STORIA DELLA FEDERAZIONE – 17

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Muore Dorando Pietri

Il 7 febbraio 1942, sabato, muore a San Remo Dorando Pietri, vincitore squalificato della maratona di Londra del 1908. Era nato a Mandrio in provincia di Reggio Emilia il 16 ottobre 1885. “Atletica” ricorda quello che avevano scritto a suo tempo i giornali inglesi.
Daily News: “Qualunque cosa abbia potuto decidere la giuria, nel cuore di tutti Dorando rimane il vincitore della più straordinaria gara che il mondo ricordi”.
Times: “La Regina con quel tatto che la rende cara al cuore di tutti i suoi sudditi, è riuscita a rimediare alla sfortunata fine della gara. Non vi era uno solo dei centomila spettatori che non simpatizzasse con profonda emozione col valoroso italiano Dorando, che con la sua meravigliosa lotta ha dimostrato che l’Italia può produrre ancora uomini di audacia e resistenza quale, al bisogno, possono occorrere in altri campi della vita nazionale, oltreché nello sport”.
Si noti che gli inglesi equivocando sul cognome Pietri, evidentemente confuso con il nome Pietro, usano Dorando come cognome dello sfortunato carpigiano. In quasi tutti gli annuari si continua ancora oggi in tale errore.
Commento di Bruno Zauli (Atletica del 26-2-42) in sede di bilancio annuale di lancio del disco: “Il primato mondiale di Consolini…è un punto luminoso che rifulge nella lunga stopria dell’atletismo italiano. Esso può essere collocato alla pari con altre tappe di gloria e di conquista: la maratona di Dorando Pietri, le vittorie olimpioniche di Frigerio, di Beccali, della Valla. Ma tecnicamente li supera tutti, anche se l’eco nel mondo, soprattutto per gli effetti del periodo bellico, è stato minore. Non bisogna però inferire dalla gesta di Consolini che nel lancio del disco l’atletismo italiano sia a posto. Guardate il grafico che illustra quindici anni di lavoro nella specialità,e vi convincerete subito che la meta non è raggiunta”.
“….Tra il risultato del capolista e il quoziente medio vi è un divario che supera i sette metri…..”.
In effetti dal 1936 al 1941 la media dei “primi dieci” era avanzata solamente da m. 44,24 a m. 45,98.
Cinque capoversi sotto Zauli (nella foto) afferma: “Tuttavia dobbiamo rilevare che il grafico del disco è fra i più belli fra quanti nel offre l’atletismo italiano (…) Il sistema nazionale di lancio inaugurato da Oberweger e proseguito da Consolini può ben meritare il nome di scuola italiana per la sua eccellenza tecnica”.
Zauli di era dimenticato di aver scritto un alinea più sopra: “Un altro fattore, sia pure secondario, che ha beneficamente influito sul lancio del disco è stata l’ottima guida tecnica dell’allenatore federale (n.d.A.: Boyd Comstock) e la magnifica interpretazione dell’insegnamento data da Oberweger, che può essere considerato un caposcuola”.
Per cui il primato di Consolini, che “tecnicamente” superava tutti gli altri primati mondiali ottenuti da italiani in tempi precedenti, trovava nella tecnica insegnata da Comstock solamente un “fattore secondario”.
Ma quale era il fattore primario?
Ma perbacco, ormai ciò dovrebbe essere chiaro ai nostri lettori! Sentiamo comunque le parole di Bruno Zauli: “Le qualità fisiche, psichiche ed intellettuali della nostra stirpe sono tali da consentire qualunque aspirazione in tema di campionismo”.

Le teorie di Zauli sulla generazione spontanea dei campioni

Ci siamo voluti di proposito soffermare sulle idee di Zauli (e di tutta la Fidal) nel 1942, perché nel 1947, dopo la bufera che si scatenò sulla penisola dal 1943 al 1945, lo Zauli stesso non esitò ad affermare che gli italiani in atletica erano lontani dall’eccellenza, non per mancanza di tecnica, ma perché: “Il vero problema centrale è e resta quello dei mezzi atletici (sottolineatura dello stesso Zauli) cioè la ricerca degli uomini di classe internazionale, degli Atleti con i muscoli lunghi ed elastici, le ossa forti, la statura alta, i polmoni d’acciaio e la volontà di diamante. Questa ricerva in Italia presenta ostacoli tremendi…..Per risolvere il problema bisogna conquistare all’Idea Atletica il popolo italiano, così com’è stato conquistato all’Idea Calcistica (vedi “Atletica” del settembre 1947).
Bisogna fortemente meditare su queste idee perché sono quelle che hanno diretto l’atletica in Italia dal 1922 fino ai giorni nostri. Sono idee che si riducono ad una specie di tautologia: “Per avere un atleta bisogna solamente saperlo cercare perché egli esiste in natura già bell’e fatto. Non ha bisogno di tecnica perché egli la conosce già; non ha bisogno di sviluppare con esercizi particolari i suoi muscoli che sono già lunghi; non ha bisogno di sviluppare attraverso l’allenamento le sue ossa che sono già forti e i suoi polmoni che sono già d’acciaio; non ha bisogno di educare attraverso l’agonismo la sua volontà che è già di diamante”.
Arrivati a questo punto bisogna pur ricordare che lo Zauli era un medico che dichiarava di aver abbandonato la professione del curare i malati per darsi allo sport che gli avrebbe dato la possibilità di curare i sani.
Ora parafrasando ciò che egli ha scritto e ricordando la sua laurea in medicina potremmo affermare che: “la missione della medicina consiste nel cercare gli uomini….sani”.
L’atletica come mezzo educativo del fisico e del carattere è contestata; viene ridotta a una banale passerella per fenomeni.
Il 15 marzo 1942 si disputa a Roma quello che viene chiamato con precisione da “Atletica” il 28° campionato italiano di corsa campestre. I 31 concorrenti devono percorrere un circuito della originale misura di m. 810. Giuseppe Beviacqua, il nostro miglior atleta del tempo sui 5.000 e 10.000 metri, viene dalla SPA (Sezione Preparazione Atleti) “per evidenti motivi”. Gli atleti doppiati, dice il regolamento, verranno eliminati dalla gara. Naturalmente solamente undici concorrenti non vengono doppiati dal vincitore Costantino; tantoché la giuria è costretta a classificare tutti i 23 concorrenti arrivati al traguardo.

Miklos Szabo a Firenze

Miklos Szabo primatista del mondo delle due miglia (8’56”) trascorre nella primavera del 1942 un mese di allenamento a Firenze. La SPA convoca nella città dei fiori alcuni fra i migliori giovani mezzofondisti italiani perché “l’esempio pratico del grande corridore ungherese possa servire loro di guida e di incitamento”.
Dopo una quarantina di giorni di duro lavoro, contrastante con il tipo piuttosto blando dell’allenamento adottato da tempo dai tecnici della FIDAL, a Firenze si corre il 21 giugno 1942 un 1500 che possiamo chiamare storico. Questo il risultato: 1. Vitale 3’55”6, 2. Bertocchi 3’56”, 3. D’Ercole 3’56”6, 4. Szabo (Ungheria) 3ì57”, 5. Barletta 3’58”, 6. Pederzolli 3’58”2.
Cinque italiani al di sotto dei 4’ in una stessa prova; tutti entrano nella classifica dei “primi dieci” di “tutti i tempi”; Szabo, il maestro e primatista mondiale, costretto al 5° posto. Szabo fu accusato di essere un distruttore di atleti!
Il 6 luglio successivo Guerrino Vitale toglieva nientemeno che a Beccali il primato dei 2000 (5’21”8 contro 5’29”), stabilito dal campione olimpionico dei 1500 nel 1930.
Dovremo aspettare 14 anni perché Baraldi migliori tale primato di 1/5 di secondo (Vigevano, 14 luglio 1956).
Ai campionati assoluti di Bologna le cose non vanno troppo bene in fatto di organizzazione e il giornale “Il Littoriale” si azzarda a criticare il direttore di riunione. Apriti cielo! Su “Atletica” del 6 agosto ribatte Bruno Zauli presidente del G.G.G., ma a metà del chilometrico pezzo su cinque colonne Bruno Zauli è costretto ad ammettere che: “Cominciamo dalle segnalazioni a voce, trasmesse per mezzo di impianti radio-telefonici e relativi altoparlanti. In Italia gli impianti dotati di tali impianti sono pochissimi e per giunta i materiali sono antiquati (…) Così la voce del più chiaro dicitore diventa pessima attraverso le vecchie trombe del “Berta”, del “Littoriale”, del “Mussolini” (n.d.A. così e rispettivamente erano chiamati allora gli stadi di Firenze, Bologna, Torino (…) Poi vi è la questione dei telefoni (…) Anche questi insufficienti.
(…) Concludo hanno ragione coloro che desiderano riunioni meglio imbastite (…) Ma non si facciano – per carità – confronti con altri sport di semplice struttura tecnica ed agonistica, al cui successo basta il primitivismo sportivo di qualunque folla”.
A C. Messina spetta l’alto onore di commemorare, su “Atletica” del 5 novembre 1942 il ventennale della rivoluzione fascista. Titolo: “La Rivoluzione continua”.
“Vent’anni. Vigile, pronta, serena al suo posto di combattimento, la gioventù in armi celebra il ventennale della “sua” Rivoluzione.
Vent’anni. Il pensiero vola lontano, la mente s’affolla di immagini precise, s’appresta istintivamente alla compilazione di un bilancio consuntivo. Vent’anni di marcia instancabile, di realizzazioni imponenti, d’imprese fulgide e gloriose; vent’anni già registrati in una pagina superba di storia.
Bilancio consuntivo?….Crepita una mitraglia poco distante, possente tuona un cannone tra mille bagliori di fuoco.
No, non è questa l’ora per un bilancio consuntivo. Il bilancio presuppone una sosta nell’azione, e fermarsi, sia pure per un istante, è impossibile oggi.
La gioventù italiana, armi in pugno, celebra così combattendo il ventennale della sua Rivoluzione. Celebrazione guerriera”.
Nella realtà la situazione militare dell’Italia in Africa Settentrionale, dopo che gli alleati sono sbarcati ad Algeri l’8 novembre 1942, è pressoché disperata. Il 14 maggio 1943 le operazioni militari in Africa Settentrionale avevano termine con la resa definitiva delle truppe italiane della 1.a Armata.
Marcello Garroni aveva intanto continuato la sua carriera. Nel novembre del 1942 veniva nominato segretario del Gruppo Universitario Fascista di Roma.

fonte: A.S.A.I. – Archivio Storico dell’Atletica Italiana – Bruno Bonomelli

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