ALLA RICERCA DEI GRANDI CAMPIONI DEL PASSATO – 1° PUNTATA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Charles William Paddock, l’atleta cheRoberto L. Quercetani ebbe a definire “il più grande velocista del mondo nel periodo che va dal 1920 al 1926” – lasso di tempo che comprende due edizioni dei Giochi Olimpici (Anversa e Parigi) – era nato a Gainesville nel Texas l’11 agosto del 1900, unico figlio di Charles Hurd Paddock e Lulu Robinson.
Abbandonato, su suggerimento del medico, il clima umido del Texas, la famiglia Paddock si trasferì in California dove trovò un ambiente sicuramente più confortevole dal punto di vista climatico e quindi più adatto per la salute del bambino che, dopo un parto normale, sembrava stentare nella crescita.
I Paddock abitarono prima a Santa Barbara e poi a Los Angeles. Quindi si trasferirono in un ranch vicino a Pico, sulle rive del fiume San Gabriel. Quando Charles William ebbe sette anni la famiglia si stabilì definitivamente a Pasadena.
Il giovane Charles nelle varie località dove aveva abitato trovò ambiente ed alimentazione giusta e quindi superò agevolmente i problemi di sviluppo che si erano manifestati nei primi anni di vita. Egli crebbe quindi forte e robusto per la gioia del padre, in gioventù mediocre mezzofondista, che aveva poi continuato ad amare lo sport e l’atletica in particolare.
Fino al 1915, anno in cui si diplomò, Charles William frequentò la Polytechnic Elementary School, ma non mostrò ancora interesse per l’atletica. Egli preferiva stare in casa a leggere.
La grande passione per lo sport era tuttavia vicina ad esplodere.
I genitori di Charles avevano una casa a Hermosa Beach dove andavano a soggiornare nel periodo estivo, quasi sempre da giugno a settembre.
Sulla spiaggia di quella località balneare Paddock fece amicizia con un gruppo di giovani fra i quali vi era Warren “Bovie” Bovard, figlio del Presidente della University of Southern California, dove Charles William era matricola.
Nel gruppo dei giovani che frequentavano la spiaggia di Hermosa vi erano anche Frederick Kelly, il primo campione olimpico dell’Ovest che nel 1912 era tornato da Stoccolma con il titolo dei 110 metri ad ostacoli, ed i fratelli Stanton, Forrest ed Edwin, atleti anch’essi all’epoca molto conosciuti.
La frequentazione di quei giovani, tutti sportivi dallo spirito esuberante, coinvolse anche il giovane Paddock che cominciò a partecipare ai loro giochi fatti essenzialmente di esibizioni fisiche e di corse sulla sabbia.
Paddock sorprendentemente dimostrò di cavarsela molto bene nella corsa, specie in quella di scatto e di velocità.
Il campione olimpico Fred Kelly, conosciuto con l’appellativo di “The King”, disse che “il ragazzo era un corridore nato” ed aggiunse “con un po’ di allenamento egli supererà tutti”.
Fu così che Paddock si avvicinò alla pratica dell’atletica leggera sollecitato in particolare da Forrest Stanton che nel 1909 era stato famoso in California per aver corso, prima di passare al professionismo, le prove di velocità in 10.0y e 21.4y.
Stanton fu per Paddock amico, guida e consigliere. In una delle prime gare alla quale iscrisse Charles, Stanton mise in palio una delle medaglie che lui stesso aveva vinto. Questo trofeo rimase uno dei più cari per Paddock che lo conservò fra quelli ben più importanti vinti in carriera.
Paddock fu attratto anche dalle corse di lunga lena, ma il padre si oppose a questa pratica e, d’accordo con Stanton, lo fece concentrare sulle prove di velocità e staffetta.
Sotto la guida di Stanton, Charles, appena quindicenne, vinse il titolo regionale di campione della “high school” e disputò numerosissime gare sulle 100, 220 yards e staffetta veloce perdendo solo cinque volte.
Nell’estate del 1916 a San Diego, nel corso dei “Far Western Championships”, affrontò sulle 220 yards nientemeno che Henry Williams di Spokane, atleta che era assurto a grande notorità per aver battuto il grande Howard Drew. Paddock giunse secondo dietro a Williams, ma diede prova di grande carattere e personalità.
Subito dopo, ancor prima di aver conseguito la laurea, abbandonò gli studi per arruolarsi nell’esercito.
A 18 anni raggiunse il grado di 2° sottotenente frequentando un campo di addestramento per ufficiali di artiglieria nei pressi di Louisville nel Kentucky.
Nel 1919 Charles Paddock corse le 100 yards nel tempo di 9.8 battendo Homer Chaney, un esponente del Pomona College.
Questa prestazione, ottenuta in una gara ad inviti indicata dalla A.A.U. quale selezione per l’allestimento della squadra militare, gli valse la convocazione per i Giochi Interalleati che si svolsero in Francia a Joinville-le-Pont dal 22 giugno al 6 luglio.
Quello di Parigi-Joinville fu per Paddock il primo vero test a livello internazionale.
Le tre vittorie riportate allo Stadio Pershing – 100 e 200 metri e staffetta 4×100 – dettero fama al giovane ufficiale dell’Esercito degli Stati Uniti, che in patria divenne una vera e propria celebrità; anche l’intero ambiente sportivo lo consacrò campione a livello mondiale.
Fu proprio in quel periodo che l’atleta destinato a dominare il settore della velocità per circa un decennio si fece notare, oltre che per le sue prestazioni ginnico-atletiche, anche per la sua esuberanza caratteriale, dote questa che fece ben presto presa sugli spettatori – appassionati di atletica e non – che accorrevano sempre più numerosi ad assistere alle gare nelle quali Paddock era impegnato, affascinati dalla prorompente vitalità del velocista.
Egli era anche piuttosto sensibile al fascino femminile. Lui stesso racconta che dopo i Giochi Interalleati venne invitato dal Re del Montenegro, insieme ad altri atleti medagliati, ad un banchetto che si svolse in uno dei più eleganti ritrovi di Parigi. In quell’occasione si invaghì di una ballerina belga, tale Hélèn che lavorava a Parigi, e contese le sue grazie addirittura al Principe di Galles, anche lui presente fra gli invitati alla festa e come l’americano attratto dal fascino della ragazza.
Charles non era sicuramente il massimo della bellezza. Non era infatti molto alto, m. 1.72, ed era di corporatura tozza. Aveva le gambe corte ed arcuate ancorché muscolose e potenti.
Bob Ripley, un famoso giornalista sportivo di New York scrisse di lui: “In corporatura questo californiano è un incrocio fra Duffey e Wefers. Egli tuttavia non è basso come Duffey ne così alto come Wefers.”
Ma Paddock sapeva sprigionare un fascino particolare che attraeva gli spettatori che andavano allo stadio solo per vedere gareggiare lui.
Egli inoltre contribuì ad aumentare l’attenzione sulla sua persona e la sua fama di eccentricità, vestendosi con molta ricercatezza e facendosi vedere in pubblico in compagnia di famosi personaggi dello spettacolo.
Per alcuni anni, quando ormai era famoso, fu conosciuto anche come il “fidanzato” di Babe Daniels, una diva del muto della Paramount.
Al rientro dai Giochi Interalleati di Parigi, Paddock vinse una borsa di studio presso la Southern California University dove lavorava il famoso coach Dean Cromwell, con il quale cominciò ad allenarsi in vista dei Giochi di Anversa.
Cromwell corresse prima di tutto la tecnica di partenza di Paddock, che non era certo delle più brillanti; inoltre gli fece allungare la falcata, mantenendo alta la posizione delle ginocchia durante la corsa, riducendo i movimenti esagerati che Charles faceva con le spalle e le braccia.
Paddock – ma non è escluso che anche in questa scelta ci fosse lo “zampino” di Cromwell – aveva cominciato ad adottare una tecnica di arrivo tutta particolare; egli infatti terminava le sue prove spiccando una specie di salto in lungo quando si trovava a quattro-cinque metri dal traguardo. Egli inoltre, durante questo “volo”, cercava di agitare le braccia proprio per dare al balzo la maggior efficacia.
Questo espediente tecnico, oltre agli indubbi vantaggi pratici che offriva, aveva, a nostro giudizio, anche il recondito fine di influenzare i giudici di arrivo, sempre visivamente “impressionabili” dall’atleta che nella fase finale della corsa è, o appare, in recupero.
Agli Olympic Trials di Cambridge, Charles Paddock era arrivato dopo aver vinto la prova delle 100 yards ai “Western tryouts” nel corso dei quali aveva fatto registrare l’ottimo tempo di 9.4/5.
Con questa credenziale Paddock, che si era preparato nel centro sportivo di Fort Slocum, vicino a Travers Island, dove erano soliti allenarsi gli atleti del New York AC, si presentava come grande favorito in entrambe le prove di velocità.
Fin dalla batteria delle 100 yards, vinta in 10.0 su William Hayes e Allen Woodring, Paddock dimostrò di essere seriamente intenzionato ad aggiudicarsi i due titoli nazionali e a staccare il biglietto per Anversa in entrambe le specialità.
Paddock corse la seconda delle due semifinali, quando ormai già conoceva l’esito della prima che aveva visto la netta vittoria di Murchison su Kirksey ed Hayes con il tempo di 10.0y.
L’uomo del Missouri, Jackson Scholz, fu più veloce di Paddock nel finale della gara e si aggiudicò la semifinale in 10.0 davanti al californiano che prevalse su Woodring.
In questo turno gareggiò anche “Bernie” Wefers Jr., figlio del grande Bernard Wefers, presente ai bordi della pista nelle vesti di coach del figlio.
Nella finale più rapido di tutti fu Loren Murchison (10.0) che riuscì a prevalere su Scholz (10.1e) e Paddock (10.2e). Al quarto posto, valido per completare la formazione della staffetta 4×100, si classificò Morris Kirksey.
Quella di Cambrige fu senza dubbio la più veloce finale vinta da Murchison in carriera e segnò la sua unica vittoria su Paddock nelle otto occasioni in cui i due atleti si affrontarono.
Paddock centrò l’obbiettivo della doppia qualificazione ai Giochi aggiudicandosi con grande facilità la prova sulle 220 yards con il tempo di 21.2/5 battendo Kiksey e Murchison.
La forte personalità ed il focoso temperamento del velocista califoniano fecero sicuramente di Paddock uno dei protagonisti della clamorosa “rivolta” che vide coinvolti i componenti della squadra olimpica americana costretti, proprio alla vigilia della partenza per Anversa, a rinunciare agli agi del lussuoso piroscafo “Northern Pacific” per il più spartano “Princess Matoika”, una nave utilizzata dagli americani alla fine della guerra per il trasporto in patria delle salme dei soldati caduti in Europa.
La rivolta si fece ancor più dura, con minacce addirittura di boicottaggio dei Giochi da parte di dirigenti ed atleti, durante il viaggio per il deplorevole trattamento ricevuto a bordo e per la decisione presa dai responsabili del comitato olimpico americano – Gustavus Town Kirby, Frederick Rubien, Samuel Dallas, Everett Brown e Bartow Weeks – di far dimorare a bordo della nave gli atleti durante il soggiorno ad Anversa.
Charles Paddock e Lorenz Murchison non furono assolutamente d’accordo su quest’ultima decisione e, a loro spese, presero in affitto un piccolo appartamento nei pressi dello stadio Beerschot dove trascorsero i giorni della loro permanenza in Belgio.

La gara dei 100 metri fu ad Anversa la prima gara del programma di atletica. Essa venne disputata il giorno dopo la inaugurazione dei Giochi. Fu per questo motivo che molti dei velocisti non parteciprono alla tradizionale sfilata ed alla cerimonia di apertura, impediti dai propri allenatori che vollero evitare loro lo stress e la fatica ai quali sarebbero stati sottoposti stando per lunghe ore in piedi.
I risultati delle dodici batterie non fecero registrare sorprese; tutti i favoriti si qualificarono agevolmente per il secondo turno.
Le migliori prestazioni furono ottenute dagli americani, seguiti dal coach Lawson Robertson, l’ex velocista che i lettori ricorderanno protagonista ai Giochi del 1904 e del 1908 ed a quelli “Intermedi” del 1906.
Murchison, Paddock e Scholz, aggiudicandosi facilmente le loro batterie, fecero registrare tutti e tre l’ottimo tempo di 10.8; anche il quarto velocista statunitense Morris Kirksey vinse la sua batteria ma il tempo fatto segnare fu di 11 secondi netti, superiore a quello dei suoi connazionali.
Anche Paddock e Scholz fecero fermare i cronometri sul 10.8, tempo che nessun altro atleta riuscì a migliorare nell'arco dell’ intera gara.
Le due semifinali si corsero l’indomani alle 9.30 di lunedì 16 agosto. Furono le prime gare del programma di atletica di quella giornata.
L’inglese Harry Edward continuò a stupire anche in semifinale.
Il “negretto” britannico si aggiudicò infatti la prima delle due semifinali davanti agli americani Scholz e Kirksey, facendo segnare ancora un volta il tempo di 10.4/5. Eliminati, ma senza alcuna recriminazione, il sudafricano “Jock” Oosterlaak e lo spagnolo Felix Mendizabal.
Charles Paddock, impegnato nella seconda semifinale, non fu da meno del rivale e regolò con lo stesso tempo Alì-Khan, giunto sorprendentemente secondo davanti al quotato Murchison.
Il francese, discendente da un principe indiano, era tesserato per la A.S. Cannes. Egli era diventato campione e recordman di Francia a soli diciotto anni correndo i 100 metri in 11.0.
L’atleta francese fu molto sfortunato. Dopo i Giochi di Anversa si ammalò gravemente e fu quindi costretto a ritirarsi dalle competizioni.
La composizione della finale era quindi definita.
Per la conquista del titolo olimpico si erano qualificati tutti e quattro i velocisti americani, Paddock, Scholz, Murchison e Kirksey, l'ingleseEdward ed il francese Ali-Khan la cui presenza in finale costituiva la vera sorpresa dei Giochi.
Nel pomeriggio alle 16 in punto, i sei finalisti scesero in pista per l’espletamento delle formalità di partenza.
Il sorteggio delle corsie all'epoca veniva infatti effettuto direttamente dai concorrenti sul campo poco prima dello “start”.
L’americano Morris Kirksey estrasse dal sacchetto che gli porse lo starter il biglietto contrassegnato con il n.1, quello relativo alla prima corsia. Fu la volta poi degli altri concorrenti che andarono ad occupare le corsie a fianco dell’americano in quest’ordine: Murchison, Paddock, Ali-Khan, Scholz ed Edward.
La finale fu turbata da due episodi.
Nel momento in cui gli atleti erano sulla posizione del “pronti”, l'assistente dello starter richiamò Paddock perché il califoniano non aveva posizionato correttamente le mani sulla linea di partenza.
Questa era infatti una “cattiva” abitudine del velocista americano che nel momento in cui lo starter comandava “ai vostri posti”, collocava le mani sopra la linea di partenza e le toglieva solo quando il giudice – cosa che non sempre si verificava – glielo imponeva con uno specifico comando. Murchison, che occupava la corsia accanto a quella di Paddock, ritenne che lo starter avrebbe usato lo stesso sistema che in circostanze simili adottavano i giudici di partenza del suo paese, e cioè il richiamo “al tempo” dei concorrenti, per far riprendere poi le operazioni di partenza.
Con tale convinzione interruppe la preparazione e, tornando in posizione “accucciata”, attese invano il richiamo dello starter.
Il giudice di partenza, che pronunciava i comandi in lingua francese, ordinò invece il “prêt” (pronti) e subito dopo fece esplodere il colpo di pistola per l’avvio della gara.
Il povero Murchison, impotente, vide allontanarsi i suoi avversari e quando si mosse era troppo tardi; egli era già in svantaggio di diverse yards e la sua gara fatalmente compromessa.
La foto della partenza è oltremodo eloquente. Il documento ci mostra infatti in seconda corsia Murchison, campione degli Stati Uniti in carica, ancora in posizione di “crouch-start”, mentre gli altri scattano via allo sparo.
Un’altra foto, questa volta dell'arrivo, ritrae lo sfortunato americano in ultima posizione, staccatissimo, brutta copia dell'atleta che in batteria aveva corso in 10.8!
Ma vediamo come lo stesso Paddock ha raccontato questo episodio nel libro autobiografico “The Fastest Human”, edito nel 1932 da Thomas Nelson & Sons di New York, che il velocita americano ha voluto dedicare : “Agli atleti del mondo, sia giovani che vecchi”.
“Lo starter ed il suo assistente erano entrambi francesi ed i comandi furono dati in quella lingua, come del resto è sempre stato in tutte le competizioni olimpiche.
Noi ci collocammo nelle nostre postazioni; Kirksey fu il primo a sistemarsi a terra ed io l’ultimo.
Lo starter stava in piedi dietro di noi ed il suo assistente era posizionato sulla linea di partenza alla nostra stessa altezza per osservare che tutti fossimo nella corretta posizione con le nostre mani dietro la linea di partenza.
Io avevo l’abitudine di collocarmi al mio posto con le mani ben oltre la linea, posizione che correggevo prima che il secondo comando fosse dato, riportando le mani lentamente dietro la linea di partenza.
L’assistente dello starter notò la posizione delle mie mani e, in francese, mi ordinò di tirarle indietro.
Nel momento in cui egli ebbe finito di parlare le mie mani erano ben dietro la linea di partenza ed egli in quell’istante deve aver fatto cenno allo starter che tutto era a posto, poiché quello gridò “Prêt!” che corrisponde al nostro secondo comando “Get set” (n.d.A.: “Pronti!”).
Io sentii che Murchison al momento dell’ordine aveva cominciato ad alzarsi, mentre le mani di Kirksey lasciavano la pista proprio nell’istante in cui il colpo di pistola fu sparato e tutti noi lasciammo le buchette, tutti ma non Murchison che aveva male interpretato l’osservazione dell’assistente dello starter e pensato nella sua mente che noi tutti ci saremmo rialzati.
Nel tempo che Murchison concretizzava il suo errore noi eravamo fuori dalle buchette, dieci yards avanti a lui con Kirksey una yard avanti a tutti.”
Ai cinquanta metri Scholz precedeva Edward di mezzo metro circa, mentre anche Kirksey, che era partito fortissimo conducendo la gara fino a quel punto e Paddock si mantenevano alla loro altezza. Tutti e quattro si avvicinarono al traguardo velocissimi.
In prossimità dell'arrivo Paddock si produsse nel suo caratteristico balzo finale e tagliò il traguardo davanti al compagno di squadra Kirksey, il quale commise la grande ingenuità di voltarsi a guardare verso l'interno della pista per valutare la posizione dell'avversario.
Il vantaggio di Paddock fu di circa mezzo metro (12 pollici) ed il tempo impiegato 10.8, che sulla pista di Anversa era ormai diventato abituale essendo stato conseguito ben nove volte nell'arco dell'intera prova dei 100 metri.
Al terzo posto si classificò Edward con lo stesso tempo di Kirksey.
Il secondo contrattempo si verificò nella stesura dell'ordine di arrivo.
I giudici infatti, con decisione inspiegabile, classificarono al terzo posto il francese Ali-Khan ed al quarto l'americano Scholz.
Il rilievo fotografico eseguito dalle apparecchiature di arrivo, e la testimonianza documentale di un fotografo svedese che aveva fissato con il suo obiettivo le ultime fasi della gara, fecero giustizia dell’abbaglio preso dai giudici di arrivo belgi e restituirono a Scholz il quarto posto che gli spettava di diritto, retrocedendo il francese al quinto. Lo sfortunato Murchison giunse sesto nettamente staccato dai primi: ma il futuro riserverà all’atleta del New York AC altre soddisfazioni.
Le dichiarazioni di alcuni osservatori, e la stessa fotografia dell'arrivo, non risolsero completamente i dubbi sull’ordine di arrivo, ed in particolare sulla posizione di Scholz, in quanto c’era chi sosteneva che l'americano fosse giunto addirittura terzo.
Kirksey, Edward e Scholz vennero cronometrati in 10.9 avvalorando quella parità che anche le immagini del finale di gara avevano evidenziato.
Morris Kirksey – ma il fatto era già avvenuto numerose volte nell’arco della sua carriera – fu sconfitto ancora una volta da Paddock.
Ad Anversa comunque l’atleta della Stanford University, sconfitto sui 100 metri, conquistò egualmente un titolo olimpico. Egli infatti fece parte della squadra del suo Paese che si aggiudicò il torneo di “rugby-football”. La disciplina dopo le esperienze di Giochi del 1900 e del 1908, si presentava per la terza volta ai Giochi.
Questo sport figurò ancora nel programma olimpico a Parigi nel 1924, poi fu definitivamente soppresso.
Charles Paddock anni dopo così ricordò gli attimi della sua vittoria olimpica nel suo libro già citato:
“La gara era giunta a metà prima che io sentissi arrivare qualcuno. Scholz era apparso alla mia destra con Edward che procedeva a grandi passi.
La pista era troppo soffice per Scholz ed egli non aveva la forza di continuare a spingere.
Appena fu alla mia altezza io sentii immediatamente un nuovo senso di fiducia sorgere in me, nonostante che stessi correndo su di un terreno paludoso. Io ero come un cavallo che tira un aratro. Murchison era fuori gara. Gli altri erano finiti. Solo Kirksey era ancora leggermente avanti a me; ed io avevo sempre battuto Kirksey. Sapevo che lui, anche se era ormai nei pressi del traguardo, si sarebbe guardato intorno e mi avrebbe cercato con lo sguardo.
Con questo pensiero avanzai agevolmente con rinnovato coraggio e cominciai a recuperare sul mio vecchio rivale. Non molto all’inizio. Non abbastanza infatti per portarmi davanti a lui prima che fosse percorsa la breve distanza che rimaneva ancora da coprire.
Ma aspettavo che Kirksey si voltasse. Tutto questo passava per la mia mente quando proprio in quel momento Kirksey girò la sua testa verso di me e per un istante perse la sua spinta in avanti.
Io allora vidi il sottile filo bianco tendersi davanti a me prima di spezzarsi. Io spinsi con le mie scarpette sulla cenere soffice e sentii il mio piede scappare via; al che io mi slanciai in avanti con un salto finale verso il traguardo. Non c’era nessuno capace di eseguire questo salto come me. Chiusi gli occhi e li riaprii solo nel momento in cui sentii il mio petto incontrare il filo di lana. In quel momento i miei piedi erano di nuovo a contatto con il terreno ed io ero di una yard davanti a tutti sulla pista. Io non so se fossi davanti quando il filo si spezzò. Io non ho mai osato chiedermelo.
Così io mi fermai ed aspettai che i giudici decidessero.
Un suono di tromba squillò. Una grande folla si alzò come un sol uomo e si mise sull’attenti mentre la bandiera americana veniva issata lentamente sul pennone centrale, indicando la vittoria nei 100 metri per gli Stati Uniti e, un istante prima che l’inno nazionale fosse suonato dalla Reale Banda Belga, il mio nome fu annunciato alla folla a mezzo di un microfono.
Era la mia bandiera che stava salendo sul punto più alto del pennone!
Il mio sogno era diventato realtà, ed io ero felicissimo per quello splendido momento che avrei ricordato per sempre.
Io avevo vinto il titolo olimpico per il mio Paese! Niente altro importava!
Appena l’ultima nota dell’inno si spense per sempre, i fotografi si precipitarono verso di me; mani, innumerevoli mani, furono entusiasticamente tese in avanti per essere strette con le mie. Libretti di autografi mi furono mostrati ed il sogno andava avanti.
Quando tornai al Villaggio Olimpico fu un’altra storia.
C’erano lacrime negli occhi di Jackson Scholz mentre egli tratteneva la mia mano fra le sue, e Loren Murchison trovava difficile sorridere ripensando al disappunto per l’infelice partenza che aveva fatto per colpa dell’incomprensione su ciò che l’assistente dello starter aveva detto.
Dei tre compagni quello che ammirai di più fu Morris Kirksey. C’era genuina felicità nei suoi occhi mentre mi stringeva la mano. “L’uomo migliore ha vinto” – disse – “ma io sono il secondo migliore uomo e mi fa piacere vedere i colleghi molto nervosi per poterlo negare!”
Charles Paddock era favorito anche nella gara dei 200 metri dove gli Stati Uniti oltre all’atleta californiano schierarono anche Woodring, Murchison e Kirksey.
Sulla doppia distanza il campione olimpico non seppe però fornire una prova altrettanto convincente come quella offerta nella gara breve.
Mentre nella gara dei 100 metri non aveva concesso spazio agli avversari, vincendo, prima della finale tutti i turni eliminatori, nella prova dei 200 metri si aggiudicò solo la batteria del primo turno con un modesto 23.1/5.
Poi non riuscì più ad affermarsi. In finale dovette lasciare il primo posto al compagno di squadra Allen Woodring, la “riserva” che aveva sostituito l’indisposto George Massengale.
Woodring non era certo un atleta irresistibile. Il velocista del Meadowbank AC, a parte l'oro olimpico, sarà ricordato per il 9.3/5 sulle 100 yards ottenuto il 7 maggio del 1921 a Syracuse nel corso del triangolare fra la locale università e gli atenei di Colgate e Pittsburgh. In quella gara ci furono due dei quattro cronometri che lo gratificarono addirittura di altrettanti 9.2/5.
Paddock però si rifece subito con la vittoria nella 4×100 alla quale dette un validissimo contributo correndo la prima frazione.
Il quartetto americano, composto da Charles Paddock, Jackson Scholz, Loren Murchison e Morris Kirksey.
Vediamo cosa fece Paddock dopo i successi di Anversa.
Innanzi tutto c'è da ricordare che mentre il primato del mondo delle 100 yards detenuto da Daniel Kelly (23.6.1906), eguagliato da Howard Porter Drew (28 marzo 1914), resisteva egregiamente all'assalto dei vari contendenti, il record dei 100 metri (10.6 di Lippincott ai Giochi di Stoccolma) era stato eguagliato il 16 settembre 1920 dall’americano Jackson Scholz, che dopo i Giochi di Anversa, anziché rientrare in patria, si era attardato nel Nord Europa dove aveva partecipato ad una serie di riunioni post-olimpiche.
Fu proprio durante una di queste manifestazioni internazionali programmata all’Olympic Stadium di Stoccolma – impianto evidentemente propizio alla realizzazione del primato mondiale dei 100 metri – il velocista del Missouri, considerato fra i più accreditati antagonisti di Paddock, corse in 10.6 (10.5, tre 10.6 e 10.7 i tempi rilevati dai cronometristi), battendo di circa cinque metri lo svedese Nils Engdahl ed altri atleti locali praticamente sconosciuti.
Quattro giorni prima della gara di Stoccolma, Scholz si era esibito a Kristianstad sulla stessa distanza ottenendo già in questa circostanza il tempo di 10.6 che la I.A.A.F. non omologò forse per mancanza di adeguata documentazione a sostegno.

fonte: I Figli del vento – Storia dei 100 metri ai Giochi Olimpici e ai Campionati del Mondo – Vol. I

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