ACHILLE BARGOSSI: L’UOMO LOCOMOTIVA – 4.A PUNTATA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Continua il racconto delle gesta di Achille Bargossi e del suo discepolo Luigi Bertaccini da Meldola:

Né è dire come quei digiuni forzati contribuissero ad accrescere leggerezza al nostro corpo. Ci avveniva talvolta di pensare sul serio se non ci fosse stato possibile di volare. Disgraziatamente ci mancavano le ali, e mettercele di cartone non volevamo per non fare poi quella figura di messer Icaro che voi saprete certamente.
Questa nostra onestà di vita ed il buonumore, ci rendevano cari e simpatici a tutti. Son qua i due bravi corridori, sentivamo ripetere da mille bocche al nostro arrivo in qualunque città, dove la fama ci aveva Pure vi fu un giorno, gran brutto giorno!, in cui poco mancò che non perdessimo la nostra allegria. Anzi non assicuro che non la perdessimo quel giorno là. Il guaio si fu che insieme all’allegria si rischiò di perdere la santissima pazienza, e che il carattere romagnolo avesse a scattar fuori. E se ci fossimo spinti sino a suonare quattro ben assestati lattoni, sangue d’una locomotiva! Non avressimo avuto un po’ tutti i torti. Giudicane tu candide lector.
Avevamo viaggiato, sempre coi cavalli di S.Francesco, tutta quant’è lunga una notte e parte d’una giornata, per recarci da Pirano a Fiume. Strada montuosa e disaggevolissima, sotto una pioggia persistente e con un freddo che faceva il termometro avvicinare allo zero colla premura di un ministro delle finanze. Non parlo dello stomaco: c’era dentro quel vuoto che in una macchina pneumatica allo stato di mancanza d’aria. Non avevamo più nemmeno la voglia di cantare le nostre canzonette, tanto s’era uggiti e stanchi. Ne sorreggeva solo la speranza di fare buoni affari a Fiume, città popolosa e intelligente. Vi arrivammo alla fin fine, e sbocconcellando un pezzo di pane, che innaffiammo con…acqua pura dei torrenti, ci recammo subito da quel signor commissario di polizia per avere il permesso di dare una corsa. Era obbligo in noi di chieder licenza all’autorità di polizia, ma per esserci mai questo permesso stato negato, e trattandosi altresì che, pur desiderando in cuor nostro che quelle povere provincie ritornassero in seno alla madre Patria, non avevamo però mai avuto la melanconia di fare propaganda di queste nostre idee, e che se s’era sollevato qualcosa sui nostri passi, fu la polvere, e non certo le popolazioni, noi avevamo dunque finito per convincerci, che quella del chieder licenza fosse una pura e semplice formalità. Ehi! state a sentire.
Quel signor commissario dunque, dopo averci squadrati d’alto in basso, rispose alla nostra domanda di permesso con un’altra domanda. Cos’eravamo cioè venuti a fare negli Stati di S.M. Apostolica. Che sia sordo? dissi tra me, e ripetei che eravamo due buoni diavolacci e che ci si guadagnava da vivere facendo delle corse. Ma quel grifagno commissario aveva forse subdorato in noi dei congiurati irredentisti, poiché ci rispose chiaro e tondo che siccome eravamo italiani, così andassimo a correre in Italia, come se dove eravamo allora non fosse……basta! chinammo il capo davanti a quella perla di funzionario. Ed io non potei a meno di convincermi che per essere commissario bicipite quel cretino aveva pochissimo cervello.
Si ritornò dunque indietro, per timore che ci potesse capitar di peggio. E così poche ore dopo rifacevamo la strada percorsa, ed il giorno dopo si giunse a Trieste stanchi, sfiniti e con pochi centesimi in tasca.
Fatti cauti dall’accoglienza del poliziotto di Fiume, non ardimmo ridomandare licenza di dare un altro spettacolo a Trieste, dove ci eravamo prodotti pochi giorni avanti. Motivo per cui, scarseggiando sempre più il denaro nostro, al pomeriggio dello stesso giorno….gambe in spalla e via per Gorizia. Là mo’ non c’era da pensarci sopra più di tanto. Eravamo proprio senza uno spicciolo. Dissi al mio compagno, il quale cominciava ad attaccar moccoli….irredentisti, che mi lasciasse andar solo dal commissario. Aderì, e fece bene, poiché io, che ho in me una disposizione marcatissima a fare il diplomatico, parlai tanto bene e così chiaramente che il permesso mi fu tosto accordato.
Parve che la disdetta cessasse d’esserci compagna, poiché quella corsa produsse un buon incasso. Coi quattrini capirete che ci tornò il nostro buon umore.
L’accoglienza cortese dei goriziani ci persuase a ripetere la prova, e l’esito fu così buono che ci felicitammo della nostra idea.
Il mio sogno peraltro era sempre la cara Milano, il teatro de’ miei primi trionfi, la capitale dell’intelligenza ecc.ecc. E però per Udine, Verona, Brescia e Bergamo vi arrivammo sui primi del 1876.
Non era ancor spenta l’eco degli applausi che mi avevano salutato inarrivabile. Non aveva dunque bisogno di reclame in quella città, e quando si seppe che fra i due corridori c’era Bargossi, la folla accorse numerosa.
Il Bertaccini, bisogna pur dirlo, aveva molto approfittato de’ miei consigli e delle mie lezioni, e s’era fatto discreto nella corsa. Pur tuttavia la popolazione milanese, mentre lodava l’allievo, mi confermò la palma di primo corridore, e mi battezzò UOMO LOCOMOTIVA!
Dovetti però convincermi che era tutto effetto di entusiasmo, poiché mentre sperava di avere appoggio e mezzi per continuare nella intrapresa, mi vidi in quella vece abbandonato. I membri dello Sport-Club non mi sapevano perdonare di sorpassare in velocità e resistenza i loro cavalli da corsa. Ed il Ministero d’Agricoltura che accordava premi di parecchie migliaia di lire per migliorare le razze cavalline, non pensò mai di incoraggiare e premiare chi si proponeva di migliorare la razza umana, aumentandone colla robustezza, anche l’intelligenza. Oh se fossi stato un cavallo mi avrebbero, siatene sicuri, incoronato e appiccicato sul petto parecchie croci e medaglie, ma era un uomo e……Ah si, aveva ragione lo svedese Oxenstiern di esclamare: videbis fili mi quam parva sapientia regitur mundus.
Mi si perdoni lo sfogo, necessario del resto, per giustificare la decisione da me presa allora di rimettere a tempi migliori la realizzazione della mia idea, questa, di fare di ogni uomo sano e robusto un eccellente corridore. E sospesi anche le mie peregrinazioni pel mondo.
L’antico principale, che al mio primo giungere a Milano ero andato a salutare, ricordando quanto io fossi esperto nell’arte e caro e simpatico alla numerosa sua clientela, mi andava continuamente esortando che tornassi a lui ed agli antichi amori.
Avevo bisogno, per verità, di un po’ di riposo. E poi lo sconforto cominciava, già lo dissi, a invadermi. Tornai dunque al magazzeno. Per un po’ l’andette benino, ma passati pochi giorni cominciai a diventar triste e taciturno. Che volete! Non si è impunemente un Achille Bargossi! Mi risuonavano sempre all’orecchio gli applausi frenetici della folla entusiasmata, e le soavi emozioni che precedono e seguono una rappresentazione mi tentavano maledettamente.
Il Bertaccini si era naturalmente separato da me e volle continuare ad andare in giro pel mondo. Lo seguirono i miei voti e gli inviti di darmi soventi sue notizie. Doveva, così almeno pensavo, un po’ di riconoscenza a chi lo aveva guidato ne’ primi passi sulla via dell’arte, e speravo che si avesse a ricordare di me. Ma non fu così. Partì allora da Milano e come non lo vidi più, così non ebbi più nemmeno notizie sue. Seppi più tardi che morì nell’ottobre 1877 all’Aja in Olanda, poche ore dopo una corsa colà eseguita. Quantunque non avessi a lodarmi per l’oblio con cui aveva compensati i tanti benefici da me resigli, pure accolsi con vivo rammarico la triste novella. Non potevo dimenticare che eravamo stati assieme per due anni come fratelli, dividendo così le gioie come i dolori, e come esso fosse il primo allievo che io avevo fatto. Questa sua misera ed immatura fine io l’avevo peraltro preveduta, né a lui tacqui come m’impensierisse assai quel suo persistere in un metodo di vita disordinata. Noi abbiamo bisogno, io gli andava continuamente dicendo, di fare una vita ordinata e frugale se vogliamo mantenerci sani, robusti ed agili. Per le fatiche enormi che imponiamo al nostro fisico, siamo costretti a privarci di tutti quei sollazzi che snervano e corrompono. Bada a te, Bertaccini mio, non presumere troppo dalle tue forze, e non abusare della robustezza che natura ti diede. I miei consigli rimasero inascoltati, e quello che prevvidi s’avverrò.
Ed egli è morto, il mio povero amico, in terra straniera, lungi da’ suoi, ed a me fu tolto il triste conforto di assisterlo ne’ suoi ultimi istanti e rendergli così meno amara l’estrema dipartita.
Povero Bertaccini! Fu un buon corridore!!!

fonte: Achille Bargossi – L’uomo locomotiva – Autobiografia e Memorie

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