ACHILLE BARGOSSI:L’UOMO LOCOMOTIVA – 6 PUNTATA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Passata la Manica mi produssi anche a Londra.
Narratore imparziale e fedele, debbo qui accennare ad un fatto che potrebbe tornare a mio disdoro se non avessi la certezza che lo abbiano causato arti malevoli ed inqualificabili.
Correvo dunque un giorno nel mio teatro, quando, dopo il 12° chilometro percorso, provai come una paralisi alle gambe. Fu sulle prime un leggero intorpidimento, tanto che io non me ne preoccupai e tentai di reagire affrettando il passo, ma fatti pochi metri m’accorsi come le gambe non mi volessero proprio più reggere, e mi fu giocoforza ritirarmi dall’arena. Un fatto simile non m’era mai capitato. Aggiungete che non appena seduto m’addormentai profondamente e ditemi poi se non ho ragione di credere che gatta ci covasse. In condizioni normali come non avrei potuto superare alla corsa il 12° chilometro, quando, sempre di corsa e senza mai sostare un minuto, ne avevo fatti più di 40? E notate che dopo queste ultime corse non provavo mai senso alcuno di stanchezza o di malessere fisico.
Ed era ed è ancora così radicata in me la certezza che mi si sia per gelosia (essendo io straniero) dato a bere qualche porcheria, che da allora mi guardai ben bene dai figli leali di John Bull, e quel che bevo durante le mie corse me lo preparo da per me o mi è presentato dalla mia Signora.
V’imaginate pertanto che voltai subito le spalle alla perfida Albione, e me ne andai a Parigi, il cervello del mondo. L’iperbole non è mia, ma del più grande Poeta vivente.
In quella gran metropoli, bandii su pei giornali una sfida tanto per corridori a piedi come per quelli a cavallo. I giornali, cortesi sempre, annunciarono la cosa con parole gentili per me, ma per quanto l’invito si stampasse e ristampasse, nessuno mai si presentava. E’ da notarsi come agli inglesi precipuamente fosse rivolto il mio invito. Ma tutti gli sportmann inglesi nicchiarono. Pur tuttavia un signore di quel nebbioso paese, si presentò una sera nel recinto dello Skating-Ring posto nella Rue Blanche a Parigi, dove ordinariamente io dava spettacoli di eccellenza alla corsa. Ammesso al mio cospetto, questo signore mi chiese se avessi voluto accettare una sfida con un inglese. Dio bo….nino! risposi, ma se son de’ mesi che ripeto questa cosa ne’ giornali? Ben venga il signor corridore inglese! Stavolta non accetterò da bere che mi sia porto da mano britannica e si vedrà quale fra i due, se l’inglese o l’italiano abbia garretti migliori. Ma che è che non è, all’udire questa mia determinazione quel signore si allontanò con un pretesto qualunque, né più si fece vedere.
E notate questa circostanza, che rende assai più significante l’eclissarsi di quel famoso competitore di Bargossi, che cioè l’arte del correre è molto in voga nel Regno Unito e che i corridori essendo molti colà e gli amatori di quel genere d’esercizio, era a sperarsi che, anche per la fierezza nazionale inglese, fosse sorto un avversario. Ma, come mi assicurò un diplomatico illustre, Bargossi ed il suo modo di correre, e le vittorie sue, erano molto conosciute ed assai più commentate in Inghilterra. Motivo per cui, persuasi di perdere il loro denaro ed il loro fiato, nessuno si osò presentare.
Ero a Parigi appunto, quando appresi dai giornali di un viaggio fatto da un certo capitano Salvi da Bergamo a Napoli in 10 giorni, su una cavalla di razza indigena chiamata “Leda”. Il fatto venne strombazzato in mille guise. Si trattava di una bestia (parlo della cavalla neh!) ed era naturale che tutti i torchi gemessero per stamparne le lodi. Non gemerono no, per lodar me quando, venuto apposta da Parigi, feci in Bergamo questa proposta, di fare il medesimo viaggio, percorrendo la medesima strada, ed in un tempo minore di 10 giorni. La sfida, manco a dirlo, non fu accettata.
Se lo fosse stato era in pericolo la fama di una cavalla! O che mi fate celia?
Ma come rispose Achille Bargossi? Cosa fece allora l’uomo locomotiva? Nient’altro che una piccola corsa di 150 chilometri. Andò cioè da Milano a Torino in 8 ore, 14 ore comprese 6 impiegate in brevi fermate ad ogni città o borgata importante per rinfrescarsi e cambiarsi d’abito. E feci tutta questa strada di corsa ed in così breve spazio di tempo, sotto una pioggia dirottissima. Né ciò è tutto, perché appena arrivato a Torino, feci costruire il mio Circo, e mi proponevo di fare una piccola corsettina di altri venti chilometri, ma tale e tanta era la smania nel pubblico torinese di vedermi che abbattuto lo steccato del Circo, questo fu invaso ed io non ho potuto proseguire.
Il 4 maggio, però, alle ore 3 pom. feci una corsa pubblica, ed ecco come ne parlarono i giornali di quella città.
La “Gazzetta Piemontese” del 5 maggio 1878:
“Ieri alle 3 in punto, i viali della vecchia Piazza d’Armi presentavano un’animazione insolita uno spettacolo affatto nuovo per un giorno non festivo. Dappertutto capannelli di gente che chiacchierava e fissava lo sguardo verso un dato punto. Nello stradale di mezzo si vedevano poi vetture, cavalli e cavalieri in gran numero.
– Sa Ella il perché di questo agglomeramento di popolo attorno alla vecchia Piazza d’Armi? Glielo spiego io in quattro parole: si dava una corsa a piedi.
– Oh bella! Una corsa a piedi?
– Sicuro e l’oggetto della curiosità pubblica era un bel giovanotto, certo Bargossi Achille, di Forlì, il quale ha già dato saggio della sua valentia nel correre in diverse città della Francia.

“Il Bargossi dunque, alle 3 ed un quarto, usciva dal Caffè Principe Umberto, vestito d’un elegante abito di raso, ed ha fatto il suo giro di presentazione al passo ordinario lungo il viale della Piazza d’Armi, seguito da una immensità di monelli e di curiosi e poi si è fermato a riprender fiato.
Alle 3 e 45 l’uomo-cavallo si è ripresentato alla folla plaudente ed ha cominciato la corsa slanciandosi a passo accelerato verso il viale del corso Oporto.
Abbiamo contato, coll’orologio alla mano, 9 minuti per giro, dimodochè la promessa corsa di 12 chilometri e mezzo in 5 giri attorno alla vecchia Piazza d’Armi è stata compiuta in 45 minuti.
Alla fine della corsa il Bargossi ha riscosso interminabili applausi dal pubblico.
– Che gambe! Che gambe! – dicevano alcuni vecchi militari che avevano tenuto puntualmente l’orologio in mano durante i cinque giri veloci dell’uomo-cavallo; – ed il cronista soggiunse: per fortuna che non è un cassiere!”
E la “Gazzetta del Popolo” del 17 aprile 1878:
“Oggi l’uomo cavallo ripeterà la sua corsa nell’antica Piazza d’Armi.
“L’uomo cavallo è veramente un fenomeno degno d’esser visto; nell’esperimento di giovedì è stato l’oggetto della meraviglia delle migliaja di persone che hanno assistito alla sua corsa.
Il signor Bargossi sfida qualunque quadrupede a correre, e saltare fossi e barriere e ha scommesso di andare a piedi in 14 ore a Milano.”
E la “Nuova Torino” del 13 detto:
“Il Signor Bargossi, il celebre corridore, a inchiesta di molti signori della città, i quali fecero per ciò un’apposita sottoscrizione, eseguirà domani alle tre precise la sua corsa dalla Piazza d’Armi vecchia al ponte di ferro, per cinque volte, andata e ritorno, in meno di 50 minuti.”
E nello stesso giornale del 15 detto:
“Questo singolare individuo eseguiva jeri, fra gli applausi del pubblico, la corsa promessa, facendone immediatamente un’altra attorno alla piazza d’Armi con tale disinvoltura da meravigliare tutti gli astanti.
Il bravo Bargossi ha in animo di addestrare la gioventù in questo utilissimo esercizio e noi crediamo che Domenica prossima farà una corsa straordinaria nell’Arena di Milano di 35 chilometri con 40 salti di barriere. Ne parleremo”.
E potrei citare molti e molti altri giornali di quella città, ma non voglio aumentar troppo la mole di questa mia prima pubblicazione. Procederò dunque rapidamente nella narrazione poiché il tempo ne sospinge e molto ci resta a discorrere.

fonte: Achille Bargossi – L’uomo locomotiva – Autobiografia e Memorie

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