LA (VERA?) STORIA DELLA MARATONA

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Forse non tutti sanno che” la distanza nella corsa della maratona, i 42.195 metri che fanno impazzire, di gioia o di dolore, molti appassionati di questa corsa storica, non hanno niente a che vedere con l’altrettanto storica leggenda della corsa del messaggero (Filippide?) che annunciò la vittoria degli Ateniesi contro i Persiani sibilando “nenikikamen” (“abbiamo vinto”) prima di spirare esausto. Potrebbe essere la classica notizia mutuata da una nota rubrica di un’altrettanto nota rivista di enigmistica e, per certi versi, è proprio così.
In effetti, a seconda delle varie versioni su cui si fonda questa affascinante corsa, la distanza attuale non ha niente a che vedere, vuoi in eccesso che per difetto, con i riferimenti storici a cui si rifà.
Andiamo per ordine.

La battaglia di Maratona
Per meglio collocare la corsa della maratona nei suoi riferimenti storici, è bene ricordare a quale importantissimo evento si collega e cioè alla famosa battaglia di Maratona, fra l’esercito greco o, meglio, ateniese, comandati da Milziade e i persiani condotti da Dario I.
A questa battaglia si giunse a causa di una “escalation”, come diremmo oggi, delle tensioni fra ateniesi e persiani per il controllo dell’area greca, avendo i persiani ottenuto la collaborazione di Ippia, il tiranno ateniese cacciato anni prima da Atene stessa con l’aiuto di Sparta, e di altri potenti ateniesi contrari a Milziade. Nei piani dei persiani c’era l’accerchiamento di Atene tramite la conquista, pian piano, di alcune città vicine: la conquista di Atene gli avrebbero permesso poi di isolare Sparta e procedere poi alla conquista di tutta la Grecia. Era il settembre del 490 A.C. (alcuni dicono agosto) quando una parte dell’esercito persiano assediò la città di Eretria e una parte approdò presso la baia di Maratona, in attesa di attaccare Atene. Quando agli ateniesi fu chiara la strategia dei persiani, la storia racconta che cercarono aiuto negli spartani, che però temporeggiarono nell’intervento in quanto avrebbero infranto la loro legge se avessero preparato una spedizione prima del prossimo plenilunio durante la festa di Carnea, prevista per la notte del 19 e 20 settembre. Nel frattempo una parte dei Persiani si imbarcarono di nuovo per muovere verso Atene e i comandanti ateniesi, capitanati da Milziade, decisero di non aspettare ulteriormente gli spartani e attaccarono l’esercito persiano accampato a Maratona e, con una intelligente strategia militare, riportarono una vittoria decisiva nonostante l’inferiorità nei numeri, infliggendo notevoli perdite nell’esercito nemico. Dopo la vittoria, gli Ateniesi riuscirono a ritornare in tempo ad Atene per scoraggiare l’intervento dell’altro comandante persiano, Artaferne, che riparò in Asia dando la consapevolezza alle popolazioni greche tutte di poter contare sulla propria compattezza, ponendo fine alle tensioni interne. Gli spartani, in effetti, giunsero sui luoghi della battaglia dopo che tutto era successo e furono solidali nel constatare quanto gli ateniesi furono abili nel respingere l’attacco nemico.
Fin qui la storia, raccontata dal celebre Erodoto, che era vissuto in quel periodo.

I messaggeri del tempo
Non è certo una novità ma, allora come oggi, la possibilità di comunicare con efficienza e rapidità giocava un ruolo determinante soprattutto quando era in gioco la propria sopravvivenza di fronte ad un attacco nemico. Le comunicazioni erano importanti, comunque, anche nei periodi di pace quando i messaggi non erano costituiti solo da invocazioni di aiuto o segnalazioni di pericolo ma anche per annunciare eventi di altro tipo.
Chiaramente, al tempo, non esistevano gli strumenti di oggi ed il mezzo più comune di comunicazione era l’uomo e la sua capacità di corsa. Anche i cavalli non erano ritenuti adatti a causa delle lunghe distanze e del tipo di terreno che dovevano attraversare (montagne, fiumi, etc.).
Al tempo i messaggeri erano detti emerodromi quando avevano funzioni di portatori di messaggi di guerra o di pace, correndo solitamente di giorno e, per di più, dotati di armatura ed armi, seppur leggere. Altre tipologie di messaggeri erano costituite dai grammatofori se recavano lettere o emeroscopi se avevano funzioni di vedette informatrici. In ogni caso, tali portatori di messaggi erano soliti correre anche per tutto il giorno e, quindi, per distanze molto più lunghe dei 42 km. tradizionali per la maratona se si pensa che la distanza fra Atene e Sparta, che certi emorodromi dovrebbero aver percorso altre volte al tempo, è di circa 230 km.
Le cronache storiche ci hanno regalato comunque altre testimonianze di corridori impiegati in lunghe distanze: Ageus, o Argeus, vinse nel 328 A.C. una competizione ad Olimpia e corse per 100km. per annunciare, il giorno stesso, la sua vittoria nella natìa Argos.
Un’altra storia racconta di Euchidas che corse, nel 479 a.C., da Platea a Delfi, tornandosene a Platea prima del tramonto per recare la fiamma all’altare di Apollo, coprendo così la distanza di 200km. e morendone (anche lui!) subito dopo (in onore di Euchidas, si corre oggi una corsa commemorativa da Platea a Delfi).
Altri raccontano narrano di un messaggero dell’Elide che, nel 668 a.C., coprí la distanza di 80 km. e, addirittura, la meno credibile storia di Lasthenes, un campione olimpico, che corse per 30km. contro un cavallo, vincendo!

Filippide
Come abbiamo visto dalla storia della battaglia di Maratona, ci sono state molte situazioni in cui fu possibile l’utilizzo di uomini per annunciare eventi legati alla guerra in atto: la richiesta di aiuto dalla città assediata di Eretria ad Atene, la stessa richiesta da Atene a Sparta e, si dice, anche all’altra città di Platea, oltre alla “storica” corsa del messaggero da Maratona ad Atene per annunciare la vittoria degli ateniesi sui persiani.
In effetti, lo storico Erodoto, che ci ha raccontato degli episodi della battaglia di Maratona, riferisce nelle sue “Storie”, libro VI, del messaggero Filippide che fu mandato a Sparta alla ricerca di aiuto. Filippide, di cui esiste anche la variante Fidippide (dal greco Feidippides), corse per un giorno intero giungendo a destinazione il giorno dopo. Erodoto racconta inoltre che, durante il percorso di ritorno recando la risposta semi-negativa degli Spartani, il Dio Pan apparve a Filippide nelle vicinanze del monte Partenio che gli riferì di esortare gli Ateniesi alla battaglia ed al culto in suo onore perché la vittoria sarebbe arrisa alla fine agli Ateniesi e i Persiani sarebbero scappati in preda al “panico”. Da questo punto in poi, Erodoto non cita più Filippide che, quanto meno, avrebbe dunque percorso 240 km. in un giorno solo ed altrettanti per il ritorno, considerando fra l’altro il terreno accidentato e montagnoso del Peloponneso. Niente, quindi, che faccia pensare a Filippide come l’eroe immolato per raccontare agli Ateniesi della vittoria sui Persiani e perito dopo “solo” 42 km, anche se taluni ritengono possibile il fatto che, se fosse vero che la battaglia di Maratona si fosse svolta ad agosto, invece che settembre, la temperatura sarebbe stata così alta da creare grossi problemi anche ad un atleta ben allenato. Comunque sia, è altrettanto difficile pensare che il misterioso corridore da Maratona ad Atene sia lo stesso Filippide che corse pochi giorni prima da Atene e Sparta e ritorno, sicuri che gli storici contemporanei ne avrebbero parlato con grande enfasi (per inciso, come per Euchidias, esiste da ormai 20 anni una corsa commemorativa che viene corsa da Atene a Sparta, la Spartathlon).

I racconti degli altri scrittori
Di Filippide si riprende a parlare molto dopo gli episodi di Maratona. Cornelio Nepote, storico romano del I secolo A.C., ritorna sulla corsa di Filippide così come era stata riportata nel racconto di Erodoto, descrivendo la vita di Milziade, il comandante ateniese vittorioso, ma non fa riferimento alla morte di Filippide nell’esercizio delle sue funzioni. Lo stesso accade nei racconti di Plinio il Vecchio e di Pausania, altri storici che, nonostante riferiscano di un episodio di 4 secoli prima, non fanno riferimento ad una morte per una corsa di 40km, seppur a perdifiato, che abbiamo scoperto quindi essere di “normale” amministrazione per un emerodromo addestrato proprio a questo.
Quand’è, quindi, che si comincia a modificare la “vera” storia di Filippide? Beh, forse questa ragione dipende dall’usanza del tempo di “romanzare” certi episodi per mitizzare delle figure ed esaltare le proprie funzioni; pratica che, del resto, trova molti adepti anche ai giorni nostri. In effetti, fra il I e II secolo dopo Cristo, quindi dopo ben 600 anni gli episodi reali, esistono dei racconti di Plutarco e Luciano di Samostata che narrano di messaggeri che corsero da Maratona ad Atene per raccontare della vittoria. Inoltre, mentre Luciano, che era fra l’altro uno scrittore satirico, parlava della morte di Filippide all’arrivo ad Atene nell’annuncio della vittoria, Plutarco racconta addirittura di due nomi: Thersippus ed Eucles, che molti considerano come i veri portatori del messaggio di vittoria agli Ateniesi da Maratona. In questo tipo di racconti, la morte del messaggero mentre esercitava il proprio dovere rappresentava un genere letterario molto apprezzato, soprattutto in considerazione che la vittoria degli Ateniesi sui Persiani rappresentò davvero una svolta storica per l’alleanza e la consapevolezza dell’identità greca in quel periodo e qualsiasi episodio che ne esaltasse la memoria era chiaramente ben funzionale allo scopo.

La consacrazione del mito come verità storica
Il lavoro di Filippide e dei suoi colleghi del tempo, passato attraverso le “deformazioni” letterarie di Luciano di Samostata, è stato ignorato per secoli fin quando è stato rispolverato nel 1879 dallo scrittore Robert Browning che cita il mito di “Pheidippides'” nei suoi “Dramatic Idylls”, fino ad arrivare al Barone Pierre de Coubertin.
In effetti, l’episodio decisivo che ha decretato la consacrazione del mito rispetto alla verità storica è stato perpetrato proprio da chi ha voluto fortemente far rinascere il mito di Olimpia e, proprio per questo, ha cercato di corredare il proprio progetto di tutti quegli episodi “fantastici” che avrebbero contribuito ad amplificarne l’importanza, esattamente come aveva fatto Luciano di Samostata per la propria epoca.
Dopo i primi infruttuosi tentativi di rinascita degli antichi giochi da parte dal greco Evangelios Zappas in seguito alle prime scoperte archeologiche nel sito di Olimpia avvenute poco dopo la metà del 1800, l’iniziativa passò quindi al Barone Pierre De Coubertin.
Il Barone riuscì, non senza difficoltà, a convocare, nel 1894, un congresso internazionale per dar corpo alla propria idea. Fu lì che un delegato francese, Michel Bréal, linguista e storico della Sorbona, parlò a De Coubertin di Browning e del racconto di Luciano di Samostata riguardante il mito di Filippide che muore nell’esercizio delle proprie funzioni e gli propose di celebrare l’evento con una corsa commemorativa. De Coubertin si innamorò dell’idea e, nonostante tale corsa non avesse alcuna correlazione con gli antichi giochi olimpici, decise che l’avrebbe collocata al centro della propria creatura e mise in palio un trofeo d’argento per chi l’avesse vinta. Grande intuizione, non si può negare, ma anche testimonianza di come l’uomo, anche ai giorni nostri, rimanga attaccato e consideri veri certi schemi che, in realtà, non trovano fondamento nella storia o, come in questo caso, ne rappresentino solo una libera interpretazione.
Ma non basta: ci sono un altro paio di ulteriori “libere interpretazioni” prima di arrivare alla maratona moderna. Sì, perchè il percorso originale fra Maratona ed Atene misura, in realtà, circa 34km e lo zampino di De Coubertin lo “allungò” di altri chilometri, attraverso un percorso più articolato, fino a 40 circa. Questo successe ad Atene nel 1896 per quelle Olimpiadi conclusesi con l’inaspettata vittoria di (vedi foto) Spiridon Louis (la cui storia sarebbe degna di essere raccontata a parte).
La corsa ebbe rapidamente successo e divenne in breve tempo essa stessa un mito come testimonia l’istituzione della maratona di Boston l’anno dopo, nel 1897, creata da un gruppo di americani di ritorno da Atene. Ma la distanza rimase instabile ancora per un po’: già a Parigi nel 1900 e a Saint Louis nel 1904 la distanza variò ancora a seconda degli umori degli organizzatori. A Londra nel 1908 ci furono finalmente i presupposti per la misurazione ufficiale che vige ancora oggi e che fu adottata dal 1921 e ratificata alle Olimpiadi di Parigi del 1924, dopo altre variazioni avvenute nelle successive Olimpiadi del 1912 e 1920. La storia racconta che gli inglesi misurano di nuovo il percorso originale del 1896 e lo ufficializzarono in 25 miglia (poco più di 40,200 km). Ma la partenza della maratona di Londra (che ci donò la struggente storia di Dorando Pietri) doveva avvenire per mano del Principe di Galles e quindi fu deciso che tale partenza sarebbe stata dal Castello di Windsor e quindi la distanza crebbe a 26 miglia. Ma, come in tutte le storie che si rispettino, ci fu anche un tocco femminile: la principessa Mary (la futura “Queen Mary”, la stessa che premiò Pietri dopo la sua contestata squalifica) convinse gli organizzatori a ritoccare ulteriormente la partenza arretrando la linea di partenza di altre 385 yards, fino ad arrivare in corrispondenza delle finestre della nursery reale e così si arrivò alla distanza, del tutto anomala sia per il sistema metrico decimale che quello anglosassone, di 26 miglia e 385 yards e cioè di 42,195km. Se si pensa che siamo partiti da Filippide e della sua “normale” corsa da Atene e Sparta per finire con una distanza convenzionale misurata a partire da un prato inglese …

fonte: AtleticaNET

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