ACHILLE BARGOSSI: L’UOMO LOCOMOTIVA – 2A PUNTATA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Il romagnolo Achille Bargossi si trova a Milano per lavoro. E fu nel capoluogo lombardo che un bel dì si accorse di essere un forte “pedestrian”.
Ecco come egli continua il racconto della sua vita:
“Già da qualche tempo, là a Milano, nelle passeggiate festive io m’ero accorto come Questa mia prerogativa mi face pensare se, da e per essa, non avessi per l’avventura potuto crearmi una posizione meno meschina. Ardito, energico, intollerante come tutti i romagnoli, delle offese, ero però assai modesto, e quella certa fierezza insita nell’animo di noi di Romagna, mi vietava di mendicare appoggi. Eppure ne avevo bisogno per cominciare a trarre in atto il mio divisamento. Lontano dal mio paese, non conosciuto se non dai compagni di lavoro, come potevo io cimentarmi in una impresa ardita, e che avrei voluto rendere gigantesca, se non ero sorretto da persone intelligenti e ricche? Il caso o meglio la fortuna, venne in mio aiuto.
Accingendomi a parlare della prima prova pubblica da me sostenuta. Mi sento vivamente commosso. Si fu il giorno 21 agosto del 1873. Scrivo oggi per la prima volta questa data, eppure non m’è mai escita dalla memoria. Gli è che io annettevo importanza grandissima a quel primo esperimento in un esercizio, fin allora da tutti trascurato. Si trattava di provare fin dove può spingersi la resistenza dei garretti d’un uomo.
In quel giorno adunque io ero entrato, per berne un goccio di quel buono, nell’osteria all’insegna del Ponticello fuori di Porta Venezia. Ad un tavolo vicino al mio erano seduti due noleggiatori di cavalli e vetture, i quali tra un bicchiere e l’altro di Rocca Grimalda, discutevano sulla bontà dei loro quadrupedi e naturalmente ciascuno dei due reclamava la superiorità pe’ sui propri. Il discorso mi interessava, perché fui sempre intelligente di cavalli. Tendevo dunque l’orecchio, quando uno dei contendenti avendo detto che possedeva un cavallo tanto buono che in un’ora era capace di varcare la distanza da Milano a Monza, io non potei più stare zitto, e nconoscendo un po’ que’ due signori, mi volsi verso di loro e dissi:
-Come mai vi meravigliate tanto che i vostri cavalli percorrino in un’ora la strada da qui a Monza? Io, che come vedete ho solo due gambe, buonine peraltro, scommetto che vado a Monza, sempre di corsa, in meno di un’ora.
-Eh via! Voi siete matto!
-Sono tanto savio, che rinnovo la proposta.
-Accettato! Replicò uno dei due. Scommetto 1000 lire contro 500, che non arriverete a fare questa strada, alla corsa, in un’ora.
Risposi non potere io scommettere 500 lire per le solite trentatre ragioni, la prima delle quali che non le possedeva. Era però fortunato possessore di £. 60, e proposi questa somma da parte mia contro 120 lire da parte dell’altro. La proposta fu subito accettata. Depositammo il denaro nelle mani dell’oste, e si fissarono lì per lì i patti della scommessa.
Si decise dunque che la prova avrebbe avuto luogo il giorno stesso alle ore 5 e mezza pomeridiane. Erano allora le 10 circa avanti mezzodì. Subito fui colto da una agitazione impossibile a descriversi. Camminavo per le vie come un allocco, e più volte corsi pericolo di esser travolto sotto le ruote di qualche vettura, tanto era indifferente a tutto ciò che succedeva a me d’intorno.
MONZA!! Nel mio cervello quel nome danzava, mi si passi l’ardita figura, una ridda vertiginosa. Quelle cinque lettere io le leggevo su tutti i muri a carattere di fuoco, e se non mi facevano l’effetto che il Manel, Techel, Phares a Baldassarre (n.d.a.: misteriosa scritta apparsa sul muro del tempio profanato, interpretata nel libro biblico di Daniele come la predizione della fine di Baldassarre, figlio dell’ultimo re di Babilonia) dopo quella tal pacchiata che sapete, non cessavano però meno d’impensierirmi seriamente. Bargossi mio bello, dicevo al mio io, qui si parrà la tua nobilitate, o per dirla in istile meno dantesco, ma più appropriato, qui si proverà il tuo fegato. Un zinzino di paura l’avevo, non ve lo nascondo, et pour cause, corpo di una locomotiva! Una corsa di 15 chilometri da farsi in un’ora, anzi meno, e con quel po’po’ di fresco (eravamo, ricordate n’evvero? ai 21 d’agosto) convenite che per me che cominciavo, via c’era di che preoccuparsene.
Basta! Tra un sospiro e l’altro, giunse il mezzogiorno; ora in cui ogni uomo che si rispetti, sia corridore o no, usa assidersi a mensa più o meno lauta. Ora voi penserete, lettori cortesissimi che io, il quale dovevo sorbirmi que’ benedetti 15 mila metri dovessi anzitutto curare di gettar del combustibile o meglio del commestibile nella macchina. Ebbene ci pensai anch’io, ma e qui bsta il guajo, quando fui al tu per tu con una sanguinolente bistecca ed un buon mezzo litro da venti, e mi provai con essi a far quattro chiacchiere alla buona, m’accorsi come mi sarebbe stato impossibile trangugiare un solo boccone. Il vino peuh….avrebbe potuto andar giù….gli è tanto scorrevole! Ma pensai alle conseguenze che sarebber derivatre dal suo domicilio nello stomaco vuoto, e mi moderai.
Quando Dio volle, giunse l’ora fatale! Già prima m’ero occupato dell’abito che avrei indossato. Capirete che con quel caldo e per il genere d’esercizio cui ero impegnato, non dovessi penar molto nello scegliere. Un semplice pantalone di tela ed una camicia. Vi aggiunsi un panciotto per amor dell’estetica. Quello che m’impensieriva piuttosto era la calzatura. Non avevo mai fatto corse lunghe, e però non sapevo se sceglierne una pesante o leggera. Nel dubbio astieniti, dice il saggio. Edi io feci così, m’astenni. Non misi che un paio di calze, certo di essere più leggero. Non tardai a pentirmi. Ma non precipitiamo gli avvenimenti, come dicono i romanzieri.
Vidi i giudici della scommessa levarsi di tasca l’orologio, e tra me dissi: CI SIAMO! E pensai all’altro ci siamo! Di quel poveretto di don Abbondio allorquando, dopo aver constatato, con una occhiata esploratoria a se dintorno, che non c’era mezzo di svignarsela, dovette rassegnarsi a cascare fra le grinfie dei bravi di don Rodrigo.
Uno dei giudici mi mostrò l’orologio. Segnava le 5 e 29 minuti. Ci siamo, ripetei, ed al segnale convenuto…via di corsa.
Un solo applauso, ma immenso, assordante si elevò alla mia partenza. Da Porta Venezia a Loreto corrono due chilometri circa. Ero commosso, sbalordito. La folla grande che invadeva la strada m’intercettava volta a volta il passo; le vetture che mi seguivano ai lati innalzavano nembi di polvere che m’accecavano, mi soffocavano. Per tutti questi motivi quei due primi chilometri mi affaticarono assai.
Dopo il Loreto la folla cominciava a diradare; qualche centinaio di metri in là non v’erano che poche persone. Pregai, sempre correndo, i signori che guidavano le vetture di starmi un po’ a distanza e indietro per evitare l’inconveniente del polverio. Quelle brave persone aderirono tosto al mio desiderio non solo, ma con parole cortesi mi incoraggiavano e andavan gridandomi che se avessi corso a quel modo, non c’era dubbio alcuno sull’esito della partita. Al che io, sempre senza rallentare il passo, rispondevo avrei potuto accelerare viemmaggiormente la corsa, ma volere riservarmi a ciò fare quando non mi restassero più che un chilometro o due a toccare la meta.
Dissi più su che non avrei tardato a pentirmi di non aver calzate delle scarpe purchessia. Il terreno era troppo sassoso perché potessi cavarmela liscia. Infatti dopo qualche chilometro, un sasso, chissà forse più duro degli altri, nel quale inciampai, mi ferì un piede. Soffrivo perciò maledettamente, ma non pensai manco per sogno a fermarmi; anzi tirai via più in fretta. Aggiungete che la polvere m’era entrata nelle calze, e pensate…..alla gioia de’ miei poveri piedi. Ciononostante, lo ripeto, non mi perdetti di coraggio, e fu allora che adottai la divisa Go ahead and never mind, motto che farò incidere sulle mie armi, certo che non sarà mai smentito nè da me, nè da mio figlio. E torniamo a Monza. Le sono giusto lontano poco più d’un chilometro. Non essendovi mai andato prima di quel giorno domandai se fossero di Monza le case che vedevo ad una certa distanza. Alla risposta affermativa, spinsi la macchina a tutto vapore, attalchè le vetture non poterono più starmi al pari. Percorsi insomma l’ultimo chilometro in tre minuti e mezzo, ed arrivai così alle porte della Manchester lombarda 58 minuti dopo esser partito da Milano.
Avevo dunque vinto!
Due signori ripartirono immediatamente coi loro cavalli per Milano, onde portarvi la, per me almeno, lieta novella.
Andrei troppo in lungo se volessi descrivere le ovazioni cui fui fatto segno dai buoni monzesi tosto che appresero di che si trattava. Mi si condusse in albergo, ove vollero a tutti i costi che mi rifocillassi. Bevvi un brodo, e rifiutando l’invito fattomi di coricarmi, stetti fra tutti quei signori, conversando allegramente sino alle 8 di sera, alla qual ora feci ritorno a Milano, sdraiato mollemente in un attiraglio a quattro guidato dal signor Commizzoli, il mio scommettitore. A Milano poi, le accoglienze furono ancor più festose. Nonostante l’ora tarda, le 9 e mezzo, e l’oscurità della notte, una gran folla attendeva a Porta Venezia il mio ritorno. Molti mi chiesero come mi chiamassi e di qual paese fossi. Achille Bargossi, rispondevo franco, e di Forlì. E patria e casato palesavo orgoglioso. Si ritornò all’osteria del Ponticello, ove mi si consegnarono le 120 della scommessa. Queste, Dio b..onino, me le sono guadagnate, dissi intascandole.
Il giorno dopo le cronache dei giornali tutti riferivano l’avvenimento. La fu una bazza pei cronisti al secco di fatti vari. Il “Secolo” specialmente ebbe per me parole gentili ed incoraggiamenti. Fu in quel giornale che lessi per la prima volta il mio nome stampato. Appresi ora all’estero, come il Secolo sia oggi il giornale più diffuso in Italia. Se lo merita pere Dio! E ascolti un mio consiglio l’amico “Secolo” continui a sostenere la mia causa ed andrà poco che la sua tiratura sorpasserà quella del New York Herald.
Lo dice Bargossi e basta! “

fonte: Achille Bargossi – L’uomo locomotiva – Autobiografia e Memorie

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