STORIA DELLA COPPA EUROPA – 13° PARTE

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

L’UNIONE SOVIETICA TORNA AL SUCCESSO IN ENTRAMBE LE CATEGORIE – L’ITALIA, GUIDATA DA UN GRANDE ALBERTO COVA, CONFERMA IL SESTO POSTO DI LONDRA – PRIMA FINALE PER LE AZZURRE

La 14.a edizione del Meeting di Viareggio, in programma nella capitale della Versilia il 7 agosto 1985, servì da ultimo collaudo per gli azzurri in vista della finale di Coppa Europa che si sarebbe svolta a Mosca dal 17 al 18 di quello stesso mese. Il giorno successivo al meeting il presidente Primo Nebiolo comunicò la formazione azzurra nel corso di una conferenza stampa che si tenne all’Hotel Royal. Rispetto all’edizione del 1983 la squadra italiana si presentò con alcune novità, ma, soprattutto, lamentò l’assenza di Mennea che il 4 dicembre del 1984 aveva annunciato di voler attaccare le scarpette al classico chiodo. In quello stesso anno Mennea aveva partecipato a Los Angeles alla sua quarta olimpiade (quella disertata dai paesi dell’est europeo). Era riuscito a centrare la finale dei 200 metri, dove era giunto settimo (20.55), ed aveva conquistato la finale anche con la 4 x 100 (quarta) e la 4 x 400 (quinta).
Pietro motivò il suo secondo abbandono con il desiderio di rendersi ancora utile all’atletica attraverso un ruolo diverso da quello dell’atleta, manifestando il desiderio di diventare dirigente. Ma pare che il motivo principale fosse una sorta di protesta concretizzatasi con il rifiuto di battersi contro atleti che – a suo dire – facevano uso di sostanze proibite. Mennea aveva lasciato il settore della velocità in piena crisi, mentre invece il nostro mezzofondo attraversava un buon momento. Le vittorie olimpiche di Cova (10.000) e Andrei (peso) individuavano in questi due atleti i nostri alfieri di Coppa. La nazionale partì per Mosca fra molte polemiche. Il caso più eclatante fu quello di Cova che dichiarò di non voler doppiare i 10.000 ed i 5.000 come richiesto dal C.T. Enzo Rossi.
La vigilia di quella edizione di Coppa fu caratterizzata da grandi prestazioni. L’inglese Steve Cram nel giro di venti giorni migliorò i primati del mondo dei 1.500 (16 luglio a Nizza), del miglio (27 luglio ad Oslo), dei 2.000 (4 agosto a Budapest) e sfiorò quello dei 1.000 (10 agosto a Gateshead).
Il ventitreenne sovietico Rudolf Povarnitsin, un vero carneade, a Donetsk, in Ucraina, si migliorò di colpo di 14 centimetri, portando a m. 2.40 il primato del mondo del salto in alto.
Nel corso del meeting di Viareggio, Alessandro Andrei, medaglia d’oro olimpica a Los Angeles, aveva lanciato per ben sei volte il peso oltre i 21 metri, con una punta finale di m. 21.88. Un altro sovietico, Oleg Protsenko, il 4 agosto aveva stabilito a Mosca il nuovo primato europeo di salto triplo con la misura di m. 17.69; questo record ebbe vita brevissima. Infatti l’11 agosto, nel corso della finale B di Coppa Europa, il bulgaro Christo Markov migliorò di otto centimetri il fresco primato saltando m. 17.77.

In campo femminile la primatista del mondo dei 200 metri Marita Koch a corse a Lipsia controvento la distanza in 21.78, a soli 7 centesimi dal suo record.
Unione Sovietica e Germania Est in campo maschile erano le favorite “logiche” della finale di Coppa Europa. Nella storia di questa manifestazione, nata nel 1965, non c’è mai stata una vincitrice diversa da una di queste due nazioni.
Nel settore maschile c’erano state finora sei vittorie della Germania Est e tre dell’Unione Sovietica; i tedeschi avevano avuto una sequenza di cinque vittorie consecutive nelle più recenti edizioni.
Malgrado ciò il pronostico per Mosca segnalava incertezza, ma con una leggera propensione per l’Unione Sovietica che aveva il vantaggio di giocare in casa.
Nel 1985 i tedeschi orientali e i russi si erano già incontrati in giugno a Erfurt, sulla base di due uomini gara. Avevano vinto i russi per 111 a 101.
A Mosca si gareggiò con un solo uomo-gara e questo fatto avrebbe dovuto favorire maggiormente i tedeschi più che i padroni di casa. Per la finale femminile l’oroscopo non poteva essere più chiaro: Germania Est favorita con l’Unione Sovietica unica sfidante. Le tedesche dell’Est dominavano la scena europea e mondiale da parecchie stagioni. Dopo due vittorie iniziali in Coppa Europa dell’Unione Sovietica (1965 e 1967) avevano messo a segno una serie di sette successi fra il 1970 ed il 1983.
Tutte le altre nazioni: Cecoslovacchia, Gran Bretagna, Germania Ovest, Bulgaria, Polonia e Italia si sarebbero dovute accontentare di lottare per i posti d’onore.

La nazionale azzurra si presentò a Mosca in veste di neo-promossa, quale vincitrice della finale B del 1983. Era la sua prima finale di Coppa!! Dal 10 all’11 agosto a Budapest si disputò la finale B maschile che vide il successo in volata della Spagna sulla Bulgaria (116 a 113), grazie alla vittoria nell’ultima gara del programma, la staffetta 4 x 400, corsa in 3:04.04, nuovo primato spagnolo. Alla Bulgaria rimase la soddisfazione di aver collezionato quattro vittorie individuali nella seconda giornata e fra queste quella del record europeo di Markov nel salto triplo.
Nella finale C1 maschile disputatasi negli stessi giorni a Scwechat si impose l’Austria (75) sul Portogallo (72), mentre in quella C2 di Reykjavik la Svezia ebbe la meglio sul Belgio per 79 a 68.
In campo femminile la finale B, programmata a Budapest sempre dal 10 all’11 agosto, vide il successo di misura della Francia sulla Romania (102 a 101). Otto i successi complessivi delle rumene contro i sei delle francesi. Le finali C1 e C2 svoltesi nelle stesse sedi dei maschi si imposero rispettivamente la Svezia sulla Spagna (82 a 68) e la Norvegia sul Belgio (49 a 48).

Gli azzurri partirono per Mosca con una squadra che veniva da una stagione caratterizzata da una serie incredibile di infortuni. Sabia non poté essere della partita in quanto non aveva ancora recuperato una accettabile condizione fisica dopo malanni vari; Stefano Tilli continuava ad avere problemi ad una gamba e quindi il suo impiego si sarebbe limitato alla sola staffetta veloce. Anche Evangelisti lamentava un infortunio ad una caviglia, ma sarebbe sceso ugualmente in campo. Così pure il lanciatore Bianchini che soffriva di abbassamento di pressione.

Nella squadra femminile rientrava la capitana Simeoni, ma lei stessaa dichiarò di non sentirsi competitiva nel confronto con le più forti del momento: Bykova e Kostadinova.
La notizia più clamorosa della vigilia venne dalla squadra sovietica. Al neo-primatista del mondo di salto in alto Rudolf Povarnitsin, venne preferito il più regolare e affidabile Igor Paklin, ex primatista del mondo indoor con m. 2.36, dato per sicuro sulla misura di m. 2.35.
Gli oltre cinquantamila spettatori dello stadio Lenin, già teatro dei Giochi Olimpici del 1980, accolsero i partecipanti alla finale di Coppa Europa, la decima della serie che aveva visto la luce nel lontano 1965. La giornata era soleggiata e la temperatura toccò i 27 gradi. Al termine di una giornata contrassegnata da una sfida all’ultimo sangue tra sovietici e tedeschi orientali – la classifica vide le due squadre contendenti appaiate a 66 punti mentre anche a livello femminile la situazione era equilibratissima (58 per le tedesche e 57 per le sovietiche) – l’Italia maschile concluse la prima fase della manifestazione con trentanove punti e venne a trovarsi al quinto posto della classifica provvisoria a fianco di una deludente Germania Federale.
Gli azzurri avevano festeggiato la vittoria di Alberto Cova nei 10.000 metri, i terzi posti di Stefano Mei nei 1.500 metri (3:45.14) in una gara dominata con estrema facilità dal primatista del mondo, l’inglese Steve Cram (3:43.71) e della staffetta 4 x 100 (Ullo, Simionato, Gorla e Tilli) che seppe esprimere un valido 38.88, dietro ad una rodatissima Unione Sovietica (38.38 a due centesimi soltanto dal record europeo siglato dal quartetto sovietico cinque anni fa alle olimpiadi) ed alla Germania Est (38.53).
La prestazione degli azzurri valse loro il visto per la Coppa del Mondo, giunta alla quarta edizione, in programma a Canberra ai primi di agosto; il quartetto italiano venne infatti convocato a rappresentare l’Europa.
Delusero invece i due medagliati di Los Angeles: Andrei e Evangelisti. Parlare di delusione, per un secondo ed un terzo posto che fruttarono comunque un bel gruzzolo di punti alla nostra squadra, potrebbe sembrare paradossale. Infatti sulla strada di Alessandro Andrei, campione olimpico a Los Angeles nel lancio del peso, si presentò il gigante sovietico Sergey Smirnov che scaraventò la palla di ferro a m. 22.05 stabilendo il nuovo primato nazionale russo.
Il fiorentino, reduce dalla magnifica prova di Viareggio (21.88), confermò il suo ottimo stato di forma lanciando a m. 21.26, la stessa misura che gli aveva consentito di salire a Los Angeles sul gradino più alto del podio. Sicuramente deludente invece la prova di Giovanni Evangelisti, bronzo a Los Angeles nel salto in lungo, presentatosi a Mosca in condizioni fisiche precarie, con grossi problemi al piede destro. Il ragazzo riuscì a concludere solo tre salti ed a realizzare solo un mediocre m. 7.65 che lo relegò all’ultimo posto.
Passiamo all’analisi delle singole gare nel settore maschile.

Nei 100 metri il polacco Marian Woronin, il bianco più veloce di tutti i tempi (10.00 a Varsavia il 9 giugno 1984), si impose con autorevolezza in 10.14 al sovietico Muravyev (10.22) finalista olimpico, ed al campione europeo Frank Emmelmann (10.33); solo sesto il nostro Antonio Ullo (10.46). Piefrancesco Pavoni, dirottato per esigenze di squadra sui 400 metri, si classificò al quinto posto ottenendo con il tempo di 45.71 il suo limite personale e il terzo tempo di sempre in Italia.

La gara fu appannaggio del tedesco Thomas Schönlebe (44.96)che ebbe la meglio sul sovietico Krylov (45.22). Due giri d’onore per il “ragioniere d’oro” Alberto Cova per festeggiare la sua prima vittoria in Coppa Europa. Il successo, ottenuto contro il tedesco Schildhauer – da lui battuto ai mondiali di Helsinki e dal quale era stato sconfitto a Londra nella finale di Coppa Europa del 1983 – ebbe il sapore della rivincita. Questa volta Cova non incontrò difficoltà a reagire all’attacco sferratogli da Schildhauer nell’ultimo giro e chiuse a suo vantaggio la gara nel tempo di 28:51.46 (ultimi duecento metri in 27.6).
La gara dei 400 ostacoli fu di grosso spessore tecnico ed anche sotto il profilo agonistico suscitò entusiasmo fra gli spettatori sovietici che videro un loro atleta abbattere il primato nazionale della specialità. La vittoria andò al tedesco Harald Schmid, giunto alla sua quinta partecipazione in Coppa ed al suo terzo successo in una finale della manifestazione. Il tedesco ebbe la meglio sul sovietico Aleksandr Vasilyev. Il tempo di Schmid fu di 47.85, lo stesso della finale di Torino del 1979 con il quale aveva stabilito il primato europeo della specialità. La nuova prestazione uguagliava il record di Coppa Europa, ma non l’europeo in quanto Schmid lo aveva migliorato l’8 settembre del 1982 ad Atene in occasione della vittoria nella 13.a edizione del Campionato Europeo portando il nuovo limite a 47.48. Vasilyev, giunto secondo, corse in 47.92 e stabilì il nuovo primato sovietico. Malinconicamente ultimo il nostro Giorgio Rucli (51.50) in una specialità che in passato ci aveva dato grandi soddisfazioni.
Della sfortunata prova di Giovanni Evangelisti nel lungo abbiamo già parlato. La gara vide il successo del sovietico Sergey Layevskiy che alla prima prova saltò m. 8.19 precedendo il cecoslovacco Jan Leitner (m. 8.00) e il tedesco dell’est Uwe Lange (m. 7.96). Quella di Mosca fu l’ultima volta che i giavellottisti ci cimentarono con l’attrezzo vecchio modello. La vittoria andò al tedesco orientale Uwe Hohn con la misura di m. 92.88 ottenuta al primo lancio. Come si temeva la “grana” per i tecnici sovietici (Igor Ter-Ovanesian in testa) venne dalla scelta del titolare del salto in alto. Igor Paklin, prescelto al neo-primatista del mondo Povarnitsin, non riportò la vittoria sperata ma venne relegato addirittura al terzo posto (m. 2.26) dal ceko Jan Zvara (primo con m. 2.29) e dall’esperto tedesco Gerd Wessing (secondo con la stessa misura di Zbara). Ma Paklin si rifece prestissimo. A Kobe (Giappone) il 4 settembre di quello stesso anno vinse la medaglia d’oro alle Universiadi, saltando m. 2.41, nuovo record del mondo, tentando poi l’assalto ai m. 2.43
Il quartetto sovietico confermò la sua grande tradizione in staffetta (uomini non eccelsi in velocità ma affiatati e precisi nei cambi) e la fama che gli derivava dal primato europeo stabilito durante i Giochi di Mosca (38.26).
Shlyapnikov, Semyonov, Yevgenyev e Muravyev sfiorarono il vecchio record aggiudicandosi la prova in 38.28, imponendosi con sicurezza ai tedeschi dell’est guidati da Emmelmann (38.53) ed ai nostri Ullo, Simionati, Gorla e Tilli, terzi in 38.88.
Nel settore femminile le ostilità furono aperte dalla prova dei 100 metri che videro l’affermazione della più forte specialista di quegli anni, la “minuscola”, ma velocissima, tedesca orientale Marlies Göhr in Oelsner, che si impose con il tempo di 10.95 stabilendo il primato di Coppa (uguagliato da lei stessa a Praga nel 1987), record che resiste ancora oggi. Anche la seconda arrivata, la sovietica Zhirova, scese sotto gli 11 secondi netti (10.98), mentre la nostra Marisa Masullo si classificò al settimo posto in 11.49.
Anche le russe, al pari dei colleghi maschi, si scatenarono di fronte al pubblico amico. Olga Vladykina (dal 1987 Bryzgina) compì il più veloce giro di pista nella storia dell’atletica sovietica stabilendo con il tempo di 48.60 il nuovo record nazionale. La fortissima ragazza russa migliorò ancora il suo record poche settimane dopo (48.27, Canberra, 6 ottobre) giungendo alle spalle della Koch nella prova di Coppa del Mondo che valse alla tedesca il primato del mondo (47.60).

Nei 1500 fece la sua prima apparizione in Coppa una diciannovenne ragazza di origine sudafricana, Zola Budd, che correva per i colori britannici, avendo ottenuto il passaporto inglese dal 6 aprile del 1984 grazie alla cittadinanza inglese del nonno, cittadino del Regno Unito.
La Budd, già ben nota per l’impatto che ebbe con l’atleta americana Mary Decker durante i 3000 metri dei Giochi di Los Angeles del 1984, che era costato il
ritiro della statunitense favoritissima della gara, correva a piedi nudi come Abebe Bikila prima maniera!
Zola, anche se non molto alta (m. 1.50) era una junior fortissima e precoce (la sua prima gara risaliva al 1980) e in carriera stabilì i primati mondiali di categoria dei 3000 e 5000 metri (quello ottenuto sui 3000 metri a Roma il 7 settembre di quello stesso 1985: 8:28.83 resiste ancora!). La ragazza ebbe in seguito una carriera travagliata da contestazioni per motivi legati alla situazione politica interna del suo paese. A Mosca la sudafricana stroncò la resistenza della sovietica Zamira Zaytseva, medaglia d’argento agli europei del 1982, correndo in 8:35.32 contro gli 8:35.7 dell’avversaria, stabilendo il nuovo record nazionale inglese. Lontana dalle prime (9:13.16) la nostra Agnese Possamai.
Nel 1985 la tedesca dell’est Sabine Busch sarebbe diventata la nuova primatista mondiale dei 400 metri ad ostacoli (53.55 – Berlino, 22 settembre). All’epoca della Coppa Europa, cioè un mese poco di più da quell’evento, il primato del mondo era ancora nelle mani di Margarita Ponomaryova, una splendida ragazza che
aveva corso la distanza a Kiev in 53.58 il 22 giugno del 1984.
La Busch si impose nettamente in 54.13 alla sovietica Marina Stepanova (54.73), al termine di una gara che vide la primatista italiana Giuseppina Citrulli, piazzarsi al quinto posto in 57.87.
Lotta ristretta a due nel lancio del disco fra la sovietica Galina Savinkova (m. 70.24) e la tedesca orientale Martina Opitz (68.20). Lontanissime le altre. Relegata al settimo posto la nostra Maria Marello con m. 50.94.

La grande Petra Felke, tedesca dell’est, aveva strappato il primato del mondo del giavellotto alla finlandese Tiina Liliak, che lo deteneva dal giugno del 1983 con m. 74.76, in occasione del Throwers Meeting, manifestazione che si era disputata il 4 giugno 1985 a Lambrechtsgrund Stadium di Schwerin, cittadina della RDT.
Il “mondiale” era stati ottenuto due volte nella stessa gara. Infatti la Felke al secondo lancio ottenne la misura di m. 75.26 che migliorò al primo lancio di finale portando il primato a m. 75.40. A Mosca la Felke non venne meno alla sua fama e si impose con m. 73.20 alla britannica Fatima Whitbread (71.90). Sconcertante la prova della nostra Vilma Vidotto, classificatasi all’ottavo posto con un solo lancio valido (m. 52.08) su sei tentativi.
La staffetta della Germania Est era quella supersperimentata composta da Gladisch, Koch, Auerswald e Göhr detentrice del primato del mondo (41.53). Le tedesche non ebbero difficoltà a imporsi in 41.65, trascinando le sovietiche, giunte seconde, al primato nazionale (42.00). Primato nazionale anche per la Polonia, classificatasi al terzo posto in 42.71. Dignitosa la prova delle azzurre Mercurio, Balzani, Ferrian e Fasullo seste in 44.24. Solo alcuni giorni prima (Verona, 29 giugno), la stessa formazione aveva stabilito il nuovo primato italiano della specialità correndo in 43.95.
Queste le due classifiche, maschili e femminili, al termine della prima giornata:

Uomini
1.Unione Sovietica URS 66
Repubblica Dem. Tedesca GDR 66
3.Gran Bretagna GBR 44
4.Italia ITA 40
Repubblica Fed. Tedesca FRG 40
6.Polonia POL 38
7.Cecoslovacchia TCH 35
8.Francia FRA 41

Donne
1.Repubblica Dem. Tedesca GDR 58
2.Unione Sovietica URS 57
3.Cecoslovacchia TCH 38
4.Gran Bretagna GBR 36
5.Polonia POL 33
6.Repubblica Fed. Tedesca FRG 24
7.Bulgaria BUL 22
8.Italia ITA 19

Una bella doccia dopo la fatica della prima giornata, ma soprattutto le parole dei tecnici convinsero Alberto Cova ad affrontare il sacrificio che la federazione gli chiedeva: quello di tornare in pista nella seconda giornata ed affrontare la prova dei 5000 metri dopo lo sforzo sostenuto sulla distanza doppia. Mai decisione fu tanto azzeccata perché Cova con la sua straordinaria vittoria allo sprint sui 5000 davanti al temutissimo tedesco occidentale Thomas Wessinghage (14:05.45 contro 14:05.72), non solo dette respiro alla nostra classifica in fatto di punti, ma fu di stimolo a tutta la squadra e consentì alla nostra nazionale di evitare una ormai quasi scontata retrocessione.
Con Alberto Cova la seconda giornata vide sugli scudi anche l’ostacolista pescarese Daniele Fontecchio, un atleta che raramente aveva fallito in una prova a squadre. Fontecchio infatti ottenne un inaspettato secondo posto nei 110 ostacoli finendo alle spalle del russo Sergey Usov (13.56). Il tempo di Fontecchio: 13.66, equivaleva al primato italiano a livello del mare.
Dopo questi due exploit ed il quinto posto di Carlo Simionato nei 200 metri (20.58), gli italiani figurarono solo nelle settime ed ottave posizioni.
La classifica finale ci vide al settimo posto con 71 punti distanziata di otto punti dalla Cecoslovacchia. La squalifica per doping del lanciatore di peso Remigius Machura fece rileggere la classifica definitiva e gli azzurri appaiarono con 72 punti i cechi al sesto posto. I francesi, ultimi, retrocessero in serie B.
Il tedesco Frank Emmelmann, bronzo agli europei di Atene del 1982, preferito al campione europeo Olaf Prenzler, presente solo in staffetta, si impose sui 200 metri in 20.23 sul sovietico Yevgenyev (20.42) ed al tedesco occidentale Lübke.
Gli inglesi presentarono in coppa un altro dei prodotti del loro inesauribile serbatoio di mezzofondisti: il ventiduenne Tom McKean, che vinse gli 800 metri in 1:49.11 con netto margine sul polacco Piotr Piekarski (1:49.73). Il campione europeo in carica, il tedesco dell’est Patriz Ilg, ingaggiò un entusiasmante duello con il polacco Boguslaw Maminski, concludendo la gara dei 3000 siepi con un eccellente 8:16.14, uno dei migliori tempi di sempre in Coppa in questa specialità. Lontano dai primi il nostro Francesco Panetta (settimo in 8:31.77) in non perfette condizioni fisiche, che da quel giorno cominciò a covare la sua vendetta concretizzatasi poi ai Roma durante la seconda edizione dei “mondiali”.

Sergey Bubka fallì di un’inezia al terzo tentativo i m. 6.02 del primato del mondo nel salto con l’asta (record da lui stesso stabilito un mese prima a Parigi con m. 6.00) , e si è dovuto accontentare di vincere con la misura di m. 5.80. Il russo, sette volte primatista mondiale fra competizioni indoor e all’aperto, era alla sua prima vittoria importante sulla pedana dello stadio moscovita che, fino ad allora, era sempre stata avara di soddisfazioni per lui.
Nel salto triplo si assistette ad un acceso duello oltre la soglia dei 17 metri fra il britannico di colore John Herbert, vera sorpresa della specialità, ed il tedesco dell’est Volker Mai. L’inglese effettuò solo quattro salti ed ottenne la vittoria proprio all’ultimo balzo raggiungendo la misura di m. 17.39; più regolare il tedesco che saltò m.17.26 al terzo tentativo. Il nostro Dario Badinelli, campione italiano in carica, finì all’ottavo posto con m. 16.43 ottenuto alla prima prova. Il ceco Imrich Bugar, campione europeo ad Atene 1982, ottenne la vittoria nel lancio del disco al penultimo lancio (m. 66.80) dopo che il sovietico Kolnootchenko aveva condotto la gara con un lancio di m. 65.60. Sesto Marco Bucci con m. 59.84. Nel martello altro successo sovietico per merito di Yuri Tamm che lanciò l’attrezzo a m. 82.90, rimanendo tuttavia lontano dai fasti del connazionale Yuriy Sedykh, primatista del mondo con m. 86.34.
Per noi l’ennesima controprestazione della giornata con l’ottavo posto di Orlando Bianchini, ex primatista nazionale con m. 77.94 (Milano, 27.6.1984), che ottenne un modesto 72.74.
I sovietici si presentarono al via dell’ultima prova in programma: la staffetta 4×400 con un margine di vantaggio di diciassette punti (124 contro 107) sui tedeschi orientali e quindi al sicuro da ogni sorpresa.
La gara si risolse con un apro duello fra le due formazioni tedesche che terminarono divise da soli otto centesimi di secondo. Guidati dallo scatenato duo Schmid-Lübke si imposero i tedeschi occidentali in 3:00.36, stabilendo il nuovo primato nazionale. I cugini dell’est cedettero di un soffio (3:00.48) nonostante la grande frazione compiuta da Thomas Schöenlebe. I russi terminarono all’ultimo posto, preceduti anche dei nostri, e quindi cedettero di colpo sei punti agli avversari che però nonostante questa sconfitta, poterono festeggiare il loro ritorno alla vittoria in Coppa Europa. Ancora una volta i concorsi fecero registrare grandi risultati nella seconda giornata della finale di Coppa Europa femminile. Archiviate le prove di corsa con le vittorie della tedesca Koch sui 200 (22.02) e della sovietica Agletdinova sui 1500 in 3:58.40, scesero in campo le ragazze del salto in alto.
Sara Simeoni tornava dopo cinque anni sulla pedana che nel lontano 1980 l’aveva vista incoronata regina di Olimpia. Ma questa volta la ispirazione della veronese si fermò dopo che Sara ebbe valicato i m. 1.91. Da quel momento cominciò la gara di Tamara Bykova e Stefka Kostadinova. La stagione della bulgara era stata veramente straordinaria. Diciannove successi fra gare indoor ed open con ben 18 successi consecutivi, partendo dal personale di m. 2.00 superati l’anno prima.

La competizione assunse ben presto toni altissimi. Stefka Kostadinova superò i m. 2.06, seconda prestazione mondiale di tutti i tempi, dopo una gara splendida con m. 1.96, 1.98, 2.00 e 2.02 superati alla prima prova, 2,04 superati alla seconda e 2.06 al primo tentativo, un centimetro solo al di sotto del primato mondiale della connazionale Lyudmila Andonova (Berlino, 20 luglio 1984). La gara vide il ritorno di Tamara Bikova su quote (2.02 saltato alla seconda prova) di eccezionale valore. La Kostadinova tentò poi l’assalto al mondiale fallendo di poco la misura di 2.08.

Grande anche il duello sulla pedana del salto in lungo, dove la sovietica Galina Chistyakova tentò l’assalto al primato mondiale della rumena Anisoara Stanciu-Cusmir (7.43 il 4 giugno 1983 a Bucarest, fermandosi però a m. 7.28, sufficienti a sconfiggere la tedesca Heike Drechsler giunta seconda con m. 7.23. Soddisfazione anche per i nostri colori in questa gara dagli alti toni agonistici. La romana Antonella Capriotti saltando m. 6.56 al quarto tentativo, ritoccò il primato italiano da lei uguagliato a Formia il 4 maggio con m. 6.52, misura che la poneva sullo stesso gradino della torinese Maria Vittoria Trio (24.9.1967).
Sovietiche scatenate anche nella staffetta 4 x 400 conclusa vittoriosamente in 3:18.58 (nuovo primato nazionale), e fu questo risultato che dette l’assetto definitivo alla classifica finale.

Ecco le due classifiche finali:

Uomini
1.Unione Sovietica URS 125
2.Repubblica Democratica Tedesca GDR 114
3.Repubblica Federale Tedesca FRG 92
4.Gran Bretagna GBR 90
5.Polonia POL 85
6.Italia ITA 72
7.Cecoslovacchia TCH 72
8.Francia FRA 68

Donne (classifica definitiva dopo la squalifica della discobola Silhava (TCH) per doping):
1. Unione Sovietica URS 118
2. Repubblica Democratica Tedesca GDR 111
3. Gran Bretagna GBR 67
4. Bulgaria BUL 65
5. Cecoslovacchia TCH 62
6. Polonia POL 60
7. Repubblica Federale Tedesca FRG 57
8. Italia ITA 35

fonte: GUSTAVO PALLICCA

ALLEGATO: Coppa13.zip (306 Kb)

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