LA CINA…E’ VICINA!

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

La notizia proveniente da Reykjavik (Islanda), dove si è svolta l’annuale convention del calendario mondiale, che assegna alla città di Firenze il quadrangolare fra Italia, Cina, Russia e Polonia, ci ha riportati di un tratto indietro di trenta anni, all’epoca in cui la Cina sbarcò per la prima volta in Italia.
In attesa di vedere allo Stadio “Luigi Ridolfi” i campioni cinesi di oggi guidati dal fantastico ostacolista Liu Xiang, medaglia d’oro olimpica e co-primatista mondiale della specialità, e dalla straordinaria mezzofondista Xing Huina, argento ad Atene sui 10.000 metri, abbiamo fatto un salto indietro nel tempo e rivisitato quell’avvenimento del lontano giugno 1975.
Ma vediamo prima come si era arrivati a quello “storico” quadrangolare.

Il primo riconoscimento del Comitato Olimpico Cinese da parte del C.I.O. è del 1922.
Il primo atleta cinese che prese parte ad una edizione dei Giochi Olimpici fu il velocista Liu Changchun (13.10.1909-?.3.1983) che partecipò alle gare di velocità alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932.
Changchun fu eliminato in entrambe le gare alle quali prese parte. Nei 100 metri si classificò al quinto posto (11.5) nella seconda batteria e giunse quarto (23.4) nella terza batteria dei 200.
L’atleta fu presente anche a Berlino nel 1936 nelle stesse gare (sempre eliminato in batteria) e prese parte anche alla gara di staffetta 4×100.
La prima medaglia olimpica in atletica assegnata ad un atleta della Repubblica Popolare Cinese fu il bronzo nella gara di salto in alto (Los Angeles, 1984), conquistata da Zhu Jianhua (m. 2.31), nella gara vinta dal tedesco federale Dietmar Mogenburg (2.35), davanti allo svedese Patrik Sjoberg (2.33).
Il primo atleta cinese che si impose all’attenzione del mondo fu il saltatore in alto Ni Chih-Chin (Ni Zhiqin)(nato 14.4.1942) che l’8 di novembre del 1970 al Workers Stadium di Shangai, dinanzi a 80.000 spettatori, spodestò dal trono di primatista mondiale il leggendario Valery Brumel, che deteneva il record della specialità (2.28) dal 21 luglio del 1963.
Ni Chih-Chin, che in seguito divenne presidente della federazione cinese, saltò m. 2.29 al secondo tentativo, al termine di una prova che lo vide entrare in gara a m. 1.98 ed effettuare sette salti.
Ma a quel tempo la Cina non era ancora membro della I.A.A.F. e quindi il record non poté essere sottoposto a omologazione.
Ancora il salto in alto portò gloria alla Cina a livello mondiale. Negli anni 1983 e 1984 il saltatore Zhu Jianhua (29.5.1963) migliorò tre volte il primato del mondo portando il limite da m. 2.36 (Gerd Wessig, Mosca 1.8.1980) a m. 2.39 (Eberstad, 10.6.84), con questa progressione intermedia: m. 2.37 (Pechino 11.6.83) e m. 2.38 (Shangai 22.9.83). Abbiamo visto come ai Giochi di Los Angeles Zhu fu solo terzo con m. 2.31.
Dopo il 1932 la Repubblica Popolare Cinese prese parte anche ai Giochi di Berlino del 1936, a quelli post-bellici di Londra (1948) e fu presente a quelli di Helsinki del 1952.
Tuttavia la sua partecipazione ai Giochi si interruppe dopo Helsinki, a causa del riconoscimento da parte del C.I.O. della Repubblica Cinese di Taipei (Repubblica di Taiwan), e quindi la Cina, per reazione e protesta, uscì dal Comitato Olimpico Internazionale.
I cinesi “popolari” rimasero fuori dai giochi fino al 1984 quando appunto tornarono a gareggiare sotto la bandiera dei cinque cerchi.
Il Comitato Olimpico Nazionale Cinese presentò una nuova domanda di riconoscimento nel 1975, che venne accolta dal C.I.O. solo il 25 novembre 1979.
A favorire questa complessa operazione che interessava anche tutte le federazioni collegate al movimento olimpico cinese, contribuì in maniera assolutamente determinante il “genio” di Primo Nebiolo, in quel periodo Presidente della F.I.D.A.L. e della F.I.S.U. (Federazione Internazionale Sport Universitari).
Il geniale dirigente piemontese riuscì a portare ufficialmente i cinesi a Torino nel 1959, nella prime Universiadi unificate dell’Est e dell’Ovest, superando difficoltà tecniche incredibili a partire dai visti che non furono mai concessi. I cinesi entrarono in Italia con una tessera rilasciata a Praga dall’Associazione Internazionale degli Studenti. Ci fu poi il problema delle bandiere e degli inni. Nacque così l’idea, poi adottata anche dal C.I.O., di varare una bandiera e un inno delle Universiadi (Gaudeamus igitur……), che servisse per tutti.
Subito dopo le Universiadi, la Cina, nel frattempo uscita dal C.I.O., e quindi dalle federazioni internazionali, ricominciò il suo splendido isolamento.
Da allora il cammino verso il riavvicinamento è stato molto lungo. I cinesi rimasero sordi per anni ad ogni richiamo di riavvicinamento, ma poi pian piano cominciarono a riaffilarsi a qualche federazione minore, senza dare l’impressione di tenere molto ad un rientro nell’arengo internazionale.
Poi avvenne il famoso match di ping-pong con gli Stati Uniti ed iniziò un disgelo che ben presto assunse caratteristiche di …una valanga.
Cosa era successo?
La squadra americana di ping-pong si trovava nell’aprile del 1971 in Giappone per partecipare alla 31.a edizione dei campionati mondiali di tennis da tavolo, quando ricevette l’invito a trasferirsi in Cina per incontrare i colleghi cinesi della Tsinghua University di Pechino.
Il 10 aprile 1971 nove fra giocatori e giocatrici statunitensi, quattro giudici di gara e due coniugi si recarono in terra cinese attraverso il ponte diplomatico di Hong Kong; della comitiva, fatto questo veramente eccezionale, fecero parte anche dieci giornalisti americani.
L’incontro ebbe luogo dall’11 al 17 aprile nell’Indoor Stadium di Pechino. I cinesi vinsero per 5-3 fra gli uomini e 5 – 4 con le donne.
Nonostante i segni di disgelo, i rapporti fra la federazione cinese di atletica e la I.A.A.F. rimanevano difficili. Nel luglio 1974 la I.A.A.F. formò una commissione incaricata di studiare il problema della riammissione nella I.A.A.F., della quale fece parte anche Primo Nebiolo.
Nebiolo avanzò con successo, la proposta di concedere ai paese non membri della I.A.A.F. il permesso di partecipare a manifestazioni organizzate dai Paesi membri.
La Cina partecipò quindi ai Giochi Asiatici del 1975, poi in maggio a tre meeting con gli americani. Per la terza uscita dei cinesi oltre i confini della Grande Muraglia, Primo Nebiolo lanciò l’idea di un incontro quadrangolare da disputarsi in giugno a Roma nello Stadio Olimpico.
Tramite la loro ambasciata i cinesi fecero sapere agli italiani che gradivano molto l’invito.
La notizia dell’avvenimento, che sul piano tecnico non offriva spunti di particolare interesse considerata la scarsa valenza tecnico-agonistica degli atleti cinesi, richiamò invece molta attenzione per motivi di carattere generale, tanto che gli stessi Stati Uniti richiesero alla Fidal di potersi inserire nel quadrangolare, con relativa ripresa diretta televisiva a colori, rinunciando addirittura al già programmato tradizionale incontro contro i sovietici. Ma allora l’Olimpico aveva solo otto corsie e quindi, dal momento che gli accordi con la Romania e la Spagna erano stati già siglati, la proposta degli Usa non poté essere accolta.
La I.A.A.F. fece sapere a Nebiolo che non sarebbe stata presente ufficialmente alla manifestazione, ma che avrebbe inviato in avanscoperta Hassan Agabani, presidente della Confederazione Atletica Africana.
I giornali diedero anch’essi molta risonanza all’avvenimento. Alcuni editorialisti sottolinearono il fatto che ormai gli organismi internazionali non avrebbero più potuto ignorare la presenza effettiva di quasi un miliardo (all’epoca) di persone, che venivano rifiutate dallo sport come se non fossero anch’esse creature umane.
Di fronte a queste considerazioni l’aspetto tecnico della manifestazione passava in secondo piano, specie se si considera che i principi fondamentali dettati da Mao Tse-tung, sostenevano che “la politica educativa deve far sviluppare gli individui moralmente, intellettualmente, fisicamente”.
All’Olimpico quindi si sarebbero visti i primi passi verso l’occidente di questa moltitudine imponente, inquadrata dal regime e chiamata a svolgere attività fisica anche attraverso programmi radiofonici mattutini.

Gli azzurri si preparavano a questo evento con un occhio rivolto soprattutto alla semifinale di Coppa Europa programmata a Torino per il 12 e 13 luglio.
Il raduno era stato fissato presso la Scuola Nazionale di Atletica Leggera di Formia dove gli atleti convocati si misero agli ordini dello staff tecnico composto da: Montanari e Castrucci (velocità), Pederzani (lungo), Jelli e Spinucci (asta), Milone (ostacoli), Radman, Piga e Brichese (lanci), mentre il prof. Carnevali presiedeva il centro di Schio.
La nostra federazione aveva pensato di inserire, fuori classifica, nel programma di Italia – Cina una gara internazionale sui 1500 metri femminili, che poi venne annullata per indisponibilità di Paola Pigni.
Franco Arese era il capitano degli azzurri. Ai suoi ordini si sarebbero schierati in pista, e in pedana, Mennea (100 e 200, ma non staffetta), che per essere presente all’Olimpico rinunciò agli esami all’I.S.E.F. di Cassino, Fiasconaro, Benedetti, Fava, Cindolo, Zarcone, Del Forno, Ferrari, Fraquelli, De Vincentis, Simeon, Podberscek, Salvaterra, Cramerotti, Visini, Zambaldo e altri fra i migliori del momento. Sarebbero mancati solo Dionisi e Tomasini.
La presenza di Marcello Fiasconaro era stata incerta fino all’ultimo momento. Il problema non era tanto quello di una buona condizione fisica, quanto quello relativo ad un dramma famigliare che il campione italo-sudafricano stava vivendo.
Il figlio Gianmarco, che ormai contava un anno di vita, avuto dalla unione con Sally, era nato affetto da una rarissima malattia che si manifestava con la decalcificazione delle vertebre, con il midollo spinale esposto, che provocava la immobilizzazione delle gambe.
Proprio in quei giorni, grazie all’interessamento del suo allenatore Barnard, rimasto in patria, si stava mettendo a punto un intervento ad opera del prof. Katzen presso il Children Hospital di Johannesburg.
Il bimbo non superò l’intervento e venne a mancare l’11 di luglio, proprio mentre March si trovava con la nazionale a Torino per la disputa della semifinale di Coppa Europa.

La nazionale maschile cinese partì il 20 giugno da Pechino alla volta di Roma, dove si sarebbe trattenuta due settimane.
La squadra era composta da 19 atleti e 6 accompagnatori ed era guidata dal responsabile del settore gare della Federazione Sportiva cinese, Chao Shuang-Chin, segretario generale aggiunto della Associazione Nazionale di atletica. Capitano della squadra era il velocista Feng Chen-Jen, classe 1948, giunto quarto ai Giochi Asiatici, con un record personale di 10.3 sui 100 metri e di 21.6 sui 200.
I cinesi arrivarono a Roma – Fiumicino il 23 giugno 1975 provenienti da Bucarest, suscitando enorme curiosità, mista a delusione per l’esiguo numero dei partecipanti che non avrebbe consentito alla Cina di schierare due uomini gara, come previsto.
Inappuntabili nella loro divisa grigia con il colletto abbottonato fino al collo, i cinesi non si offrirono alla “vorace” curiosità dei cronisti, se non quando furono giunti nell’albergo sulla via Aurelia, designato ad ospitarli.
Molti si aspettavano di trovarsi di fronte a uomini piccoli, mingherlini; invece ci si trovò di fronte a uomini dal fisico possente e dai lineamenti regolari, caratterizzati solo dal taglio degli occhi a mandorla, ma molto più grandi e comunicativi di quelli dei giapponesi.
Difficoltà di comunicazione, nonostante il prodigarsi dell’ex-astista Romano Zatteroni che aveva studiato cinese all’ISMEO, e molti sorrisi di circostanza, caratterizzarono il primo incontro fra la rappresentativa cinese e la stampa italiana.
L’amico Vanni Loriga, allora inviato del Corriere dello Sport, era presente a quella conferenza stampa informale nel corso della quale il capo delegazione cinese fece sfoggio di diplomazia asserendo che alla sua nazione non interessava tanto la vittoria nelle competizioni, vittoria che egli definì “passeggera”, ma bensì l’amicizia con i popoli perché, a suo dire, l’amicizia è “eterna”.
Poi si dilungò nell’illustrare le iniziative a favore del popolo messe in atto dai dirigenti del partito al governo. Nei confronti del C.I.O. fu piuttosto polemico affermando che: “lo sport è fatto da milioni di giovani ed è invece governato da un pugno di vecchi”.
Richiesto di che cosa conoscesse dell’Italia, Chao Shuang-Chin, rispose che i cinesi conoscevano molto bene il viaggiatore veneziano Marco Polo, Spartaco (il gladiatore ribelle) perché nelle scuole veniva indicato come emblema della lotta rivoluzionaria, e infine Primo Nebiolo.
Il giorno successivo i cinesi presero contatto con lo Stadio dei Marmi e assaporarono il tepore caldo del sole romano.
Richiesti se piacessero loro le bianche statue che ornano le tribune dello splendido impianto romano, gli atleti, sorridendo, dissero che erano molto meglio le ragazze italiane che si allenavano in altro settore del campo!
Mentre i ragazzi si allenavano in campo, il segretario generale Chao Shuang-Chin, veniva ricevuto al Foro Italico dall’Avv. Giulio Onesti, Presidente del C.O.N.I.
La R.A.I. comunicò che le gare del quadrangolare sarebbero state parzialmente trasmesse in diretta. La prima giornata sul primo canale alle ore 21.40 nel corso di mercoledì sport, mentre giovedì sul secondo, a partire dalle 22. L’orario della manifestazione prevedeva l’inizio alle ore 20 e termine per le 22.45 circa.
Intanto si conobbero i prezzi fissati dalla federazione per assistere al quadrangolare. Tribuna Monte Mario £. 2.500 (ridotti 1.500), Tevere £. 1.500 (ridotti 500), curve £. 500 (ridotti 100).
Nonostante la eccezionalità dell’avvenimento il pubblico romano non rispose in massa al richiamo dell’Olimpico. Il clou dell’affluenza si ebbe al momento dell’accensione dei fari sul campo, quando sulle tribune dello stadio romano si contarono circa ventimila spettatori, una cifra di tutto rispetto se rapportata ad oggi, ma che all’epoca non esaltava di certo.
Alla banda dell’Esercito fu affidato il compito di scandire le note della cerimonia inaugurale e la esecuzione degli inni nazionali. In tribuna l’on.le Flaminio Piccoli, il presidente del C.O.N.I. Onesti, il presidente della F.I.D.A.L. Nebiolo ed i rappresentanti diplomatici dei tre Paesi ospiti.
La manifestazione si apre con la gara di lancio del martello che vede il successo del rumeno Tudor con la misura di m. 68.14, sul nostro Podberscek che supera di un nulla i m. 67 (67.02). Il cinese Chi Shao-Ming si classifica al settimo posto con la modesta misura di m. 55.76.
Seguono poi due prove fuori classifica. Nei 100 metri si impone d’autorità Luciano Caravani in 10.5 sul “rosso” Albertin (10.6), mentre nel giro di pista si impone Alfonso Di Guida, escluso dalla prova ufficiale a favore di Pasqualino Abeti, in 47.4 davanti a Maroldi (47.6).
La prima gara di corsa “ufficiale” vede scendere in pista la stella della serata, il co-primatista europeo dei 100 metri: Pietro Mennea. Il nostro numero uno rompe il ghiaccio e accende il pubblico con una gara che non è certo entusiasmante sotto il profilo tecnico ma che lo premia con un bel 10.1, ad un soffio dal 10.0 ottenuto a Milano il 16 giugno 1972.
Al primo tentativo di avvio Mennea precede addirittura il “pronti” dello starter Marcello Ferrari; poi si concentra meglio sui blocchi, ma al via è sorpreso dallo spagnolo Carbonell che lo sopravanza fino ai 50 metri. A quel punto della gara Mennea, non bello stilisticamente, si produce in un allungo decisivo che lo porta al traguardo con due decimi di vantaggio sullo spagnolo che uguaglia il primato nazionale (10.3). Al terzo posto il cinese Feng Chen-Jen (10.5), il quale dichiara di essere soddisfatto più che del tempo, del fatto di aver potuto gareggiare sulla stessa pista che aveva visto vincere Hary nel 1960.
Il primo acuto della serata giunge dalla pedana di lancio del peso dove il nostro Angelo Groppelli migliora di 17 centimetri al secondo lancio il suo primato nazionale, portando la misura a m. 19.20. Anche in questa specialità un solo cinese in gara: Kan Fu-Jin, terminato a quinto posto con la misura di 16.41.
Anche all’epoca del quadrangolare la fama degli spagnoli nelle prove di mezzofondo e fondo era supportata da una serie di successi ottenuti su tutte le piste del mondo. Nell’occasione però Haro e Hidalgo, dopo aver condotto la gara dei 10.000 metri, imprimendo ad essa un ritmo accettabile, furono battuti nel finale dal rumeno Floroiu che chiuse la prova nel tempo di 28:22.8, che costituiva il primato di Romania.
Staccato, ed addirittura doppiato, il cinese Jang Tsien, giunto settimo in 31:32.6, preceduto anche dai nostri due deludenti Lauro e Cindolo, rispettivamente quinto e sesto.
Il terzo successo per gli azzurri arriva al termine della gara dei 400 ostacoli. Il pistoiese Giorgio Ballati, ostacolista giunto all’atletica durante il servizio militare nei Carabinieri, fu autore di una gara perfetta, priva di quelle incertezze che invece caratterizzavano di sovente le sue prestazioni.
Il tempo finale di 50.6 costituiva il suo nuovo primato stagionale e faceva ben sperare per la prova in Coppa Europa (a Torino infatti Ballati vincerà i 400 ostacoli in 50.88, lanciando l’Italia al secondo posto dietro alla Germania, che le aprì le porte verso la finale di Nizza). In questa gara non parteciparono atleti cinesi.
Neppure sulla distanza piana del giro di pista i cinesi schierarono loro atleti. La vittoria va a Pasqualino Abeti (47.0), in una delle sue poche uscite su questa prova.
Si sapeva che capitan Arese non era in grandissima condizione e per di più accusava risentimenti ad un tendine infiammato. I due rumeni, Ghipu e Lupan, fecero un buon gioco di squadra che li porta ad ottenere una doppietta insperata: 3:42.0 e 3:42.3 il tempo dei primi classificati. Terzo è il nostro Riga (3:42.9), mentre Arese terminò al sesto posto in 3:45.6. Dietro di lui il cinese Li Wen Liang (3:52.2).
Altre due vittorie italiane nel salto in lungo e nell’alto. Piergiorgio Molinaris si aggiudica la prima con la misura di m. 7.62, precedendo di un centimetro lo spagnolo Blanquer. Quinto il cinese Jo Chi-Lin che salta m. 7.22.
Nell’alto la vittoria di Enzo Dal Forno (2.18) fu contrastata fino all’ultimo dal giovane cinese Chan Yung-H, considerato l’erede di Ni Chih-chin, che riesce a salire fino a m. 2.14.
La staffetta 4×100, orfana di Mennea (Guerini, Caravani, Benedetti, Curini), vince con un modesto 40.2 sugli spagnoli accreditati del suo stesso tempo. Terza è la Romania, mentre la Cina chiude al quarto posto in 41.1.
Al termine della prima giornata questo il punteggio fra le nazioni: Italia-Cina 74-20, Italia-Romania 59-46, Italia-Spagna 63-43, Romania-Spagna 53-52, Romania-Cina 67-25, Spagna-Cina 70-24.

Nel dopo gara i cinesi, atleti e dirigenti, furono molto schivi ed evitarono accuratamente di farsi fotografare. Richiesti del perché di questo atteggiamento, risposero che lo facevano per non disturbare l’educazione sportiva cinese, che prevede un avanzamento di “massa” senza divi e senza atleti “speciali”.
L’unico che rilasciò alcune dichiarazioni fu Wang Yen-Li, corrispondente dall’Italia dell’Agenzia Nuova Cina. Egli aveva spedito alla sua agenzia, con sede a Pechino, stralci degli articoli pubblicati sulla Cina sportiva dai quotidiani italiani. A lui i giornalisti italiani chiesero approfondimenti sulla situazione dello sport nella sua Patria, e dell’atletica leggera in particolare. Alcuni chiesero anche il perché dei risultati così modesti.
Yen-Li non si fece pregare e disse che in Cina lo spirito olimpico era molto sentito a tutti i livelli ed in tutte le federazioni sportive, fra queste: atletica, ping-pong, calcio, palla a volo.
Ma fino ad oggi loro non avevano avuto modo di occuparsi dello sport: dovevano prima sistemare questioni più importanti e più urgenti. Adesso potevano dedicarsi allo sport, ma non poteva essere che uno sport di massa, dal momento che la popolazione aveva raggiunto il miliardo di unità.
Lo sport era una componente della vita quotidiana e veniva praticato da tutti senza distinzione di ceto e di condizione. Presto quindi, concluse Yen-Li sarebbero arrivati anche i risultati.

La seconda giornata fece registrare un maggior afflusso di pubblico. Il direttore tecnico Enzo Rossi, coadiuvato nella circostanza da Sandro Giovannelli, era consapevole che la squadra italiana avrebbe dato il meglio di se guidata da due uomini di valore quali Mennea e Fiasconaro.
La gara di marcia sui 10 chilometri non era prevista dal programma ufficiale dell’incontro. Fu ugualmente disputata, con l’aggiunta inoltre di atleti “fuori gara”. I cinesi non ci sono. I nostri portacolori Visini e Zambaldo dominano la gara a loro piacimento. Visini è stato da poco promosso al grado di vice brigadiere dell’arma dei Carabinieri e quindi festeggia con una vittoria sul compagno di squadra, il “finanziere” Zambaldo. Tempo per i due: 43:51.8 e 43:58.6. Molto staccati gli altri concorrenti.
Le gare di corsa si aprono con la disputa dei 200 metri.
Pietro Mennea è in quinta corsia. Composta e decisa la sua partenza, seguita da una curva corsa in maniera leggera ed efficace. Pietro “rema” un attimo col braccio destro al momento di entrare nel rettilineo finale, ma poi riesce a distendersi ed ad avvicinarsi al traguardo a grandi falcate. Il cronometro gli assegna un tempo fantastico: 20.1 che costituisce il nuovo primato italiano (precedente: 20.2, da lui stesso ottenuto a Milano il 16.6.1972) ed è la terza prestazione mondiale dell’anno, la seconda europea di sempre dopo il 20.0 di Borzov. Un bel regalo per Mennea che l’indomani compie 23 anni! Solo settimi ed ottavi i cinesi: Feng Chen-jen (21.6) e Lo Kuo-ming (21.8).
Duello italo-rumeno nella prova dei 110 metri ad ostacoli, dopo una bella partenza del cinese Lai Wen-wen. Vince Pino Buttari nel tempo di 13.7 sul rumeno Sebestyen (13.8) e Sergio Liani (13.8).
Solo un uomo aveva gli 80 metri nel braccio: il rumeno Megelea. E’ proprio il forte lanciatore ad aggiudicarsi la gara con m. 81.56 ottenuti al secondo lancio. Il nostro Pappalardo, giunto secondo, raggiunge i m. 74.40, che gli permettono di regolare il cinese Li Ying-piao (73.76).
Angustiato da gravi problemi personali Marcello Fiasconaro si schierò ugualmente al via degli 800 metri. Il passaggio ai 400 metri è di 53.2 e Marcello si produce nella sua solita progressione, respingendo un primo attacco del rumeno Onescu, ben contenuto anche dal nostro numero due, Vittorio Fontanella.
I due azzurri si presentano insieme sul rettilineo di arrivo, ma Onescu non si da per vinto e riesce ad affiancarli dando addirittura l’impressione di poter passare.
Fiasconaro con la forza della disperazione si getta insieme al rumeno sul filo di lana, ottenendo dal fotofinish quel minimo di vantaggio che gli assegna la vittoria. Il tempo del primatista del mondo (1.43.7 ottenuto a Milano il 27.6.73) è appena di 1.49.0, lo stesso assegnato al rumeno, mentre Fontanella è terzo con due decimi di distacco. Solo settimo (ultimo) il cinese Lo Kuo-chun (1:53.1).
Dominio rumeno nelle ultime due gare di lunga lena: i 5000 metri, orfani di un Arese fuori condizione, e i 3000 siepi.
Nella prima prova si impone Floroiu, che doppia così il successo di ieri sui 10.000 metri, in 13:35.6 sullo spagnolo Cerrada (13:36.6) dopo che il nostro generoso Franco Fava ha condotto la gara fino a due giri dalla fine, per poi terminare al quarto posto. Pippo Cindolo, che ha sostituito all’ultimo momento Tomasini, non va oltre il quinto posto.
Buon ultimo, con un tempo irreale (14:41.0) il cinese Hsieh Pao-chiang.
Nella gara con le siepi il favorito spagnolo Campos viene superato dal rumeno Cefan che va a stabilire il nuovo primato nazionale (8:23.4) con un finale molto vigoroso.
Primato anche per la Cina. Infatti Le Wen-liang, giungendo quinto in 8:51.6, ha stabilito il nuovo record nazionale. Il migliore dei nostri è Mariano Scartezzin, quarto in 8:37.4.
Quattro successi per gli azzurri nelle ultime gare del programma.
Nel disco si impone Armando De Vincentis con la misura di m. 60.38 davanti al compagno di squadra Simeon (59.20). In questa prova era in gara anche il più “anziano” degli atleti cinesi, il trentaquattrenne Wang Chun-chuam, classificatosi al sesto posto con m. 50.40.
I cinesi sfiorarono il successo in una gara del programma. L’astista Tsai Chang-hsi, ottenne la stessa misura (5.10) del nostro Silvio Fraquelli che si aggiudica la gara per minor numero di falli.
Per il cinese si tratta del nuovo primato nazionale.
Un misura superiore ai 16 metri (16.02) fu sufficiente a Maurizio Siega per vincere la gara di salto triplo, sugli spagnoli Cid (15.68) e Santamaria (15.64). Buona in questa prova la difesa del cinese Sun Tsien-chun, giunto quarto con m. 15.46.
Senza storia la staffetta 4×400 vinta dall’Italia (Maroldi, Abeti, Di Guida e Borghi) in 3:08.7 sulla Spagna e la Romania. Assente nella ultima gara del programma la Cina.
Il quadrangolare si concluse pertanto con la netta vittoria dell’Italia sulla Cina per 146 a 45, dell’Italia sulla Romania (116-95) e dell’Italia sulla Spagna (130-82). La Romania sconfisse la Spagna per 112 a 99 e la Cina per 136-53. Infine successo della Spagna sulla Cina per 136-55.

Al termine della manifestazione il presidente Primo Nebiolo portò la notizia che il Comitato Esecutivo della F.I.S.U. (Federazione Italiana dello Sport Universitario), aveva preso in esame la domanda di affiliazione della Cina Popolare, trovandola in ordine con i propri regolamenti.
La domanda sarebbe stata quindi raccomandata alla prossima Assemblea Generale della Federazione che si sarebbe svolta a Roma il 15 e 16 settembre alla vigilia dei Campionati Mondiali Universitari di atletica leggera.

fonte: AtleticaNet

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