I CAMPIONI DIMENTICATI – RODNEY MILBURN

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La vita, gli episodi, i successi ed il declino di uno sfortunato grande campione, Rodney Milburn, medaglia d'oro nei 110hs alle Olimpiadi di Monaco '72. Una biografia completa e toccante a cura di Franco Pizzi, fotografie di Gustavo Pallicca.

Rodney Milburn nasce ad Opelousas, una piccola cittadina Cajun, a circa 30 miglia ad ovest di Baton Rouge, il 18 maggio del 1950. Settimo di sette fratelli, amava rincorrere i cavalli insieme al cugino nella campagna della Louisiana. La sua carriera sportiva comincia alla J.S. Clark High School, una scuola di soli neri, la cui pista di atletica era in realtà una lunga striscia d’erba ricavata da un campo da football e gli ostacoli erano di legno, fatti in casa. Lì, il coach Claude Paxton predicava la sua “dime philosophy” e cioè quella di lasciare solo lo spazio di una piccola moneta mentre si passava un ostacolo. Fu così quindi che Rodney cominciò a rasare l’erba del campo da quanto provava la tecnica del passaggio degli ostacoli e nel 1968 riuscì ad entrare nell’All American team. Dapprima uguagliò il record nazionale delle high school con 13.7 e poi, alla Southern University, uguagliò l’allora record del mondo e fu selezionato nella Southwestern Athletic conference team dal 1970 al 1973. Da allora vinse 3 titoli nazionali collegiali e 4 campionati AAU, 2 indoor e 2 outdoor. Durante una semifinale nel 1971 al torneo nazionale AAU stabilì anche il record del mondo delle 120yard hs (109,68 metri) con 13.0 che resisteva da 12 anni con 13.2 e sensibilmente inferiore all’allora record del mondo dei 110hs (13.2). Nello stesso 1971 vinse 28 corse consecutive e fu nominato Atleta dell’Anno dalla importante rivista americana di atletica “Track & Field News”.

Ai titoli sul campo, fra cui ci fu anche il titolo ai Giochi Panamericani, si unì quell’anno anche il Jim Corbett Award. La consacrazione mondiale avvenne l’anno successivo, il 1972, giusto nei giorni insanguinati dall’assalto di Settembre Nero alla delegazione israeliana alle Olimpiadi di Monaco. In quella gara vinse davanti al francese Guy Drut (che avrebbe vinto 4 anni dopo a Montreal) ed ai suoi compagni statunistensi dell’epoca, Thomas Hill ed il grande Willie Davenport, già vincitore 4 anni prima a Messico ’68 ed anch’esso scomparso prematuramente pochi anni orsono ma dopo una vita ben diversa da quella di Milburn. La sua finale olimpica fu perfetta: macinò i dieci ostacoli con la sua tecnica personale in cui slanciava le due braccia in avanti contemporaneamente alla gamba di attacco, tesa sull’ostacolo, stabilendo anche il record del mondo elettrico con 13”24 che gli fu tolto 5 anni dopo dal cubano Alejandro Casanas con 13”21. I suoi due connazionali Hill e Davenport non poterono nulla di fronte allo strapotere di Milburn. Hill dichiarò che l’unica cosa che potè vedere di Milburn fu solo la sua schiena mentre Davenport disse che “Rod sembrava che galleggiasse sopra gli ostacoli come una poesia in movimento”.
Nel 1973, poi, durante il famoso meeting Letzigrund a Zurigo, stabilì anche il record manuale dei 110hs con 13”1, 14 anni dopo il 13”2 di Martin Lauer, ottenuto nella stessa pista, che fu poi uguagliato da molti altri atleti negli anni successivi.

Il declino dell’atleta
Dopo il successo olimpico e i primati mondiali, cominciò il declino del periodo d’oro di Rodney Milburn come atleta. “Un atleta è come un fiore, devi sbocciare ad ogni primavera”, diceva Milburn, ignorando che le sue primavere non sarebbero state più verdi come quelle di poco tempo prima. Al tempo l’atletica era ancora uno sport considerato dilettantistico e l’americano O’Hara pensò bene di creare un circuito professionistico attirando, a suon di soldi, alcuni atleti di grido del periodo fra cui anche il pesista Brian Oldfield (22.86 ottenuto proprio nel periodo O’Hara e non senza destare ovvi sospetti di regolarità e mai riconosciuto dalla federazione internazionale). Rodney Milburn si unì al “circo” di O’Hara che però naufragò di lì a poco. Dopo un periodo in cui provò con il football americano e fece partire, senza successo, un clinic come allenatore, decise di rientrare nel circuito dilettantistico ma, essendo ormai etichettato come professionista, per le regole dell’epoca non potè partecipare alle selezioni per le Olimpiadi di Montrel nel 1976 e dovette far passare il tempo necessario per riaffrancarsi di nuovo come “amateur”. Ritentò nel 1980, quando raggiunse il 5° posto nel ranking mondiale, ma il boicottaggio americano delle Olimpiadi di Mosca non gli permise di affacciarsi di nuovo alla ribalta mondiale e nel 1983 si ritirò definitivamente dall’atletica.
Milburn provò ad intraprendere la carriera da allenatore alla Southern University di Baton Rouge dal 1984 al 1987 ma il suo declino nello sport e, soprattutto, nella vita, fu inarrestabile da quel momento.
Nel 1987 fu licenziato quando la Southern nominò un nuovo allenatore per l’atletica che si portò il suo staff personale ed alla conferenza stampa di addio, Milburn, campione gentile ed orgoglioso, non si lamentò del trattamento e non provò rimpianti perché convinto di aver fatto del suo meglio.
Ma la vita per il mite Rodney non fu più la stessa. Parlava poco e non voleva che la gente sapesse cosa provava. Pensava che se la gente sapeva poco delle sue condizioni, allora lo avrebbe rispettato come il grande atleta che era stato.

Il lavoro alla cartiera
Il licenziamento dalla Southern University aumentò il fardello degli insuccessi di Milburn che trovò lavoro presso una cartiera della Georgia Pacific, a Baton Rouge. La voglia di fare ed insegnare atletica non lo abbandonò mai e continuava ad andare alla Southern per parlare con tecnici ed atleti, sempre vestito impeccabilmente e sorridente, spesso pagando di tasca propria le organizzazioni dei suoi clinic.
Charles Foster, un indimenticato campione degli ostacoli degli anni ’70 e ’80, racconta di come Milburn gli dimostrasse gioia per la vita ed il suo lavoro e, per il suo modo elegante di comportarsi, sembrava fosse il presidente della compagnia dove lavorava. In realtà Milburn lavorava 12 ore durante i turni di notte di alcuni settori della cartiera per 14 dollari all’ora, sperando sempre di poter riuscire a rientrare nello sport. Ai manager della cartiera, poi, piaceva avere un campione olimpico nel proprio libro paga e le foto di Milburn comparivano nelle brochure della compagnia, accanto agli slogan commerciali.

La crisi finanziaria e familiare
Milburn stava chiaramente cercando di vivere molto al di sopra dei suoi mezzi e tutto ciò lo portò ad una crisi finanziaria. Non aveva la personalità di coloro che riescono a convertire le glorie sportive in moneta sonante ed il denaro fu sempre un problema costante. “Sembrava sempre come se volesse raggiungere qualcosa di grande nella vita e dovesse accontentarsi di prendere qualcosa di molto piccolo. Non ottenne mai ciò che avrebbe meritato”, diceva il fratello maggiore Clary.
La crisi finanziaria divenne anche familiare. Milburn dapprima si sposò due volte e per due volte divorziò. Anche la terza moglie, Betty, lo lasciò e nel luglio dell’ultimo anno in cui Milburn era ancora in vita, il 1997, cominciò le pratiche per il divorzio a Houston, dopo che la coppia non viveva più insieme dal 1995. “A che serve avere la chiave della città se non apre nemmeno una singola porta?”, diceva, un po’ cinicamente, Betty. La moglie chiese la custodia dei figli minori, Falecia e Russell Pierre, ed il riconoscimento di tutte le spese legali. Nel frattempo, anche suo figlio maggiore, Rodney Jr., a 23 anni era già in prigione per rapina. Alimenti per i figli, tasse e tutte le altre spese lo avevano ormai rovinato ma Milburn provò ancora a risollevarsi cercando di ripartire come allenatore o ad entrare in affari con la sorella Maryann da cui si stabilì anche di casa, essendo ormai un senzatetto, convinto che il periodo nero sarebbe passato di lì a poco.
La sorella provò anche a prestargli dei soldi, ma il suo orgoglio e la sua eleganza gli imponevano di non voler essere di peso a nessuno e rifiutò.
Anche l’altra sorella, Mary Barnes, sapeva che le risorse finanziarie del fratello erano ormai agli sgoccioli ma Milburn non voleva cedere e la sorella era davvero convinta che ce l’avrebbe fatta, se avesse solo potuto continuare a vivere.
Ma Milburn non sapeva ormai dove passare la notte: spesso ospite di qualcuno che incontrava, qualche volta dentro la cartiera stessa o presso un rifugio di senzatetto, il Bishop Ott. Milburn era comunque sempre gentile. Durante il suo ultimo giorno di vita, stringeva mani ed abbracciava tutti i fedeli che trovava in chiesa. Pregava e voleva che qualcuno pregasse per lui, come disse suo cugino Jonah, che lo ospitò qualche volta negli ultimi mesi di vita a Baton Rouge, l’ultima volta che lo vide: “La preghiera è l’unica cosa fra me e il Signore”, disse, “Nessun altro può aiutarmi”, preannunciando malinconicamente la sua scomparsa.

Gli ultimi giorni
A Milburn fu anche impedito di stare al Bishop Ott perché lavorava di notte e lui accettò quest’ultimo schiaffo con eleganza, ringraziando sorridendo per l’ospitalità finora ricevuta. Così fece come aveva fatto già molte altre volte: impacchettò la sua roba e se ne andò salutando gli altri senzatetto che ignoravano di aver avuto accanto un campione olimpico.
Per pagarsi il taxi per andare al lavoro, Miburn pensò allora di andare a donare il sangue in un laboratorio lì vicino e fu lì che incontrò l’ultima persona, Tim Carter, anche lui alla ricerca di soldi, che lo ospitò nella sua casa.

La morte alla cartiera
Non è dato sapere quelli che sono stati gli ultimi istanti di vita di Milburn perché nessuno era presente durante il suo turno di notte alla cartiera, ma tutto fa presagire ad un tragico incidente. Probabilmente Milburn perse l’equilibrio durante una verifica dei livelli in uno dei serbatoi contenente un acido sbiancante per la carta, stordito forse anche dai vapori, e ci finì dentro. Il suo corpo fu trovato da un supervisore nel corso di quella tragica notte dell’11 novembre 1997, allarmato dal fatto che non lo vedesse più tornare. Il medico legale confermò che non si trattò di suicidio ma l’episodio, come molti altri nella vita di Milburn, fu classificato solo come sfortunato.
Per il funerale l’America si ricordò improvvisamente del suo campione dimenticato e molti dei suoi rivali in atletica si presentarono a rendergli l’ultimo omaggio. Davenport e Hill piansero accanto alla bara coperta di rose ed un messaggio dell’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e di sua moglie, Hillary, fu letto nella chiesa ricolma di gente. Milburn ora riposa in un piccolo cimitero, sepolto sotto una noce americana, vicino a quei posti in cui da piccolo rincorreva i cavalli, talmente veloce da riuscire a toccargli le code.

I trofei dimenticati
Non c’è comunque limite alla sfortuna che lo colpì in vita. Milburn non dimostrò mai di tenere ai propri trofei vinti, spesso dati in cambio per permettergli di tirare avanti e finiti, chissà come, anche in alcuni mercati delle pulci del Mississippi. Fra questi, sicuramente il più importante, fu la scomparsa della medaglia d’oro di Monaco 1972 anch’essa finita scambiata in qualche mercato o, come sostiene la sorella Mary Barnes, in qualche cassetta di sicurezza di qualche banca di Baton Rouge. Sembra, infatti, che Milburn la contemplasse nei momenti del bisogno quando era alla ricerca di motivazioni e la ricollocasse al suo posto subito dopo. La sorella se la ricorda come una medaglia raffigurante una donna con delle iscrizioni greche, attaccata ad una lunga catena d’oro. Milburn portava la documentazione della cassetta di sicurezza in una scatola nera con un lucchetto di sicurezza. Nessuno della famiglia ha più visto questa scatola dall’ultima volta che la vide la madre di Milburn, una settimana prima della morte del figlio.

Molti degli altri trofei furono ritrovati, insieme a passaporti, fotografie e cartoline dall’Europa, da un tale del Mississippi, Louis Esskew, che li acquistò ad un’asta e che a sua volta rimise in vendita nel suo negozio.
La famiglia tentò di tornare in possesso di questi ricordi, ma Esskew, che conobbe Milburn, alzò il prezzo tentando di guadagnare dalla sua scomparsa, giustificando il gesto col fatto che a nessuno importasse quando era vivo tanto meno lo doveva essere da morto. Come colto da una maledizione, comunque, il negozio di Esskew fallì e i trofei di Milburn gli rimasero in possesso, indeciso ancora sul da farsi.

Il mondo cominciò solo ora ad interessarsi a quello che Milburn aveva passato e sorsero fondazioni e meeting che ricordavano il suo nome, interrogandosi sul fatto che i veterani che hanno dato lustro alla propria nazione andrebbero celebrati quando sono in vita piuttosto che avvolgere la loro bara nella bandiera nazionale al momento della loro scomparsa. In ogni caso la ricerca dei trofei e delle onorificenze guadagnate da Milburn in vita non fu semplice e, per certi versi, tuttora inefficace. La città natale di Milburn, Opelousas, si attivò e il Rod Milburn Memorial Committee riuscì, con 4000 dollari, a comprare qualche cassetta di vecchie medaglie ad un mercato delle pulci nel Mississippi ed anche il famoso Jim Corbett Award, che Milburn ricevette nel 1971, fu donato alla mostra permanente creata nel frattempo e gestita da una signora, Sue Deville, che la gestisce tuttora. Per certi versi, anche la storia del recupero del Jim Corbett Award fu assolutamente fuori dall’ordinario. Secondo il racconto della stessa Sue Deville, il Jim Corbett Award fu posseduto da un uomo che lo usava come una specie di ferma oggetti nel retro del suo pick-up commerciale. Quando quell’uomo si rese conto di cosa in realtà fosse, telefonò alla madre di Milburn con l’intenzione di donarlo alla sua famiglia. “Era molto emozionato perché non si rendeva conto di quello che aveva”, racconta Sue Deville, “L’uomo che lo aveva in origine lo aveva pagato 20 dollari ma glielo cedette in cambio di niente”.

La mostra permanente
Dal 20 agosto 2001 è aperta la mostra permanente all’”Opelousas Museum and Interpretive Center”, intitolata “Reaching For the Gold: The Rod Milburn Story”.
Vi sono presenti alcune medaglie e trofei vinti da Milburn durante le sue gare compresa la copia della medaglia d’oro persa e fatta coniare di nuovo dal Comitato Olimpico Internazionale. Fra le altre cose, c’è anche una foto dei bambini di Milburn, vicino alla tomba del piccolo cimitero a nord di Opelousas, un annuario contenente delle foto di alcuni professori in pensione della Southern University ed un secondo Corbett Award vinto da Milburn nel 1973. L’oro originale di Monaco è ancora smarrito chissà dove, ma la tenace Sue è convinta che prima o poi salterà fuori, nel posto che meno ti aspetti.

“It is not what the world sees, but what God sees in your heart that counts.” – Rodney Milburn

fonte: AtleticaNET – foto di Gustavo Pallicca

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