IN MEMORIA DI ARTIDORO BERTI

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ADDIO…ARTIDORO

Domenica 9 gennaio si è spento nella sua casa di Iano (Pistoia), alla bell’età di 84 anni, Artidoro Berti, un nome che oggi, alla stragrande maggioranza degli appassionati di atletica leggera (con esclusione forse dei pistoiesi), non evoca immediatamente imprese e risultati eclatanti.
Artidoro fu invece atleta di vertice e dominò la scena podistica italiana negli anni ’50, grazie soprattutto alle sue straordinarie doti naturali, in quanto non ebbe mai la fortuna di poter essere seguito da un tecnico specializzato, lusso che all’epoca, solo pochi grandi campioni potevano permettersi.

Artidoro Berti era nato a Pistoia il 29 luglio del 1920, figlio di carbonai che si spostavano sovente nel grossetano per la loro attività. Fu proprio in terra di Maremma che Berti cominciò a correre, prima a piedi, poi in bicicletta in gare ciclocampestri, le antenate del moderno “ciclocross”.
Diciannovenne fu arruolato nel 9° Battaglione Alpini e l’anno successivo fu inviato al fronte. Prima in Albania e Grecia e poi in Russia. Quando la campagna di Russia si fermò sulle rive del Don e cominciò la terribile ritirata Berti fu uno dei pochi (160 su 900 raccontava lui), che dopo una marcia di mille chilometri riuscirono a tornare in patria.

Nel 1944 durante un periodo di congedo sposò Caterina, giusto in tempo prima di partire nuovamente per la Slovenia, dove lo trovò la fine della guerra.
Con la pace tornò anche l’impegno agonistico. Nel 1949 un dirigente dell’Atletica Sestese lo convinse ad abbandonare definitivamente la bici e dedicarsi alla corsa, attività che intraprese nonostante i suoi gravosi impegni famigliari (due figli) e la non certo riposante attività di muratore e di stradino.
Due anni dopo Artidoro si affacciò prepotentemente alla ribalta nazionale conquistando un eccellente secondo posto nel Giro di Roma e perdendo in volata a Palermo il campionato italiano di maratona appannaggio di da Asfò Bussotti dell’Assi Giglio Rosso di Firenze.
Queste due affermazioni, unite alle altre vittorie conseguite nella stagione (fra queste: la Traversata Podistica di Bologna e il Giro Podistico Notturno di Verbania), gli valsero la designazione di “probabile olimpico” in vista dei Giochi di Helsinki del 1952.

Nel mese di febbraio in casa Berti giunse il terzo figlio, una femmina questa volta dopo Mauro e Germano, alla quale venne imposto il significativo nome di Maratona, ben presto ricondotto familiarmente al più semplice Mara. La ragazza non seguì nel mondo dello sport le orme paterne, ne tanto meno quelle dei fratelli che si cimentarono con il mezzofondo, ma divenne negli anni della adolescenza una abile schermitrice.
Un brutta bronchite rimediata in primavera, non consentì a Berti di prepararsi al meglio per la maratona olimpica. Artidoro giunse così 53°, ultimo dei classificati, nella gara vinta dal fenomenale Emile Zatopeck, già vincitore dei titoli olimpici dei 5.000 e 10.000 metri.
La delusione olimpica non frenò la carriera di Artidoro Berti che anzi da quella esperienza trasse nuova linfa. A fine stagione Artidoro si classificò al secondo posto nel campionato italiano di maratona dietro al romano Tartufi al termine di una gara che lo aveva visto vero protagonista.

Nel 1953 lasciò l’Atletica Sestese di Vinicio Tarli per vestire i colori della Combattenti e Reduci di Pistoia, che gli assicurò il posto di custode della palestra di Monteoliveto, attigua allo omonimo stadio comunale.
Con la maglia della nuova società Berti colse un importante vittoria in settembre nella “classicissima” Bologna-Pianoro di 32 km battendo l’astro nascente Rino Lavelli.
Artidoro ebbe la soddisfazione di indossare la sua prima maglia tricolore nella sua specialità preferita, proprio sulle strade di casa.
Il 18 luglio del 1954 con uno straordinario finale di gara, Berti vinse a Montecatini Terme il suo primo titolo italiano di maratona con il tempo di 2 ore 43’34”2/10 distanziando di 41 secondi Rino Lavelli, più giovane di otto anni del campione pistoiese.
Artidoro bissò il successo tricolore l’anno successivo confermandosi campione italiano l’11 settembre a Napoli, davanti al giovanissimo pugliese Di Terlizzi, e limando ben dieci minuti al tempo ottenuto l’anno prima a Montecatini (2 ore 33’05”).

Fra i due successi Berti colse altre importanti vittorie, alternando la corsa su strada a quella in montagna, che gli valsero la partecipazione nell’ottobre del 1955 alla grande maratona di Atene disputatasi sul classico “storico” percorso.
Ottanta i concorrenti di tutte le nazionalità. Berti, infastidito nel finale di gara da crampi alle gambe, conquistò un eccellente quinto posto (2 ore 45’41”), preceduto dal finlandese Veikko Karvonen che stabilì il primato della gara (2 ore 27’30”), da due egiziani e dallo jugoslavo Scrinjar.
Fu quello di Atene uno dei suoi ultimi appuntamenti internazionali.
La politica economica restrittiva che il CONI scelse per la partecipazione italiana ai Giochi di Melbourne nel 1956, impedì a Berti la sua seconda presenza olimpica.
Dopo di allora Berti continuò a correre ed a vincere in ogni tipo di manifestazione, strada e montagna, da solo o in staffetta (come non ricordare la partecipazione della Combattenti e Reduci di Pistoia alla “classica” staffetta Mairano a Genova insieme a Giancarlo e Roberto Pallicca).

Agli inizi degli anni ’60 Berti diventò il custode del Campo Scuola CONI di Pistoia. Dire custode è riduttivo: Artidoro infatti curò quel luogo per lui “sacro” come un vero padre di famiglia, trasformandolo in un vero giardino e favorendo così la nascita e lo sviluppo di una società che di lì a qualche anno avrebbe stupito il mondo dell’atletica italiana: l’Atletica Pistoia.
Dopo, con la pensione, il ritiro sulle colline pistoiesi a Iano, un piccolo agglomerato di case ai margini dei boschi, dove il 9 gennaio si è spento serenamente.

fonte: Gustavo Pallicca

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