GRANDI CAMPIONI: DORANDO PIETRI

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Quando ho affrontato la biografia di Emilio Lunghi, pubblicata su questo sito a metà febbraio scorso, ho accennato al modo con cui l’Italia affrontò i Giochi del 1908 – i quarti dell’Era Moderna – che si svolsero a Londra a seguito della rinuncia di Roma ad organizzarli.
I Giochi di Londra furono importanti per l’Italia in quanto in questa occasione essa fece la sua comparsa ufficiale nell’arengo olimpico partecipando con una squadra di sessantotto atleti. I dodici iscritti alle gare di atletica si comportarono molto onorevolmente, giustificando così il contributo governativo di £. 25.000, concesso dal Primo Ministro Giovanni Giolitti.
L’organizzazione dello sport nel nostro Paese stava facendo notevoli progressi grazie all’opera svolta dal conte Eugenio Brunetta d’Usseaux, destinato a diventare poi il primo Segretario generale del C.I.O.
Il nobile piemontese verrà in seguito considerato come il vero fondatore del movimento olimpico in Italia.
Il 1908 vide la nascita di un organismo che sarebbe poi divenuto il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ma che al momento – anche se la data del 1908 è considerata quella dell’effettiva fondazione dell’ente – si chiamò “Comitato Italiano per i Giochi”.

Della squadra italiana di atletica leggera che partecipò alla spedizione fecero parte due atleti che, sia pure in maniera diversa, lasciarono un segno nella storia dei Giochi: l’emiliano Dorando Pietri e il ligure Emilio Lunghi.
Mentre il genovese, oltre che per la sua splendida carriera, verrà ricordato per aver dato all’Italia la prima medaglia olimpica della sua storia (argento sugli 800 metri), il maratoneta carpigiano fu protagonista di una prova sfortunata che però gli arrecò onori e gloria in misura sicuramente superiore a quelli che gli sarebbero stati riconosciuti se avesse vinto il titolo olimpico, ma che poi seppe meritare per le straordinarie imprese che lo videro protagonista.

Dorando Pietri nacque il 16 ottobre 1885 a Mandrio, comune di Correggio (Reggio Emilia), in un caseggiato, denominato “Berlecona”, in via S. Pellegrino n. 63, terzogenito di Desiderio Pietri e di Teresa Incerti; ai figli, Antonio e Ulpiano (che poi divenne il manager di Dorando) si aggiunse nel 1889 Armando.
Il padre di Dorando aveva lavorato fino ad allora come fittavolo, ma nel 1897, per migliorare le sue condizioni economiche, si trasferì con la famiglia a Carpi dove aprì un negozio di frutta e verdura.
A 14 anni Dorando entrò come garzone nella pasticceria “Roma” condotta da Pasquale Melli e nel 1903 si iscrisse alla Società “La Patria”, dove praticò il ciclismo prima di passare al podismo, sport nel quale si distinse subito per l’impegno profuso negli allenamenti svolti sulle strade cittadine o sotto i portici di piazza Vittorio Emanuele.
La prima gara ufficiale di Dorando Pietri avvenne a Bologna il 2 ottobre 1904 sulla distanza dei 3.000 metri, dove si classificò secondo.
Una settimana dopo, 9 ottobre, sulle strade amiche di Carpi, Dorando si impossessò del record della mezz’ora percorrendo m. 8.890 (il precedente limite, m. 8.900, apparteneva al torinese Edoardo Oderio che lo aveva stabilito nel 1889); la U.P.I. – Unione Pedestre Italiana – non riconobbe il record in quanto ottenuto su strada.
Il primo titolo, regionale, lo conquistò a Bologna il 20 novembre 1904 sulla distanza dei m. 1.000.
Il 18 giugno 1905 a Vercelli, Dorando partecipò al suo primo campionato italiano aggiudicandosi il titolo della corsa di resistenza sui 25 chilometri, impiegando 1:30.10 davanti a Giacinto Volpati (Milano) ed al suo isolo di gioventù Pericle Pagliani della Soc.Podistica Lazio.
La gara si svolse sul percorso Vercelli-Stroppiana e ritorno ed alla stessa parteciparono 14 concorrenti.
Ormai i successi del giovane Dorando si susseguivano con una regolarità sorprendente; ma gli mancava ancora il successo in campo internazionale.
Questo giunse il 15 ottobre, dopo che l’8 di quello stesso mese Pietri si era aggiudicato la gara di corsa La Spezia – Sarzana e ritorno (km. 32) in 2h.05:00.
Quel giorno si disputò a Parigi la sesta edizione della maratona dilettanti, gara organizzata dal giornale “L’Auto” alla quale presero parte 150 atleti provenienti da tutta Europa. Il percorso di 30 chilometri si sviluppava attraverso le vie di Parigi ed era caratterizzato da saliscendi e tratti di selciato che spezzavano le gambe.
Il favorito era il francese Gaston Ragueneau, atleta che di lì ad un mese avrebbe stabilito il nuovo primato francese dell’ora con 18.067 metri.
Lo “sconosciuto” Dorando Pietri dominò la gara imponendosi con quasi 6 minuti di vantaggio sul francese Emile Bonheure, vincitore dell’edizione 1904, aggiudicandosi così il premio che consisteva in un oggetto artistico del valore di 500 franchi.
La notizia della vittoria di Dorando a Parigi ebbe vasti echi e diversi giornali le dettero molto spazio. Mentre tornava a Carpi, dove il 30 ottobre lo attendeva un grande banchetto in suo onore organizzato dalla Società Ginnastica “La Patria”, Pietri partecipò il 29 ottobre al terzo giro di Milano (km. 11,250 da Rogoredo a Porta Romana).
Dopo aver condotto la gara sempre in testa fino a 100 metri dall’arrivo, Pietri venne superato in volata dal grande Emilio Lunghi.

Il 21 novembre Dorando venne richiamato alle armi e grazie all’interessamento di Mario Luigi Mina, presidente dell’Unione Pedestre Italiana, fu assegnato per la ferma di due anni al 25° Reggimento Fanteria di stanza a Torino, destinazione che raggiunse il 3 dicembre.
A Torino Pietri gareggiò per i colori della società “Atalanta”. Il 31 dicembre su un circuito di 500 metri circa ricavato al Parco del Valentino attaccò il primato dell’ora alla presenza di un pubblico molto numeroso e caloroso accorso ad assistere all’evento nonostante la giornata fosse caratterizzata da freddo intenso e forte vento.
Le condizioni atmosferiche frustrarono il tentativo e Pietri percorse nell’ora km. 17 e 137,22 metri, fallendo di poco il record italiano stabilito il 22 novembre 1903 da Ettore Ferri della Virtus Bologna a Genova (km. 17,459).
La distanza ottenuta il 30 dicembre 1905, il giorno prima del tentativo di Pietri, da Pericle Pagliani con km. 17 e 810 metri e 60, che figura ancora negli annuari della F.I.D.A.L., non fu omologata dall’Unione Pedestre Italiana per violazione alle disposizioni vigenti.
A titolo informativo annotiamo che il primato mondiale era detenuto dall’inglese Alfred Shrubb con m. 18.471 stabilito a Glasgow il 5 novembre 1904, record che sarebbe stato battuto a Stoccolma dal francese Jean Bouin il 6 luglio 1913 con km. 19 e 21 metri.
Pietri dopo quello di Torino non effettuò più tentativi di record sull’ora ed è per questo motivo che il suo nome non figura nell’albo d’oro dei primati di questa specialità.

A causa del servizio militare la sua attività nel 1906 non fu intensa. In quella stagione, per iniziativa della Grecia che avrebbe voluto riproporre la sua candidatura olimpica a dieci anni di distanza dalla prima edizione, si disputarono quelli che poi verranno ricordati come “Giochi Intermedi”, ma non conteggiati alla stregua di Giochi Olimpici.
A Roma nei giorni 1, 2 e 3 aprile furono organizzate sulla pista in terra battuta di Piazza di Siena, le eliminatorie per la selezione della squadra olimpica. Dorando aveva ottenuto una breve licenza dal Ministero della Guerra per recarsi a Roma, ed infatti il 3 aprile partecipò alla corsa di maratona, disputata sulla distanza di km. 42 con partenza da Porta Pia ed arrivo a Villa Umberto passando per Castelgiubileo.
Pietri vinse la gara nel tempo di 2 ore 42 minuti e 3/5, staccando di oltre 5 minuti Ettore Ferri, e ricevette le congratulazioni personali di S.M. il Re d’Italia, Vittorio Emanuele, mentre la Regina Elena gli consegnava la fascia destinata ai vincitori del campionato iatliano.
Ovviamente a Dorando fu concessa una licenza speciale di un mese per consentirgli di prepararsi e di partecipare ai Giochi di Atene 1906.
Infatti la Commissione aveva inserito il nome di Dorando Pietro fra quelli dei 59 atleti che staccarono il biglietto per Atene imbarcandosi il 20 aprile sul piroscafo “Sicilia” della Navigazione Generale Italiana diretto a Patrasso da dove la comitiva con la ferrovia raggiunse Atene il giorno dopo.
La maratona olimpica si disputò il 1° maggio sul percorso classico da Maratona ad Atene (km. 41,860, la stessa misura della corsa del 1896) e ad essa parteciparono 53 concorrenti in rappresentanza di 15 nazioni (secondo la ricostruzione dell’americano Bill Mallon). Si trattò certamente della più importante maratona corsa a quei tempi. I concorrenti furono trasportati a Maratona il giorno prima della gara e trascorsero la notte nella residenza del Ministro degli Esteri greco Georgios Skouzes. L’esercito vigilò sulla manifestazione. Ogni miglio vi erano cinque soldati in servizio e numerosi furono i punti di assistenza medica predisposti.
La gara prese il via alle 15.05 del 1° maggio in un pomeriggio molto caldo (27° C.). Dorando fu seguito ed assistito dal ciclista mantovano Francesco Verri, reduce da tre successi nelle prove svoltesi al Neo Phaliron Velodrome: 1.000 metri velocità, un giro (m. 333,33) a cronometro e corsa individuale in pista sui 5.000 metri.
Dorandi Pietri andò subito in testa ed accumulò fino a 5 minuti di vantaggio sugli avversari. Al 24° chilometro fu però colto da forti dolori viscerali che lo costrinsero al ritiro.
La prova venne vinta dal canadese William John Sherring nel tempo di 2 ore 51 minuti, 23 secondi e 3/5, tempo superiore di 9 minuti a quello ottenuto da Pietri nella preolimpica romana.
Quindici soli atleti giunsero al traguardo. Fra i ritirati, oltre Dorando, anche il francese Bonheure suo avversario nella maratona parigina del 1905.
Il rientro al reggimento di Pietri ripropose le sue lamentele per la impossibilità di allenarsi convenientemente.
Il 26 agosto partecipò alla maratona Arona – Pallanza (km. 41,090) dove si ritirò proprio a causa dello scarso allenamento.
La corsa dei 25 chilometri su strada valida per il titolo italiano (versione Unione Pedestre Italiana) che si disputò a Torino il 30 settembre lo vide al via con i favori del pronostico. La scarsa preparazione gli fu però fatale e dovette cedere il titolo a Pericle Pagliani che concluse in 1:27.11 contro l’1:27.19.2/5 del carpigiano.
Pagliani si impose anche nella analoga prova disputasi a Milano il 21 ottobre per la organizzazione de La Gazzetta dello Sport, prova alla quale non partecipò Dorando Pietri.
Scarsa l’attività di Dorando nella prima parte del 1907 sempre a causa degli impegni militari.
L’11 settembre Dorando si congedò con il grado di caporale e fece ritorno alla vita civile; riprese a gareggiare per i colori della La Patria di Carpi.
L’evento più importante della stagione fu rappresentato dai Campionati Italiani che la Federazione Podistica Italiana organizzò dal 17 al 18 novembre a Roma, sul già ben noto impianto di Piazza di Siena.
Dorando conseguì due allori: vinse i 5.000 metri (17/11) in 16:27.1/5 davanti a Marco Giordano dell’Audace di Torino e la corsa dei 20 chilometri (18/11) in 1 ora 6 minuti e 27 secondi, tornando a battere Pericle Pagliani (1:09.17).
Pietri si liberò degli avversari dopo appena un chilometro e transitò in 32:30 a metà gara: poi la competizione non ebbe più storia.
Di passaggio sull’ora gli furono misurati m. 18.036 ma il primato non venne neppure proposto per la omologazione trattandosi di gara su strada.
Il 1908, anno olimpico, vide Pietri dominare tutte le gare nelle quali fu impegnato (fallì la maratona, che per la prima volta si corse il 3 giugno durante i campionati italiani, a causa di una insolazione che lo costrinse al ritiro al 33° chilometro). Il giorno prima si era laureato campione italiano dei 20.000 metri coprendo la distanza in 1h10:54.3/5 (nuovo primato italiano), battendo ancora una volta Pagliani (1h11:34).

Il Comitato Internazionale Olimpico nel Congresso tenutosi a Londra nel 1904 aveva conferito a Roma la cura dell’organizzare i Giochi della IV Olimpiade, accettando quindi la richiesta che il Sen. Francesco Todaro, quale presidente della Federazione Ginnastica Italiana, aveva avanzato il 24 marzo 1903.
La notizia dell’assegnazione venne accolta con grande favore in Italia. La Giunta comunale di Roma aveva deliberato di concedere il patrocinio alla manifestazione ed anche il Re fece giungere al C.I.O. la sua soddisfazione ed il gradimento dell’alto onore conferito all’Italia.
Purtroppo le autorità sportive non risposero con altrettanto entusiasmo e concretezza alla designazione di Roma a città olimpica e fecero cadere nel vuoto gli sforzi di tanti sportivi appassionati.
Al barone de Coubertain non rimase che prendere atto della rinuncia e di rivolgersi agli inglesi che accettarono di subentrare all’Italia nella organizzazione dei Giochi.
La comitiva italiana per i Giochi di Londra fu composta da 67 atleti, di cui 12 iscritti alle gare di atletica leggera: Umberto Avattaneo (disco), Umberto Barozzi (100 e 200 metri), Emilio Brambilla (200 metri e giavellotto), Massimo Cartesegna (400, 1.500, 3.200 metri siepi e corsa 3.000 metri a squadre, Emilio Giovanoli (corsa 3.000 metri a squadre), Emilio Lunghi (800 e 1.500 metri e corsa 3.000 metri a squadre), Pericle Pagliani (5.000 metri e corsa 3.000 metri a squadre), Roberto Penna (400 metri), Giuseppe Tarella (400 metri), Gaspare Torretta (100 metri), Umberto Blasi e Dorando Pietri (maratona).

Dopo la sfortunata prova dei campionati italiani Dorando aveva dato subito dopo (7 luglio) prova di ritrovata, piena, efficienza correndo i 40 chilometri a Carpi il 2h.38:00.
Due giorni dopo Pietri partì da Carpi per la sua avventura olimpica.
La gara di maratona era in programma per il giorno 24 luglio, penultimo giorno dello svolgimento dei Giochi. Era un venerdì caldo ed afoso.
La distanza era finalmente quella che sarebbe rimasta classica: km. 42,195 (26 miglia e 385 yards). I concorrenti iscritti furono 55 in rappresentanza di 16 Paesi.

Sconosciuto ai più Pietri, i favoriti erano il sudafricano Hefferon, gli inglesi Lord e Price, il canadese Longboat, di origine pelle rossa, e lo statunitense Hayes.La partenza venne data con un colpo di pistola da Lord Desborough of Taplow alle 14.33 dopo che la Principessa di Galles, dalla terrazza del Castello di Windsor, aveva azionato il segnale premendo un pulsante. L’arrivo sarebbe avvenuto sulla pista del White City Stadium in Shepherd’s Bush.
Tutti i concorrenti furono sottoposti a visita medica prima del via. Dorando si schierò al via con il n. 19, maglia bianca e pantaloncini scarlatti (che nelle foto dell’epoca risultarono neri….).

Credo che sia di estremo interesse per il lettore seguire le vicende di questa “storica” gara, annoverata fra quelle immortali dello sport mondiale, dalla viva voce del protagonista. Riportiamo quindi il racconto della maratona olimpica, così come pubblicato il 30 luglio 1908 dal Corriere della Sera: “Londra, 29 luglio 1908. Quando sono partito da Windsor mi sono proposto di non modificare il passo sinchè non fossi giunto almeno a mezza strada: bisogna aspettare che la corsa assuma una fisionomia prima di accelerare o rallentare di proposito. Ero nel gruppo di testa. Accanto a me, in bicicletta, i due amici che mi allenavano, Lunghi e Brocca (gli stessi che dividevano con Dorando una stanza in un modestissimo albergo nel quale avevano preso alloggio), mi incoraggiavano: sin quasi al termine della corsa mi contentai di ritenere il 3° posto, che avevo raggiunto prima del 7° km. Allora mi precedevano d’un 50 metri due corridori inglesi, Lord e Price, e continuammo così sin verso il 15° km. Era inutile di sorpassarli perché Longboat, il corridore indiano, che tutti consideravano come il probabile vincitore, era ancora indietro. Ad un tratto i miei amici mi avvisarono che un corridore si avvicinava rapidamente. Era Hefferon, il campione sudafricano. Ci passò ad un passo furioso, in forma magnifica. “Se continua collo stesso passo è certo che vince. Ma va forse troppo lesto” pensai; e non volli forzare la mia marcia. Invece Lord e Price pensarono diverso: e fu loro fatale. Tentarono di raggiungere Hefferon, che continuava ad andare sempre col suo passo fenomenale, e si esaurirono. Al 18° km circa li trovai quasi sfiniti e li sorpassai senza aver accelerato la mia marcia. Ero secondo. A questo punto entra in scena Longboat. Il favorito ci fu annunziato da alcune staffette ciclistiche. Poi ci passò dinanzi col gruppo dei suoi allenatori abbastanza rapidamente: ma mi parve faticato. Giudicai che non aveva più probabilità di arrivare primo. E non accelerai. Verso il 23° o 24° km, alcune staffette ciclistiche di controllo ci dissero che la marcia di Longboat si indeboliva. “Dobbiamo raggiungerlo?”, Brocca e Lunghi mi incoraggiarono. Ecco che Longboat si ferma a mezzo di una salita per bere: noi lo raggiungiamo, lo sorpassiamo. Ero di nuovo secondo. Ma gli allenatori di Longboat lo hanno incitato. Li udivo distintamente sebbene non capissi. Egli tentò uno sforzo e mi sorpassò ancora. “Gli terremo dietro”, decidemmo fra noi tre, e gli fummo alle calcagne. Ma i ciclisti che seguivano Longboat rasentavano troppo spesso le mie povere gambe. Brocca ha perso la pazienza a un certo punto e fulminandoli con degli occhi terribili li ha investiti nel suo miglior inglese. “Se non la smettete vi sbatto giù dalla bicicletta tutti quanti….”. Quando Brocca si infuria non ha l’aria di scherzare. E anche i ciclisti l’hanno capita. Intanto per non stancarci avevamo rallentato lasciando a Longboat 70 o 80 metri di vantaggio. Ecco che ad un tratto uno dei suoi ciclisti torna indietro poi ci ripassa portando una bottiglia di champagne. Brocca mi dice: “Bisogna vedere che cosa succede. Quello champagne è di buon augurio…..”. Lo champagne è fatale nelle corse. Raggiungemmo Longboat che bevevo a garganella. Gli allenatori lo incitarono: “Go on, go on!”Ma il corridore indiano no ne volle sapere. E si sdraiò su un prato, dove è rimasto….
Ancora al 2° posto. Non si trattava di raggiungere Hefferon, ma piuttosto di difenderci da chi era dietro. Lunghi tornò verso Windsor per vedere che ci seguiva: la sua assenza si prolungava e questo ci dava speranza. Tornò dopo 10 minuti: il corridore più vicino era Hayes, ma era distante due miglia…Poi mio fratello che ci viene incontro da Londra mi annuncia che Hefferon ha 3 miglia di vantaggio: non importa e continuiamo senza accelerare. Ma un automobilista mi sta avvelenando l’aria. Ci avanza, ci lascia ripassare, poi ci sorpassa ancora. L’automobilista si diverte: ma la polvere e l’odore della benzina mi fanno bruciare la gola. Brocca va a parlamentare con lo chauffeur, lo prega di lasciarci in pace. L’altro è un americano, che gli ride in faccia. Vedo che Brocca questa volta perde il lume degli occhi. Vola un pugno….E l’automobile ci lascia. Un colpo di cannone ci ha dato a tutti e tre un sussulto. “Hefferon è entrato nello stadio!” Ecco l’idea che si è presentata fulminea. Ma no! Le staffette del controllo ci danno notizia che Hefferon rallenta. Allora non so più resistere e accelero la corsa istintivamente. Quando siamo 4 km e mezzo dallo stadio Hefferon non ha più che 200 metri di vantaggio. La folla mi incita. Lo capisco dal suono delle voci, dagli applausi; ma non la vedo. Vado avanti senza altra idea che quella della meta, del traguardo teso in un punto ancora lontano, e che pur mi pare di veder ballare davanti agli occhi. I 200 metri che ci separano da Hefferon sono guadagnati in pochi istanti. Raggiungo il corridore sudafricano sulla pendenza del cavalcavia di Wimbledon. Prima di passarlo raddoppio la corsa: non so, ma mi pare di essere come ubriaco, di una ubriachezza inspiegabile perché non ho bevuto come Longboat il fatale champagne…Quando passo Hefferon egli mi guarda a lungo con un’occhiata tanto triste e poi si sdraia a terra.
Sono primo.
Potrei rallentare: ma invece sono preso da una furia di andare sempre più in fretta. Mi sono dominato sinché avevo dinanzi a me qualcun altro: ora che la via è libera, davanti a me, non so più frenarmi. Passiamo fra due ali di pubblico che non vedo ma odo. Guardo sempre in fronte per cercare qualcosa che non vedo ancora perché la strada fa molti giri. Ad un tratto, ad una svolta, do un balzo. Vedo là in fondo una massa grigia che pare un bastimento col ponte imbandierato.
E’ lo stadio. E poi non ricordo più”.

Allora riprendiamo noi la cronaca.
All’ingresso nello stadio Dorando aveva compiuto 26 miglia (km. 41, 841) in 2 ore e 45 minuti. Erano le 17.18 quando il nostro atleta apparve sulla porta che immetteva nella pista.
Dorando avanzava con azione scomposta, sembrava un automa che meccanicamente e inconsciamente muoveva le gambe malridotte. I 75.000 che gremivano il White City caddero in un silenzio irreale, quasi consci della tragedia che aveva colpito l’atleta.
Appena entrato nello stadio – alcuni cronisti dicono che prese la direzione di corsa sbagliata – Pietri cadde. Si rialzò faticosamente ma ricadde ancora quattro volte. La quinta caduta avvenne a pochi metri dalla linea del traguardo che poté tagliare solo grazie all’aiuto di un megafonista.
Dorando impiegò 9 minuti 46 secondi e 2/5 a percorrere gli ultimi 325 metri della sua maratona!
Questa la classifica ufficiosa: 1. Dorando Pietri (Italia) 2h54:46.2/5, 2. John Hayes (Stati Uniti) 2h55:18.2/5, 3. Charles Hefferon (SudAfrica) 2h56.06.0, 4. Joseph Forshaw (Stati Uniti) 2h57:10.2/5; seguirono altri ventiquattro concorrenti classificati, l’ultimo dei quali fu il canadese George Lister che concluse la sua fatica in 4h22:45.0.
Ventiquattro furono i ritirati, ai quali purtroppo si andò ad aggiungere il nostro Dorando che venne squalificato, a seguito del reclamo presentato da Hayes contro l’italiano, per l’aiuto ricevuto, anche se non richiesto né tanto meno voluto.
A questa decisione, sanzionata dal giudice Jack Andrew; che a molti sembrò ingiusta e un po’ affrettata, seguirono critiche e polemiche che tardarono a placarsi. Il gesto di Hayes venne biasimato e sul Daily Mail, Sir Artur Conan Doyle, il creatore del famoso Sherlock Holmes, scrisse: “Nessun romano antico seppe cingere la corona della vittoria sulla sua fronte meglio di quanto non abbia fatto Dorando”.
Si è addirittura ipotizzato (forse fantasticando) che Conan Doyle, del quale era nota la disponibilità a funzionare come giudice di gara, fosse addirittura il megafonista baffuto, cinto dalla fascia di ufficiale di gara, che sorresse Dorando nell’atto di passare il traguardo.

La Regina Alexandra d’Inghilterra che era presente all’arrivo della maratona, appena ebbe notizia della squalifica inflitta al nostro atleta, fece annunciare che il giorno dopo lo avrebbe premiato personalmente consegnandogli una Coppa.
Dorando cominciò così ad accorgersi di essere divenuto, nonostante tutto, in poche ore l’uomo più popolare di Londra e forse del mondo intero.
La Coppa d’argento dorato, alta cm. 32 e del diametro massimo di cm. 14,5, portante la scritta: “To Pietri Dorando – In remembrance of the Marathon Race from Windsor to the Stadium – July.24.1908 – from Queen Alexandra”, è attualmente custodita, insieme ad altri cimeli di Pietri, presso la sede della Società “La Patria” di Carpi.
Dorando ricevette per la Coppa un’offerta di 12.500 franchi che rifiutò considerando il trofeo “il ricordo del più bel giorno della mia vita”.

(1 – continua)

Fonti:
– A. Frasca, S. Garavaglia, M. Martini, R. L. Quercetani “1898 – 1912. L’era di Dorando e di Emilio Lunghi”, A.S.A.I. – Archivio Storico dell’Atletica Italiana “Bruno Bonomelli”, Brescia, giugno 1999
– E. Carlo, “Dorando Pietri – Corridore di Maratona” – Verona, luglio 1973
– B. Mallon e I. Buchanan, “The 1908 Olympic Games”, McFarland & Co. Inc., Jefferson. North Carolina, 2000
– G.Pallicca, “I figli del vento – Storia dei 100 metri ai Giochi Olimpici ed ai Campionati del Mondo – vol. 1 – Atene 1896 – Los Angeles 1932”, stampato in proprio, Firenze, marzo 2001

ALLEGATO: ANet_news_Foto_di_Dorando_Pietri_12.4.2004.zip (585 Kb)

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