OSTACOLI ALTI E GUANTI BIANCHI

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Dicembre 1956…

I primi Giochi Olimpici moderni si disputarono ad Atene sessanta anni fa in uno stadio che ospitò settantacinquemila spettatori, altri cinquantamila che si assieparono sulle colline circostanti.
Gli atleti furono accolti dai reali greci e le gare si svolsero in un'atmosfera calda ed intimistica, piacevole da ricordare. L'ostacolista americano Thomas P. Curtis vinse la medaglia d'oro nella sua specialità (i 110 metri ad ostacoli, ma partecipò anche alla gara dei 100, ndt); egli trovò anche il tempo per prendere nota della cronaca degli avvenimenti e questo suo “pezzo” venne pubblicato nel 1932 sulla rivista “Sportsman”.

Il modo con il quale la nostra squadra degli Stati Uniti venne selezionata per questi primi Giochi Olimpici moderni che si svolsero ad Atene nel 1896, sembreranno inusitati ad un atleta del 1932.
In effetti noi ci selezionammo da soli.
Quando nel nostro paese venne ricevuto l’invito con il quale si chiedeva agli Stati Uniti di inviare una rappresentativa in Grecia, le autorità della Boston Athletic Association si riunirono e decisero che la B.A.A. aveva una squadra di atletica molto buona che in patria aveva incontrato un indiscusso successo. Quindi decisero che la società era in grado di inviare un gruppo di sette atleti ed un allenatore alla prima olimpiade.
Anche l'Università di Princeton decise di inviare una piccola squadra, e poichè lo stato di “amatori” di tutti gli atleti era più che soddisfacente, si ritenne che fosse giusto che essi partecipassero.
Ingenui ? Si, ma questa era la vera idea, quella che era sbocciata nella testa del Barone Pierre de Coubertin.
Così erano gli atleti e così erano gli spettatori.
Così era la maggior parte dei governi che inviarono loro rappresentanti ad Atene e così erano molti degli avvenimenti che ancora oggi appaiono divertenti come lo furono allora, e forse ancora di più, in considerazione della moderna evoluzione dei tempi.
Noi abbiamo navigato seguendo la rotta del sud verso Napoli, passando dalle Azzorre, e ci siamo mantenuti in allenamento come meglio abbiamo potuto, esercitandoci sul ponte di poppa.
A Gibilterra i funzionari britannici ci invitarono ad utilizzare il loro campo per fare allenamento e noi riuscimmo a liberare le nostre gambe dai danni causati dalla immobilità dovuta dallo stare in mare.
Ma quando arrivammo ad Atene il giorno precedente l'apertura dei Giochi – dopo avere attraversato l'Italia in treno, aver trascorso ventiquattro ore sulla nave nel tratto da Brindisi a Patrasso ed attraversato la Grecia sempre in treno – noi non eravamo certamente nella condizione che oggi gli allenatori degli atleti olimpionici definiscono rosea.
Neppure l'accoglienza ad Atene, per quanto fosse gentile ed ospitale, ci fu di aiuto.
Noi fummo disposti in corteo, accompagnati da bande che suonavano davanti e dietro a noi, ed abbiamo marciato a piedi per circa un miglio fino all'Hotel de Ville.
Quì furono fatti diversi discorsi in lingua greca, sicuramente molto lusinghieri nei nostri confronti, ma naturalmente per noi intelligibili.
Ci furono dati grandi bicchieri di un eccezionale vino bianco di Grecia dal gusto di resina, e ci fu detto dai nostri ospiti che avremmo infranto l'etichetta non li avessimo vuotati completamente in occasione dei vari brindisi.
Non appena questa cerimonia fu terminata, noi fummo nuovamente messi alla testa di un corteo e muovemmo dal nostro albergo.
Io non posso fare a meno di pensare che tutto questo marciare, unito con i parecchi bicchierini di vino resinoso, si sarebbe fatto sentire nelle gare del giorno dopo.
I miei dubbi aumentarono dopo l'incontro con il proprietario del nostro albergo. Egli mi chiese in quale specialità io avrei gareggiato, e quando io ho indicato in particolar modo gli ostacoli alti, egli esplose in una risata.
Ci volle del tempo prima che egli potesse parlare, ma quando si fu abbastanza calmato, egli si scusò e spiegò che a lui sembrava inespiegabilmente buffo che un uomo potesse viaggiare per 5.000 miglia per prendere parte ad una gara nella quale egli non aveva alcuna possibilità di vittoria.
Solo quel pomeriggio, un ostacolista greco in allenamento aveva battuto un primato ritenuto assolutamente imbattibile.
Con molta ansietà, io gli chiesi di quale record si trattasse.
Egli gettò uno sguardo intorno colpevolmente, mi condusse in un angolo della stanza, e mi bisbigliò nell'orecchio con un fare da cospiratore, e disse che il record non era stato reso pubblico, ma che egli aveva avuto notizia da un autorevole personaggio assolutamente fidato che l'eroe greco aveva corso la prova ad ostacoli nell'eccezionale tempo di 19 secondi e 4/5.
Di nuovo egli fu sopraffatto da un moto di ilarità ma, appena si fu calmato, disse che non dovevo scoraggiarmi perchè avrei sempre potuto competere e conquistare il secondo posto.
Io non avevo mai sentito dire che qualcuno avesse potuto correre gli ostacoli alti, i 110 metri, in un tempo così eccezionalmente lento, e quindi decisi che non avrei dovuto prendere troppo seriamente il rischio ipotetico della minaccia a vuoto del Grande Greco.
Uno degli ostacolisti britannici, comunque, fu ancora più inquietante.
Egli recuperò un certo numero di medaglie da appendere al suo panciotto e fece di tutto perchè io le notassi.
“Vedi questa medaglia” voleva dire “Quella la ottenni quando io vinsi il campionato del SudAfrica. Questa quì proviene dai giochi “All-England”, e così via.
Egli era perfettamente certo che avrebbe vinto la gara olimpica, ma anche lui, mi consolava con la possibilità che avrei avuto di conquistare il secondo posto. Non ho mai incontrato un atleta più sicuro.

Il giorno successivo i giochi vennero inaugurati in uno stadio imponente costruito in marmo di Pentelica, in grado di contenere 75.000 spettatori., regalo di un greco munifico e patriottico.
Intorno e sovrastante ad esso, su tre lati, alture nude, che fornivano spazio libero per gli spettatori meno abbienti.
Nella costruzione dello stadio i Greci avevano portato alla luce quattro statue che avevano contrassegnato le curve della pista negli antichi giochi ateniesi che si erano disputate in quello stesso posto ed esse furono collocate all'altezza delle quattro curve della nuova pista in cenere realizzata per la prima Olimpiade della nuova era.
A proposito della pista essa fu ben progettata e realizzata molto bene, ma essa era troppo soffice, e questo sta a giustificare i tempi troppo lenti che si registrarono nelle gare di corsa.
Dopo la cerimonia d'apertura prima il Re e la Regina lessero il giuramento olimpico, poi alla luce della torcia olimpica, noi ci accingemmo a gareggiare.

La prima gara fu una batteria eliminatoria dei 100 metri piani. Iscritti con me nella batteria c'erano un tedesco, un francese, un inglese e due greci. Quando noi prendemmo posto alla partenza, io ero vicino ad un francese, un uomo piccolo e tarchiato. Egli, in quel momento,era attivamente impegnato ad indossare un paio di guanti bianchi in pelle di capretto, ed ebbe difficoltà a farlo prima che fosse esploso il colpo di pistola.
Nonstante fossi emozionato, io gli chiesi perchè avesse necessità dei guanti. “Ah-ha” egli rispose, “faccio questo perchè io corro davanti al Re!”.
Poi, dopo che la batteria era stata corsa, io gli chiesi in quale altre gare egli era iscritto. Lui era iscritto solo in due: “i 100 metri e la maratona”, per me si trattava di un curioso connubio.
Egli mi volle spiegare il suo metodo di allenamento. “Un giorno io percorro un breve tratto di strada a passo svelto, il giorno dopo faccio molta strada ma a passo lento”.
Io ricordo l'ultimo giorno dei giochi. La maratona era terminata. Tutti gli altri corridori erano giunti al traguardo ed avevano completato la corsa. Il Re e la Regina avevano lasciato i loro posti e lo stadio stava per essere chiuso per la notte. Ed allora, tutto solo, il piccolo francese arrivò a piccolo trotto nello stadio, correndo “a passi lenti” e passò davanti ai troni vuoti del box reale, indossando i sui piccoli guanti bianchi di pelle di capretto, anche se “the King” non era lì ad ammirarli.
Quando io affrontai la gara degli ostacoli alti, mi resi conto come il “Greco Minaccioso” fosse riuscito ad impiegare 19 secondi e 4/5 per coprire la distanza. Era stata esclusivamente una questione di tecnica.
Il suo metodo era stato quello di affrontare ciascun ostacolo come se fosse una gara di salto in alto, andando al trotto su di esso, saltando e cadendo su entrambi i piedi. Al che, considerato questo sistema, il suo tempo era veramente rimarchevole.
Nella finale io incontrai un inglese molto sicuro di se che era, in effetti, un ostacolista migliore di me.
Comunque egli non fu molto veloce nel tratto in piano ed io lo battei alla distanza, dopo di che egli si arrestò non si attardò nè disse addio, ma uscì dallo stadio, si diresse alla stazione e prese il primo treno che lasciava Atene.
A proposito del “Greco Minaccioso”, è giusto però aggiungere che i Greci, come nazione, conoscevano molto poco del moderno sport dell'atletica leggera. Essi avevano fatto venire un allenatore inglese chiamato Perry poco prima dei giochi.
Nella velocità, nella corse di media e lunga distanza, egli pote dare loro utili consigli sulla forma e sulla condizione, ma il salto con l'asta, le corse ad ostacoli ed il salto in alto erano specialità troppo difficili per ottenere risultati soddisfacenti da atleti preparati così affrettatamente. Le speranze greche – eccetto quelle del proprietario del mio hotel – si incentravano su due gare, il lancio del disco e la corsa di maratona.
Per la prima essi avevano il classico esempio del “discobolo” da studiare ed analizzare, e per il secondo essi avevano il precedente egualmente classico di Filippide, del quale avevano riprovato a correre quasi la stessa identica corsa di morte e di gloria immortale.
Nel disco essi erano destinati ad una delusione che esemplificava così bene come nient'altro, la loro l'ingenuità nelle competizioni.
Noi avevamo nella nostra squadra un esponente di Princeton, Robert Garrett, un atleta molto potente dalle lunghe braccia che non aveva mai visto un disco, tantomeno ne aveva lanciato uno, ma che decise di iscriversi alla gara proprio per spirito sportivo.
Quando arrivò il momento della gara, il campione greco assunse la posizione del “discobolo”, che fra l'altro è un atteggiamento molto complicato, e si predispose a fare tre perfetti lanci nello stile classico.
Garrett, con nessuna conoscenza di stile o di controllo dello scomodo attrezzo, suscitò molta ilarità prendendo la rincorsa dal segno di partenza e fallendo completamente il primo dei due tentativi.
Al suo terzo tentativo, aiutato dalla sua grande forza, dalla lunghezza delle sue braccia, e con una enorme quantità di buona fortuna, egli riuscì a far veleggiare il disco fino al nuovo record, battendo il campione di almeno un piede (30,48 cm.). Questa fu una tragedia per i Greci, e per noi invece fonte di grande umorismo.

Io credo che fu dal terzo o quarto giorno dei giochi che iniziò l'americanizzazione dell'Europa.
La nostra squadra sedette in un palco non lontano da quello del Re e ogni volta che le circostanze sembravano richiederlo, così come una vittoria degli Stati Uniti o una prestazione particolarmente buona, noi lanciavamo regolarmente il grido di incoraggiamento della B.A.A., che consisteva in “B.A.A. – Rah! Rah! Rah!” tre volte, seguito dal nome personale del concorrente che era stato evocato.
Queste grida di incoraggiamento non riuscirono mai a stupire ed a divertire gli spettatori. Essi in vita loro non avevano mai sentito grida di incoraggiamento così organizzate.
Durante uno degli intervalli fra una gara e l'altra noi fummo molto sorpresi nel vedere uno degli aiutanti di campo del Re, un uomo enorme alto sei piedi, percorse solennemente la pista, si fermò davanti a noi, salutò e disse: “Sua Maestà. il Re, chiede che voi facciate ancora una volta per lui il vostro grido di incoraggiamento.”
Noi gridammo “B.A.A.- Rah! Rah! Rah!” tre volte ed a questo punto finimmo con un potente “Zito Hellas!” al che il Re si levò e scattò in un saluto, e tutti gli spettatori applaudirono vigorosamente.
Re Giorgio fu molto affascinato da queste “barbare” usanze. Quando noi pranzammo con lui il giorno dopo la conclusione dei giochi, egli ci chiese di incitare con grida anche durante la colazione.
Se noi avessimo solo previsto a quel tempo i films, e Hollywood ed Henry Ford e la produzione in serie, noi avremmo potuto essere considerati gli agenti progressisti della americanizzazione e suicidarci.
Quando noi lasciammo Atene, più di cento studenti universitari erano alla stazione e noi organizzammo un coro in greco – tale come non si era mai udito prima in terra o in mare.
Fu un peccato che un gruppo di Ellenici non fosse là per rispondere con il “Frog Chorus” – “Brek-ek-kek, co-ax, co-ax” – ma probabilmente i Greci non lo avrebbero capito, sebbene i Greci lo chiedessero a gran voce.
Nell'insieme la nostra squadra si comportò molto bene. William Hoyt vinse il salto con l'asta, Ellery Clarke il salto in alto ed il salto in lungo, Tom Burke i 100 ed i 400 metri. Io vinsi la gara degli ostacoli alti ed Arthur Blake fu secondo, mi sembra, nei 1.500 metri.
Le nostre più belle affermazioni vennero dai due fratelli figli del Generale Paine di Boston, Sumner e John, che vinsero di gare di tiro con la pistola contro il meglio dei tiratori militari e civili d'Europa. Queste furono realmente imprese rilevanti.
Per le gare natatorie noi avevamo nella nostra squadra un nuotatore molto veloce nella corta distanza, che aveva vinto molte gare nelle calde piscine americane. Egli fece un viaggio al Pireo il giorno della prima gara di nuoto felicemente ignorando che spesso l'acqua del Mediterraneo è fredda pungente nel mese di aprile.
Egli aveva viaggiato per 5.000 miglia per partecipare a questo evento e come si fu posizionato con gli altri sul bordo dello specchio d'acqua, aspettando lo sparo, il suo stato d'animo era eccitato per spirito di patriottismo e determinazione.
Al colpo di pistola i concorrenti si tuffarono a testa in giù nell'acqua gelata. Dopo un attimo la sua testa riapparve, “Gesù Cristo! Io sono congelato!”; con questo grido di stupefatta frenesia egli abbandonò lo specchio d'acqua. Per lui le Olimpiadi si erano concluse.
Il pubblico greco, cercò con ogni mezzo di trattarci con grande cortesia ed amicizia. Qualche volta le loro gentilezze furono imbarazzanti. Quando noi vincevano una gara, il ritorno ai nostri alloggiamenti era accompagnato da grida di ammirazione di sostenitori “Nike! – “Vittoria!”
I negozianti volevano farci entrare nei loro negozi e ci invitavano pure a servirci gratuitamente dei loro prodotti.
Un mercante molto affermato insistette con noi affinchè prendessimo tre cravatte ciascuno. Guardando i loro colori ed i loro disegni, io detti un nuovo significato alla frase, temo i Greci anche quando portano doni.
Ma tutto era così semplice, così genuino, che a dispetto del nostro spasso, eravamo commossi e compiaciuti.
L'ultimo giorno dei giochi i Greci entrarono in scena anche loro.
Louis, un greco eterno ragazzo, rimandò a casa tutti gli altri concorrenti al termine di una grande maratona. Quando egli giunse al termine della sua fatica 125.000 spettatori andarono in delirio. Mille piccioni bianchi, che erano stati tenuti nascosti in gabbie sotto i sedili delle tribune, vennero lasciati liberi da ogni angolo dello stadio.
Gli applausi furono scroscianti. Ogni ricompensa che le antiche città assegnavano al campione olimpico, ed anche una grande quantità delle nuove, fu riversata sul vincitore, ed i Giochi terminarono con questa nota felice ed emozionante.
Noi restammo ad Atene ancora per circa dieci giorni fra feste e divertimenti. Io ricordo in special modo un grande ricevimento dato da Mme Schliemann ed anche un picnic nella Valle di Dafne, al quale parteciparono anche il Principe ereditario, più tardi Re Costantino, e suo fratello, il Principe Giorgio.
Le loro Altezze Reali erano molto interessati ad imparare come si giocasse ora il baseball in America. Noi spiegammo loro le funzioni del lanciatore, del ricevitore, degli esterni ed interni campo e la teoria della corsa fra le basi.
Niente di meglio, comunque, che una pratica dimostrazione, ed appena lo svolgimento del picnic lo consentì per mezzo di arnesi d'occasione noi fummo costretti a figurare le fasi del gioco con un bastone da passeggio ed un'arancia.
Noi assegnammo al Principe Giorgio il ruolo di lanciatore ed al Principe ereditario quello di ricevitore, e, per mia scelta, io fui nominato battitore.
Alla prima arancia lanciata, io non battei con prudenza ma forse troppo bene, ed il bastone colpì l'arancia proprio a metà, una parte di essa colpì il Principe ereditario nel petto della sua elegante uniforme di corte.
Fu comunque una buon gioco e riprendemmo a giocare non appena cessarono le risate; ma io credo che la americanizzazione della Grecia finì esattamente là.

di Thomas P. Curtis
Campione olimpico nella gara dei 110 metri ad ostacoli ai Giochi di Atene 1896

fonte: The Atlantic Monthly Dicembre 1956 – Thomas P. Curtis

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