QUELLO CHE BISOGNA DIRE: VIA LE SOCIETA’ MILITARI DAI CDS

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Riprendo il discorso sui CdS di cui parlavo qualche giorno fa nell'articolo “Quello che non si può dire”. Oggi dirò invece quello che bisogna dire e cioè che se si vuole riscrivere un regolamento sensato e funzionante per questo Campionato si dovrà necessariamente partire dall'esclusione delle società militari dal Campionato di Società stesso.

Per trattare meglio il discorso voglio partire da una considerazione: sono anni, tanti anni che si mette mano al regolamento dei CdS senza trovare una soluzione sensata, funzionante e funzionale e tutto questo perché, in ogni regolamento scritto, si tiene come punto fermo la partecipazione delle società militari. Quest'unico punto è in larghissima parte responsabile dei fallimenti di tutti i regolamenti fino ad ora realizzati. Per cui la domanda più ovvia è: perché le società militari non dovrebbero essere rimosse dai CdS?

Non è una sparata campata per aria quella di eliminare le società militari dai cds, quello che dico ha un senso e se avete pazienza e voglia di leggere, ve lo dimostro.

Andando per gradi, dobbiamo prima di tutto affermare che gli atleti militari hanno la loro ragion d'essere, è giusto e fondamentale che ci siano. Il concetto di fondo è che lo Stato italiano deve e (giustamente) vuole avere una sua presenza ed una sua importanza nel panorama sportivo nazionale ed internazionale. E' una questione sociale, civile e politica di primaria importanza. I grandi eventi sportivi sono gli unici eventi al mondo che valicano i confini di stati e continenti che oltrepassano le religioni, che fanno dialogare capi di stato e che fanno incontrare la gente comune. Lo sport è l'unico elemento aggregante davvero universale e come tale ha una forza intrinseca devastante. In considerazione di questo, un forte peso politico-sportivo nel panorama internazionale va ad incidere in maniera determinante sull'andamento dei rapporti commerciali e sull'equilibrio tra gli stati. Pensate solo all'impatto che provoca l'organizzazione di un'olimpiade o di un mondiale in termini di opere pubbliche, sponsor, stanziamenti e quant'altro. Guardando poi la cosa da un punto di vista sociale, le figure dei campioni dello sport sono altamente educative e fondamentali nel creare modelli positivi per i giovani che cercano comunque elementi di riferimento durante il loro evolversi in persone adulte. Infine, da un punto di vista puramente ludico, nella società civile per gli adulti c'è il semplice piacere di poter assistere ad uno spettacolo divertente, sano e avvincente.
Tutte queste considerazioni sono la doverosa premessa per l'aspetto che ci interessa di più e cioè su come lo Stato gestisce lo sport. Il calcio come il nuoto pinnato sono due sport ma il primo è economicamente autonomo (anzi offre entrate) mentre il secondo no. Da questo ne consegue che anche le scelte governative saranno diverse e focalizzate a risolvere le diverse esigenze. Per il calcio ci sarà bisogno di un supporto normativo e di controllo che consenta alla federazione di gestire il fenomeno al meglio, per gli sport più poveri e quindi economicamente non autosufficienti, lo stato, oltre ad altri aspetti, si carica dell'onere di supportare gli atleti da un punto di vista economico. Con l'escamotage dell'arruolamento, si offre agli atleti uno stipendio certo e quindi la tranquillità di potersi allenare e di raggiungere quei livelli prestativi che solo l'attività professionale e sistematica può dare.
Alla luce di queste considerazioni si può senz'altro affermare che l'atleta-militare è una necessità di cui non si può ne si deve fare a meno.

Il secondo grado del ragionamento ci deve invece portare a comprendere l'utilità delle società militari. In primo luogo scopriamo subito alcune bugie (che stranamente hanno gambe lunghe): non serve una società militare per far gareggiare gli atleti militari. L'atleta può benissimo essere arruolato in un corpo militare, allenarsi e gareggiare per la sua società. Potrebbe tutt'al più gareggiare per il corpo militare in occasione di gare interforze o di gare militari internazionali. Al di fuori di questi eventi la società militare non è strettamente necessaria: è solo il regolamento che ha creato questa finta necessità. Un'altra bugia che si sente spesso raccontare è che le società militari hanno seconde e terze schiere di atleti perchè così facendo danno la possibilità ad un atleta potenzialmente forte nel futuro di coltivare il suo talento invece di rischiare di perderlo. E' falso, lo stesso obiettivo, anzi migliore, lo si può raggiungere con borse di studio (a importi scaglionati) a tutti gli atleti che raggiungano determinate fasce prestative. In questa maniera tra l'altro si otterrebbe anche l'importante risultato di versare soldi a giovani talenti senza doversi per forza legare nel tempo ad atleti di medio livello che, oramai arruolati, vivacchiano come possono all'interno dei gruppi sportivi, togliendo denari e possibilità a giovani talenti. In definitiva si dovrebbe puntare ad avere un gruppo sportivo militare con i soli elementi di punta (gli atleti da nazionale maggiore) e tanti giovani inseriti nelle società civili con borse di studio a supporto della loro attività.

Definiti questi due punti che io reputo inoppugnabili e fattibili (ma sono pronto a parlarne), vengono poi le anomalie generate dalle società militari. Due sono a dir poco mostruose. La prima è che le società militari prendono i migliori atleti dalle società civili e successivamente, proprio nel campionato di società le militari vanno a scontrarsi contro le stesse società che hanno avuto la funzione di serbatoio e che sono state private dei loro elementi migliori. Una cosa simile è assurda. E' come se la FIGC facesse un campionato di calcio con Juve, Milan e Inter più tutte le squadre che fungono da vivai per queste prime tre.
L'altra anomalia, pur se meno evidente è ancora più disastrosa. Tutte le società civili fanno i salti mortali per poter svolgere un'attività dignitosa e corretta. Per una società civile vincere o piazzarsi bene al campionato italiano di società è vita, è la possibilità di rivendere quest'immagine a partner commerciali, alle amministrazioni locali, al tessuto sociale in cui opera. Ma questo non accadrà mai perchè le società militari vincono sempre e comunque. E la cosa ancora più assurda è che il sedicesimo scudetto delle Fiamme Gialle ha valore zero come il primo perchè le FFGG non hanno altri sponsor che lo Stato, non hanno un amministrazione locale con cui dialogare perchè non hanno problemi di impianti e non hanno un tessuto sociale con cui relazionarsi perchè fanno attività di vertice. E allora perchè lo fanno? Chi ha una risposta vera e raccontabile alzi la mano…

Veniamo poi all'aspetto più odioso di tutto questo discorso. I dirigenti delle società civili sono dilaniati dal ricatto morale che si perpetra nei loro confronti ogni qualvolta un ragazzo di talento ha la possibilità di poter andare in un gruppo militare. Lasciarlo andare facendo del male alla struttura societaria, alla squadra e all'immagine oppure trattenerlo facendo del male direttamente al giovane che ha grandi aspettative e prospettive concrete di poter svolgere un'attività professionale e ben retribuita? Questa situazione è vergognosa e scorretta oltre ogni limite. Se il potenziale talento venisse arruolato (e retribuito) e potesse continuare a vestire i colori della società civile, tutto sarebbe risolto e la società militare non avrebbe problemi se non quello di non potersi cucire addosso l'ennesimo ed inutile scudetto.

Se io fossi il presidente di una società civile di livello non mi iscriverei al campionato di società. Se proprio queste società militari vogliono fare i CdS, che se lo facciano da sole. E come diceva mia nonna: “così te la suoni e te la canti…”

Di contro, se io fossi il presidente della Fidal proverei imbarazzo nell'avallare le decisioni inutili e cerchiobottiste della commissione regolamenti che si guarda bene dal prendere decisioni sensate anche se radicali e di certo mi sentirei in difficoltà a parlare a nome dell'atletica italiana quando i regolamenti sono pensati a misura e a consumo di una elite ristretta di società che non rappresentano che una percentuale ridicola dell'intero patrimonio sportivo nazionale.…in definitiva…mi sentirei poco presidente dell'Atletica nazionale.

fonte: Atleticanet

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