LE INSIDIE DEL CRONOMETRAGGIO AL MILLESIMO NELLE GARE DI VELOCITA’

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Il problema dell'ex-aequo riguarda in particolare alcune discipline dell'atletica dove i limiti umani dei primati si stanno delinenando. A partire dal 1 maggio 1977 la IAAF prese in considerazione per l'omologazione dei primati mondiali delle corse fino ai 400 metri compresi, solo i tempi rilevati da congegni elettrici completamente automatici. Una volta entrato in vigore l'automatismo (1.5.77) vi fu un richiamo retrospettivo, tanto è vero che il primo tempo automatico ufficiale (valido anche come record del mondo) sui 100 metri è il 9.95 di Jim Hines con il quale vinse i Giochi di Città del Messico (4.10.1968). Nonostante la retroattività e la relativa abitudine di atleti e tecnici a questa modalità di cronometraggio la misurazione in centesimi del tempo fu accolto con freddezza non fosse altro per il “peso” ulteriore (quantificato genericamente fino a circa 24 centesimi per i 100 mt) che andava a gravare sul tempo finale. Tuttavia una volta superato l'impatto iniziale si riuscì ad apprezzare l'innovazione; soprattutto in relazione alle gare veloci dove veramente si era creato un traffico ingestibile dovuto appunto ai tempi al decimo di secondo. Con il cronometraggio al centesimo in uno spazio temporale ex-aequo di un decimo vennero accolte dieci nuove prestazioni il che facilitò la costruzione di un ranking più ordinato.

Fatte queste doverose premesse, prendo i 100 metri come modello di riferimento su cui esprimere alcune valutazioni. Quest'anno il record di 9″77 è stato eguagliato tre volte (doping a parte) e questo ha sollevato una serie di questioni. Si parla di passare al cronometraggio al millesimo di secondo che potrebbe risolvere il problema della leadership.

Effettivamente se andiamo a vedere il ranking mondiale all-time il traffico si è via via formato anche con i tempi al centesimo dal 10″00 in poi. Ma, a mio giudizio, la soluzione proposta nasconde alcune insidie. Sono le insidie dell'infinetisamemente piccolo (stiamo parlando di millesimi di secondo) legate agli strumenti di misurazione che, per quanto precisi possano essere sottostanno a leggi un po' diverse da quelle a cui siamo abituati. Il problema va oltre l'affinamento degli strumenti, la precisione delle misurazioni invocata deve tener conto dell'attendibilità delle misurazioni stesse. Saremmo ben lieti di veder un 9″772 diverso da un 9″776 ma quei 4 millesimi di differenza è molto probabile che siano più frutto del caso di quanto possano esserlo 4 centesimi. Quando si avvicinano all'oggetto da misurare anche i nostri sensi subiscono questa strana involuzione: se apriamo il palmo della nostra mano vediamo le cosiddette linee della vita. Se ci avviciniamo riusciamo a vederle meglio e più ci avviciniamo più riusciamo a scorgere i dettagli finchè ad un certo punto non riusciamo più a distinguere niente per la troppa vicinanza.

Se il problema è di stabilire la leadership o di risolvere gli ex-aequo per permettere di stilare una graduatoria è preferibile non forzare la prima chiave di ordinamento (il tempo) con le conseguenze che ho cercato di spiegare, piuttosto è preferibile introdurne altre. Sul sito della IAAF, il criterio adottato, seppur ufficioso, è che a parità di tempo prevale la data in cui è stata effettuata la performance (si preferisce una data antecedente). Per ogni prestazione è comunque riportata la velocità del vento; perchè non considerare quest'ultima come discriminante? Uno stesso tempo ottenuto con un aiuto meno incisivo del vento ha senz'altro più valore. E non solo da un punto di vista semplicemente statistico o nozionistico.

fonte: Enrico Peppe

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