“IL PENSIERO CHE BLOCCA”

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“Il pensiero che blocca”
i pensieri insidiosi che danneggiano la prestazione (I puntata)

Nel mondo dell’atletica leggera ci sono esempi di grandi campioni capaci di rimanere freddi e di ottenere il massimo anche in circostanze obiettivamente difficili.
Atleti come Carl Lewis e Mike Conley nelle loro discipline, salto in lungo e triplo, sono stati spesso chiamati “uomini dell’ultimo salto”, poiché riuscivano a risolvere gare di altissimo livello proprio all’ultimo tentativo del concorso, quando erano ancora dietro a qualche rivale.
Lo stesso Lewis, facilitato dalle sue caratteristiche tecniche, riusciva a mantenere la freddezza necessaria per non irrigidirsi e recuperare anche un paio di metri negli ultimi 30 dei 100.
Se Carl Lewis avesse dato troppo peso al fatto di stare dietro agli avversari nei primi metri e la preoccupazione avesse preso il sopravvento, probabilmente non avrebbe ottenuto le prestazioni e le vittorie che lo hanno reso famoso.
Esempi ancora più clamorosi si sono visti in storiche gare di salto con l’asta, dove, dopo due nulli ad una misura, un campione della specialità decideva di riservare l’ultimo tentativo ad una quota successiva e superava l’asticella riuscendo così ad imporsi.

Che cosa sarebbe successo se prima di saltare questo campione avesse pensato a come era andata la gara fino a quel momento e a quanto potesse essere improbabile riuscire a superare una prova addirittura più difficile di quella che aveva fallito già due volte?
Un ultimo esempio viene da un’atleta della ginnastica artistica, che, in una competizione olimpica a squadre, è riuscita ad eseguire egregiamente un esercizio nonostante fosse gravemente infortunata e consapevole del grande rischio che correva nel cimentarsi in quella prova.
Quello che accomuna tutti questi campioni è l’essere riusciti a non farsi influenzare da pensieri potenzialmente dannosi per la prestazione o a gestirli con successo, condizione necessaria per convogliare tutte le energie nervose e fisiche solo nell’esecuzione del gesto atletico.

Generalmente i pensieri relativi ad un possibile fallimento o alla paura di farsi male rappresentano un limite enorme e spesso si rivelano una “profezia che si autoavvera”, nel senso che quello che l’atleta pensa e teme tende poi a realizzarsi nella realtà.
Livelli molto elevati di motivazione per quello che si sta facendo, così come una grande fiducia nei propri mezzi (in psicologia si parla di autostima e in particolare di autoefficacia quando ci si riferisce alla fiducia che si ripone in se stessi relativamente ad un’attività specifica), rendono meno probabile e dannosa l’insorgenza dei cosiddetti pensieri insidiosi.
Il grande coinvolgimento nell’attività che si sta svolgendo, che spesso deriva da un’alta motivazione, mantiene il focus attentivo dell’atleta lontano da possibili distrazioni e non dà spazio a pensieri intrusivi legati alla preoccupazione di non farcela.
La fiducia in se stesso dell’atleta agisce sia per quel che riguarda la produzione dei pensieri potenzialmente dannosi che la gestione di essi.

Chi ha alta fiducia nei propri mezzi difficilmente produrrà pensieri relativi a possibili fallimenti, poiché, per definizione, tenderà a prevedere che i propri sforzi saranno seguiti da esiti positivi, tenderà cioè ad essere ottimista.
Per quanto riguarda la gestione efficace di pensieri potenzialmente dannosi che caratterizza l’atleta con elevata autostima, la differenza la fa la particolare “lettura” delle situazioni compiuta dall’atleta stesso.
Lo svantaggio nei primi metri di una gara di velocità può essere letto come una situazione negativa (“sto andando male”) alla quale sarà dura porre rimedio nel resto della corsa di brevissima durata (“non ce la posso fare”), o invece come una conseguenza naturale delle proprie caratteristiche tecniche, che garantiranno comunque all’atleta un gran recupero finale come nel caso di Lewis.
Una stessa situazione svantaggiosa viene quindi interpretata dagli atleti in modo diverso con delle ripercussioni sul risultato finale.
Inoltre, anche nel caso in cui interpreti negativamente una situazione rendendosi conto di aver sbagliato qualcosa o che la gara non sta andando come dovrebbe, l’atleta con alta autostima sarà portato a credere nella propria capacità di reagire a situazioni avverse e riuscirà comunque a dare il massimo salvando il salvabile.
C’è da aggiungere che un atleta con bassa autostima è maggiormente influenzato dal giudizio degli altri e situazioni agonistiche di un certo tipo possono portarlo a pensare al rischio di fare figuracce e a spendere energie per trovare delle scuse o degli alibi per salvare la propria immagine, agli occhi di sé e degli altri, nel caso di una sconfitta.

Per ora abbiamo preso in considerazione i pensieri relativi alla paura di perdere o andare male e al timore di infortunarsi.
I pensieri insidiosi che interferiscono nel processo di concentrazione possono essere caratterizzati da contenuti relativi alla prestazione o ad aspetti esterni alla prestazione stessa.
Pensieri e preoccupazioni non direttamente pertinenti all’attività sportiva in questione, riguardanti ad esempio la famiglia, gli impegni, le scadenze, non permettono all’atleta di concentrarsi e possono rappresentare una spesa di energie psichiche controproducente per la prestazione.
La capacità di “mettere da parte” la vita privata durante la propria attività lavorativa o sportiva è spesso una caratteristica dei professionisti di successo.
Pensieri maggiormente legati alla prestazione possono essere, nel caso dell’atletica, quelli relativi alle condizioni atmosferiche, alla pioggia, al vento contrario o alle proprie condizioni di forma (“c’è troppo vento”, “non sono in forma”, “non sono abbastanza allenato”,ecc), che prendono la forma di pericolosi ragionamenti di causa-effetto, come “se c’è il vento a favore non potrò migliorare il mio personale”, “sono troppo poco allenato per poter sperare in qualcosa di buono”, ecc.).
Pensieri di questo tipo sono nocivi poiché, pur essendo relativi alla prestazione, si riferiscono ad aspetti non controllabili di essa (non si può far smettere di piovere né recuperare le sedute di allenamento perse) e il rischio è di considerare troppo rigidamente il rapporto di causa-effetto tra evento o situazione negativa (vento contrario) e prestazione necessariamente negativa.

C’è un’ultima categoria di pensieri insidiosi che riguarda quelli intimamente legati alla prestazione, cioè relativi a ciò che si deve fare o non fare per eseguire correttamente il gesto atletico.
Se è vero che la concentrazione su quello che si sta facendo è necessaria, tuttavia ci sono dei gesti atletici che funzionano solo nel momento in cui vengono eseguiti automaticamente senza pensare analiticamente a ciò che deve essere fatto in ogni fase.
Il problema più grande non sembra insorgere nel tentativo di pensare a qualche aspetto dell’attività, quanto piuttosto nel tentativo di non pensare a qualcosa o di non fare qualcosa.
In ambito clinico è stato dimostrato che lo sforzo cosciente di non pensare a qualcosa o il tentativo di non fare qualcosa (non irrigidirsi, non mettere le braccia in un certo modo, ecc.) ha l’effetto paradossale di facilitare l’insorgere del pensiero o dell’azione che si sta cercando di evitare.
Esemplificativo è il caso del golf, dove si verifica che giocatori anche molto esperti, capaci di avvicinarsi alla buca con colpi prodigiosi, falliscono proprio quando il gioco si fa apparentemente più facile. A pochi decimetri dalla buca, pensare a ciò che non si deve fare per non sbagliare spesso porta il giocatore a fallire mettendo in atto proprio quei movimenti che avrebbe voluto evitare.

Nella prossima puntata verranno presentate le strategie suggerite dagli psicologi dello sport per gestire con successo i pensieri insidiosi. L’invito al lettore è di cominciare già da ora a riflettere sul proprio modo di affrontare questi pensieri in base alla propria esperienza di atleta o di professionista.

Giorgio Merola
Psicologo dello sport
merogio@hotmail.com

fonte: Giorgio Merola / Foto: BBC

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