MONDIALI FINITI, COSA RIMANE?

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Niente, non si risale ancora, e le speranze si dissipano sempre di più ogni anno che passa. L’atletica italiana non sembra voler più uscire da quel lungo tunnel intrapreso ad inizio anni ’90, e che ora sembra sia diventato di un buio pesto a confronto con una realtà mondiale in continuo progresso.

Non si può quindi lasciarsi scivolare di mano quel bronzo del talento italo-americano, a cui far rimanere aggrappato, sospeso nel vuoto, il movimento atletico italiano in attesa che arrivino tempi migliori.

Certo, il rischio che Andrew ora e negli anni a venire interpreti il ruolo di scaccia-crisi federale come la Fiona May anni’90, c’è ed è grosso. Il parallelismo c’è tutto, stessa specialità, radici internazionali, personaggi di contorno smaniosi di successo, altri invece desiderosi di passare inosservati continuando a far nulla.

Una dietrologia che potrebbe ancora una volta far campare alla giornata, distogliendo chi di dovere dalla risoluzione di problemi federali incancreniti negli anni, e rimandando, giorno dopo giorno, la necessaria riprogrammazione sensata dello sport “atletica leggera” in Italia.

C’è chi dice si dovrebbero cambiare le persone, probabilmente in parte è così, ma quello che manca di più è un cambiamento di mentalità, un’apertura a chi sta crescendo a passi di gigante negli ultimi anni, abbandonando quell’atteggiamento di bacchettoni della vecchia Europa.

Nessuno discute le grandi vittorie azzurre, le metodologie di allenamento e la gloria raggiunta in passato dall’atletica azzurra, vedi Mennea, Vittori e l’era Nebiolo, semplicemente bisognerebbe rimettersi tutti umilmente in discussione perché i tempi sono cambiati e con questi anche l’atletica.

Si dovrebbe cambiare a cominciare dagli allenatori, che dovrebbero disporsi ad apprendere qualcosa di nuovo oltre confine, perché qualcosa di nuovo si apprende sempre anche solo ascoltando gli altri. Gli stessi allenatori (e manager, mi sento di aggiungere) che dovrebbero farsi in quattro per far gareggiare i loro pupilli non solo nelle facili garette in casa, spesso soli contro il cronometro, ma anche all’estero, nei numerosi meeting sparsi per il mondo, perché è lì che gli atleti crescono, imparano a conoscere gli avversari e a confrontarsi.

Il paternalismo di molti allenatori, forse la paura di perdere il loro atleta fonte di successo, è spesso deleterio e finisce per rallentarne la crescita. Se vogliamo, l’aspetto “negativo” di una professione come quella dell’atleta nel terzo millennio dovrebbe vertere proprio sul viaggiare molto, sul vivere spesso lontano da casa in quegli anni di massimo splendore, sostenuti da Federazione e società di appartenenza.

Il cambiamento dovrebbe proseguire con la riformulazione organizzativa dell’atletica professionistica in Italia. Non che debbano scomparire le squadre militari, ci mancherebbe solo questo, ma che si consenta di fare atletica da professionisti anche a chi militare non vuol essere, a chi vuol pensare ad un futuro diverso dalla divisa.

Le società civili invece, se non qualche rarissima eccezione, si stanno allontanando sempre di più dalle superpotenze militari, incarnando ormai il solo ruolo di residui serbatoi giovanili in cui i gruppi sportivi militari cercano di pescare il talentino di turno. Un maggiore sostegno economico federale per esempio con la costruzione di apposite sinergie finanziarie di marketing con le grandi aziende del settore, potrebbero essere usate a favore delle società civili, coprendo in parte quel gap che le divide da quelle militari. In tal caso ne beneficierebbe la concorrenza e quindi la qualità sia dei settori giovanili, che avrebbero più soldi per tirare avanti e per attirare iscritti, che di quello assoluto nel suo complesso.

Ancora, da parte dei club, nei confronti dei loro atleti professionisti, ci si aspetterebbe una maggior enfasi nel trattare i miglioramenti ed i peggioramenti di prestazioni dei loro atleti, interrompendo quell’atteggiamento di sufficienza, purtroppo comune a molti atleti in squadre militari, di fare un risultato buono a stagione per rimanere nel corpo, perché di questi tempi avere un posto fisso di quel tipo è oro colato.

Ma soprattutto che si punti sui giovani, intendendo una difesa sino allo spasimo, da parte della Federazione Italiana di Atletica Leggera, delle società giovanili, spesso sopraffatte dalla convivenza con altri sport prepotenti, vedi il calcio, ai quali è anche concessa l’usurpazione degli impianti. In queste situazioni bisognerebbe farsi sentire e invece il più delle volte ci si sente soli ed impotenti ad accettare l’amaro destino ed il superbo rimprovero dei “pallonari”.

E’ necessario inoltre che venga diffusa l’atletica con una sapiente regia di propaganda, qui in Italia usata più per offendere gli altri che per reclamizzare le proprie qualità.
La rivista “Atletica” è ormai diventata uno sberleffo federale per gli appassionati, che se la vedono arrivare a casa ogni quattro-cinque imbarazzanti mesi. Che senso ha un’operazione di questo tipo? O la si fa sparire del tutto (e secondo il sottoscritto sarebbe grave, perché la memoria cartacea è tutt’altra cosa di quella telematica) oppure la si fa uscire mensilmente, accessibile a tutti nelle edicole, così come fanno ad esempio nella vicina Spagna, dove “Atletismo Espanol” esce tutti i mesi nelle edicole, con interviste ad atleti, resoconti, risultati e gadget. Come fanno? Pagano gli sponsor, così come, se non sbaglio, per una rivista di nome “Correre”, il punto di riferimento italiano per la corsa su strada.

Senza considerare che, tanto per rimanere sull’esempio della Spagna, assistere ad un campionato nazionale assoluto spagnolo su pista è un qualcosa di emozionante, un vero spettacolo, con stadi pieni e gente festante, diretta televisiva su TVE, e addirittura notizie delle migliori prestazioni alle edizioni serali dei telegiornali, in luogo delle nostre “interessantissime” notizie sui litigi al Grande Fratello o all’Isola dei Famosi.

Non bisogna piangersi addosso quindi ma rimboccarsi le maniche per migliorarsi punto per punto, sempre che si abbia la voglia di conservare e recuperare questo stupendo sport in Italia. In caso contrario, se si vuole proseguire così come si è fatto negli ultimi 15 anni, si potrà sempre ricordare con nostalgia l’era Nebiolo e, per fortuna, riconsolarsi con i salti di Andrew Howe, lui sì un fenomeno.

fonte: Redazione Atleticanet

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *