CONOSCERE LA PAURA E GESTIRLA – 1A PUNTATA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Immaginiamo di assistere all’allenamento di un gruppo di cadetti che debbano imparare la tecnica per saltare gli ostacoli e per riuscire ad effettuare tre passi tra una barriera e l’altra.

La corsa ad ostacoli rappresenta una di quelle discipline (come il salto con l’asta, il salto in alto e i salti in estensione facendo particolare riferimento alla fase di atterraggio) dove la stessa esecuzione del gesto tecnico può essere fonte di paura poiché implica un pericolo, seppur ridotto, di farsi male.

E’ evidente come una quota eccessiva di timore possa incidere negativamente sull’acquisizione della tecnica e come sia compito dell’allenatore trovare il modo migliore per insegnare questa disciplina proponendo esercizi di progressiva difficoltà che permettano agli allievi di concentrarsi sul miglioramento del passaggio dell’ostacolo senza preoccuparsi eccessivamente dell’eventualità di farsi male.

Tornando al gruppo di cadetti, immaginiamo che uno di loro, Marco, non riesca a coprire gli intervalli con tre passi per la paura di iniziare l’azione di superamento troppo distante dall’ostacolo e di sbatterci contro facendosi male, e tenda quindi a fare i classici “passetti” e a fare un vero e proprio salto che interrompe l’armonia della corsa invece di utilizzare una tecnica meno dispendiosa e più efficace.

Immaginiamo infine che un suo compagno, che fino a quel momento commetteva lo stesso errore, finalmente superi la paura e inizi a mantenere per i primi intervalli una cadenza di tre appoggi.
L’esempio positivo del compagno potrà assumere per Marco diversi significati e costituire uno stimolo con diverse conseguenze sull’esito dei suoi successivi tentativi: le modalità proprie del ragazzo di interpretare le situazioni, la sua personalità e le esperienze passate in contesti analoghi determineranno la reazione di Marco a questo stimolo, che non si riduce al tentativo riuscito dell’amico, ma che comprende anche il particolare modo di reagire delle altre persone presenti, in particolare il tecnico e i compagni.

Il solo fatto di vedere un ragazzo con le sue stesse caratteristiche (età, fisico, abilità) che riesce a fare una cosa che fino a poco prima intimoriva anche lui, potrebbe bastare a Marco per riuscire subito dopo a imitarlo: l’esempio positivo del compagno lo aiuta a ridimensionare la difficoltà del compito, lo assicura circa la propria possibilità di farcela e lo spinge ulteriormente a volerci riuscire per non essere da meno. Tuttavia, nella stessa identica situazione, un altro ragazzo potrebbe reagire nel modo opposto: il fatto che un proprio compagno sia stato capace di qualche cosa che lui non è stato ancora in grado di fare potrebbe generare ansia nel ragazzo che considererebbe ora più grave e quindi più temibile non riuscire nuovamente nel tentativo.

Questa seconda possibilità potrebbe essere dovuta:
• ad un bassa autostima del giovane;
• ad una bassa percezione di autoefficacia (sensazione di non essere capaci in quel genere di compito);
• ad una sua tendenza a misurare la qualità della propria prestazione considerando esclusivamente il confronto con gli altri e non con se stesso;
• al modo in cui si colloca e si percepisce in quel particolare gruppo (non si sente ben inserito, si sente giudicato);
• alla modalità con cui l’allenatore interviene (tende a sua volta a valutare la prestazione dell’allievo in base al confronto con gli altri e a non considerare i progressi individuali) e al particolare impatto che può avere sul ragazzo stesso (paura di deludere il tecnico, desiderio di compiacerlo, dimostrare di essere all’altezza, etc);
• al modo in cui i compagni reagiscono (lo prendono in giro, lo giudicano, etc.).

Ci rendiamo conto dall’esempio come, a questo punto, l’oggetto della paura non sia più l’ostacolo ma tutto ciò che comporta il non riuscire a superarlo: paura di fare una cattiva figura, paura degli spiacevoli sentimenti che si provano quando si perde fiducia nei propri mezzi, paura del giudizio degli adulti.

Comprendere la complessità del significato e l’intensità che può assumere la paura per ciascun allievo aiuta il tecnico a intervenire adeguatamente sia proponendo esercizi tecnici di progressiva difficoltà che tengano conto le caratteristiche individuali degli allievi, sia impegnandosi a considerare, capire e prendere sul serio le reazioni dei ragazzi. In questo modo è possibile limitare il numero degli elementi potenzialmente temibili.

Pensiamo ad un’altra situazione: un velocista sta vivendo gli attimi che precedono la gara e sente il battito del cuore fortemente accelerato, si sente affannato e già stanco, ha paura che la gara non andrà come pensava fino a poco prima poiché inizia a sentire le gambe pesanti; si posiziona sui blocchi con queste sensazioni tipiche della paura finchè al colpo dello starter scompare tutto, il velocista scatta dai blocchi e conduce una buona gara.

Dai due esempi che abbiamo riportato emergono alcune considerazioni sulla paura:
1) i motivi per cui si prova dipendono da variabili individuali legate alla personalità e alla propria esperienza passata;
2) l’ambiente, costituito non solo da tutte le persone che sono presenti nel momento in cui la persona ha paura ma anche da quelle presenti nella sua testa (ad esempio genitori di un ragazzo dal quale si aspettano molto; gli amici di scuola ai quali si vuole dimostrare qualcosa, etc.), è l’altro fattore che determina la nascita e lo sviluppo del vissuto di paura;
3)la paura osservabile in determinate situazioni (paura dell’ostacolo) spesso nasconde una paura di natura più complessa (paura di deludere, di fare cattiva figura, ecc.);
4) le risposte fisiologiche della paura (battito cardiaco, respirazione, sensazioni corporee alterate) spesso portano ad interpretare erroneamente il proprio stato di forma (ho le gambe dure quindi non andrò come speravo);
5) la paura non è necessariamente un’emozione negativa, risultando in alcuni momenti fisiologica e funzionale alla prestazione (prima dello start di una gara di 100 metri).

In ambito psicologico è stata studiata soprattutto l’ansia che viene definita da alcuni autori come una paura senza oggetto, o meglio legata ad un oggetto indefinito e indefinibile (Agosti, 2000).

Una eccessiva discrepanza tra quello che si percepisce di saper fare e le abilità che si ritengono necessarie per eseguire un determinato compito o per far fronte ad una situazione è alla base dell’innescarsi del vissuto d’ansia.

La funzione dell’ansia è quella di attivare fisiologicamente e psicologicamente il soggetto a rispondere a determinati stimoli ambientali ai quali è necessario reagire con prontezza. Questa attivazione può assumere un carattere patologico e quindi dannoso per la persona nel caso in cui sia innescata da meccanismi di risposta involontari, connessi ai processi mentali del soggetto e inadeguati rispetto agli stimoli dell’ambiente la cui pericolosità viene sopravvalutata.

Si distingue inoltre l’ansia di stato, cioè relativa ad una particolare situazione come può essere la vigilia di una gara, dall’“ansia di tratto” che riguarda invece una tendenza più generale dell’individuo ad entrare in ansia a prescindere dalla specificità del momento.

Da un punto di vista fisiologico il vissuto d’ansia si associa ad aumento della sudorazione, possibili contrazioni muscolari, accelerazione del battito cardiaco e del respiro, aumento della pressione arteriosa, inappetenza e difficoltà a prendere sonno. Alcuni di questi sintomi aumentano notevolmente a ridosso della gara potendo agire a favore della prestazione (ansia normale che rende l’atleta più pronto) o bloccando l’atleta (ansia patologica).

La coazione del pensiero (impossibilità di non pensare alle paure), l’irritabilità e l’incapacità a concentrarsi, che rappresentano i sintomi psicologici, possono aumentare ulteriormente l’intensità di quelli fisiologici e questo aumento, generando un circolo vizioso, ha un effetto di potenziamento sulla produzione di pensieri e stati d’animo negativi.
È per questo che dare il giusto peso alle emozioni (anche leggermente spiacevoli) che precedono la gara, riconoscendole come parte della competizione, diviene per l’atleta necessario affinchè non diventi vittima di una “paura di aver paura” che si auto-alimenti.

In alcuni casi per evitare le conseguenze negative di un insuccesso, o per non affrontare la paura che comporta un evento come una gara, gli individui adottano delle strategie che si rivelano altamente disfunzionali. È il caso di quegli atleti che tendono inconsapevolmente a sminuire l’importanza della gara attraverso comportamenti controproducenti ai fini della prestazione (fare molto tardi la sera prima della gara, arrivare all’ultimo momento non riuscendo a riscaldarsi, dimenticarsi di andare ad allenarsi, scordarsi le scarpe chiodate, ecc.).

In altri casi atleti che in passato abbiano dimostrato di vivere gli appuntamenti con grande timore possono reagire con un appiattimento delle emozioni in vista della gara affermando di non provare niente, di sentirsi vuoti e scarichi.

Anche affermazioni che apparentemente esprimono grande determinazione, ma eccessive e aggressive nei termini (“gliela faccio vedere io”; “gli dimostrerò che sono più forte di quanto pensa”; ecc.), possono essere il risultato di un tentativo più o meno cosciente di reagire alla paura senza confrontarsi con essa. Simile è l’esempio di chi genera aspettative sproporzionate alle proprie capacità nel caso in cui tema eccessivamente la competizione: prevedere un risultato estremamente positivo può rappresentare un tentativo da parte dell’atleta di tranquillizzarsi riguardo all’esito della gara , con la fantasia di eliminare quella componente di variabilità del risultato che deriva da tutte le condizioni che lo determineranno e che è alla base del vissuto d’ansia.

C’è da aggiungere in realtà che spesso aspettative eccessive, maturate dall’atleta o indotte in lui da altri (allenatore, genitori, compagni di squadra) riguardo alla prestazione non fanno che aumentare la pressione a cui è soggetto l’atleta stesso e l’intensità dell’ansia con cui vive i giorni e gli attimi che precedono la gara.

Ottenere ottime prestazioni in allenamento (specie negli atleti meno maturi) spesso si traduce in un aumento delle aspettative che rendono più alta la posta in gioco (la prossima gara diviene più importante; è più grave e imperdonabile del solito sbagliare; bisogna dimostrare quello che si vale) e, di conseguenza, può aumentare la paura di fallire.
D’altra parte la strada per evitare la paura delle alte aspettative non è certo quella di “volare basso”, ponendosi limiti e definendo obiettivi sproporzionatamente bassi per le proprie capacità.

Come vedremo nella prossima puntata, dove presenteremo delle strategie per far fronte alle paure nello sport e per gestire l’ansia pre-competitiva, è opportuno che l’atleta impari a conoscere se stesso e le proprie reazioni in allenamento e in gara, con la consapevolezza che si tratta di due realtà diverse soprattutto da un punto di vista psicologico: solo così le sue aspettative saranno realistiche e rappresenteranno un supporto concreto nell’attesa della gara, sostituendosi sia a quelle fantasie irrealistiche a cui talvolta cerca di aggrapparsi per domare la paura, sia ad un ridimensionamento eccessivo di obiettivi che porta spesso a perseguire l’unico scopo di evitare il fallimento perdendo di vista il piacere di superare se stesso.

Giorgio Merola
Psicologo dello sport
merogio@hotmail.com

fonte: Dott. Giorgio Merola

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