LUGLIO-AGOSTO 2006 – L’ANGELO SENZA ETA'(DI V.VECCHIARELLI)

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Carosi si rimette in pista. Grandi allenamenti per arrivare a ottenere il tempo sulle siepi richiesto per andare agli europei di Goteborg. A 42 anni.

“Ah, se solo fossi nato 15 anni dopo” dice. Ma il tempo delle sorprese per l'atleta toscano non è ancora finito.

La corsa senza eta' di Angelo Carosi ha il profumo della fioritura dell'erica sull'Appennino, il sudore di chi ha passato una vita con le gambe in spalla e proprio non ce la fa a pensare che le giornate possano diventare diverse, senza l'appuntamento con lo stretching del mattino, le ripetute, le tabelle di avvicinamento a qualche appuntamento che diventa nuova meta per ogni stagione.

L’eterno ragazzo a 42 anni suonati sta trascorrendo la sua primavera numero 28 da corridore ai 1.700 metri del Terminillo, in ritiro nella caserma della Forestale come un novizio della fatica, vita monastica per inseguire un altro sogno, un altro minimo da ottenere, un’altra tappa da aggiungere a una carriera infinita: 8 titoli italiani (3 nelle siepi, 2 sui 5.000, 2 nella maratona e un 3.000 indoor) non sono nulla di fronte allo splendore di ciò che è appuntato sul librone delle statistiche internazionali: 4 finali mondiali sui 3.000 siepi (Tokyo ’91, Stoccarda ’93, Göteborg ’95 e Atene ’97), 3 finali ai campionati europei (4° a Spalato ’90, argento a Helsinki ’94, più la partecipazione a Budapest ’98), il nono posto all’Olimpiade di Atlanta raccontano una storia vissuta al vertice e che per assurdo è stata sempre interpretata da gregario: «Eh sì, quando ero giovane e andavo forte in Italia sulle siepi c’era gente da paura. Io sono cresciuto inseguendo sempre Panetta e Lambruschini, per me uno stimolo eccezionale, ma se oggi avessi 15 anni di meno forse potrei togliermi tutte quelle soddisfazioni che la loro presenza mi ha negato». È sereno l’Angelo delle siepi, i rimpianti non possono far parte del suo modo di interpretare la vita. Una vita vissuta di corsa.

Così, mentre i suoi compagni di allora si dilettano dietro a un microfono a commentare le gesta degli atleti di oggi, lui ancora non ce l’ha fatta a passare dall’altra parte della barricata.

Telefona tutti i giorni a Massimo Magnani per mettere a punto i programmi di allenamento, poi va in strada e prova a metterli in pratica, adattandoli alla sua condizione di vecchietto dell’atletica: «L’esperienza mi ha insegnato tanto, oramai vado con le sensazioni e sarei stupido se potessi pensare di ottenere gli stessi risultati che potevo ottenere solo 10 anni fa. Il mio grande stimolo è cercare di capire quanto si può ancora tirare fuori da un motore di 42 anni, perché nei lavori fatico tanto, i tempi di recupero sono dilatati, incontro difficoltà a correre ai ritmi che prima erano la mia quotidianità.

Adesso so benissimo che non mi serve un 2’35” sui mille, ma se corro, come sto facendo, un 2’45” in montagna sono più che soddisfatto, perché vuol dire che sto bene e che posso togliermi ancora qualche bella soddisfazione».

Soddisfazione che quest’anno è una scommessa stampata in testa; messa da parte la maratona sposata sei anni fa con l’esordio vittorioso a Firenze, Carosi torna al vecchio amore, alla pista, alla corsa dei saltafossi, a quelle barriere che tanto gli hanno regalato in passato: «È una sfida a me stesso, fino a luglio corro e mi alleno solo per ottenere il minimo di partecipazione agli Europei di Göteborg. So di non poter fare più 8’20”, ma l’8’35” richiesto può ancora essere alla mia portata.
Al momento credo che in Italia solo Angelo Iannelli possa farlo comodamente… gli altri (Di Pardo e Floriani su tutti, nda) devono ancora dimostrare di avere continuità di rendimento e allora ho pensato di pormi questo nuovo obiettivo. Sarebbe bello a 42 anni ottenere il minimo e mettere in difficoltà i selezionatori azzurri, perché certo poi non so se avranno voglia di portare a spasso per l’Europa un vecchio relitto in cerca di stimoli.
Ma io la mia vittoria l’avrei già ottenuta, perché solo creandoti degli obiettivi tuoi, disegnati dentro alla tua anima, puoi ancora aver voglia di sfidare ciò che sembra impossibile».

La strada è tracciata, fino a luglio si pensa solo a saltare barriere e a rinfrescarsi i piedi nella trappola della riviera, poi se la scommessa sarà persa ci sarà sempre la maratona a disegnare nuove frontiere: «Appena scendo dall’altura voglio correre un 5.000 intorno a 14’15”, sarebbe il segnale che sto lavorando bene. Poi tanti piani per mettere insieme un po’ di ritmo… in fondo per ottenere il minimo devo correre in 2’51” al chilometro, non è un’utopia. O forse sono solo i miei bei ricordi a farmelo pensare, ma ci voglio provare».

Di smettere per il momento non se ne parla, anche se ogni anno prima di ricominciare a percorrere le strade della fatica il pensiero diventa martellante: «Prima o poi dovrà succedere, ma ogni volta poi c’è stato un nuovo traguardo da inseguire e allora sono ripartito per l’avventura: prima il titolo italiano nella maratona, poi il primato mondiale master della maratona e dei 3.000 siepi, quindi la sfida di New York dove lo scorso anno ho vinto tra gli over 40 e sono arrivato 17° assoluto.
Mi hanno trattato come un re e quella festa mi ha fatto capire che tanti sforzi avevano avuto un senso».

L’eterno ragazzo di Priverno porta a spasso 190.000 km macinati in 28 anni di amore per la corsa. Sul suo tachimetro personale ne vuole aggiungere qualcun altro vissuto ad alta velocità: «Poi smetterò, certo, ma vorrei rimanere dentro a un mondo che mi ha regalato tanto, se non tutto.

Sì, il nuovo traguardo è allenare, far innamorare della corsa qualche ragazzo, scoprire un nuovo Carosi. O magari un nuovo Lambruschini, perché no.

Ah, se solo fossi nato 15 anni dopo…».

[Clicca qui] per scaricare il pdf contenente il presente articolo nella veste grafica originale.

fonte: Correre – luglio/agosto 2006 – Persone – Articolo di V. Vecchiarelli

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