SIAMO TUTTI AFFETTI DALLA SINDROME DI HIGHLANDER ? (DI PAOLO AGNOLI)

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Sul Corriere della sera del 9 marzo 2006 è stato pubblicato un articolo, dal titolo “Attenti alla sindrome di Highlander” [clicca qui], che ha suscitato parecchie reazioni tra gli atleti master. Con grande piacere pubblichiamo il commento del romano Paolo Agnoli.
Siete tutti invitati sul FORUM (Mondo Master – Siamo tutti affetti dalla sindrome di Highlander ?) ad esprimere il vostro parere.

Basandomi sulla mia esperienza di corridore master trovo la tesi del giornalista del Corriere della sera (“diversi” atleti master soffrirebbero, secondo costui, della sindrome di Highlander) non corretta, ed il relativo messaggio (purtroppo presentato sul più letto e prestigioso quotidiano italiano) riguardante le capacità mentali di molti di noi fondalmente ingiusto e immotivato.

Per argomentare ciò vorrei iniziare sottolineando che tutti i partecipanti italiani a gare master di qualsiasi livello debbono essere regolarmente in possesso della corretta documentazione medico sportiva attestante la loro idoneità, per l’anno in corso, a svolgere attività agonistiche, almeno secondo i protocolli vigenti (dobbiamo cogliere nell’articolo un invito a migliorare tali procedure, o addirittura un richiamo ad applicarle con più professionalità? Questo sarebbe senza dubbio un argomento interessante, ma è certo tutt’altra questione).

Va anche detto che tra i master vi sono persone con atteggiamenti, razionalità, convincimenti e propensione al rischio estremamente diversi tra loro. E comunque, se proprio dobbiamo individuare un comportamento medio, sono assolutamente convinto che la maggioranza di tutti noi atleti “anziani” comprende perfettamente che allenarsi seriamente per gareggiare al meglio a livello agonistico in qualsiasi gara podistica (dai 100 metri alla maratona) in età avanzata comporta dei rischi, e sicuramente più di quelli che si incontrerebbero nel limitarsi alla salutare corsetta blanda di 30-40 minuti, magari a giorni alterni, giustamente reclamizzata dai media. Solamente dei pazzi potrebbero pensare diversamente. Ma proprio una precisa accusa sulla nostra salute mentale mi pare sia al nocciolo della tesi , che poco ha a che fare con la cardiologia medica, che viene avanzata dal giornalista che ha curato l’articolo (senza peraltro citare nessun esperto del campo).

E comunque, se vogliamo affrontare per un attimo anche l’aspetto quantitativo del pericolo a cui noi master sottoponiamo i nostri cuori, come dovremmo correttamente valutare tale rischio? Non credo sia questa la domanda principale da porsi nel discutere le argomentazioni chiaramente di carattere psichiatrico del giornalista del Corriere, tuttavia la risposta a tale quesito riveste senza dubbio una certa utilità. Nell’articolo si parla, citando qui un autorevole e stimato cardiologo, dell’attività agonistica master come di attività pericolosa, addirittura “fatale”, ma non si fornisce alcun dato, anche se di carattere indicativo o riassuntivo, e tantomeno un confronto con rischi legati a comportamenti che di norma presuppongono altri stili di vita.

Personalmente partecipo a gare master da moltissimi anni, e sarei disposto a scommettere che l’incidenza della mortalità per problemi cardiovascolari tra atleti master anche “evoluti” sia uguale o addirittura inferiore a quella del resto della popolazione della stessa età, includendo anche tutti coloro che corrono solo per la salute. Non sono un esperto di statistica della medicina e sarei pronto a ricredermi, ma se fosse così chi sarebbero allora gli “Highlander”, i master o i sedentari?

Le considerazioni però più importanti nel discutere l’eventuale incidenza della sindrome di Highlander tra gli atleti di età avanzata sono, a mio avviso, di altro tipo.
Tutti gli esseri umani decidono ogni giorno di correre alcuni rischi a fronte di probabili benefici. Ogni anno solo in Italia muoiono migliaia di persone in incidenti stradali e molte, molte di più debbono affrontare gravi sofferenze fisiche come risultato di un tale tipo di eventi (senza poi contare i tumori e/o le malattie derivanti dai diversi tipi di inquinamento prodotti dal circolare delle automobili o altri mezzi di locomozione moderni). Tutti più o meno sappiamo questo, eppure solo pochissimi credo accetterebbero volontariamente di rinunciare al modo di viaggiare tipico dei nostri giorni:crediamo tutti per questo di essere immortali, o stiamo solo accettando razionalmente i rischi derivanti da certe scelte a fronte di una maggiore velocità ed efficienza di trasporto rispetto al passato? E’ proprio questo il punto centrale della questione.

Io personalmente amo l’alpinismo, anche perchè come la corsa aumenta, tra l’altro, la “mia autostima e sensazione di benessere” (a proposito, questi effetti psicologici dovrebbero davvero essere considerati negativamente, come sembra chiaramente suggerire l’articolo, quasi che sarebbe più salutare cercare di abbassare la propria autostima e ricercare sensazioni di malessere?).

Ovviamente ogni volta che intraprendo una escursione impegnativa o una vera e propria scalata spero e mi auguro di ritornare a casa indenne. Ma so benissimo che questa mia passione mette in modo non affatto trascurabile a repentaglio la mia incolumità fisica, anche dopo aver preso tutte le precauzioni del caso (considerazioni analoghe si potrebbero fare del resto per gli sport di vela e di immersione in mare, di volo e di paracadutismo, e tante, innumerevoli altre discipline sportive).

Dovrei rinunciare ad arrampicarmi in montagna? Forse si, secondo alcuni. E personalmente rispetto, senza alcun fastidio, i consigli amichevoli che a tal riguardo mi vengono sovente rivolti da persone a me sinceramente vicine. Ma non mi si dica che continuando ad amare e praticare le ascensioni in alta quota io dimostri di pensare di essere immortale, e che se mettessi un piede in fallo e la mia attrezzatura di sicurezza non riuscisse a bloccarmi (i motivi potrebbero essere disparati, come insegna sfortunatamente la storia di questa spettacolare disciplina) io sia convinto che all’ultimo momento mi spunterebbero miracolosamente delle efficientissime ali!

Il cardiologo ha certamente il dovere di metterci in guardia rispetto a tutti i pericoli ai quali sottoponiamo il nostro cuore praticando la corsa di tipo agonistico in età avanzata, oltre che quello di rifiutarsi di firmare un certificato di idoneità quando i protocolli di controllo attuali lo impongano. Ma francamente tutto ciò non può affatto autorizzare un giornalista ad emettere una diagnosi negativa sulle capacità mentali di molti (“diversi”) di noi del resto come dicevo senza citare alcun studioso autorevole al riguardo. Ricordo ancora, a questo signore, che per poter ufficialmente prendere parte ad una competizione podistica bisogna per prima cosa essere in possesso di un certificato medico, senza il quale l’iscrizione alla gara sarebbe impossibile.

In definitiva ritengo che ogni persona dovrebbe essere libera di poter intraprendere delle attività anche rischiose (solo per se stessa, ovviamente) senza essere necessariamente punita dagli altri, per esempio venendo nel nostro caso indicata pubblicamente come sofferente di patologie di tipo mentale. Del resto ricordo che un’etica della disponibilità della vita umana alla luce di decisioni autonome razionali e moralmente responsabili è già presente per fortuna nella nostra cultura e nelle nostre società da alcuni secoli.

fonte: Paolo Agnoli per AtleticaNet

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