JESSE OWENS E ARTURO MAFFEI: STORIE DI VENTO E DI MANI (STRETTE O NON STRETTE?)

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Prima che il venticinquenne romano Giuseppe Gentile il 17 agosto del 1968, quindi dopo 32 anni, durante l’incontro Polonia – Italia disputatosi allo Stadio di Chorzow, località alla periferia di Katovice, riuscisse a migliorare il primato italiano di Arturo Maffei ottenuto nella finale di Berlino, portando la misura a m. 7.91 (vento + 1.0), molti storici avevano sollevato il problema della misurazione del vento durante la finale olimpica. 

Ritengo che sia interessante tentare di fare chiarezza su questo aspetto, sia per cercare di spiegare come fosse difficile all’epoca stabilire “regole certe”, in carenza di legislatura, sia per portare una testimonianza più strettamente “storica” all’avvenimento.
Vediamo innanzi tutto quale era la situazione regolamentare prima, durante e dopo i Giochi di Berlino.
Il regolamento tecnico approvato dalla IAAF accordava alla speciale commissione incaricata della omologazione dei records mondiali – “The Rules and Records Committee” – poteri discrezionali molto ampi per ammettere o meno un risultato, ottenuto in una prova di atletica, alla sua definitiva omologazione.
La commissione pretendeva dagli ufficiali di gara che avevano assistito alle gare nelle quali erano stati ottenuti risultati degni di essere riconosciuti quali primati mondiali, dettagliati rapporti sulle condizioni e caratteristiche della pista o delle pedane, sugli attrezzi con i quali erano state ottenute le misure ed infine notizie sulla presenza del vento durante le gare e quindi forza e direzione dello stesso.
In tutti i primi casi sopra nominati in aiuto degli ufficiali di gara intervenivano di solito perfette strumentazioni tecniche in grado di consentire la formulazione di giudizi inequivocabili; per quanto riguardava il problema relativo al vento, tutto era invece affidato ai sensi dell’uomo e conseguentemente alla loro relatività e fallibilità.
Il giudizio veniva quindi espresso attraverso un aggettivo che quantificava in: “forte, debole, trasversale oppure ininfluente”, la velocità del vento che aveva interessato la gara in questione, senza che l’apprezzamento potesse essere suffragato dalle risultanze espresse da uno strumento predisposto allo scopo, in grado di consentire con assoluta precisione velocità e direzione del vento stesso.
Non vi erano neppure norme precise che stabilissero i limiti oltre i quali si potesse affermare con assoluta certezza che il risultato della gara era stato inficiato dal vento in maniera tale non poter essere omologato.
Della necessità di studiare e regolamentare la materia si preoccupò la IAAF in occasione della riunione del suo Consiglio a Berlino nel maggio del 1931. Il massimo organismo dell’atletica mondiale pose all’ordine del giorno nella Sezione 14, quella relativa all’esame del regolamento atletico, la questione relativa alla resistenza del vento, che venne provvisoriamente rubricata sotto la denominazione di Regola 26.
In quella sede la federazione tedesca di atletica leggera attraverso il suo delegato Karl von Halt, sollecitò la “Commissione delle Regole e dei Records” affinchè finalmente prendesse una decisione definitiva relativa al limite oltre il quale il vento si doveva considerare favorevole, ma si disse contraria ad accettare il limite proposto da altri membri del Consiglio e cioè quello di 2 metri al secondo, suggerendo limiti più severi.
La Commissione delle Regole e dei Records fece presente ai membri della federazione tedesca che negli Stati Uniti si era soliti “rigettare” le richieste di omologazione dei primati nelle corse in linea retta e nei salti in lungo e triplo, ottenuti con un vento favorevole superiore alle 3 miglia orarie (1.34 m/s), e suggerì ai tedeschi di svolgere ulteriori ricerche e di fare nuovi esperimenti sul fenomeno, rimandando ogni decisione al successivo Congresso.
La questione venne riproposta ai Congressi IAAF di Los Angeles dell’8 agosto 1932 ed a quello di Stoccolma del 28-29 agosto 1934, ma in entrambi i consessi i membri del Consiglio della IAAF non riuscirono a prendere una decisione definitiva sul problema.
Si giunse così al Congresso di Berlino, che si tenne nella capitale tedesca dal 10 all’ 11 di agosto, nel corso del quale von Halt, membro della federazione tedesca, presentò un ponderoso rapporto sullo studio della velocità del vento, frutto di numerose esperienze effettuate con svariati tipi di atleti in diverse condizioni di vento, giungendo alla conclusione che i limiti massimi tollerabili dovevano essere fissati in 0.7 m/s per un vento favorevole “di spalle” e di 1.0 m/s per un vento “trasversale”.
Poichè non si poteva varare una regola che prevedesse due misure di tollerabilità, von Halt propose che venisse fissato il limite di 1.20 m/s, superato il quale i records non dovevano essere omologati.
Il limite venne giudicato troppo restrittivo dagli altri delegati. Solo dopo una lunga discussione si giunse a fissare in 2 metri al secondo il limite al di sopra del quale l’eventuale record non sarebbe stato riconosciuto, rendendo al tempo stesso obbligatoria la presenza degli anemometri – gli strumenti studiati per la misurazione della velocità del vento – per tutte le riunioni più importanti.
Vennero fissate inoltre le norme per la rilevazione del vento, norme che verranno in anni successivi meglio definite, anche in funzione dell’evoluzione degli apparecchi di rilevamento.
Anche se le decisioni della IAAF furono prese al termine dei Giochi di Berlino, e la definitiva regolamentazione resa ufficiale solo nel 1938 dopo il 14° Congresso della IAAF di Parigi, durante le gare dell’olimpiade tedesca entrarono in funzione per la prima volta gli anemometri, le cui rilevazioni vennero assoggettate a posteriori alle regole da poco emanate.

Gli anemometri del 1936 erano assai diversi da quelli che siamo abituati a vedere oggi sui nostri campi.

Essi erano costituiti da un supporto in legno che consentiva all’operatore di impugnare lo strumento e di alzarlo per esporlo al vento.
L’apparecchio era sormontato da una parte metallica, la cui parte esterna era simile al quadrante di un grosso orologio, che conteneva gli apparati di misurazione. Questi venivano azionati da tre piccole ventole metalliche poste alla sommità dello strumento, che venivano mosse dal vento al quale erano esposte, e trasmettevano attraverso un’asta ai meccanismi sottostanti gli impulsi ricevuti dal vento.
La misurazione del vento non avveniva, per quanto riguarda le gare di salto in lungo e triplo, ad ogni salto, secondo l’attuale consuetudine.
Infatti il Rapporto Ufficiale dei Giochi Olimpici di Berlino non indica a fianco di ciascun salto la velocità del vento rilevata durante il tentativo dell’atleta, ma si limita ad enunciare che durante quel determinato turno di gara – eliminatoria o finale – la velocità del vento era stata rilevata da x ad y in favore o contro i concorrenti.
Le uniche annotazioni sono quelle che appaiono accanto alle misure finali di Owens (m. 8.06) e Long (m. 7.87): “Performances could not be recognized as Olympic Records because of too strong back wind” e cioè: “le prestazioni non poterono essere riconosciute quali primati olimpici perchè troppo forte era la presenza del vento alle spalle (n.d.A.: dei concorrenti)”.
Nessuna annotazione alle misure di Maffei – come del resto a quelle degli altri concorrenti – salvo che per il terzo salto eliminatorio (m. 7.73), evidenziato quale primato olimpico eguagliato.
Lo stesso dicasi per l’ultimo salto di Leichum (7.73) e così pure per le misure ottenute da Owens, Long e Tajima, superiori o eguali al record olimpico del 1928.
A proposito del giapponese, Maffei ricorda che durante uno dei suoi salti il vento soffiò così violentemente che la sua tuta, appoggiata in terra a segnare il punto di inizio della rincorsa (l’altro punto di riferimento nella rincorsa di Maffei era dopo venti metri), venne trascinata fin dentro la fossa di caduta.
Esistono quindi incertezze nell’attribuire ad ogni salto dei finalisti della gara di Berlino la esatta valutazione della velocità del vento. Neppure l’attento cronista di Leichtathletik ci viene questa volta in aiuto !
Gli storici delle Olimpiadi Erich Kamper e Bill Mallon nel loro prezioso “Libro d’oro delle Olimpiadi” (Vallardi & Associati, 1992), nell’esporre la cronologia del primato olimpico del salto in lungo, assegnano la qualifica di “ventoso” al secondo (m.7.87), quinto (m.7.94) e sesto (m.8.06) salto di Owens. Egualmente si comportano per il quinto salto di Long (m.7.87).
Harold Abrahams, il vincitore dei 100 metri ai Giochi di Parigi del 1924 (le cui vicende furono riportare in maniera meravigliosa nel film Momenti di Gloria, ovvero Chariots of Fire) presente a Berlino in veste di giornalista, nel suo “Track & Field Olympic Records”, pubblicato alla vigilia dei Giochi del 1948 e dedicato “non solo a coloro il cui nome appare in esso, ma a tutti i concorrenti dei Giochi Olimpici del passato, presente e futuro”, indica quale record olimpico del salto in lungo la misura di m. 8.06 ottenuta da Owens ed annota testualmente: ” io ho riportato questo risultato quale record olimpico nonostante Owens nella circostanza fosse stato aiutato da vento favorevole. In effetti egli migliorò il precedente record con altri due salti, in uno dei quali – così è stato dichiarato – egli non fu aiutato dal vento. Così, non essendoci ufficialità per i records olimpici, mi è sembrato ragionevole indicare quello che in effetti è il miglior risultato ottenuto durante la prova olimpica.”
A parte il record olimpico, che a Berlino venne sempre superato da Owens in occasione di tutti i suoi salti validi, altre problematiche sorsero per le nazioni i cui rappresentanti avevano migliorato i primati nazionali e nella fattispecie la Germania e l’Italia.
La IAAF infatti non aveva ben specificato da quando la regolamentazione della velocità del vento – Giochi Olimpici a parte – sarebbe entrata in vigore; venne tacitamente accettato che almeno fino al 31.12.1936 le singole federazioni sarebbero state libere di decidere in merito alla omologazione dei primati ottenuti con prestazioni inficiate da vento favorevole e quindi irregolare.
La Germania, coerente con l’atteggiamento di rigore assunto prima del pronunciamento della IAAF, non omologò il primato nazionale di Long (m. 7.87) e quindi per il saltatore tedesco sfumò anche il record europeo.
La Fidal invece, influenzata anche dalle incertezze derivanti da testimonianze controverse che affermavano l’assenza di vento durante il salto record di Maffei, attese il 22 dicembre e poi, quasi fosse un regalo di Natale, inviò a Maffei una lettera del seguente tenore:

“Sig. Arturo Maffei – Viareggio.
Sono lieto di comunicarle che il Consiglio Direttivo della FIDAL, nella seduta dei giorni 12 e 13 c.m., ha omologato su proposta del Gruppo Giudici Gare il primato nazionale del salto in lungo con rincorsa da lei stabilito con m. 7.73 il 4-8-1936-XIV a Berlino.
In data odierna tale risultato è stato iscritto sotto il suo nome sul Libro dei Primati Nazionali Maschili.
Il Reggente del G.G.G. f.to Bruno Zauli.”

Sicuramente in questa decisione avevano pesato anche le immagini filmate del salto di Maffei in possesso del Prof. Luciano Fracchia di Asti, che pure noi abbiamo avuto l’opportunità di esaminare e di entrarne in possesso.
Dai fotogrammi, acquistati in Germania dall’amico Fracchia, è possibile scorgere sullo sfondo della pedana dei “popolari” il pennone dal quale pende la bandiera bianca del CIO. Ebbene dalle immagini questa non sembra sventolare più di tanto, a sostegno della testimonianza fornita dall’atleta italiano il quale affermò che durante l’esecuzione del suo salto record il vento era calato di intensità.

Di contro la ATFS – Association of Track and Field Statisticians – indubbiamente l’organo mondiale più autorevole nell’ambito della classificazione obiettiva e scientifica dei risultati di atletica leggera, del quale sono immeritatamente socio, considera, con criterio rigorosamente severo, come “ventosi” i risultati finali di tutti e sei gli atleti impegnati nella gara olimpica di Berlino ed anche quelli di misura pari o superiore al vecchio record olimpico.
Poiché negli anni successivi a quell’evento le polemiche osservazioni dei “puristi” della nostra atletica sul riconoscimento del primato italiano di Maffei ogni tanto tornavano a galla, la Fidal inviò a Losanna uno dei suoi tecnici più preparati, il prof. Alessandro Calvesi, affinché consultasse presso la sede del CIO i verbali di quella gara al fine di far finalmente chiarezza su quella circostanza legata alla “lettura” del vento.
Nonostante l’impegno profuso nelle ricerche il prof. Calvesi non riuscì ad ottenere altri elementi utili, oltre quelli noti, atti a dirimere la questione.
Ho parlato di questo problema con il mio “maestro” Roberto L. Quercetani ed egli, commentando le risultanze del Rapporto Ufficiale relative alla gara olimpica di salto in lungo, mi ha espresso le sue perplessità sulle variazioni di vento registrate sia durante le semifinali (primi tre salti di finale) che durante la finale vera e propria (ultimi tre salti). Egli infatti trova improbabile che durante la prima fase della gara, durata esattamente 1 ora ed un quarto (16.30-17.45) si possa essere verificata una variazione nella velocità del vento di soli 0.2 m/s (da 3.5 m/s a 3.7 m/s), il ché starebbe a significare una situazione di inverosimile stabilità nella registrazione di un fenomeno che invece, di solito, presenta alti e bassi di maggiore consistenza.
Inutile quindi a mio avviso cercare di voler dare consistenza a dati sui quali la mancanza di rilevazioni attendibili lasceranno sempre un velo di mistero e quindi di dubbio.

L’INCONTRO HITLER – OWENS NELLA VERSIONE DI ARTURO MAFFEI
Le reazioni del mondo sportivo all’impresa di Jesse Owens, che seguiva di un giorno la vittoria ottenuta sui 100 metri, furono naturalmente entusiastiche.
Adolf Hitler ed il suo entourage certamente non gioirono per le vittorie del negro americano il cui strapotere sconvolgeva le loro teorie sulla supremazia della razza ariana.
Ma i tedeschi furono ancora una volta abili politici e trattarono gli atleti americani di pelle nera senza quelle discriminazioni che essi invece subivano in patria.
Sarebbero quindi frutto di pura fantasia giornalistica gli episodi che si sono raccontati, e tuttora si raccontano, sull’ipotetico rifiuto di Hitler a stringere la mano ad Owens, mentre è certo che Owens divenne il simbolo dell’eguaglianza razziale e che i suoi atteggiamenti in pista dettero invece al pubblico, presente e non all’Olympiastadion, precisi segni di pace e di fratellanza in un momento in cui i venti di guerra cominciavano a spirare con sempre maggiore intensità.
Terminata la gara gli atleti raccolsero i loro indumenti e si avviarono verso gli spogliatoi.
Ecco come Arturo Maffei ci ha raccontato l’episodio dell’incontro fra Owens ed Hitler:
“Era il 4 agosto del 1936, appena dopo la finale olimpica del lungo dove io fui quarto.
Nel corridoio sotto la tribuna, quello che portava agli spogliatoi, arrivò da destra il Capo dei tedeschi con il suo Stato Maggiore.
Salutò Long, la medaglia d’argento, che era il suo pupillo. Poi andò davanti ad Owens e gli fece il saluto a braccio teso,alla maniera nazista, proprio nel momento in cui l’americano gli stava tendendo la mano per stringergliela. Allora fu Hitler a tendere la mano mentre Owens, correggendo il suo primo atteggiamento, portò la sua alla fronte eseguendo un saluto in perfetto stile militare.
Questioni di un attimo; le mani, per questo frainteso procedurale, non si incontrarono ed Hitler passò oltre congratulandosi con gli altri protagonisti della bella gara.
Chi fu a rifiutare la stretta di mano, se rifiuto effettivamente ci fu? Non tocca a me dirlo. Credo comunque che Owens non tenesse particolarmente a quelle congratulazioni, come io del resto.”
A sfatare certe leggende sull’atteggiamento di Hitler c’è da aggiungere che il Furher non presenziò mai ad alcuna premiazione sul campo, ne tanto meno ne effettuò. Non incontrò neppure i vincitori, ad eccezione di qualche atleta tedesco nel retro della tribuna d’onore.
Solo una volta, a parte il pronunciamento della formula di apertura dei Giochi, partecipò ad una cerimonia pubblica. Fu quando ricevette dal 63enne Spyridon Louis, la medaglia d’oro nella maratona di Atene del 1896, un ramoscello d’olivo proveniente dalla città di Olimpia.
L’incontro con i protagonisti della gara di salto in lungo fu quindi puramente casuale, tanto più se si considera che non avvenne sul campo bensì in un androne dello stadio berlinese.

Ma vediamo come andarono effettivamente le cose, riferite alle premiazioni, secondo quanto riportato dal giornalista americano William “Bill” Mellors Henry nel suo libro “An approved history of the Olympic Games” edito nel 1948.

Occorre innanzi tutto ricordare che i tedeschi, nonostante le belle imprese conseguite dai loro atleti, non avevano mai vinto una medaglia d’oro ai Giochi Olimpici nel settore maschile; questo fino ai Giochi della XI Olimpiade.
Faceva eccezione invece il settore femminile dove la Germania aveva vinto un oro olimpico nel 1928 con la ottocentista Lina Radke.
La prima giornata dei Giochi di Berlino, nella quale si disputarono ben quattro finali, mise fine ad un digiuno durato per i tedeschi quaranta anni.
Alle ore 15 del 2 agosto ebbe inizio la gara di lancio del giavellotto femminile che vide l’affermazione delle atlete tedesche Tilly Fleischer e Luise Kruger.
Le due ragazze dopo la premiazione sul campo vennero fatte salire fino alla tribunetta dove sedeva Hitler con tutto il suo entourage, il quale volle complimentarsi per lo straordinario successo delle due lanciatrici.
Poco dopo fu la volta di un atleta, Hans Woellke, a salire sul gradino più alto del podio per ricevere la corona di alloro riservata ai vincitori. Il forte atleta tedesco si era infatti aggiudicato la prova di lancio del peso.
Trattandosi della prima medaglia d’oro nella storia dell’atletica tedesca fu naturale che Hitler volesse congratularsi direttamente con il pesista e quindi anche Woellke venne fatto salire fino al palco del Fuhrer.
La terza finale fu quella dei 10.000 metri che vide la triplice affermazione dei fondisti finlandesi, mentre il migliore dei tedeschi, Max Gebhard, si classificò solo al settimo posto.
Anche Ilmari Salminen, Arvo Askola e Volmari Iso-Hollo vennero scortati fino alla “loggia d’onore” dove furono ricevuti da Adolf Hitler.

Nel frattempo si stava concludendo anche la gara di salto in alto che avrebbe visto realizzarsi un’altra tripletta, questa volta a favore degli Stati Uniti, che classificarono ai primi tre posti Cornelius Johnson, Dave Albritton e Delos Thurber.
Fino qui tutto normale, a parte l’eccezionalità dell’evento sportivo; a complicare le cose intervenne il colore della pelle dei primi due atleti classificati che era inconfondibilmente nero!
Hitler, prima ancora che la gara fosse terminata, lasciò la tribuna e quindi lo stadio, non appena l’ultimo tedesco in gara, Gustav Weinkotz, uomo da m. 1.995, ebbe fallito la terza prova a m. 1.97, andando a classificarsi al sesto posto in virtù del m.1.94 in precedenza superato.
I vincitori della gara di salto non poterono quindi avere l’onore di strigere la mano al Fuhrer.
Il fatto, variamente commentato dai numerosissimi giornalisti presenti ai Giochi, non piacque alla delegazione americana ne tanto meno al Conte Henri de Baillet Latour, presidente del C.I.O., il quale temette che l’inconveniente potesse ripetersi nei giorni successivi.
Egli quindi, tramite il Dr. Theodor Lewald, membro del C.I.O. e Presidente del Comitato Organizzatore, fece pervenire ad Hitler un messaggio nel quale si ricordava al Fuhrer che egli, nella sua veste di “patron” dei Giochi e ospite d’onore della manifestazione, avrebbe dovuto nei giorni seguenti comportarsi in maniera uguale con tutti i vincitori.
Hitler rispose spiegando che l’eccezionalità del suo gesto nel primo giorno dei Giochi era dovuto all’entusiasmo suscitato dalle vittorie tedesche e che da quel momento egli non avrebbe più ricevuto alcun campione olimpico nel suo palco per pubbliche congratulazioni.
Ed egli mantenne fermamente la sua parola anche se si narrano episodi – e quello del salto in lungo ne è la riprova – nei quali egli si sarebbe congratulato con altri campioni, particolarmente quando fra i protagonisti vi erano atleti tedeschi; se lo fece cercò di farlo con molta circospezione e non agli occhi di tutti.
Quindi, conclude Bill Henry, se qualche atleta fu discriminato questo non fu certo Jesse Owens, che vinse la sua prima medaglia d’oro due giorni più tardi di quei fatti, ma piuttosto Cornelius Johnson ed i suoi compagni di podio.
Gli storici ed i giornalisti che descrissero le cronache dei Giochi di Berlino hanno insistito molto sul fatto che Hitler avesse rifiutato di stringere la mano di Owens, senza prendere in considerazione le circostanze che impedirono questa opportunità.
Henry si domanda se questo sia stato importante; forse più importante delle stesse imprese di Jesse Owens.
Lui stesso dette una risposta al suo interrogativo, minimizzando questo fatto. Ed aggiunge infine: “Il nome di Jesse Owens è scolpito in profondità nella targa di bronzo incassata nella pietra sovrastante la porta di Maratona dello Stadio di Berlino. Esso compare là con maggior frequenza che non quello di Hitler.”

Il giorno dopo la gara gli organizzatori comunicarono alla delegazione italiana che ad Arturo Maffei era stato assegnato un riconoscimento per il miglior stile messo in mostra durante la gara di salto in lungo.
In un primo momento sembrava che il premio dovesse consistere in una medaglia d’oro, mentre invece poi i tedeschi ripiegarono su una di metallo meno pregiato: una medaglia di bronzo opera dello scultore Otto Placzek, raffigurante su di un lato l’aquila del Reich con sotto i cinque cerchi olimpici, e sull’altro la porta di Brandeburgo a rappresentare idealmente la Germania e la città di Berlino.
Il cimelio è stato gelosamente conservato da Maffei in tutti questi anni ed ancora oggi nel mostrarmelo, il vecchio Arturo non ha potuto trattenere un attimo di commozione.

fonte: Arturo Maffei: un salto…..lungo una vita!

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