IL FLOW E LA PEAK PERFORMANCE

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

“Sto uscendo solo ora da un sogno. Mi sembra tutto impossibile. Tutta questa gente sulle tribune c’è sempre stata?” Bob Beamon dopo aver migliorato di 55 centimetri il record mondiale di salto in lungo alle Olimpiadi di Città del Messico (1968).

A ciascuno di noi è capitato, nel contesto sportivo come nello svolgimento di altre attività, di vivere delle situazioni in cui tutto ci è riuscito per il meglio ed eravamo talmente assorbiti in quello che stavamo facendo da non accorgerci neanche del tempo che scorreva e di ciò che stava avvenendo nelle vicinanze. Probabilmente è in tale «stato di grazia» che abbiamo ottenuto le nostre prestazioni migliori (peak-performance) anche superando di molto i nostri precedenti limiti.
Gli psicologi chiamano “flow” (flusso di coscienza) tale stato caratterizzato da un coinvolgimento totale nell’attività, da una sensazione di grande padronanza riguardo alle difficoltà legate all’attività stessa, da una distorsione della percezione del tempo, e associato a grandi performances.
Per vivere uno stato di flow è necessario che l’atleta consideri l’attività stimolante, nel senso che consideri piuttosto difficile, ma comunque realisticamente affrontabile, la sfida con se stesso insita nell’attività. È importante cioè che l’atleta percepisca un equilibrio tra la sfida che un determinato compito (gara o allenamento) rappresenta e le proprie abilità. La sfida può essere con se stessi (migliorare il proprio personale) o con gli avversari, ma l’importante è che il cimentarsi in essa non richieda abilità superiori a quelle possedute dall’atleta o, al contrario, sia da questo considerato troppo facile. Una sfida eccessivamente proibitiva avrebbe infatti l’effetto di generare nell’atleta uno stato d’ansia che impedisce per definizione il maturarsi di un’esperienza di flow, mentre una sfida considerata facilmente superabile non rappresenterebbe uno stimolo adeguato per spingere l’atleta a dare il meglio di sé e renderebbe noiosa l’attività.
Il flow è un’esperienza limitata nel tempo che può caratterizzare un’intera competizione o alcuni momenti di essa a seconda della disciplina e delle caratteristiche dell’atleta. Ci sono degli esempi di maratoneti che hanno beneficiato di questo “stato di grazia” per diversi chilometri della gara non sentendo più la stanchezza e non accorgendosi neanche di quello che facevano gli avversari e dello scorrere del tempo. Nei cento metri, in frazioni di tempo decisamente inferiori, è possibile che l’atleta abbia la percezione dello scorrere del tempo rallentato associata alla sensazione di poter recuperare qualsiasi svantaggio e di riuscire a correre sciolto senza alcun impegno.
Al di là delle diverse forme in cui lo stato di flow si manifesta a seconda delle varie discipline, sono stati comunque individuati gli elementi che generalmente caratterizzano questa esperienza.
Tra questi, oltre alla percezione di equilibrio tra sfida e abilità a cui abbiamo fatto riferimento sopra, vengono menzionati: un facile raggiungimento di elevati livelli di concentrazione sul compito; chiari riscontri sull’andamento dell’attività; chiari obiettivi da raggiungere; assenza di noia e di ansia; uno stato affettivo positivo; un’alta motivazione intrinseca; un’alterata percezione del trascorrere del tempo e assenza di auto-osservazione.
Come si può osservare l’atleta riesce con naturalezza a rivolgere l’attenzione totalmente all’attività che sta svolgendo (facile concentrazione sul compito) e, pur avendo la chiara sensazione di agire correttamente (riscontri sull’andamento dell’attività) e di avere un alto controllo sull’esito della prestazione, non si “auto-osserva”, cioè non pensa a se stesso in relazione a ciò che sta facendo e a come lo sta facendo. Addirittura se l’atleta si soffermasse a realizzare ciò che gli sta succedendo porrebbe fine allo stato in cui si trova e alle sensazioni ad esso associate.
Alcuni autori suggeriscono che è come se l’atleta fosse “immerso” nell’attività, costituendo quasi un tutt’uno con essa e dando origine ad un processo armonico e funzionale.
Chi abbia avuto esperienza di flow in uno sport come il tennis tavolo può rendersi conto facilmente del grande senso di controllo che si associa allo “stato di grazia”: è come se il giocatore raggiungesse nella partita una tale sensibilità rispetto a come si muove e a come dovrebbe muoversi, da sentire un pieno controllo sull’esito di ogni colpo, avendo la solida sensazione di riuscire a calibrare perfettamente l’effetto e la forza di ogni colpo e di mandare la pallina sullo spigolo del tavolo quando e come vuole.
L’altra caratteristica che emerge è la facilità con cui l’atleta raggiunge questo livello di sensibilità e concentrazione sul compito dando origine a prestazioni che sono al limite delle sue capacità.
Non è necessario essere campioni per vivere questa esperienza, poiché, come abbiamo visto, la sfida deve essere considerata adeguata sulla base delle nostre abilità e anche la sensazione di eseguire perfettamente ogni azione è sempre in relazione al modo in cui noi siamo capaci di eseguirle normalmente.
Tuttavia sono stati individuati dei fattori che predispongono maggiormente le persone a vivere stati di flow indipendentemente dalla situazione esperita. Ad esempio chi si dimostra capace di mantenere la concentrazione più a lungo e chi riesce a considerare potenziali ostacoli come sfide per se stesso può sperimentare con maggiore probabilità questo tipo di esperienza.
Anche le persone che sono molto motivate a svolgere un’attività per il solo piacere di farla e per migliorare le proprie abilità (alta motivazione intrinseca) sono maggiormente predisposte ad esperire “stati di grazia” quando si mettono alla prova in tale attività.
Poiché il flow facilita il raggiungimento di grandi prestazioni e rappresenta di per sé un’esperienza molto piacevole ed entusiasmante, viene spesso ricercato attivamente dagli atleti.
Tuttavia lo stato di flow non è qualcosa di pianificabile ma è piuttosto qualcosa che può svilupparsi al di là del controllo dell’atleta.
Quello che cercano di fare gli psicologi (Muzio, 2004) è di favorire l’insorgenza dello “stato di grazia” agendo sui principali fattori predisponenti. Al fine di incrementare la motivazione intrinseca e il senso di efficacia (fattori predisponenti) dell’atleta rispetto alla disciplina che pratica gli viene suggerita l’opportunità di individuare mete chiare e specifiche sulle quali concentrare l’allenamento e sulle quali egli possa avere dei riscontri chiari circa il proprio rendimento.

Giorgio Merola
Psicologo dello Sport
merogio@hotmail.com

fonte: (Fonte: Dott. Giorgio Merola / Foto: texassports.com)

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