ACHILLE BARGOSSI: L’UOMO LOCOMOTIVA – 8A ED ULTIMA PUNTATA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024


Eppure nonostante facessi all’estero buonissimi affari, e quantunque le lodi universali e le accoglienze entusiastiche soddisfacessero altresì il mio amor proprio, io era sempre tormentato da quel che si dice il mal del paese. Ed appena le tasche eran gonfie di quattrini, via di corsa in Italia.
E siccome io non son di quelli che continuano a gridare alla necessità di incoraggiare l’industria nazionale, salvo poi a non comperare nemmeno una scatola di fiammiferi che non sia di fabbrica straniera, così, deciso com’ero a fare nel mio prossimo ritorno in Italia un giro artistico, vendetti il materiale del Circo in Francia, con quanto mio danno io solo lo so, al fine di far lavorare nella costruzione di un nuovo teatro portatile solo operai italiani. Così rispondeva <Achille Bargossi alla colpevole oscitanza del Governo italiano.
Prendete il Secolo del 18 marzo 1879 e vi troverete: “Domani alle ore 8 pom. Sarà inaugurata la Grande Arena Italiana che Achille Bargossi, soprannominato l’Uomo Locomotiva ha fatto costruire di fianco al Castello, vicino al bersaglio, presso il Bastione di Porta Sempione: essa ha la circonferenza di 500 metri.
Il programma è dei più strani e dilettevoli. Il Bargossi sfida non solo gli uomini, ma anche i più rinomati cavalli e corridori. Un particolare. La nuova Arena Italiana, che sarà il più vasto teatro trasportabile veduti sin qui, viene costruita, benché con maggior spesa, con operai e materiali italiani. Un bravo di cuore all’inarrivabile signor Achille Bargossi”.
Lo spazio vien mancandomi, e però non mi è possibile riportare qui le relazioni che i vari giornali di Milano diedero a quella gara. Mi basterà, spero, assicurare i buoni lettori ch’ebbero la pazienza di seguirmi sin qui, che, come sempre, Achille Bargossi riescì vincitore.
Pochi giorni dopo, tanto per non poltrire in un ozio infecondo, feci una passeggiatina da Milano a Torino in 14 ore, comprese 6 ore di fermata. E la “Nuova Torino” del 14 aprile 1879 annunciava così il mio arrivo in quella città: “L’Uomo-Locomotiva a Torino. Il celebre corridore Bargossi mantenne la sua parola! Egli è arrivato ieri, all’ora indicata, dopo un viaggio di 14 ore di marcia – comprese 6 ore di fermata – da Milano a Torino. Che gambe, mamma mia! Una folla grande di popolo, la banda-orchestra della Società operaia, e i membri d’una commissione formatasi per la circostanza, ricevettero l’Achille dei corridori con un baccano indescrivibile. Il corteo trionfale percorse le vie principali della città…….e andò a riversarsi nella Grande Arena Italiana di Piazza d’Armi.
Il programma delle varie corse non poté però eseguirsi….stante il numero stragrande di persone che, sfondato in più luoghi lo steccato della palestra, entrò nel recinto delle corse senza pagare il becco d’un quattrino e impedendo, per giunta, che il corridore potesse eseguire i suoi esercizii, a motivo del soverchio ingombro di pubblico.
Oh, l’entusiasmo!…..”.
Ed io aggiungo: alla larga da quell’entusiasmo che mi portò un danno non lieve, avendomi obbligato a far nuovamente ricostruire la mia Arena.

Delle prove che detti a Roma in quel torno di tempo sarebbe troppo lungo parlare estesamente. M’ebbi lodi, l’eco delle quali ripercuote tuttodì i sette colli della città eterna.
Entrai in Roma il 23 maggio 1879 da Porta San Giovanni. Venivo a piedi, non occorre dirlo, e venivo da Terracina. Ecco come ne parla quello spiritosissimo giornale che è il Fanfulla. Scelgo fra i tanti, questo giornale come quello che, del mio arrivo dà il cenno più breve: “Il Bargossi, partito da Terracina alle 5 pom. di sabato, arrivò a Cisterna alle 11; ripartì da Cisterna alle 4 ant. Di jeri, arrivò ad Albano alle 8, ripartì alle 11 e giunse felicemente alla Porta S. Giovanni alle 2 e mezzo, dove una folla enorme con il concerto musicale diretto dal Maestro Ruiti lo stava aspettando. Si fermò qualche minuto, si cambiò d’abito e fece il suo ingresso in Prati, come abbiamo detto, alle 4, svelto come un pesce, benché avesse percorso dai 110 ai 120 chilometri. Nel circo eretto ai Prati presentò i documenti e i certificati dei luoghi per dove era passato. Da Terracina a Roma il Bargossi fu scortato, ad ogni buon fine ed effetto, da due carabinieri a cavallo”.

Fu a Roma che sostenni quella gara, famosa ormai, con una eccellente cavalla – montata da certo signor Napoleoni, un rinomato fantino.
La gara ebbe luogo allavilla Massani, fuori Porta del Popolo, ed i patti erano i seguenti: 1) Si dovrà percorrere tanto spazio per 24 ore; 2) Il Napoleoni a cavallo ed il Bargossi a piedi; 3) Il cavallo potrà darsi al galoppo, al trotto, al passo e fermarsi; 4) Altrettanto potrà fare il Bargossi; 5) Il fantino dovrà essere sempre il medesimo; 6) Chi in ore 24 farà più giri nella Villa Massani, sarà vincitore.
La gara ebbe infatti luogo il giorno 9 giugno 1879. Durò la corsa 23 ore e 35 minuti per parte della cavalla, il proprietario della quale non aveva più diritto al premio promesso di £. 1000 essendosi il cavallo fermato 25 minuti prima che spirassero le 24 ore. Tentai alla mia volta di riguadagnare i sette giri dei quali ero in perdita e ci sarei pervenuto se la folla avendo invaso il terreno non mi avesse posto nella materiale impossibilità di avanzarmi. Aggiungete che ebbi la disavventura di correre su d’un terreno ineguale e ghiajoso, per cui i piedi mi si erano in più parte feriti. Aggiungete ancora che m’era giunta la voce che buona parte degli incassi era stata sottratta per abuso di fiducia delle persone a ciò incaricate, e pensate come fossi disanimato, vedendo altresì che tutti gli incoraggiamenti erano per la bestia.
Fu quella però una prova che mi meritò le lodi di tutti i giornali, e se ancor molto non mi restasse a dire vorrei qui riportare le relazioni estesissime dei fogli della capitale. Lo farò in una mia nuova pubblicazione assai più della presente voluminosa, ed alla quale intendo metter mano al mio ritorno dall’America ove fra breve conto di recarmi. Accenno frattanto ai chilometri da me percorsi in quelle 24 ore e che furono 165. Escii dalla Villa Massani portato in trionfo, ed ero fresco e sano come un pesce, mentre – scriveva il “Bersagliere” dell’11 giugno di quell’anno – “la cavalla e Napoleoni sono in uno stato allarmante. Jeri la povera bestia appena condotta alla stalla cadde sfinita. Intelligenti la credono rovinata per sempre, e Napoleoni era sciancato e dolente tanto da far pietà”.
Continuai il mio giro. Fui a Napoli ove vinsi un buon puledro. “La prima prova di velocità di gambe” scrisse il “Piccolo” di Napoli del 28 luglio 1879” è stata fatta assai felicemente dall’Uomo-Locomotiva Bargossi. Egli ha avuto a competitore un eccellente cavallo. Nello spazio di 28 ore il Bargossi ha fatto 501 giri di 365 metri l’uno (circa 183 chilometri) il cavallo 412. Onore al vincitore!”.
Ritornai in Francia, e i giornali parigini salutarono con entusiastiche parole il mio ritorno. Il Figaro dell’8 dicembre 1879: “ Il più forte ed il più intrepido corridore dell’epoca, Achille Bargossi soprannominato l’Uomo-Locomotiva, è in questo momento a Parigi, ove lo avevano preceduto la sua reputazione e i suoi successi…..Achille Bargossi è italiano, della forte razza delle Romane. Dopo quasi dieci anni ch’egli cerca un vincitore, non è neppur riescito a trovare un rivale.”
A Clermont-Ferrand sostenni una gara con certo Dibbelz rinomato e, diciamolo, valente corridore. Tolgo dal “Monitor du Puy de-Dome” del 2 marzo 1880: “ La grande corsa annunciata tra i due campioni aveva vivamente eccitata la curiosità pubblica. Così noi possiamo dire, senz’essere tacciati d’esagerazione che tutta la popolazione clermontese s’era trasportata jeri sulla Piazza de Jaude”.
Salto via per brevità i particolari della gara che occuperebbero troppo spazio e riporto senz’altro la fine dell’articolo.
“Alle quattro ore e mezza l’avversario di Bargossi ha due giri in più. L’entusiasmo è al colmo. Il palo marca 90 giri. Gli scommettitori per Bargossi cominciano a disperare; essi eccitano il loro campione:
– “ Bargossi, for ever!
– “ Cinque ore meno un quarto: palo Dibbelz 98 giri; palo Bargossi, <96
– “ Tutto a un tratto avviene, pochi minuti prima delle 5 ore, un fatto meraviglioso, che noi rifiuteremmo di credere, se non ne fossimo stati testimoni.
– “ Dibbelz cedette visibilmente; la velocità si rallentò; le gambe si agitano penosamente, la fisionomia si scompone. Tutto all’opposto, Bargossi si slancia, corre con una rapidità incredibile, guadagna in un batter d’occhio i due giri che aveva perduti, e batte definitivamente il suo avversario, il quale cade a terra, disfatto al punto che lo si dovette trasportare in una vettura.
– “ Fu quella una bella vittoria per Bargossi, una vittoria vivamente disputata, brillantemente riportata…..”.

E molte furono le gare che sostenni con corridori e cavalli, in Francia specialmente. E il “Memorial de Lille” del 4 settembre dà conto di una, in cui il cavallo e relativo cavaliere si dovettero ritirare dall’Arena dopo il 20° giro, mentre io continuai sino a farne 40!

Ed ora mi fermo, poiché, lo ripeto, non basterebbe un volume in folio per accennare anche fugacemente a tutte le vittorie da me riportate in patria, nelle ingrata ma pur sempre adorata Patria mia, ed all’estero. Lo farò peraltro un giorno, e allora mi voglio divertire, lettori amabilissimi.
Giunto così alla fine di questo libricino, sorge spontanea la domanda: “perché l’hai scritto?” Il “fare un libro”, scrisse quell’anima nobile e sdegnosa di Giuseppe Giusti: “………è meno che niente, se il libro fatto con rifà la gente.”
E questo è appunto lo scopo cui ho inteso con questa povera pubblicazione. Vorrei rifare la gioventù perché ci dia una generazione migliore. Vorrei preparare un piccolo esercito di Bargossi, vale a dire di locomotive umane!
Mi direte che questo ch’io possiedo è un dono di natura. No signori! Perché quando cominciai a correre, non potevo sorpassare il 15°, o 16° chilometro sempre di corsa. Ora arrivo, senza mai fermarmi a percorrerne fino 60.
Io non sono un atleta, ma non sono nemmeno un ginnastico ordinario. Ebbene tutti questi risultati di resistenza e di velocità che fanno stupire il mondo, io li ottenni colla perseveranza, colla ferma volontà di ottenere l’intento ed anche collo studio.
Io non mi voglio arrestare a questo punto. La mia ambizione, poiché anch’io sono ambizioso, si leva più in alto. Io voglio educare tutta una generazione di giovani forti e valenti alla corsa, che potranno servire alla difesa della patria. E allora, amici lettori, vedrete un po’ se non potremo vendicare un assassinio, recentemente perpetratosi, di un santo giovane? Vedrete un po’ se non otterremo i nostri confini naturali?
Che sia possibile a me fare degli allievi, io lo provo con un esempio vivente: mia moglie.
La Signora Bargossi non si sogna neppure di avere forme atletiche di cui andavano superbe le profetesse germaniche e le guerriere antiche; chi la vide sa che è una signora delicata, sottile, che ispira tutt’altro che l’idea di una forza eccezionale. Ebbene”….mia moglie ha fatto, senza affaticarsi e tutto d’un fiato, una corsa di 26 chilometri. E l’ho educata io!
Lo ripeto, no ho che un’ambizione, questa: di rendere il mio metodo popolare ed utile alla patria. Provi, per Iddio, l’onorevole Ministro della Guerra, provi ad affidarmi degli allievi scelti fra i più robusti ed agili nei diversi reggimenti, e se in un tempo relativamente breve io non ne farò dei bravi maestri, mi rassegno a lasciarmi sbattezzare e ribattezzarmi: uomo tartaruga.
Voi trovate miracoloso che io compia certe corse di resistenza da stancare un cavallo e lasciarlo boccheggiante dietro di me! Ebbene datemi un reggimento, e vi garantisco che in capo a due mesi il soldato più pelandron, come si dice in milizia, saprà correre non meno di me.
Ed accolga una buona volta sul serio, ma davvero sul serio l’On. Ministro della Guerra questa mia proposta. Crede egli, l’Illustre Generale, che la valentia nella corsa sia una qualità secondaria per un militare? Gli antichi la tenevano nel massimo pregio; l’eroe Achille, non io, ma l’altro quello dal tallone fatato, di nulla tanto si vantava, come della sua velocità alla corsa. Chi è rapido nel camminare, è rapido nel giungere; e chi primo arriva è vincitore. E’ un principio elementare.
Supponete che io formi un reggimento di giovinotti capaci di fare cento chilometri colla rapidità mia. Avremo in parte supplito a quel difetto di cavalleria che nel nostro esercito è così lamentato.
Aggiungete che la cavalleria non salta certo i fossi, non si arrampica su certi dirupi, non può correre attraverso i boschi, non s’imbarca in certe barchette; che deve aver cura dei suoi cavalli, percghè senza di essi addio cavaliere. Ebbene! I pedoni ammaestrati da me a correre avranno tutti i vantaggi della cavalleria senza averne i svantaggi.
Ecco: per fondare a Roma una Scuola Centrale di buoni corridori per l’esercito nostro, sacrificherei il poco che ho potuto guadagnare, e rinuncerei alle offerte che da varii reggimenti e collegi militari di Francia mi vennero fatte.
Ci pensi l’on. Ministro della Guerra!
E grazie a te lettore cortese, grazie della benevola attenzione che mi accordasti sin qui e….a rivederci.

Achille Bargossi morì in Sudamerica di febbre tifoidea, sei anni dopo all'età di 38 anni.

fonte: Achille Bargossi – L’uomo locomotiva – Autobiografie e Memorie

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