ACHILLE BARGOSSI: L’UOMO LOCOMOTIVA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

E’ opinione diffusa che l’atletica italiana sia nata nel 1896 sull’onda delle notizie (scarse per la verità) che giunsero dalla Grecia, dove in aprile si erano disputati i primi giochi olimpici dell’era moderna.
Prima di allora si era sviluppato, in Italia come in molte altre nazioni, il movimento detto “pedestrianism”, che aveva visto decine e decine di appassionati cimentarsi in corse su strada, quasi sempre in sfida fra di loro ma anche in competizione con cavalli o velocipedisti.
Il desiderio di competere con i quadrupedi derivava dall’eco delle gesta degli staffieri o lacchè, che risalivano addirittura ai primi del ‘700. Erano questi i servitori delle case patrizie, che precedevano correndo le vetture per tenere sgombra la strada oppure portavano di notte le fiaccole per illuminare la strada ai cocchieri.
Ma nel 1873 successe qualcosa che, a detta degli storici, viene considerato come il vero inizio della attività podistica in Italia.
Il 21 di agosto un certo Achille Bargossi, un baldo romagnolo ventiseienne, entrò per bere un goccio in un’osteria di Porta Venezia a Milano……
Troppo semplicistico rievocare così un evento di tale grande importanza.
Anche Bargossi fu di questo parere ed infatti nel 1882, per i tipi della Tipografia Fratelli Gherardi di Forlì, dette alla stampa una sua autobiografia (…e memorie), che venne pubblicata nella collana denominata appositamente “Excelsior!”.
L’aureo libretto è praticamente introvabile e quindi l’opportunità di averlo avuto fra le mani mi ha fatto venire una gran voglia di riproporvelo.
Se avrete la pazienza e la bontà di seguirmi entrerete in un mondo che ha del fantastico, dove le imprese degli uomini-fenomeno spaziavano dall’evento sportivo a quello delle saghe popolari, dove questi personaggi esibivano le loro qualità fisiche.
In questa puntata iniziale leggeremo le motivazioni che spinsero Bargossi a scrivere queste “memorie”, i suoi primi anni di vita…ed il suo arrivo a Milano.

“Non è senza trepidazione ch’io decido a render pubbliche queste mie “Memorie” per mezzo della stampa. Né a questo sarei venuto, se la dolce insistenza degli amici ed anche di autorevoli personaggi che mi onorano della loro benevolenza, non mi avesse costretto.
Egli è ben certo che queste povere pagine non potranno piacere a coloro che non apprezzano quei sentimenti nobili e generosi, i quali, come il ben inteso amor proprio, il patriottismo sincero e la volontà di crescer lustro al proprio paese, possono fare di un oscuro soldato un eroe, di un ignorato operaio un esimio scienziato.
Scrivo per gli uomini di cuore. Nato di popolo, non mi resero orgoglioso gli onori tributatimi in Italia ed all’estero.
Trascorsi la mia giovinezza contrastando all’avversa fortuna un tozzo di pane onorato. Lavorai, prima per vivere, e quando agiatezza ed onori meritai e raggiunsi, lavorai ancora per crescere lustro alla patria mia.
Lessi, non so più dove, che Meyerbeer, visitando un cimitero, escì in questa esclamazione: quanti ingegni giaceranno sepolti sotto queste zolle, ai quali la povertà avrà impedito di rendersi noti. Anch’io, forse, se avessi potuto studiare, mi sarei, lo sento, reso celebre nelle arti o nelle scienze. La povertà non mel concesse. Mi sentivo, in quella vece, ricco di robustezza e di energia, e da queste mie doti trassi i mezzi per crearmi un nome onorato ed una posizione, se non ricca, agiata.
Le strade son molte per arrivare alla fama. Altri vi giunge vegliando lunghe notti sui libri. Io vi pervenni di corsa…per e colle mie gambe.
Nella forte e patriottica Romagna, a Forlì nacqui il 22 aprile del 1847 da Angelo Bargossi e Marianna Zattini, commercianti. E scrivendo i nomi de’ miei buoni genitori, non
Posso non mandare alla loro venerata memoria un mesto e riverente saluto. Fuorono buoni tanto, e però pensino i miei gentili lettori se avrebbero gioito, poveretti, della mia gloria e de’ miei trionfi.
Divisando il mio Genitore avviarmi al commercio, mi mise, mentr’ero ancor bambino, alle scuole. Le frequentai poco però, poiché a 12 anni già viaggiavo per affari del commercio paterno. Si fu in quegli innumerevoli viaggi che temprai il corpo alle rudi fatiche e l’animo alle sofferenze ed alle delusioni. A que’ tempi la Romagna non possedeva alcuna linea ferroviaria e però io doveva percorrere immense distanze quasi sempre a piedi, onde trasportare le mercanzie sui varii mercati. Per le stradi quasi sempre disagevoli e l’essere il cavallo sempre troppo carico, ero obbligato, come dissi a fare pedestremente la mia strada. Mi accadde non di rado che, sorpreso dalla notte in mezzo a inestricabili foreste, dovetti attendere l’alba, sdraiato nella neve, o su terreno umido e fangoso, immaginino i lettori con quanto mio diletto.. E non c’era da poltrire per via. La qualità del mio commercio, esigeva anzitutto la massima sollecitudine, imperocchè portandomi a Comacchio, per esempio, a vendere olii, farine, cuoiami ecc. mi caricavo poi di pesce che dovevo, partendi di là il mercoledì, recare a Forli per il venerdì, giorno di mercato e, secondol una vecchia usanza, giorno in cui su quasi tutte le mense s’imbastisce il frutto delle acque.
E con tutte queste fatiche, dormire cioè tal fiata sulla neve, tal’altra nel fango, quasi sempre all’albergo della Bella Etoile, tant’era robusta la mia fibra e indomità la mia volontà, che mai lka benché menoma malattia m’incolse. E sì che questa vita randagia non durò già un mese, ma otto anni, i quali furono lunghetti ve l’assicuro, parola da corridore onorato.
Avevo vent’anni quando la morte, sempre crudele, mi rapì quella poveretta di mia madre. Soffersi molto, tanto più che poco dopo dovetti anch’io pagare il mio debito alla patria. Ascritto nelle liste di leva come nato nel 1847, dovetti entrare nell’esercito. Desideravo molto vestire la divisa da bersagliere, anche perché agile e robusto com’ero, mi sentivo fatto apposta per quel corpo. Se non che non misurando io che un metro e 59, vi si opponeva la legge, e spinte o sponte m’incorporarono nel 66° Reggimento Fanteria.
Fu in questa nuova fase della mia avventurosa esistenza che il mio ingegno cominciò ad espandersi.
Il reggimento cui nero stato assegnato aveva sua stanza in Nocera de’Pagani. Appena entrato in caserma mi chiesero se sapessi leggere e scrivere. Alla mia risposta affermativa, e dopo avermi assoggettato ad un breve esame, fui subito messo fra gli allievi. Ebbene, dopo sette mesi ero già caporale, e segnato a dito nel reggimento come uno dei più bravi e intelligenti.
Trascorsa la ferma normale mi si invitò a prendere il riassoldamento con premio; sarei stato nominato sergente. Rifiutai. Anzitutto ero ambizioso di salire in alto. E il mio ingegno giustificava le mie mire. Poi, come dar sfogo alla mia esuberante energia negli infecondi ozii di una guarnigione? Rifiutai, ripeto, e denari ed onori, e pensando che la mio buon padre potesse occorrere ancora l’aiuto del mio braccio e della mia intelligenza, allo scadere della ferma, ritornai….di corsa al domestico focolare.
Mi sono promesso di essere fedele narratore degli avvenimenti della mia vita. E però dovrò rattristare talvolta il lettore col racconto delle mie domestiche sventure.
A casa mia mi attendevano nuovi dolori. Era allora il 1872. Il mio povero padre, nell’onesto intendimento di dare un’altra madre a’ miei piccoli fratelli, s’era da poco sposato ad altra donna. Rispetto ora, come allora, la decisione del compianto mio genitore, ma al lettore amico non posso tacere come la mia matrigna fu proprio la rovina della famiglia.
Cercai di soffocare in me que’sentimenti men che rispettosi verso la moglie di mio padre, ma vedendo come sempre non mi sapevo padroneggiare, abbandonai ancora una volta, e con quanto dolore lo giudichi l’animo buono di chi mi legge, il tetto paterno, e mi avviai alla volta della capitale morale d’Italia. Ho nominato Milano.
Vi giunsi sui primi mesi del 1873, e quantunque fossi senza raccomandazioni, pure trovai subito di allogarmi come conduttore presso la società anonima degli Omnibus, e come cocchiere all’occasione. Vi stessi parecchi mesi, ma poi che volete? Quello starmene tutto il giorno, quant’era lungo, inchiodato sul sedile colle redini in mano mi uggiva terribilmente. Far correre i cavallio io, che avrei voluto far correre gli uomini! Convenite che era un vero supplizio.
M’ero già fatto in quella città non pochi amici attratti dalla schiettezza del mio sorriso, dalla mia lealtà ed onestà. Non ebbi dunque che ad esprimere il mio desiderio e tosto trovai di collocarmi presso un rinomato magazzino di tappezzerie. Non ci stavo malaccio. Conoscevo già un pochino il mestiere, e però potei subito farmi onore. Dopo poco tempo era il primo giovane di magazzino.
E così una novella prova avevo della fertilità del mio ingegno. Decisamente il mio fato mi spingeva a cose grandi.
EXCELSIOR, andavo di continuo ripetendo tra me…..ed in alto poggiai! Non v’ha angolo di Francia, Spagna, Germania ed Italia che non risuoni ora delle mie lodi. Né io insuperbisco. Le accetto come dovutemi e tiro dritto…..di corsa sempre, per la mia strada. Dove arriverò? Dio solo lo sa; ed anche le mie gambe forse lo sanno, ma non possono parlare.
(1. continua)

fonte: Achille Bargossi – L’uomo locomotiva – Autobiografia e Memorie

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