ALLA RICERCA DEI GRANDI CAMPIONI DEL PASSATO – 2A PUNTATA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024


Il 1921 fu per Charles Paddock l'anno dei records.
Il californiano iniziò il suo “show” il 26 marzo a Berkeley, durante un incontro dov’era impegnata la sua università, correndo sulla pista del Berkeley Oval le 100 yards in 9.3/5, andando così ad eguagliare i primati di Kelly e Drew.
I tecnici presenti alla riunione ipotizzarono che presto un velocista avrebbe potuto correre le 100 yards in meno di 9.3/5; al proposito citarono A.B.Postle, un professionista che a Kalgoorlie, Australia il 28 dicembre del 1905 aveva corso la distanza in 9.2/5. Ma dimenticarono di aggiungere che in quella circostanza la pista era…..in discesa!
Nella stessa riunione Paddock corse anche le 220 yards in rettilineo nello straordinario tempo di 20.4/5 – prestazione ottenuta il 2 maggio 1913 anche da Alberto “Arthur” Robinson la cui ufficialità tuttavia era stata negata – con il quale “frantumò” i primati mondiali di 21.1/5 co-detenuti da Lippincott, Drew e Parker che resistevano rispettivamente dal 1913 e dal 1914.
Furono queste due straordinarie prestazioni a far scrivere a Jack James, cronista sportivo di San Francisco presente all’avvenimento, che i sorprendenti risultati erano stati ottenuti “dall’essere umano più veloce al mondo.”
Dopo questa affermazione per Paddock venne coniata la definizione“The Fastest Human” che diverrà poi il titolo del libro autobiografico edito nel 1932.
Le cronache riportano che al momento della partenza della gara delle 220 yards spirava un leggero vento contrario ai concorrenti.
Lo starter sentì che c’era possibilità di primato ed intelligentemente attese alcuni attimi prima di dare la partenza; lo fece quando sentì che la brezza stava calando.
Dopo 20 metri di gara Paddock era ancora dietro a Robert Hutchinson, ma ai 100 metri due metri dividevano Paddock, che aveva preso decisamente la testa, dal suo avversario più pericoloso.
Nella seconda parte della gara il califoniano si scatenò ed andò a vincere in 20.4/5 davanti ad Huchinson (21.1/5), stabilendo il nuovo primato del mondo.
Il famoso Walter Christie, per molti anni coach della University Southern of California ed ora allenatore di Hutchinson, disse che non vi sarebbero stati ostacoli all’omologazione del primato che peraltro era stato ottenuto su pista lenta e con temperatura bassa, elemento quest’ultimo che “era uno svantaggio per l’atleta e non, come qualcuno potrebbe credere, un vantaggio”.
Tre giorni dopo a Stanford, il 29 marzo Paddock battè per la venticinquesima volta in carriera Morris Kirksey in una gara ufficiale, segnando ancora 9.3/5 sulle 100 yards dopo la ripetizione della partenza.
Lo stesso tempo fu assegnato a Kirksey, ma i risultati non vennero omologati nonostante che a disposizione del Dr. Frank Angell, capo dei cronometristi, vi fossero ben cinque tempi (due 9.2/5, un 9.3/5 e due 9.4/5).
In quell’occasione ci fu anche un piccolo “giallo”.
Starter della riunione era Alma Wilford Richards, campione e recordman olimpico di salto in alto (m.1.93) ai Giochi di Stoccolma, che aveva fama di essere un “mossiere” estremamente imparziale.
Kirksey fu autore di una partenza “sospetta” che l’atleta paragonò a quella della finale dei 100 metri ai Giochi di Anversa.
Secondo lo starter non era avvenuto nulla di irregolare; Kirksey aveva “indovinato” lo start – questo fatto da molti era considerato un vantaggio “gratuito” e come tale da punire – ma anche Paddock era scattato nello stesso momento.
Comunque per evitare discussioni richiamò i concorrenti alla partenza e fece ripetere la gara che ebbe l’esito che tutti sappiamo.
Il record mondiale dei 100 metri, suggello di una superiorità mai messa in mostra da alcun altro atleta fino a quel momento, giunse il 23 aprile di quel “fantastico” 1921!
Nello stadio dell’università di Redlands/Ca nel corso dell’annuale “Southern California Open Championships”, Charles Paddock ottenne due risultati eccezionali.
Corse infatti i 100 metri in 10.2/5, nuovo primato del mondo, facendo segnare anche il tempo di 9.3/5 al passaggio delle 100 yards; questa prestazione eguagliava il record mondiale della specialità.
Secondo si classificò Vernon Blenkiron del Los Angeles AC che, sulla distanza più breve venne cronometrato in 9.4/5.
Il tempo di Blenkiron sui 100 metri, rilevato in 10.3/5, venne poi inspiegabilmente comunicato come “stimato” in 10.7.
Come si può vedere dal risultato Charles Paddock venne impegnato a fondo dal suo avversario.
La riunione era stata preparata con cura da Robert Weaver, Presidente dell’A.A.U. che volle rimuovere in partenza ogni e qualsiasi dubbio sulla regolarità del cronometraggio, convocando numerosi cronometristi di supporto con lo scopo di avvalorare maggiormente le prestazioni di Paddock.
Secondo le cronache gionalistiche dell'epoca anche in questa occasione Paddock si produsse ancora in quella che era divenuta la sua famosa caratteristica tecnica di arrivo, il balzo in avanti (valutabile dai 10-13 piedi, circa 4 metri) e che, secondo i tecnici, se effettuato al momento giusto e con giusta coordinazione era in grado di far avvantaggiare molto l’atleta.
Secondo le consuetudini dell'epoca, nella stessa manifestazione si corsero anche i 300 metri che Charles si aggiudicò in 33.1/5, miglior prestazione mondiale che frantumava il 35.8 ottenuto dal finlandese Axel Kuffchinoff a Turku il 26 settembre dell'anno prima.
Di passaggio alle 300 yards (m.274,32) Paddock fece segnare il tempo di 30.1/5, ed anche questo rappresentava una nuova prestazione mondiale.
Sulla distanza dei 200/220y il suo tempo fu di 21.1/5.
Per avere un'idea del valore dell'impresa di Paddock sui 300 metri ci piace ricordare che la sua miglior prestazione mondiale resistette per ben 27 anni!
Infatti l’annoso primato venne migliorato solo il 3 settembre 1948 dal giamaicano Herbert McKenleyche a Stoccolma corse in 32.4.
Il nostro Pietro Mennea – siamo ovviamente in epoca di cronometraggio automatico – stabilì la sua miglior prestazione mondiale il 21 luglio 1979 correndo la distanza a Rieti in 32.23; come si può vedere, nonostante fossero passati 58 anni la differenza non era poi così abissale!
Non poteva quindi essere più appropriato il giudizio che Tom McNab, responsabile della nazionale inglese dal 1963 e consulente sportivo di Hugh Hudson, regista del film “Chariots of fire”, darà su Paddock, definendolo “la prima grande personalità della pista”.
L’eco delle imprese di Paddock venne interrotto dal clamore suscitato dalla prestazione ottenuta il 7 maggio 1921 a Syracuse da Allen Woodring, il campione olimpico dei 200 metri, che nel corso del triangolare fra le Università di Syracuse-Colgate e Pittsburg si aggiudicò la gara delle 100 yards nel tempo di 9.3/5 (due cronometri a 9.2/5 e due a 9.3/5) eguagliando il primato mondiale di Kelly, Drew e Paddock.

Vista la buona vena manifestata da Paddock in quel periodo i suoi dirigenti pensarono bene di organizzargli una manifestazione, denominata appunto “Paddock Field” per consentirgli di conquistare il primato anche in altre specialità e, se possibile, migliorare quelli già acquisiti.
La gara si disputò il 18 giugno a Pasadena e la prima prova fu sulle 110 yards (m. 100,58).
Venne scelta questa distanza per poter avere i tempi di passaggio anche alle 100 yards (m. 91.44); nessun problema per la distanza metrica dei 100 metri in quanto, data la ridottissima differenza, questa normalmente si identificava in quella delle 110 yards.
Paddock vinse facilmente battendo ancora una volta Vernon Blenkiron (10.2/5e) al termine di una gara che vide in pista anche l’olimpionico Morris Kirksey, Edward Farrell del NYAC, William Hayes della Notre Dame University, campione A.A.U. delle 100 yards nel 1919 e Bernie Wefers Jr, figlio del mitico velocista di fine secolo che era ancora il suo allenatore.
Il tempo finale del californiano sulle 110 yards (m.100,58) fu uno sbalorditivo 10.1/5, mentre sulle 100 yards Paddock segnò ancora un 9.3/5, tempo che sarà l'ultimo di una lunga serie, ed un 8.4/5 alle 90 yards.
La A.A.U. accettò il 10.1/5 sulle 110 yards, non come record ma solo come “noteworthy performance”.
I dirigenti americani non accettarono invece il tempo sui 100 metri per una clausola ben precisa del loro regolamento, che anche la I.A.A.F. in questa circostanza tenne in considerazione; infatti il risultato di 10.2 non venne omologato quale primato del mondo in quanto la prestazione era stata ottenuta in una gara disputata su una distanza più lunga di quella ufficiale!
La seconda gara nella quale si impegnò Paddock fu quella delle 200 yards (m.182,90) che si aggiudicò nel tempo di 19.0, ottenendo di passaggio i tempi di 12.2/5 alle 130 yards e 14.1/5 alle 150 yards.
Tutte queste prestazioni costituivano le nuove migliori prestazioni mondiali.
Purtroppo al termine della prova Paddock si infortunò alla gamba destra e fu costretto ad accasciarsi al suolo appena tagliato il traguardo.
I medici che lo visitarono, Dr. Al Weston e Dr. W.L. Cummings, gli prescrissero otto giorni di riposo assoluto e la rinuncia ai campionati A.A.U. in programma a Pasadena per i primi di luglio.
Ma Paddock non era certo tipo da stare a riposo!
Egli seppe riprendersi rapidamente e, pur non essendo al meglio della condizione, il 4 luglio scese in pista nella sua Pasadena per difendere il suo titolo A.A.U. delle 220 yards.
Anche in questa occasione Paddock stupì tecnici ed avversari aggiudicandosi prima il titolo della velocità in 9.3/5, eguagliando per la terza volta il primato del mondo, battendo Vernon Blenkiron (9.8e), Edward Farrell (9.9e) e Morris Kirksey.
Sul “furlong” Paddock si confermò campione nazionale correndo in 21.4/5 davanti a Kirksey ed a William Hayes.

Con la gara di Pasadena la serie dei primati di Paddock almeno per quell'anno si fermò.
Nel 1922 le prestazioni di Paddock fecero registrare tempi di ordinaria amministrazione.
Non mancò tuttavia l’acuto che servì a richiamare sul nome del velocista americano l’attenzione di tutto il mondo sportivo.
Infatti nell'aprile di quell'anno il californiano realizzò sulle 100 yards il tempo di 9.2/5, con il quale l’ormai storico muro dei 9.3/5, contro il quale si erano infranti tutti i tentativi dei migliori velocisti degli ultimi anni, sembrava finalmente demolito.
La prestazione fu realizzata nel mese di aprile a Hilo, località dell’isola di Maui, alle Hawaii, dove Paddock si trovava, ospite di “Potter” Thurston che aveva una casa sull’isola e del grande Duke Paoa Kahanamoku, il connazionale vincitore di due medaglie nelle gare di nuoto (oro nei 100 metri stile libero ed argento nella staffetta 4×100) ai Giochi olimpici di Stoccolma e di altrettante ad Anversa (oro nei 100 metri stile libero e nella staffetta 4×200), per partecipare ad alcune riunioni a carattere promozionale nell’ambito degli annuali Hawaiian Games.
L'americano corse in 9.2/5 in una serie speciale con alcuni atleti dell'isola durante la quale fu cronometrato in 5.0 alle 50 yards, tempo che lasciò perplessi. Al termine della gara sorsero perplessità sulla regolarità della stessa, considerato che le isole Hawaii si trovavano lontane dai più importanti centri americani dove normalmente si svolgeva l'attività atletica e non vi erano sufficienti garanzie che tutto si fosse svolto nel pieno rispetto dei regolamenti imposti dalla A.A.U.
Il record pertanto non venne presentato per l’ omologazione.

In previsione dei Giochi olimpici di Parigi il comitato olimpico americano aveva proibito agli atleti classificati “probabili olimpionici” di partecipare ad impegni all'estero al di fuori delle tournée organizzate dalla stessa A.A.U..
Accadde che Charles Paddock, tramite la sua università, venisse invitato a partecipare ai Giochi Mondiali Studenteschi in programma a Parigi nel maggio del 1923.
La A.A.U. negò l'autorizzazione alla trasferta, che invece ricevette il beneplacido della N.C.A.A. (National Collegiate Athletic Association), l’ente che riuniva tutti gli atenei degli Strati Uniti e ne disciplinava l’attività.
Paddock, forte di questo viatico, contravvenne al diniego della A.A.U. e, grazie anche alla “disponibilità” generosa dei dirigenti del Paris Université Club, ai quali non parve vero di avere fra i partecipanti alla loro manifestazione il campione olimpico e primatista mondiale, il 6 maggio si presentò sulla pista dello Stadio della “Porte-Dorée”, andando a vincere tre titoli: 100, 200 metri (con curva) e staffetta 4×100.
Sulla distanza classica Paddock ottenne il tempo di 10.2/5, che eguagliava il primato del mondo ottenuto a Redlands nel 1921, battendo il cecoslovaccoBohus Fleischer (10.8e).
La prestazione dell’americano venne confortata dal responso di tre cronometristi su quattro.
Nella prova sui 200 metri con curva, conclusasi nel tempo di 21.1/5, vennero cronometrati anche i passaggi intermedi.
Nella circostanza Paddock eguagliò anche le migliori prestazioni mondiali sulle seguenti distanze: 16.0 sui 150 metri e 9.3/5 sulle 100 yards, e stabilì il nuovo limite mondiale sui 75 metri con il tempo di 8.2/5.
Ci si attendeva una severa squalifica per l'indisciplinato Paddock ma la contrapposizione delle organizzazioni che lo sorreggevano (Esercito e N.C.A.A.), evitò un provvedimento che, se pur giusto, sarebbe stato sicuramente impopolare.
Naturalmente la A.A.U. si guardò bene dal sottoporre ad omologazione il 10.2/5 ottenuto da Charles a Parigi né tanto meno le altre prestazioni ottenute dall’atleta “ribelle”.
Il “braccio di ferro” fra Paddock e la A.A.U. continuò per tutto l’anno, tanto é vero che il campione olimpico disertò i campionati nazionali che si svolsero dal 1° settembre allo Stagg Field dell’Università di Chicago.
Loren Murchison approfittò dell’assenza del forte rivale per aggiudicarsi entrambi i titoli della velocità con tempi modesti.
Alla finale dei 100 metri giunsero Loren Murchison, la sorpresa Keith Lloyd (cugino dell’attore comico, stella di Hollywood, Harold Lloyd), Alfred Leconey, Frank Hussey, Jackson Scholz e Chester Bowman.
Sorprendentemente mancava all’appello Charles Paddock, tornato da poco alle gare dopo un infortunio patito in dicembre durante una partitella di basket disputata in Iowa.
Il suo rientro era avvenuto in primavera inoltrata in una gara sulle 125 yards disputata sulle pista della Drake University vinta in 12.0 davanti a Gwynn Henry, che fu il primo a congratularsi con il californiano.
Era successo che il californiano in semifinale si produsse all’arrivo nel suo solito salto finale che apparentemente gli era valso il secondo posto (10.8e) dietro a Scholz (10.6). Di questo parere non erano stati però i giudici di arrivo che lo avevano relegato in quarta posizione con lo stesso tempo di Lloyd e Bowman, classificati al secondo e terzo posto.
Paddock aveva protestato vivacemente con i giudici di arrivo contestando il loro verdetto. Poiché la questione per l’incertezza dell’arrivo non accennava a risolversi intervenne William Prout, presidente della A.A.U. che, salomonicamente, ammise tutti e tre gli atleti alla finale, la quale si corse pertanto eccezionalmente con sette concorrenti.
Scholz era chiaramente il favorito per la vittoria finale ed infatti fu il più rapido in partenza, subito seguito da Murchison.
A metà gara Bowman recuperò il distacco che lo divideva da Scholz e lo affiancò. Paddock incorse in una brutta partenza e per buona parte della gara corse lontano dai primi.
“Chet” Bowman, l’atleta di Syracuse proveniente dal football allenato da Tom Keane, riuscì a contenere il veemente ritorno di Paddock e si aggiudicò la gara, fino a quel momento la più importante della sua carriera, conquistando meritatamente un posto per Parigi. Il tempo impiegato fu di 10.6.
Charles Paddock finì quasi sulla sua stessa linea, tant’é vero che anche il suo tempo fu “stimato” in 10.6 al pari di quello di Scholz, giunto terzo.
Al quarto posto si classificò Frank Hussey della “Stuyvesant H.S.” ed al quinto il portacolori del Meadowbrook AC, Alfred Leconey.
Loren Murchison dopo il brillante avvio di gara era calato paurosamente alla distanza ed era finito all’ultimo posto, ma venne accreditato dello stesso tempo (10.8e) del quinto arrivato.
Per i Giochi di Parigi vennero selezionati Bowman, Paddock, Scholz, Hussey, Leconey e lo stesso Murchison, che prese il posto dell’infortunato Lloyd.
Jackson Scholz dominò la gara dei 200 metri (21.0) imponendosi a Bayes Norton di Yale ed a George Hill di Penn, mentre al quarto posto si classificò Louis Clarke del Johns Hopkins.
Questi quattro atleti vennero selezionati dal coach Lawson Robertson per la prova olimpica, ma all’ultimo momento al posto del demotivato Clarke, dirottato nella staffetta 4×100, venne schierato Charles Paddock.

Grande era l’attesa a Parigi per vedere in azione gli atleti americani e Paddock in particolare.
Ci piace riportare qui di seguito il testo di un articolo di Orio Vergani, inviato ai Giochi, pubblicato su “Tutti gli Sports” del 16-23 agosto 1924:
” Un protagonista, la folla si augurava di averlo anche quest'anno in Paddock, l'uomo più veloce del mondo.
Il ricordo dei suoi trionfi di Anversa, dove vinse la gara dei 100 e fu secondo nei 200 metri, la fama dei suoi records – Paddock ha tutti i records del mondo dai 50 ai 200 metri – il ricordo di quel suo caratteristico modo di correre – corsa fatta di potenza sfrenata, di energia muscolare più che di energia nervosa e la particolarità nota a tutti gli appassionati del suo modo di balzare col petto sul filo di lana del traguardo con un vero e proprio salto in lunghezza di cinque metri, tutto questo aveva fatto si che si attendesse il ritorno di Paddock sulla pista olimpica come quello di un semidio.
Fu uno dei pochi atleti riconosciuto dalla folla intera senza bisogno di leggergli sulle spalle a forza di cannocchiale il numero.
Quando entrò, uscendo fuori dal sotterraneo che unisce il prato agli spogliatoi passando sotto la pista, da tutte le parti lo si chiamava a nome. Si guardava ai suoi polpacci e alle sue salde caviglie come a dei gioielli.
Nella massa dei concorrenti alla corsa dei 100 metri – erano una novantina – seduti qua e là sul prato in attesa di essere chiamati al palo di partenza, non si cercava che lui, non si vedeva che lui. I fotografi, coi loro scatoloni neri sui gialli treppiedi, lo prendevano di mira da tutte le parti. Per gli altri non c'era che l'interesse dei competenti – si cercavano Scholz, Porritt, Abrahams – e dei connazionali.”

Il più accreditato avversario di Paddock, l’atleta che nella storia delle Olimpiadi aveva raccolto la maggioranza dei pronostici per l’aggiudicazione di una medaglia d'oro, era il suo connazionale Scholz, che all'epoca dei Giochi aveva ormai superato i ventisette anni.
Grande impressione aveva suscitato nei turni eliminatori dall’inglese Harold Abrahams che nei quarti di finale aveva uguagliato il primato olimpico (10.6).
Paddock sapeva benissimo di non essere, al contrario dell’avversario inglese, al massimo della condizione.
Lo disse amaramente a Douglas Fairbanks Sr., suo grande amico e compagno di viaggio sulla SS America, che era andato a trovarlo subito dopo la disputa delle batterie.
“Il vecchio «scalciatore» non è qui, Doug!” ammise con grande sincerità Paddock, ed aggiunse malinconicamente: “I’m too old” (io sono troppo vecchio).
“Devi distrarti – disse semplicisticamente Douglas – torna con me a Parigi. Trascorri la notte lontano dall’atletica e domani sarai di nuovo te stesso.”
Paddock non si fece pregare e salì sulla macchina di Fairbanks. Il celebre attore americano del cinema muto, una vera star mondiale di quell’epoca, si trovava a Parigi con la seconda moglie, l’attrice Mary Pickford (Gladys Smith), conosciuta anche con lo pseudonimo di “Dorothy Nicholson”, per promuovere il suo ultimo film “Il ladro di Bagdad”.
Mary Pickford, anch’essa celeberrima diva del cinema muto, nel 1919 aveva fondato con David W. Griffith, Charlie Chaplin ed il marito, la casa di produzione United Artists della quale divenne Vice-Presidente nel 1935.
Essa si trovava in Francia per convincere lo “chansonnier” francese Maurice Chevalier ad andare negli Stati Uniti per interpretare un “musical” in vista dell’inizio delle produzioni di films “sonori”.
I quattro, Douglas, Mary, Maurice e Charles, cenarono al “Crillon” e fecero le ore piccole; Chevalier fu spassosissimo nell’intrattenere i suoi ospiti e, correndo intorno al tavolo da pranzo, si esibì in una riuscitissima imitazione di Paavo Nurmi.
Nessun problema di orario per Paddock che non alloggiava con la squadra americana nel castello di Rocquencourt, appartenuto al principe Murat, in quanto come ad Anversa aveva preso in affitto con Murchison un appartamento nei pressi dello stadio di Colombes.
Quella con gli amici americani non fu la sola “scappatella” notturna che Paddock si concesse durante i Giochi.
Il velocista americano fu visto spesso anche a La Reveu Nègre, un club dove si esibiva The Claude Hopkins Band, un complesso jazz che andava in quel momento per la maggiore e nelle cui fila militavano anche il clarinettista Sidney Bechet, all’epoca già famoso, e la cantante-ballerina negra, originaria di St. Louis, Josephine Baker.
La finale dei 100 metri di Parigi vide comunque approdare alla finale tutti i favoriti della vigilia.
Gli atleti agli ordini dello starter inglese Dr. Edward Moir, si schierarono sulla linea di partenza in quest’ordine, partendo dall’interno pista, ovverosia della prima corsia: Paddock, Scholz, Murchison, Abrahams, Bowman e Porritt.
Paddock scattò in avanti con violenza, forzando i primi passi dell’avvio con il risultato di contrarre eccessivamente i muscoli delle gambe e di indurire la sua azione di corsa.
A metà gara l’inglese Abrahams prese decisamente il comando della corsa. Solo Scholz e Bowman riuscirono a resistergli.
Paddock, ormai in riserva di energie, pagò forse in quel momento le divagazioni mondane che si era concesso a Parigi alla vigilia della gara e cedette di colpo lasciando via libera all’inglese che ebbe così partita vinta.
Abrahams precedette così il tenace Scholz, l’unico capace di impegnarlo fino in fondo.
Il neozelandese Porritt con uno sbalorditivo finale riuscì a soffiare il terzo posto all’americano Bowman, mentre il deludente Paddock terminò la prova in quinta posizione preceduto anche dal connazionale.
Ultimo, come ad Anversa, ma questa volta battuto senza attenuanti, si classificò Loren Murchison.
Riprendiamo ora la seconda parte dell'articolo di Orio Vergani del quale abbiamo avanti citato l'apertura:
“E anche l'idolo Paddock si è infranto. È bastato il confronto dei cronometri. È bastato un quinto di secondo di differenza in confronto all'inglese Abrahams (n.d.A.: il giornalista si riferisce evidentemente alla semifinale), venuto fuori all'improvviso, perché, a dire il vero, nessuno se l'aspettava, dopo tanti anni un velocista europeo capace di tener testa ad un americano, è bastato quel quinto di secondo in più perché subito, prima ancora della finale, Paddock passasse nel numero dei velocisti di second'ordine.
Infatti lo studente americano Paddock è stato sconfitto dallo studente di Cambridge, Abrahams.
Alto, snello, corridore di agilità e di leggerezza – mentre Paddock, e gli americani in genere, corrono quasi a rimbalzi potentissimi ma rabbiosi – Abrahams, partito con un metro di ritardo, arrivò nell'ultimo tratto di volo, col petto proteso in avanti come se dovesse staccarsi dal suolo.”
Abbiamo quindi visto che i Giochi di Parigi invece di esaltare Charles Paddock e di consacrarlo “The Fastest Human”, lanciarono preoccupanti segni promonitori sull'inizio del suo declino.
Nella fase finale della gara dei 200 metri, dove venne superato da Scholz, nell'effettuare la sua caratteristica “chiusura” in salto, si infortunò e quindi dovette rinunciare a disputare la gara di staffetta 4×100. Questa venne corsa con successo da Francis Hussey, Louis Clarke, Loren Murchison ed Alfred Leconey, in 41.0, tempo ottenuto sia in semifinale che in finale, che costituiva il nuovo record mondiale.
La IAAF omologò quale primato del mondo solo il tempo della finale.

Dopo queste gare in Germania gli americani fecero rientro negli Stati Uniti. Nel viaggio di ritorno in nave, Paddock strinse amicizia con Beth Sully Fairbanks, la prima moglie di Douglas Sr., in viaggio con il figlio quattordicenne Douglas Jr. destinato a seguire, ma non a ripetere, la carriera cinematografica del padre.
Appena rientrati in patria Paddock e Murchison ricevettero l’invito da parte del club “I Cavalieri di Colombo” per la partecipazione alla gara delle 100 yards in un meeting da loro organizzato ad Allentown per il 30 agosto.
Paddock, quale preparazione in vista degli ormai prossimi campionati A.A.U. aderì di buon grado, e così pure Murchison.
Sotto gli occhi del coach Lawson Robertson, che nell’occasione svolse funzioni da starter, Paddock e Murchison affrontarono il compagno di nazionale Alfred Leconey.
Fu una gara molto combattuta. I tre atleti giunsero quasi contemporaneamente sul filo di lana tanto che la giuria dette tre diverse versioni dell’arrivo, prima di emettere il giudizio definitivo che assegnava la vittoria a Leconey con il tempo di 9.2/5 su Murchison (9.5e) e Paddock (9.5e).
Il giudice arbitro nel suo rapporto segnalò che la gara era stata caratterizzata dalla presenza di vento che aveva soffiato in favore dei concorrenti e quindi nessun dirigente della A.A.U. si sognò di presentare il risultato per l’omologazione.

Paddock si prese presto la sua brava rivincita vincendo il 6 settembre a West Orange, New Jersey i campionati A.A.U. sulla pista dell’Università di Colgate, ottenendo un eccellente 9.3/5, il quarto ufficiale in carriera sulle 100 yards, battendo Loren Murchison, Alfred Leconey ed il canadese Cyril Coaffee.
Nella circostanza lo starter fu John McHugh, una vecchia conoscenza di Paddock, che aveva fatto parte della giuria di partenza ai Giochi di Parigi.
In quella stessa occasione Paddock si aggiudicò anche il titolo delle 220 yards in rettilineo eguagliando il suo record di 20.4/5 e regolando, come già aveva fatto nella gara più breve, Murchison e Coaffee.

Durante i Giochi di Parigi Paddock e Murchison ebbero un lungo colloquio con il barone de Coubertin il quale propose ai due americani di effettuare un “tour” per promuovere il movimento olimpico nel mondo.
Paddock, Murchison e gli altri atleti del gruppo scelti personalmente dal barone de Coubertin iniziarono nel 1925 il loro giro del mondo partendo dal Giappone. Furono poi in Cina e nelle Filippine (dove i velocisti americani si confrontarono con l’idolo locale Fortunato Catalon) prima di spostarsi in Medio Oriente.
Prima di raggiungere l’Europa, dove fece tappa in Finlandia ed in Germania per poi terminare la sua missione, il gruppo sostò anche in Egitto dove furono organizzate alcune gare dimostrative nei pressi delle piramidi.

Rientrato in patria Paddock cominciò a programmare la sua preparazione in vista dei Giochi di Amsterdan del 1928.
Nel frattempo ebbe modo di mettere a frutto le conoscenze cinematografiche fatte a Parigi e si impegnò in alcune iniziative nel mondo della celluloide con la Paramount Pictures, che lo tennero lontano dalle piste per qualche tempo.
Il suo rientro alle gare venne programmato per la primavera del 1926.
Paddock partecipò nel 1928 ai Giochi di Amsterdam, la sua terza Olimpiade, ma si qualificò solo per i 200 dove però venne eliminato in semifinale.
Fu l'ultimo atto di una straordinaria carriera di un atleta sicuramente da annoverare fra i “grandi” della storia dell'atletica.
All’età di trenta anni Paddock incontrò e sposò Neva Prisk Malaby una signora divorziata con un figlio già grande; poi si dedicò al mondo degli affari, non trascurando di occuparsi anche di politica.
La Seconda Guerra Mondiale lo trovò ormai quarantaduenne, in servizio con il grado di capitano del corpo dei Marines nei ruoli della riserva, assegnato quale aiutante di campo al Gen. William Upshur.
Il 21 luglio del 1943 di ritorno da un giro di ispezione sul fronte del Pacifico, Charles Paddock, detto nei momenti del suo massimo fulgore “California Comet”, rimase vittima di un incidente aereo nel cielo dell'Alaska, nel quale persero la vita anche il suo superiore, il Gen. Upshur, e quattro membri dell’equipaggio.
Paddock fu sepolto a Sitka, città dell'Alaska.
In memoria del grande velocista, alcuni mesi più tardi, venne battezzata con il suo nome una nave commerciale.

fonte: I Figli del Vento – Storia dei 100 metri ai Giochi Olimpici e ai Campionati Mondiali – Vol. 1

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