LE EMOZIONI PRIMA DELLA GARA

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“E’ un cambiamento di prospettiva, significa riconoscere che le sensazioni sono segnali che il corpo si sta preparando a combattere o a fuggire. I record personali nascono così” David Hemery

Vi ricordate la freddezza con cui Sergey Bubka affrontava le gare di salto con l’asta? E la sovreccitazione di Mike Powell che sentiva la musica con le cuffie fino a un secondo prima di partire per la rincorsa, gesticolando e gonfiando e sgonfiando le guance? Che dire di Maurice Greene che si agita come una tigre in gabbia prima di raggiungere i blocchi di partenza? Haile Gaebresilassie ci ha ormai abituato ad un sorriso a 32 denti prima di affrontare un 5000,un 10000 o maratona che sia.
Sull’immenso valore di questi atleti siamo sicuramente tutti d’accordo, tuttavia gli atteggiamenti psicologici con cui ciascuno di loro ha ottenuto grandissime prestazioni sono stati profondamente diversi.
Una prima differenza è dovuta senz’altro alla personalità di questi atleti: non ci saremmo mai aspettati da un atleta composto come Bubka una scenetta come quella di Powell che abbracciò il giudice del salto in lungo a Tokio ’91.
Anche la specialità indirizza gli atleti verso un certo tipo di comportamento in gara: immaginate di mettere a confronto i gesti e le espressioni facciali dei finalisti di una gara di 100 metri con quelli esibiti dai maratoneti…
Non esiste in assoluto uno stato psicologico ottimale, ma una stessa emozione, così come uno stesso livello d’ansia, può favorire un atleta e portare ad una controprestazione un altro atleta.
Da molti anni gli psicologi dello sport studiano la relazione che intercorre tra ansia e prestazione e, più recentemente, come le emozioni influenzino il rendimento degli atleti.
Inizialmente si pensava che un elevato livello di attivazione fisiologica (che rappresenta la componente somatica dell’ansia e comporta: aumento dei battiti cardiaci e del ritmo del respiro, sudorazione, aumento della tensione muscolare) facilitasse l’ottenimento di grandi prestazioni: tanto più l’atleta è pronto a livello fisico e nervoso, tanto meglio si esprime.
Successivamente è stato ipotizzato che l’aumento di attivazione portasse l’atleta a fornire con più probabilità la sua risposta abituale, intesa in termini di prestazione: un saltatore in alto che in allenamento salta 8 volte su 10 i 2,30 mt, in gara ci riuscirà tanto più probabilmente quanto più sarà “attivato”, mentre alti livelli di attivazione gli renderanno addirittura più difficile saltare i 2,35 che in allenamento ha superato una sola volta.
Questa concezione della relazione tra ansia e prestazione è stata messa in discussione prima da teorie che hanno ipotizzato che oltre un certo limite l’attivazione si riveli dannosa per il rendimento in gara e, in seguito, da teorie che hanno preso in considerazione la componente cognitiva dell’ansia (attese negative, dubbi sulle proprie capacità, paura delle conseguenze del fallimento, pensieri ed immagini spiacevoli, perdita della concentrazione).
Un aumento dell’ansia di per sé non rappresenta un problema poiché costituisce una risposta fisiologica che predispone l’organismo a reagire ad uno stimolo di pericolo o ad esprimersi al meglio in una situazione di stress quale può essere una gara.
Il decremento, o addirittura il crollo della prestazione (si parla di teoria della catastrofe!), in seguito ad elevati livelli d’ansia, è dovuto ai pensieri negativi e alle preoccupazioni (ansia cognitiva) che accompagnano questo stato fisiologico di eccitazione (ansia somatica). Interpretare l’accelerazione del battito cardiaco e il respiro più affannato che tipicamente caratterizzano i momenti che precedono la gara come segnali di inadeguatezza alla gara, può dar origine ad un circolo vizioso che porta a preoccuparsi per questa attivazione con la conseguenza di aumentare ulteriormente le manifestazioni fisiologiche dell’ansia e i pensieri negativi ad essa associati e a maturare la convinzione di non essere all’altezza della situazione. La prestazione è facilitata dall’aumento di attivazione finché la “lettura” negativa che ne facciamo non dà origine a questo circolo vizioso e porta ad una dispersione delle nostre energie su questi pensieri disfunzionali e ad un’impossibilità di esprimerci come saremmo capaci di fare.
Una delle prime funzioni ad essere inibite da questo meccanismo è la concentrazione sul compito (corsa, salto, lancio, etc) che stiamo svolgendo; inoltre diventa impossibile mantenere la decontrazione muscolare durante l’azione e “ascoltare” quelle sensazioni che tipicamente ci aiutano a perfezionare i nostri movimenti (vedi rincorsa dei salti, o ritmica tra gli ostacoli).
Come abbiamo detto, lo stato di attivazione ottimale varia in funzione delle caratteristiche psicologiche dell’atleta e del tipo di disciplina che pratica: chi affronta una gara nervosa ed esplosiva come i 100 metri viene generalmente avvantaggiato da elevati livelli di attivazione che garantiscono una maggiore prontezza e reattività, mentre per un giocatore di biliardo, che deve eseguire azioni molto precise e mantenere la concentrazione elevata per tempi molto lunghi, arrivare troppo “carico” alla competizione potrebbe essere controproducente. Senza arrivare al biliardo, pensate a quante volte avete visto quattrocentisti americani pronti a spaccare tutto, ipereccitati in partenza, che non hanno saputo resistere alla tentazione di passaggi folli ai 200, per poi sparire nella seconda metà della gara, superati da concorrenti più giudiziosi ed emotivamente “calmi”.
Spesso arrivare a ridosso di un appuntamento agonistico con aspettative eccessive, porta ad affrontare la gara con livelli di attivazione ed emozioni che, seppur piacevoli (entusiasmo, eccitazione, voglia di “spaccare” tutti, etc), possono portare l’atleta a strafare e a compiere degli errori.
Da quanto abbiamo detto finora, emerge che l’ansia che precede una gara non è di per sé facilitante o inibente la prestazione, ma determinante è la “lettura” che ne facciamo, e che le emozioni positive che precedono una competizione non costituiscono necessariamente un vantaggio, potendoci portare a strafare o, magari, a sentirci appagati (sensazione piacevole ma dannosa considerando le gare successive) e pertanto meno motivati ad impegnarci.
Lo psicologo russo Yuri Hanin ha il merito di aver proposto un modello teorico per spiegare la relazione tra aspetti psicologici e prestazione, non limitandosi ad identificare gli effetti dell’ansia sul rendimento in gara, ma considerando l’intero spettro di emozioni che l’atleta vive in vista di una competizione: quali sono le emozioni che aiutano un determinato atleta ad ottenere una peak performance (prestazione eccellente)?
Hanin parla di IZOF (Individual Zones of Optimal Functioning, cioè Zona Individuale di Funzionamento Ottimale) in riferimento al mosaico di emozioni che, vissute con una certa intensità dall’atleta nei momenti che precedono una gara, lo portano con buona probabilità ad esprimersi al meglio.
Per individuare questa Zona di funzionamento ottimale è possibile utilizzare una procedura nella quale viene richiesto all’atleta di rievocare la gara in cui è andato meglio e la gara in cui è andato peggio negli ultimi 6 mesi e tutte le emozioni e sensazioni positive e negative che ha provato in ciascuna delle due occasioni. In questo modo si ottengono 4 liste di emozioni: una lista di emozioni positive facilitanti (perché vissute in occasione della gara andata bene), una lista di emozioni negative comunque facilitanti (sempre vissute in occasione della gara andata bene), una lista di emozioni positive inibenti (poiché vissute in occasione della peggior gara degli ultimi sei mesi) e una lista di emozioni negative inibenti (poiché vissute sempre in occasione della gara andata male). Successivamente si chiede all’atleta di valutare con che intensità (da 0 a 10) ha provato ognuna delle emozioni delle 4 liste in occasione della prestazione migliore e si inseriscono i dati in un grafico dal quale emerge visivamente la sua zona di funzionamento ottimale. Al di là dei dettagli tecnici di questo strumento, è interessante l’opportunità che esso offre di individuare emozioni positive o negative potenzialmente funzionali per un atleta. Ci sono cioè delle emozioni negative, o, per meglio dire, spiacevoli per chi le prova, come, ad esempio, la rabbia, che si rivelano funzionali per la prestazione. Altre emozioni o sensazioni, come il sentirsi appagati, pur piacevoli, portano effetti negativi e si associano spesso a controprestazioni. L’atleta può accorgersi che l’ansia ha caratterizzato il suo stato psicologico prima di gare andate molto bene ed è pertanto un vissuto spiacevole ma facilitante la prestazione. Imparare a conoscere che le emozioni piacevoli possono inibire la prestazione ed emozioni negative possono talvolta aiutare a dare il massimo aiuta l’atleta a controllare l’eccessiva eccitazione con cui si avvicina ad un appuntamento ridimensionando anche aspettative eccessive, a temere meno la presenza di sensazioni spiacevoli come l’ansia prima di una gara e ad esserne di conseguenza influenzato in misura minore.
Come abbiamo detto in un precedente articolo, talvolta il problema non è la paura ma la paura di aver paura: è evidente che riconoscere l’inevitabilità e la funzionalità di alcuni vissuti di paura prima di una gara può aiutarci a non innescare il meccanismo della paura di aver paura.
L’assunto è che non sono le emozioni ad essere di per sé funzionali o disfunzionali, ma il significato che noi attribuiamo a esse: si dice che Michael Johnson si sentisse “nervoso per non essere abbastanza nervoso” prima delle gare. Il grande atleta statunitense interpretava cioè negativamente il fatto di non essere sufficientemente nervoso prima di una gara e questa constatazione di fatto lo portava ad essere nervoso. A giudicare dai risultati questo non dovrebbe avergli creato particolari problemi…

Giorgio Merola
Psicologo dello Sport
giorgio.merola@atleticanet.it

fonte: Giorgio Merola

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