ACHILLE BARGOSSI: L’UOMO LOCOMOTIVA – 3.A PUNTATA

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Figuratevi se, dopo quella strepitosa vittoria, potessi attendere di buona voglia al mio mestiere di tappezziere. Non potevo, in magazzino, star fermo un minuto. E la mia irrequietezza arrivò a tal punto, che decisi io stesso di allontanarmi. La mia determinazione dispiacque al padrone e ai camerati. Tenni duro. Mi rodeva la smania dei circhi equestri – Avrei potuto, pensavo, entrare in qualche compagnia acrobatica come ginnastico, uomo volante, o che so io. Tornai a Forlì per levare il passaporto al fine di espatriare. Ero deciso di non fermarmi nella mia città natale che il tempo strettamente necessario per ottenere il documento che mi occorreva, ma feci i conti senza l’oste.
L’oste in questo caso furono tutti coloro che avevano letto su pei giornali il fatto della mia corsa a Milano. Non sì tosto arrivato a Forlì, fui circondato dai vecchi amici ed assediato di domande. – Fosti tu che corse da Milano a Monza in un’ora?
Sei tu quel Bargossi di cui parlano i giornali?

Ed alle mie risposte affermative, piovevano giù consigli e proposte. Uno pretendeva addirittura ch’io fondassi subito una scuola Bargossi a Roma – Risposi che il materiale per fondare questa scuola non era ancora preparato, ma che ci saressimo venuti un giorno. Altri insistette perché dessi qui nella mia terra un esperimento della mia velocità di gambe. Mi schernivo, modesto com’ero e timoroso di affrontarmi davanti a’ miei concittadini. Ma tali e tante furono le preghiere che il rifiutarmi più oltre di appagarle sarebbe parso scortesia da parte mia.
Detti questo esperimento nel circolo delle corse, del quale mi ero impegnato di fare venti e più giri, di 500 metri ciascuno, in un totale di 40 minuti. Vi fu chi si addossò l’incarico di far stampare ed affiggere i manifesti relativi. Al momento di entrare nel recinto, il quale si andava man mano affollando di gente, udii un signore, negoziante di bestiame, il quale era pronto a scommettere che io non avrei potuto fare quei 20 giri nei quaranta minuti prefissi. – Accettai la scommessa e, naturalissimamente, la vinsi, col vantaggio altresì di due o tre minuti sui quaranta fissati.
Gli incoraggiamenti, le lodi che m’ebbi per questa mia seconda vittoria, mi incitarono a perfezionarmi. Non dormivo no, su’ miei allori. Al contrario miravo coi continui esercizi ad adusare il corpo a corse di maggior lena, studiando tutti quei metodi che meglio mi pareva potessero condurmi allo scopo agognato.
E qui non sarà inutile una parola per spiegare come, questo di saper correre velocemente e senza provare a corsa fatta il benché menomo segno di stanchezza, sia uno studio come un altro.
Mi fu più volte rivolta la domanda, se fosse vero che mi si era dissecata la milza. Risposi sempre con una risata. Ho irrobustite le mie gambe, ho resi di ferro i miei polmoni, ecco tutto. – Forse anche alla mia Signora si è disseccata la milza? Eppure essa, istruita da me, si fa ora i suoi otto chilometri in quaranta minuti, e senza stancarsi e correndo con passo elegante e spigliato – Anche il mio ragazzino non dovrebbe avere milza (una intera famiglia senza quel viscere!) giacché percorre di corsa i suoi otto chilometri in trentadue minuti, e non ha che tredici anni e mezzo!
Quando la sposai, mia moglie era gracilina e piena di acciacchi – Soffriva di asma, aveva i piedi sempre indolenziti. – La vedeste ora? Sana, vispa, robusta, che fa piacere a vederla. E se io non glielo impedissi, essa vorrebbe sempre correre. Pensate ora, quanti vantaggi otterrei da una istruzione impartita ad uomini giovani e scelti per robustezza e agilità. – Pensate inoltre quali vantaggi immensi si otterrebbero da questi corridori in tempo di guerra. Ma di ciò tratterò più decisamente avanti.
Dopo dunque la mia seconda vittoria, fui esortato a recami a Cesena onde provarmi anche in quella città. E vi sarei andato, se non fosse stata la voce pervenuta fino a me di un mio collega, abitante nella vicina Meldola.
Si chiamava costui Luigi Bertaccini. In una mia gita a quell’amenissima cittaduccia la quale dista pochi chilometri dalla mia Forlì, mi fu presentato. Era un bel giovanotto, di statura pari alla mia, robusto, nerboruto. Non dubitai, alla bella prima, che si sarebbe formato un buon corridore, se avesse adottato e studiati bene i miei metodi su quell’esercizio.
Sapevo questo di lui, che istigato da’ suoi amici di Meldola a portarsi a Forlì per competere meco, egli disse che non lo avrebbe fatto; ma per dar prova della sua perizia scommetteva di andare da Meldola a Civitella (25 chilometri di strada piuttosto montuosa) in due ore e mezzo. La scommessa venne accettata, ma ei la perdette. Pure quantunque il Bertaccini non fosse un corridore esperto, riuscì tuttavia a dar bella prova di se facendo un buon tratto di strada in tempo relativamente breve.
Si fu dunque in seguito alla voce pervenuta sino a me di questa corsa, ch’io dissi a’ miei amici di Forlì che ero disposto ad accettare qualunque scommessa, che quella strada – da Meldola a Civitella – io l’avrei percorsa in un’ora e un quarto. Però andai a Meldola una bella mattina, ma senza alcuna idea preconcetta. Andavo per vedere il mio collega e per fare una passeggiata.
Non si tosto vi arrivai, fui accerchiatola diversi conoscenti i quali, sapendo di me le vittorie ottenute, mi chiesero se fossi venuto a Meldola per provocare qualche gara – Risposi che avevo inteso fare una passeggiata, null’altro; ma che per altro se si fosse offerta una sfida non sarebbe stato certamente Achille Bargossi che l’avrebbe rifiutata.
Nessuno rispose. Le due vittorie di Milano e Forlì mi avevano già fatta una reputazione di terribile corridore, e però non trovai chi volle cimentarsi sia in una gara, sia in una scommessa.
Intanto che si chiacchierava davanti ad un Caffé dove la gente, attratta dalla voce del mio arrivo, si era affollata, ecco giungere il Bertaccini. Mi fu tosto presentato:
– Tanto felice……
– Prego…anzi io etc. etc.
Anch’egli non volle cimentarsi con me, ma mi sarebbe, diceva, stato assai riconoscente se avessi voluto istruirlo su’ miei metodi di correre. Dargli insomma quell’istruzione di cui io avevo già date non dubbie prove, e che in lui difettava affatto.
Allora uno dei signori che mi circondavano escì a dire: “Ella, signor Bargossi è, oltre che un bravo uomo, un uomo di cuore. Ebbene faccia una buona azione. Giacché, come mi fu detto, Ella intende recarsi all’estero per dare prova del suo ingegno, si prenda con lei il nostro Bertaccini; il quale avrà, sono certo, in Lei, una padre ed un maestro amoroso e intelligente”.
Risposi commosso per i cortesi giudizii a mio riguardo. Sarei stato davvero felice di associarmi un compagno nella vita artistica che stavo per iniziare; e tanto più felice se avessi potuto trasfondere nel mio allievo qualcosa della mia intelligenza.
– Venite pure, dissi poi rivolgendomi al Bertaccini, venite meco. Divideremo le glorie come le delusioni, i piaceri come i dolori. Sarò per voi un fratello, sino a quando vi meriterete questo titolo; avrò per voi le premure e l’affetto di amico sino a che agirete, e spero ciò farete sempre, da uomo onesto e da camerata leale.
Ci abbracciammo commossi, fra gli applausi degli astanti e combinammo di rivederci per ratificare il nostro trattato di alleanza ed amicizia.
Non ricordo né il mese né il giorno della nostra partenza da Forlì. Ricordo appena che correva l’anno 1874.
Sostammo a Bologna, ove comincia ad istruire il mio allievo. E quando mi parve ben disposto, se non a cimentarsi meco, perché a questo non arrivò mai, almeno però a dar buona prova di sé in pubblico, decisi che avremmo intrapreso il nostro giro per il mondo.
Per due buoni anni durò la nostra convivenza. Visitammo così tutte le principali città di Romagna e dell’Emilia. Percorsimo tutte le provincie del Veneto, dando, ovunque passavamo, trattenimenti pubblici.
Il gran guajo egli era che si guadagnava pochin pochino. Non avevamo appoggi prima di tutto. E poi quello del correre era un’arte ancora bambina, anzi, mi si perdoni la nobile ambizione, era un’arte della quale io ero per davvero il creatore. Arrogi che non avevamo né mezzi né tempo per procurarci della reclame, e chi si mise in qualche intrapresa artistica o industriale sia meglio di me quanto essa sia necessaria nei tempi, così detti del progresso, in cui siamo.
E quel guadagnar poco ci costringeva a servirci sempre delle nostre gambe, poiché le società ferroviarie ebbero sempre la strana pretesa di esigere il prezzo del viaggio sulle loro linee. Fu dunque pedibus calcantibus che visitammo Gorizia, Trieste, Pirano, Capo d’Istria, Pola e Fiume. Erano strade infernali quelle, e ci capitò altresì di guadar torrenti, valicar montagne, tal fiata sotto la sferza di un sole che avrebbe fatto arrossire quello del Tropico, tal’altra sotto una pioggia torrenziale. E appena arrivati in qualche borgata o città, ci dovevamo, magari a pancia vuota, raccomandare ancora alle nostre gambe per provvedere del materiale, come dicono i saltimbanchi, alla fabbrica dell’appetito. E non era raro il caso in cui, dopo una marcia di trenta o quaranta chilometri susseguita da una gara alla corsa, non ci trovavamo d’aver raccolto abbastanza di che sfamarci.
Ebbene, credete voi che la sfiducia e lo scoramento s’infiltrassero, per ciò, nell’animo dei due corridori? Manco per sogno! Si facevano quattro salti, e di via di corsa in cerca di un villaggio o di una città più generosa. E le strette della fame, la stanchezza, i disagi non ci fecero mai passare nell’animo il pensiero di un ‘azione disonesta. Lo dico qui a lode di me non solo, ma altresì del mio povero compagno, nel quale, colla mia istruzione trasfondeva anche il mio coraggio e l’inesauribile mia allegria.
Manteniamoci onesti, avvenga che può, andavo di continuo ripetendo all’amico. E poi chi ti dice che un giorno o l’altro con ci riesca di acciuffar pe’ capelli madonna Fortuna? Tutto sta ad incontrarla. Sta dunque bene attento, che non ti passi daccanto inosservata.

fonte: Achille Bergossi – L’uomo locomotiva – Autobiografia e Memorie

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *