LUTTO TRA I MASTER: E’ MANCATO SILVIO LENTINI

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Il siracusano Silvio LENTINI è mancato il 22 gennaio all’età di 79 anni. LENTINI ha avuto per una vita intera come grande amore sportivo il salto con l’asta. Alla fine degli anni ’40 fu un saltatore di livello assoluto in Italia. Poi divenne un appassionato e competente tecnico nella società della sua società fino a scoprire ed avviare al salto con l’asta il 13enne (poi campione del mondo) Giuseppe GIBILISCO, che allenò fino ai 17 anni quando ottenne con 5,05 il primato italiano allievi. Tra i master è stato campione italiano MM60 nel 1991. Qui lo ricordiamo con le parole di Enzo PENNONE. (Nella foto Lentini con Gibilisco)

E’ difficile dire a tutti noi, in questo momento, “proviamo ad essere un pò meno tristi di quanto siamo…” Eppure dobbiamo tentare di esserlo, un pò meno tristi, perché il più importante messaggio che ci ha trasmesso Silvio Lentini in questi anni, è stato quello di vivere la vita, nelle sue parti anche tribolate, con allegria, con spensieratezza, con buonumore. Ed allora penso che la cronaca, in sintesi, della sua vita da sportivo possa essere un modo accettabile di ricordarlo, consci che è quello che forse lui stesso avrebbe più gradito.

Una vita meravigliosa, ricca di avventura, di fascino, di esplorazioni di mondi diversi. Una vita che, confesso, più volte gli ho invidiato. Tutto ha inizio un giorno della sua giovinezza con l’incontro, su un prato di atletica, con un oggetto all’apparenza di modesto significato. E’ una lunga pertica di legno, di bambù, cui qualsiasi altra persona non avrebbe destinato più di un’occhiata distratta. Per lui fu un’attrazione fatale. Su quel legno di bambù, definito “asta” in termine tecnico, Silvio costruisce la sua vita sportiva e, forse, anche parte della sua felicità. Tra lui e l’asta si determina una vera e propria unione. Tra di loro nasce un processo di osmòsi.

L’idillio ha inizio a metà del secolo scorso, nel 1949 per l’esattezza. Un idillio folgorante, passionale che lo porta a diventare, a soli 22 anni, campione italiano allo Stadio Dall’Ara di Bologna, con la misura di m. 3,70, con un’asta ovviamente di bambù, con una canottiera di gara, gloriosa, quella giallo-verde delle Fiamme Gialle di Roma. La passione è ardente, feroce ed i risultati lo testimoniano. Altri titoli, la Nazionale Militare e nel 1953 approda alla nobile Fiat di Torino. Vince ancora. Rivaleggia, più volte con successo, con Romeo, Chiesa e Ballotta, i migliori specialisti dell’asta nazionale. A Torino si confronta con la squadra americana reduce dall’Olimpiade di Helsinki e l’anno successivo a Trento incontra francesi ed austriaci.

Sono gli anni dei grandi risultati, ma anche delle conoscenze e delle amicizie importanti. Dell’amicizia con Adolfo Consolini, il buon gigante “Adolfo”, e con Beppe Tosi, discoboli d’oro e d’argento a Londra nel ’48, con i quali condivide l’emozione dell’esperienza cinematografica; con Ottavio Missoni, ostacolista di valore mondiale, e con Antonio Siddi e Michele Tito, il capitano Tito, come lo ricordava Silvio, anch’essi premiati sul podio ai fantastici Giochi di Londra del ’48.

Nel 1954 rientra in patria, cioè a Siracusa ed inizia anche a trasmettere quella strana passione ad altri ardimentosi giovanotti, che saltano e giocano con lui; ragazzi di tante generazioni. Tra questi, negli anni recenti, ne emerge uno, ribelle ma perseverante, che plasmato con cura ed abnegazione da Silvio, diventa poi, nel 2003, il campione del mondo di salto con l’asta. Tutti questi saltano e giocano, giocano e saltano.

Perché Silvio, in effetti, è anche un sacrilego dello sport. Cosa voglio dire: noi tutti sappiamo che lo sport, da quando esiste, si fonda su dei principi basilari, dei corollari. Uno di questi è quello per cui attività sportiva equivale a fatica. I padri ci hanno insegnato ed ancora noi lo insegniamo ai figli che, ove c’è sport, sport vero, lì vi è fatica, sofferenza, sacrificio, sudore… Ma Silvio, nella sua esperienza sportiva, smonta questo corollario, ribalta quest’asserzione. L’immagine dell’atleta stravolto dalla fatica non fa parte del suo album fotografico. Per lui lo sport è soltanto un divertimento, un grande, grandissimo interminabile gioco. Silvio prende la rincorsa e sorride. Valica o abbatte l’asticella, sorride comunque.

Questo gioco prosegue con gli appuntamenti dell’atletica internazionale dei masters: Campionati Europei e Mondiali in quantità da fare indigestione. Rincontra gli amici ed avversari di un tempo. Dal 1978 al 1995, Hannover, Roma, Eugene, Budapest, Helsinki, Melbourne, San Juan di Portorico.

In mezzo a questo divertimento continuo, due momenti, forse gli unici, di grande austerità sportiva. 18 Agosto del 1960: in Piazza Pancali a Siracusa, Silvio è in fremente attesa di Concetto Lo Bello, primo tedoforo sul suolo italico della staffetta dei Giochi della XVII Olimpiade. Vorrebbe sorridere, fare goliardia, come sempre. Non si può, il protocollo non lo permette. Allora, solenne e impettito, afferra la fiaccola per la seconda frazione. Sublime attore, concede la replica 45 anni dopo: un po’ meno impettito ma sempre solenne, il 21 dicembre del 2005, con la fiaccola dei XX Giochi Olimpici Invernali di Torino.

Disse Archimede: datemi una leva e solleverò il mondo! Anche Silvio, nel suo piccolo, appare come il grande scienziato. Bastava dargli un’asta e avrebbe sollevato chiunque, nel mondo dell’allegria, della spensieratezza e della fantasia.
Sono certo che, in questi momenti, ne sta parlando lassù con Bob Richards, il pastore volante americano.

fonte: Fiadl-Sicilia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *