HAROLD ABRAHAMS: L’AURIGA DI “CHARIOTS OF FIRE”

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

La gara dei 100 metri anche in questa occasione olimpica attirò l'interesse del pubblico, dei giornalisti ed anche degli intellettuali impegnati negli “Art Contest” (Concorsi artistici), manifestazione che come noto fino al 1948 si svolse in contemporanea con i Giochi Olimpici.
Ebbene quell'anno a Parigi il francese Géo-Charles (Charles Guyot) vinse la medaglia d'oro nella prova di letteratura con una serie di poesie dette “Summer Olympics” fra le quali spiccava un’ode dedicata alla corsa dei 100 metri, la gara che il gionalista francese Georges Prade definì “l’aristocrazia del movimento”.
Il lavoro del poeta francese trovò unanimità di giudizio nella giuria della quale facevano parte artisti insigni quali Jean Richepin, Maurice Barrès, Paul Claudel, Maurice Donnay, Robert de Flers, Jean Girardoux, Blasco Ibañez, Marcel Prévost, Edmond Jaloux, Selma Lagerloff, Maurice Maeterlink, Anna de Noailles, Henry de Régnier, Albert Thibaudet, Paul Valéry e l'italiano Gabriele D'Annunzio.
Ecco il testo della composizione, intitolata “Les Jeux Olympiques” facente parte dell’opera insignita di medaglia d’oro:

Les coureurs se penchent fleurs crispées.
Le décor meurt…..
Le silence règne, recordman livide!
Un coup de feu, mot violent!
Comme la pluie crépitante aux trottoirs des cités, douze pieds
Batten la piste.
Les jambes tricotent éperdument les mailles d'un filet d'air.
Une vague aux six crêtes blanches s'avance.
L'oiseau anglai Abrahams, l'horizon aux dents, pointe de
L'angle obtus
Rase le fleuve rose, éventre l'air….
Et soudain,
Les bras ramenés en arrière, ailes violentes,
Il rompt le fil d'arrivée qui flotte en voile de mariée.

Non possiamo citare questo avvenimento senza ricordare che il mondo letterario ed artistico europeo era ancora influenzato dal movimento, conosciuto con il nome di “Futurismo”, lanciato a Parigi nel 1909 dallo scrittore Filippo Tommaso Martinetti con il primo “Manifesto” pubblicato sul “Figaro”, che contrapponeva alla tradizionale cultura accademica una nuova estetica ed una nuova concezione di vita, fondate sul dinamismo come principio-base della moderna civiltà delle macchine.
Il movimento si era esaurito nel 1916, ma stava conoscendo una seconda fase di rilancio.

Ed ora veniamo alla gara che per il numero dei partecipanti (82) risultò essere la più numerosa dei Giochi.
I due atleti jugoslavi iscritti comunicarono la loro rinuncia alla gara prima della composizione delle batterie; le altre diciassette defezioni vennero annunciate dopo il termine ultimo per le variazioni alle iscrizioni fissato per il 25 giugno. A quel momento Mr. W.M.Barnard, il giudice inglese addetto alla formazione delle batterie, aveva già effettuato il suo lavoro componendole sulla scorta delle iscrizioni pervenute al comitato organizzatore.
Le rinunce, tardivamente comunicate, crearono scompensi e larghi vuoti specie nella terza e quinta batteria.
Solo quattro nazioni: Stati Uniti, Inghilterra, Francia ed Italia schierano quattro velocisti, il massimo consentito dal regolamento.
Gli ottantadue velocisti partecipanti alla prova parigina vennero divisi in diciassette batterie che si corsero nel primo pomeriggio di domenica 6 luglio. Le gare si svolsero in condizioni atmosferiche perfette. Il tempo infatti fu bello e non ci fu vento a disturbare i concorrenti.

I risultati del primo turno eliminatorio, come di solito accade, non riservarono sorprese.
Dal momento che si qualificavano per i quarti i primi due di ogni batteria, tutti i migliori passarono il turno.
Vinsero infatti le rispettive batterie gli americani Murchison, che aprì la serie alle 14.30 in punto, Paddock, Bowman e Scholz. Anche gli inglesi Royle, Rangeley, Nichol ed Abrahams si imposero facilmente, come pure i forti canadesi Cyril Coaffee e George Hester.
I francesi si comportarono molto bene in questo primo turno vincendo le batterie con Maurice Degrelle, Albert Heise ed Andrè Mourlon, ma qualificando anche Renè Mourlon giunto secondo proprio nell’ultima.
I cronisti registrarono comunque che i due fratelli Mourlon si presentarono in pista molto nervosi ed emozionati.
La prestazione migliore fu realizzata da Loren Murchison, vincitore della prima batteria, e da Jackson Scholz, che si aggiudicò la tredicesima: per entrambi il tempo fu di 10.4/5.
Gli italiani Ernesto Bonacina, classificatosi subito dietro al canadese Coaffee nella seconda batteria, Giovanni Frangipane, giunto secondo nella settima batteria dove fu preceduto dall'inglese Royle, e il toscano Enrico Torre, piazzatosi dopo il più giovane dei due fratelli francesi Mourlon, si qualificarono per i quarti, mentre uscì subito di scena Vittorio Zucca, giunto terzo in una batteria non certo irresistibile che vide l’affermazione dello spagnolo Mendizabal.
Paddock passeggiò nella sua batteria, la terza, essendo già qualificato per la defezione di ben quattro concorrenti.
Trentaquattro atleti disputarono le sei batterie del secondo turno dal quale sarebbero usciti i nomi dei dodici semifinalisti,; le prove che ebbero inizio alle ore 16 di quello stesso pomeriggio.
Come si potrà notare i regolamenti cominciavano a funzionare ed anche la meccanica della formazione delle batterie e dei turni successivi, si avvicinava a quella in atto nei nostri giorni.
Il crescente agonismo spinse gli atleti a scoprire le carte ed a mostrare oltre le loro vere intenzioni anche l'effettivo stato di forma.
Sorprese quindi, anche se il suo nome figurava fra quello dei più accreditati per la vittoria finale, l'inglese Harold Abrahams che andò a vincere con grande autorità la quarta batteria, al termine della quale fece fermare i cronometri sul tempo di 10.3/5 con il quale stabilì il nuovo record olimpico.

Anche gli altri favoriti non furono da meno.
In prima batteria Murchison confermò il 10.4/5 del primo turno, trascinando al secondo posto il nostro sorprendente Frangipane, che riuscì a battere uomini del valore dell’olandese Broos e del finlandese Halme.
Il campione americano in carica, Chester Bowman regolò nella seconda batteria il forte neozelandese Arthur Porritt, correndo anch'egli in 10.4/5.
Il canadese Coaffee, e gli altri due americani, Paddock e Scholz, vinsero le rispettive batterie facendo segnare tutti il tempo di 10.4/5; vennero eliminati i due fratelli Mourlon, atleti assai esperti ed accreditati di buoni tempi, gli inglesi Royle e Rangeley ed i nostri Torre e Bonacina, finiti ultimi nelle loro batterie.

Si preannunciavano quindi due semifinali agguerrite, dall’esito molto incerto.
I quattro americani vennero distribuiti due per ogni semifinale ed anche i due inglesi corsero in turni separati.
Il nostro Giovanni Frangipane ebbe la sfortuna di trovarsi nella seconda semifinale, quella che risulterà la più veloce e più valida sotto l'aspetto tecnico.
Le semifinali vennero disputate lunedì pomeriggio 7 luglio, alle ore 14.
Jackson Scholz aprì le ostilità ottenendo nella prima delle due semifinali un nuovo 10.4/5, mentre alle sue spalle si classificarono nell'ordine Porritt e Murchison con tempi “stimati” molto alti: rispettivamente 11.1 e 11.2.
Vennero eliminati, ma non fu certo una sorpresa, l'inglese Nichol, il francese Degrelle ed il canadese Hester.
Nella seconda semifinale Abrahams manifestò tutte le sue velleità per il raggiungimento della vittoria finale.
Forte del pronostico formulato dal Principe di Galles che aveva pubblicamente affermato che Paddock non avrebbe battuto il campione inglese, ed intenzionato a far vincere al suo futuro sovrano la scommessa da lui fatta con il velocista americano, Abrahams si schierò al via di una semifinale molto difficile.
“Un pranzo per tutta la squadra americana quando tu verrai a Londra la settimana prossima ospite del mio club, se tu vinci – disse il principe Edoardo che aveva voluto incontrare il velocista americano conosciuto ai tempi dei Giochi Interalleati – ma se perdi allora sarete voi yankees a pagare!”
“È una scommessa seria ed impegnativa!” – disse Paddock – rivolgendosi sorridente all’esterrefatto Abrahams.

Nonostante una mediocre partenza, dovuta ad un’incertezza frutto del sospetto di una presunta partenza falsa dell’australiano Edwin Carr, Abrahams seppe rimontare e battere, sia pure di misura, l'americano Paddock del quale l'inglese ben conosceva la fama e le ambizioni.
Abrahams fece segnare ancora il tempo di 10.3/5 ed eguagliò per la seconda volta il record olimpico.
Paddock venne accreditato di un 10.7e, riuscendo con il suo solito finale a regolare di un soffio il connazionale Bowman, anche lui autore di un probante 10.7e.
“Hai visto, non potrai battermi” – disse Harold a Charles uscendo di pista. “No – rispose Paddock – ma noi presto ci incontreremo di nuovo”.
Fra gli esclusi in questa semifinale: l'australiano Carr, il forte canadese Coaffee ed il nostro Frangipane.
Ma ecco come lo stesso Abrahams sintetizzò la sua corsa in un articolo apparso dopo i Giochi sulla stampa inglese:
“À vos marques” disse lo starter, il Dr. Moir di Manchester. Al “prêt!” dall'angolo visivo del mio occhio destro vidi Carr muoversi. Subito dopo udii il “bang” della pistola. Io ero certo che l'australiano sarebbe stato richiamato; ma mi sbagliavo e mentre la mia mente pensava io mi ero avviavo ritrovandomi con gli altri concorrenti due yards dietro allo stesso Carr.
“Mantieni la tua andatura” sentii dire da una piccola voce dentro di me. “Non farti prendere dal panico”.
Gradualmente ridussi lo svantaggio che riuscii ad annullare proprio sul traguardo, che tagliai quasi contemporaneamente agli altri.
Io stavo ritornando sconsolato verso la partenza e mi domandavo: “Avevo vinto? Mi ero qualificato?” Infatti avevo tagliato il traguardo ma non mi ero reso conto della mia classifica.
Dopo una straziante attesa, durata alcuni minuti che mi parvero ore, sentii la voce forte dello speaker: “Attenzione, attenzione.” e poi finalmente: “Gara cento metri, seconda semifinale. Primo il numero 419 (il mio numero !)”. E poi il tempo: “Dieci e tre quinti. Record olimpico eguagliato!”.
Mi ero qualificato ed avevo eguagliato il primato olimpico per la seconda volta!
Il sollievo fu immenso e da quel momento fui sicuro che avrei vinto la finale, che si sarebbe dovuta correre tre ore più tardi, ma che in effetti si disputò quasi quattro ore dopo, alle 17”.

Il risultato di Giovanni Frangipane, atleta siciliano che ebbe poche occasioni di gareggiare ad alto livello stante il suo isolamento regionale, costituirà fino al 1984 – ci piace ribadirlo – il cammino più lungo compiuto da un atleta italiano nella gara dei 100 metri olimpici. Poi questo singolare primato fu uguagliato da Stefano Tilli ai Giochi di Los Angeles.

La finale vide quindi allineati alla partenza i favoriti della vigilia. Tutti e quattro gli americani, un inglese ed un neozelandese.
Le quotazioni di Abrahams, grazie ai due 10.6 fatti segnare nei turni eliminatori, erano ovviamente salite alle stelle, mentre Paddock, nonostante il 10.7e registrato in semifinale non aveva dato dimostrazione di essere nella forma migliore per competere con l'inglese. Miglior impressione avevano invece destato i suoi compagni di squadra Scholz e Bowman.

Paddock sapeva benissimo di non essere, al contrario dell’avversario inglese, al massimo della condizione.
Lo disse amaramente a Douglas Fairbanks Sr., suo grande amico e compagno di viaggio sulla SS America, che era andato a trovarlo subito dopo la disputa delle batterie.
“Il vecchio «scalciatore» non è qui, Doug!” ammise con grande sincerità Paddock, ed aggiunse malinconicamente: “I’m too old” (io sono troppo vecchio).
“Devi distrarti – disse semplicisticamente Douglas – torna con me a Parigi. Trascorri la notte lontano dall’atletica e domani sarai di nuovo te stesso.”
Paddock non si fece pregare e salì sulla macchina di Fairbanks. Il celebre attore americano del cinema muto, una vera star mondiale di quell’epoca, si trovava a Parigi con la seconda moglie, l’attrice Mary Pickford (Gladys Smith), conosciuta anche con lo pseudonimo di “Dorothy Nicholson”, per promuovere il suo ultimo film “Il ladro di Bagdad”.
Mary Pickford, anch’essa celeberrima diva del cinema muto, nel 1919 aveva fondato con David W. Griffith, Charlie Chaplin ed il marito, la casa di produzione United Artists della quale divenne nel 1935 Vice-Presidente.
Essa si trovava in Francia per convincere lo “chansonnier” francese Maurice Chevalier ad andare negli Stati Uniti per interpretare un “musical” in vista dell’inizio delle produzioni di films “sonori”.
I quattro, Douglas, Mary, Maurice e Charles, cenarono al “Crillon” e fecero le ore piccole; Chevalier fu spassosissimo nell’intrattenere i suoi ospiti e, correndo intorno al tavolo da pranzo, si esibì in una riuscitissima imitazione di Paavo Nurmi.
Nessun problema di orario per Paddock che non alloggiava con la squadra americana nel castello di Rocquencourt, appartenuto al principe Murat, in quanto come ad Anversa aveva preso in affitto con Murchison un appartamento nei pressi dello stadio di Colombes.
Quella con gli amici americani non fu la sola “scappatella” notturna che Paddock si concesse durante i Giochi.
Il velocista americano fu visto spesso anche a La Reveu Nègre, un club dove si esibiva The Claude Hopkins Band, un complesso jazz che andava in quel momento per la maggiore e nelle cui fila militavano anche il clarinettista Sidney Bechet, all’epoca già famoso, e la cantante-ballerina negra, originaria di St. Louis, Josephine Baker.

Arthur Porritt era l'unico dei finalisti ad essere approdato alla finale senza aver vinto neppure un turno eliminatorio; il suo nome quindi non raccoglieva grandi favori.
Abrahams aveva ricevuto da Mussabini un'ultima raccomandazione. Il vecchio coach aveva detto al suo allievo: “Al momento della partenza devi pensare a due sole cose: al colpo di pistola ed alla linea del traguardo. Quando avrai udito il primo, corri come un dannato fino a che non avrai raggiunto la seconda !”
A parte la ricostruzione, abbastanza fedele della partenza di questa finale, fatta da Hugh Hudson nel suo film “Chariots of fire”, esiste anche un documento d’epoca realizzato per la Rapid Film dal regista francese Jean de Rovera su commissione della federazione inglese A.A.A., che ci mostra, insieme ad altre fasi delle gare di atletica, anche la finale dei 100 metri.
Noi abbiamo avuto l’opportunità di visionare il film in casa dell’amico Luciano Fracchia di Asti. Il prof. Fracchia, possessore di una cineteca privata di atletica leggera che senza ombra di dubbio non ha eguali al mondo, venne a conoscenza da un’inserzione riportata sulla rivista americana “Track & Field News” della disponibilità di questo film, e lo acquistò dal suo proprietario, l’atleta inglese Guy Butler, il quale lo aveva avuto in premio dalla sua federazione per le belle prestazioni offerte ai Giochi di Anversa e di Parigi, dove si era classificato al secondo e terzo posto nella gara dei 400 metri piani.
Il filmato della gara olimpica dei 100 metri ci mostra i finalisti nell’atto di preparare le “buchette” di partenza, mentre il Dr. Moir, con indosso un lungo camice bianco ed in testa un “panama” pure bianco con larga fascia nera – divisa abituale degli starters di quell’epoca – si aggirava fra i concorrenti dando consigli e facendo raccomandazioni.
Contemporaneamente un addetto al campo in possesso di un attrezzo simile a quello che oggi si usa per tracciare le righe sui campi di calcio, ridisegnava la linea di partenza aggiungendo gesso bianco fresco nei punti rovinati dal passaggio dei concorrenti impegnati nelle prove sul giro di pista aveva “rovinato”.
Abrahams aveva da poco finito la sua preparazione che consisteva in una blanda corsa sulle punte per circa 150 yards sull’erba del prato, avendo l’accortezza di tirare molto su le ginocchia ed intervallando questa pratica con brevi scatti.
Gli atleti finalisti al comando dello starter inglese Dr. Edward Moir, si schierarono sulla linea di partenza in quest'ordine, partendo dall'interno pista, ovverosia dalla prima corsia: Paddock, Scholz, Murchison, Abrahams, Bowman e Porritt.
Ad eccezione di Porritt che indossava la divisa completamente nera della nazionale neo-zelandese, tutti gli altri atleti avevano maglie bianche.
Il Dr.Moir attese che il radiocronista Freddie Dartnell del Daily News, collocato nel box della stampa vicino alla partenza, avesse abbassato il tono concitato della sua voce e poi ordinò il “A vos marques” seguito subito dopo dal “prêt!”
A questo comando i velocisti inarcarono la schiena e sollevarono il bacino, mentre le braccia sostenevano il peso del corpo nella scomoda posizione di partenza, che avvenne al primo tentativo grazie alla perizia dello starter che seppe cogliere il momento giusto per lo sparo.
Paddock scattò in avanti con violenza, forzando i primi passi dell'avvio con il risultato di contrarre eccessivamente i muscoli delle gambe e di indurire la sua azione di corsa.
Ai venticinque metri i concorrenti erano praticamente su una stessa linea, ma le lunghe leve di Abrahams e la sua scioltezza di corsa – aspetti tecnici privilegiati da Sam Mussabili nei suoi allenamenti – lo portarono a metà gara decisamente al comando. Ai settanta metri l’inglese, che aveva sferrato il suo attacco finale, aveva un vantaggio di circa mezzo metro sul suo avversario più vicino.
Gli unici avversari che rimasero a contrastarlo furono Scholz e Bowman.
Paddock infatti, era ormai in riserva di energie – l'americano pagò forse in quel momento le divagazioni mondane che si era concesso a Parigi alla vigilia della gara – e cedette di colpo lasciando via libera all'inglese il quale ebbe così partita vinta.
Abrahams nalla parte finale della gara riuscì a distendersi ed a mantenere la posizione di testa fin sul traguardo che tagliò per primo proiettando in avanti il busto e protendendo all'indietro le braccia, secondo la tecnica tante volte provata in allenamento sotto la guida di Sam Mussabini; egli precedette di un buon mezzo metro il tenace Scholz che fu l'unico ad impegnarlo fino in fondo.
Porritt con uno sbalorditivo finale riuscì a soffiare il terzo posto all’americano Bowman, mentre un deludente Paddock terminò la prova in quinta posizione preceduto anche dal connazionale.
Ultimo, come ad Anversa, ma questa volta battuto senza attenuanti, si classificò Loren Murchison.

Riprendiamo ora la seconda parte dell'articolo di Orio Vergani del quale abbiamo avanti citato l'apertura:
“E anche l'idolo Paddock si è infranto. È bastato il confronto dei cronometri. È bastato un quinto di secondo di differenza in confronto all'inglese Abrahams (n.d.A.: il giornalista si riferisce evidentemente alla semifinale), venuto fuori all'improvviso, perché, a dire il vero, nessuno se l'aspettava, dopo tanti anni un velocista europeo capace di tener testa ad un americano, è bastato quel quinto di secondo in più perché subito, prima ancora della finale, Paddock passasse nel numero dei velocisti di second'ordine.
Infatti lo studente americano Paddock è stato sconfitto dallo studente di Cambridge, Abrahams.
Alto, snello, corridore di agilità e di leggerezza – mentre Paddock, e gli americani in genere, corrono quasi a rimbalzi potentissimi ma rabbiosi – Abrahams, partito con un metro di ritardo, arrivò nell'ultimo tratto di volo, col petto proteso in avanti come se dovesse staccarsi dal suolo.”

Il tempo finale di Abrahams fu ancora una volta eccezionale: 10.3/5 a testimonianza di una sorprendente regolarità di rendimento dell’atleta anche in presenza dell'inasprimento della competizione.
Il cronometraggio elettrico di supporto, che noi, riprendendo un giudizio formulato all'epoca, abbiamo definito “poco attendibile”, attribuì al vincitore il tempo di 10.52 che lascia perplessi in quanto è migliore di quello manuale; oggi invece sappiamo che i tempi elettrici risultano, rispetto ai manuali, appesantiti di 0.24 secondi.
Dopo la gara, che può senza dubbio essere considerata “quella della sua vita”, Abrahams rilasciò molte interviste. Anche molti anni dopo l’inglese, divenuto giornalista e commentatore di fatti sportivi, tornò spesso a parlare di quell’avvenimento, lasciandoci in proposito molti suoi scritti.
Ecco cosa ebbe a dire a commento della sua affermazione: “La mia vittoria fu un colpo di fortuna! Con questo non voglio dire che fu solo una circostanza fortuita a portarmi alla vittoria, in quanto per oltre nove mesi avevo lavorato molto duro, coscienziosamente ed accuratamente come nessun altro velocista della mia generazione. In realtà mi allenavo solo tre volte alla settimana, con una gara o due al sabato.
Benché in Inghilterra io avessi vinto tutte le gare alle quali avevo partecipato, non mi illudevo circa la forza degli avversari, particolarmente dei quattro americani, tre dei quali avevano raggiunto la finale ai Giochi Olimpici del 1920, capeggiati dal detentore del primato del mondo, Charles Paddock.
La fortuna l’ho trovata nel raggiungere la migliore condizione di forma al momento giusto.
Veramente io non pensavo di aver alcuna “chance” per una medaglia d’oro, né per nessun altro tipo di medaglia.
Io non ci avevo mai fatto un pensiero, sebbene il mio allenatore, Sam Mussabini, mi avesse inviato prima dell’inizio dei Giochi un messaggio nel quale mi diceva che egli era fermamente convinto che io avrei vinto la mia gara. Ma io non ero in apprensione per questo avvenimento; e questo fu un vero dono di Dio!
Io devo molto alla lungimiranza, passione ed entusiasmo del vecchio Sam! Certamente sotto la sua guida io riuscii a migliorare di quel decisivo un per cento che fa tutta la differenza fra il grande successo e l’anonimato.
Io migliorai perché la mia mente era concentrata tutta sulla mia capacità di essere veloce, molto veloce, e Sam incoraggiava questa mia teoria. Un allenatore non può disputare la gara, l’atleta sì; ma il perfetto accordo che deve esistere fra l’atleta e l’allenatore è il patrimonio più prezioso del sodalizio.
La partenza della finale vide gli atleti muoversi tutti insieme. Io sentii subito di essere partito più veloce degli altri ed in poco più di dieci secondi avevo soddisfatto l’ambizione di una vita.
I Giochi ci danno una opportunità ogni quattro anni ed io pensavo che non avrei partecipato ad un’altra Olimpiade. Dieci secondi…..il sogno di una vita!
Il più piccolo errore – meno di un per cento – e tutto sarebbe andato perso. Che cosa c’è di positivo a giungere secondo in una finale olimpica?
Il nome del vincitore appare per sempre nell’albo dei campioni olimpici, mentre quello del secondo arrivato viene subito dimenticato. I fiori sono tutti per i vincitori; ciò non è giusto, ma questa è la vita!”

Una bella testimonianza di quella gara ci verrà anni dopo da un compagno di Abrahams di quel tempo, Philip Noel-Baker, la medaglia d’argento dei 1.500 metri di Anversa che, divenuto uomo politico, nel 1959 ricevette il Premio Nobel per la Pace.
Egli nel 1948 scrisse la prefazione ad un libretto “Track & Field – Olympic Records” scritto da Abrahams alla vigilia dei Giochi di Londra del 1948.
Leggiamola insieme: “Per uno sprinter una finale olimpica è il momento più alto della sua vita di atleta. Considerate le umane probabilità, essa si presenta a lui una sola volta. Per gli amici sprinters una semifinale è ancora più eccitante, per la tensione che essa esercita sulle loro emozioni e sui loro nervi.
Se l’atleta riesce a superare queste difficoltà egli raggiunge l’eletta schiera dei sei finalisti dei giochi olimpici. Se egli fallisce il suo nome sarà presto dimenticato e lui stesso sentirà una temporanea, pungente amarezza di sconfitta.
Io ho assistito da vicino alla partenza delle semifinali dei 100 metri ai Giochi Olimpici di Parigi del 1924. Io non avevo dubbi che Harold Abrahams avrebbe superato il suo ostacolo.
Io ricordavo le sue magnifiche prestazioni in Inghilterra. Egli aveva eguagliato il record olimpico nella sua precedente corsa; io avevo condiviso la camera con lui nel nostro albergo di Parigi ed avevo assistito direttamente ai suoi intensi allenamenti ed avevo visto quanta minuta attenzione egli aveva posto ad ogni dettaglio.
Io avevo assistito a tutto ciò ed avevo provato ad aiutarlo nella sua preparazione psicologica.
Come egli diceva a se stesso, nessun uomo saggio può arrischiare un pronostico sicuro su una vittoria olimpica.
Nel profondo del mio cuore io covavo la speranza che Harold avrebbe vinto. Ma nondimeno io sentii una crescente, pressante tensione quando egli ed i suoi cinque avversari si spogliarono ed andarono a collocarsi «ai loro posti». Il mio istinto non mi ingannava.
Cosa successe solo Harold e lo starter, forse, possono dirlo. Chi può dare una così grande partenza agli sprinters, buona abbastanza per vincere una finale? I prossimi dieci secondi lo dimostreranno.
Harold, una volta che egli ebbe lasciato le buchette, non dette dimostrazione di timore; egli mantenne la sua forma, forse ancor più brillantemente che non nella semifinale. Egli controllò gli altri corridori e vinse nel tempo che fu cronometrato in 10.6!
Io ho sempre creduto che Harold Abrahams fosse il solo sprinter europeo che avrebbe potuto competere con Jesse Owens, Ralph Metcalfe e gli altri grandi sprinters negri degli Stati Uniti. Egli era della loro classe e non solo perché fornito di doti naturali, di un magnifico fisico, di uno splendido temperamento in corsa e di uno straordinario talento nelle grandi occasioni. Egli, come loro, comprendeva l’atletica ed aveva dato più potere intellettuale e più volontà al soggetto che ogni altro corridore del suo tempo.
Da allora Harold Abrahams fu il più attento seguace dell’atletica in Gran Bretagna. Egli ha servito la causa dell’atletica in vari modi.
Egli ha scavato nella storia della disciplina. Il suo amore per la pista e per le prove del campo è divenuto la passione dominante della sua vita.
Per questo motivo ha scritto questo libro sugli attuali Giochi Olimpici.”

Harold Abrahams, il primo atleta europeo a prevalere all’Olimpiade in una prova di velocità, prese parte anche alla gara dei 200 metri.
L’uomo di Cambridge era giunto però a questa gara privo di quegli stimoli che avevano consentito la clamorosa affermazione nella prova dei 100 metri piani.
Al via egli ritrovò molti dei protagonisti dei 100 metri, fra i quali il neo-zelandese Porritt, gli americani Scholz e Paddock, l’australiano Carr, il compagno di squadra Nichol, il canadese Coaffee ed i francesi Degrelle ed André Mourlon.
A questi si aggiunsero atleti di grande valore quali gli americani George Hill, studente della Pennsylvania University sul quale il coach Robertson riponeva molte speranze, Bayes Norton di Yale ma, soprattutto, il suo amico-rivale Eric Liddell.
Liddell aveva assistito al successo del compagno di squadra nella gara dei 100 metri.
Nessuno ci dirà mai quali sentimenti siano passati nell’animo dello scozzese nel momento in cui Abrahams tagliava vittorioso il traguardo. Certamente nessun motivo di invidia, perché questo sentimento non poteva albergare nel cuore del futuro ministro di Dio, ma sicuramente quello di un grande rimpianto, che tuttavia verrà presto cancellato dalla gioia per la grande vittoria riportata nella gara dei 400 metri piani.

Abrahams ottenne nella batteria del secondo turno il suo record personale sulla distanza, aggiudicandosi la prova con il tempo di 22.0 davanti all’americano Norton.
Nella finale, alla quale era giunto insieme a Liddell, era nuovamente schierato a fianco di Scholz e Paddock ai quali facevano buona compagnia anche Hill e Norton.
Due inglesi contro quattro americani!
La finale vide il successo di Jackson Scholz nel tempo di 21.3/5, che eguagliò il primato olimpico stabilito nel 1904 a St. Louis da Archie Hahn, su Paddock e Liddell. Al quarto e quinto posto si classificarono Hill e Norton, mentre l’appagato, ma anche poco accorto Abrahams, terminò al sesto posto.
Queste furono le sue parole al termine della gara: “Io non cesserò mai di criticarmi per la prova insignificante offerta. Io avevo una strategia da seguire che era quella di riservare una parte delle mie forze per le ultime 100 yards di gara. Io le ho risparmiate così bene al punto che a bar chiuso avevo ancora in tasca tutti i soldi da spendere per bere!”
Il campione inglese Abrahams concluse la sua Olimpiade contribuendo alla conquista del secondo posto con la sua squadra nella prova della staffetta 4×100. Il quartetto formato da Abrahams, Rangeley, Royle e Nichel in batteria ottenne addirittura il primato mondiale con il tempo di 42.0.
La gara di staffetta ai Giochi di Parigi registrò per ben cinque volte la caduta del record del mondo.
Dopo il quartetto inglese fu la volta degli olandesi Jan Boot, Henrikus Broos, Jan de Vries e Marinus Van den Berghe, ad eguagliare, sempre in batteria, il limite a 42.0.
Pochi minuti dopo, nella sesta batteria, la staffetta degli Stati Uniti composta da Hussey, Clarke, Murchison e Leconey corse la distanza in 41.1/5 tempo che migliorò ulteriormente il giorno dopo, 13 luglio, al termine della prima semifinale portando il limite a 41.0.
In finale si impose nello stesso tempo il medesimo quartetto, privo dei due “big”Paddock e Scholz.

La foto ci mostra l’arrivo della finale olimpica dei 100 metri di Parigi ’24. Da sinistra: Porritt (3°), Bowman (4°), Abrahams (1°), Murchison (6°), Scholtz (2°) e Paddock (5°).

fonte: I Figli del vento – Storia dei 100 metri ai Giochi Olimpici ed ai Campionati del Mondo – Vol. 1 – Atene 1896 – Los Angeles 1932

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