staffetta 4 x 400 con due splendide frazioni delle fortissime Kocembova e Kratochvilova.
La Germania Orientale si aggiudicò per la settima volta la Coppa Europa.
Questa la classifica finale femminile:
1. Repubblica Democratica Tedesca p. 107
2. Unione Sovietica p. 85
3. Cecoslovacchia p. 77
4. Gran Bretagna p. 77 5. Bulgaria p. 58
6. Repubblica Federale Tedesca p. 58
7. Polonia p. 43
8. Ungheria p. 34

Nel file allegato qui sotto tutti i risultati maschili e femminili dell’edizione 1983

fonte: GUSTAVO PALLICCA

ALLEGATO: CoppaEuropa12.zip (93 Kb)

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