FIDAL, PEGGIO DI COSÌ SI CHIUDE!

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Scrivo con ritardo ma mi auguro con maggior precisione un commento sui recenti Campionati Mondiali Juniores di Pechino e sullo stato di salute del movimento giovanile di vertice. L'articolo segue idealmente quello di Raul Leoni pubblicato sul sito federale all'indomani del termine della manifestazione.

Leggendo l'analisi sul sito Fidal “ Mondiali Junior, l'ora dell'analisi ” ero quasi tentato di accettare quel tipo di motivazioni a supporto di quella che si può chiamare semplicemente e tristemente una debacle. L'analisi di Leoni aderiva completamente a ciò che era successo e, nonostante il giudizio di certo non lusinghiero dato a fine pezzo, per quanto mi riguardava, mancava qualcosa. A ben vedere, mancava l'essenziale e cioè il vero motivo del disastro, il filo conduttore che con precisione matematica sta trascinando in basso tutto il movimento atletico nazionale.

Per supportare l'analisi che farò e le relative conclusioni, mi sono basato su una premessa totalmente opposta a quella di Raul Leoni. Lui afferma che l'analisi “non può prescindere da un concetto fondamentale, e cioè che l'attività giovanile si basa su indici di stagionalità”; continua affermando che “ci sono anni di vacche grasse e altri in cui al vertice non ti va bene quasi niente.”.
Io, al contrario, affermo che l'analisi deve partire necessariamente dalla contestualizzazione del risultato in un ambito più allargato perché in un'analisi di lungo periodo il fattore caso/fortuna/stagionalità tende ad azzerarsi ed i fenomeni sono meglio riconoscibili ed interpretabili.

Guardiamo quindi (contestualizziamo) la manifestazione di Pechino inserendola nell'ottica delle varie edizioni dei mondiali Juniores dalla nascita ad oggi. Questo è quello che ha raccolto la nostra nazionale in termini di medaglie, punti (prendono punti i primi 8 piazzamenti) e classifica generale:

– Atene 1986 – 1 argento – 23 punti – 17° in classifica complessiva

– Sudbury 1988 – 1 bronzo – 27,5 punti – 15° in classifica complessiva

– Plovidv 1990 – 1 bronzo – 28,5 punti – 19° in classifica complessiva

– Seoul 1992 – 1 oro – 28 punti – 18° in classifica complessiva

– Lisbona 1994 – 1 argento 2 bronzo – 41 punti – 12° in classifica complessiva

– Sydney 1996 – 1 bronzo – 15 punti – 27° in classifica complessiva

– Annecy 1998 – 2 bronzo – 17 punti – 25° in classifica complessiva

– Santiago 2000 – NESSUNA MEDAGLIA – 13 punti – 34° in classifica complessiva

– Kingstone 2002 – NESSUNA MEDAGLIA – 21 punti – 24° in classifica complessiva

– Grosseto 2004 – 2 oro 1 bronzo – 31 punti – 15° in classifica complessiva

– Pechino 2006 – NESSUNA MEDAGLIA – 3 punti – 59° in classifica complessiva

Ho scelto di inserire anche i punteggi e la classifica complessiva perché fermarsi alla sola conta delle medaglie, nonostante sia diventato anch'esso uno sport interno alla nostra federazione, da sole queste non forniscono dati concreti ed interpretabili sull'andamento del movimento.
Ebbene ognuno può facilmente rendersi conto che la cosiddetta “stagionalità” non ha grande rilevanza, anzi, il lungo periodo evidenzia una tendenziale stabilità del nostro movimento giovanile nel contesto della principale manifestazione internazionale a loro dedicata. Dalla nascita nel 1986, l'andamento del medagliere e, ancor di più quello dei punteggi ha evidenziato un gruppo che ha sempre saputo fornire uno o due atleti di riferimento (da medaglia) come anche ragazzi capaci di piazzarsi tra gli 8 migliori della specialità. Niente di eclatante o di grandioso ma pur sempre un segno di esistenza internazionale dei nostri atleti giovani. Questo sostanziale equilibrio ha iniziato ad incrinarsi dalla seconda metà degli anni '90 fino alla crisi vera e propria culminata nell'anno 2000 con la trasferta a Santiago del Cile che ci ha visti tornare a casa senza nessuna medaglia. Stessa cosa si è ripetuta a Kingstone due anni dopo e stessa cosa a Pechino quest'anno. Pechino ha l'aggravante di segnare zero medaglie ma soprattutto anche 3 soli punti in classifica che tradotto in piazzamenti significano un settimo e un ottavo posto.

Che significato dare a questi numeri? I ragazzi sono più svogliati oggi di qualche anno fa? Mangiano più merendine? O l'effetto serra ci ha messo del suo? Niente di tutto questo, come niente di quanto affermato da Raul Leoni su presunte migliori metodologie italiche rispetto a quelle di altre parti del mondo. Mi convincono pochissimo le affermazioni lette che puntano a dire: “noi non aumentiamo i carichi di lavoro come fanno gli altri, per quello i nostri giovani non vanno forte”; noi abbiamo il “Progetto Talento”, noi tuteliamo i nostri ragazzi perché il vero talento non è quello che si allena forte ma quello che ha del suo e se lo fa gestire con attenzione e professionalità.
Belle parole, peccato che i fatti non le supportino. Tra l'altro queste scuse (noi alleniamo con maggior coscienza) suonano alla stessa maniera di scuse ancora peggiori che da sempre si sentono nell'ambiente. Scuse del tipo: “loro (sempre generico ma vorrei tanto sapere chi…) vanno più forte perché chissà cosa prendono. Noi invece non avveleniamo i ragazzi con queste porcherie.” Appurato il fatto che il “loro” e il “noi” non sono fronti più così riconoscibili, è comunque inutile accampare scuse che non fanno altro che nascondere e rimandare i problemi. Lo scrivo ma tutti se ne rendono conto: se fossero vere queste affermazioni di buona gestione dei ragazzi, ci si chiede come mai gli Juniores del 2000 e quelli del 2002 non siano sbocciati sotto le sapienti mani di questi attenti gestori di menti e corpi atletici.

Su una cosa invece Raul Leoni ha abbastanza ragione. Ce l'ha quando parla di buone potenzialità del movimento cadetti e allievi e crollo dell'attività Juniores. Tuttavia non ne spiega il perché. Banale invece l'appello all'immigrazione di prima o seconda generazione da sfruttare per il mondo dell'atletica azzurra; non condivisibile senz'altro il confronto con altre nazioni che vorrebbe dimostrare che noi non siamo gli unici a subire questa crisi di “vocazioni”. Della serie: “mal comune mezzo gaudio”.

Faccio un piccolo salto all'indietro e vorrei ricordare ai lettori di come gli atleti senior di vertice non se la passino meglio. Dopo 33 anni abbiamo le due rappresentative azzurre nella serie B della Coppa Europa e, come già scritto in un altro intervento, negli ultimi campionati europei (comunque i peggiori degli ultimi 30 anni) ci hanno salvato marcia, maratona e Howe. I mondiali del 2005 di Helsinky? Un solo bronzo e la posizione in classifica peggiore di tutta la storia della rassegna iridata dall'inizio ad oggi: un 33° posto.

Sono state dette diverse cose in quest'articolo, alcune in ordine sparso. E' il momento di dare loro il giusto ordine e senso. Parto riprendendo un aspetto che ho volutamente omesso durante l'analisi dei mondiali juniores e cioè il risultato dei mondiali di Grosseto del 2004. Perché è stato il miglior risultato di sempre in termini di medaglie ed il secondo in termini di punteggio? E soprattutto come è potuto accadere questo considerando che dal 2000 ad oggi nelle altre tre edizioni non abbiamo vinto alcuna medaglia e incassato la prima e la seconda peggior classifica di sempre? La chiave del problema come anche la soluzione è tutta qui. Tralasciando il talento Howe, Grosseto ha fatto registrare 18 record personali anche se il gruppo dei ragazzi sulla carta non era più forte di quello di Pechino. Qual'è il segreto? Ovviamente la gestione. Alfio Giomi (la mente strategica e organizzativa di Grosseto 2004) ha fatto quello che normalmente ci si attende da un dirigente serio e capace: ha individuato l'obiettivo ed ha studiato e pianificato un percorso tale da portare la rappresentativa azzurra nella miglior condizione di forma a ridosso dell'evento. E siccome come già detto la “stagionalità” non c'entra poi così molto, il grossetano, oggi in forza alla Federazione Europea di Atletica, ha invertito bellamente il trend senza tanti problemi ne troppi rumori. Ha fatto il suo lavoro e l'ha fatto bene.
Questo lavoro di gestione da parte dei dirigenti nazionali della nostra federazione da tempo non viene fatto. E i risultati sono in linea con le mancanze. Il declino passa per la dirigenza Gola per arrivare spedito e ben più grave fino all'attuale dirigenza.
Quando Gola prese in mano la Fidal sapeva di non essere l'abile monarca che era stato Nebiolo e vi si adeguò gestendo la federazione con l'aiuto di personaggi di comprovate capacità dirigenziali. I risultati, nonostante fossero meno brillanti di quelli della precedente gestione, all'inizio furono comunque soddisfacenti. Tempo passando la maggior sicurezza (o arroganza?) dell'allora Colonnello delle Fiamme Gialle portò la Fidal verso un pantano dirigenziale tra i più squallidi e ingestibili che si possa pensare. Siamo oramai negli anni 2000. I meno capaci ed i meno attivi ci sono rimasti dentro per mai più risalire, i più scaltri, sentendo puzza di bruciato fecero delle scelte più precise. Qualcuno come Nasciuti (prima degli altri), Scorzoso, Ialenti, Mammone uscirono dalla porta per rientrare furbamente dalla finestra del sig. Arese, altri come Giomi uscirono dalla porta per non rientrare più.

Questa situazione ha creato un'anomalia ancora più grande. Per l'elezione di Arese si sono accordati, ma che dico accordati, abbracciati, personaggi che nessuno avrebbe mai immaginato di poter vedere vicini. Ed ecco allora Scorzoso, il condottiero di Gola accordarsi con Nasciuti, il suo più acerrimo avversario, ecco Alberto Morini sorridere a Mario Ialenti e così via in un improbabile quanto drammaticamente reale cabaret dell'atletica leggera. Ma la notte dei lunghi coltelli è prossima a calare perché qualcuno è già al limite della sopportazione.
Non ci interessa sapere quando avverrà la resa dei conti, quello che invece ci interessa è che questo pout pourri bislacco e sgangherato di dirigenti sta letteralmente distruggendo l'atletica italiana. E ritorno all'analisi di Raul Leoni che osserva, senza spiegare, che il movimento dei cadetti e degli allievi è vivo e vitale ma quello degli junior no. Il motivo è ovvio: il cadetto o l'allievo promettente sa che dai 18 anni in poi se va forte entra in un gruppo sportivo militare sennò si arrangia (e quindi quasi sempre smette). In quest'ottica è giocoforza che l'atleta ce la metta tutta per fare il salto che lo porti al gruppo militare. Questo produce quindi buone prestazioni tra i giovani (cioè si allenano come matti) che drammaticamente decadono tra gli junior i quali, in virtù di questo ragionamento possono imboccare diverse strade: una buona percentuale non sfonda e vivacchia a livelli più bassi fino a quando non smette o fino a quando non si mette a fare l'atletica per gioco e in forma non professionale. Quelli che sfondano arrivano ai gruppi militari spompati da due o tre stagioni fatte alla rincorsa di questo obiettivo. Quando arrivano molti si rilassano e molti hanno già toccato il loro picco. Pochissimi hanno ancora la forza fisica e mentale di fare attività ad alto livello e migliorarsi. Ecco svelato il segreto dei pochi Juniores di livello internazionale.

Ma come si è visto l'attività degli atleti assoluti non ha nulla a che invidiare a quella giovanile, anche loro viaggiano su risultati da paese del terzo mondo sportivo. Dal mio punto di vista anche qui sono poche le responsabilità degli atleti e molte quelle dei dirigenti. Abbiamo bravi atleti che fanno risultati importanti. Ma non li fanno mai nelle gare che contano. Vengono fatti scapicollare per le varie fasi dei CdS e tante altre gare da due soldi. Gli si organizzano raduni-vacanza senza pensarli nell'ottica di questo o quell'appuntamento importante, scarsissima attenzione in caso di infortuni o di problemi legati all'emotività. Zero considerazione se l'allenatore dell'atleta è un signor nessuno invece che il solito profeta dell'anello rosso.
E poi c'è la ciliegina sulla torta. Il fantastico “Progetto Talento” perché del progetto “Gameland” ovviamente non si parla più, che ce ne frega di quella masnada di mocciosi…
Ma il “Progetto Talento” che cavolo ha prodotto? E quanti soldi è costato? Il signor Arese, sempre che sia lui a decidere, dovrebbe sapere che un progetto lo si monitorizza sia nei costi che nei risultati. Dovrebbe sapere che in corso d'opera, se necessario si fanno le dovute correzioni e che in caso di inadeguatezza, ci si può anche fermare.

Questa federazione non mi piace per niente. E non giudico a mio comodo ma sui fatti. Ad una gestione oscura (aspetto ancora di capire il ruolo di Vanoi in Fidal e di vederne azioni e risultati) si accompagnano risultati sempre peggiori sia a livello giovanile che assoluto. All'estero perdiamo credibilità e all'interno perdiamo praticanti veri ma ci trastulliamo con la categoria Master che offre numeri e risultati a non finire. A scuola non esistiamo più e i nostri uomini e donne immagine sono sempre più invisibili. In Fidal nessuno si sogna di prendere in mano la patata bollente delle società militari e ancor meno di provare a fare una proposta che non sia squallidamente cerchiobottista.

Una delle più grandi paure dei dirigenti mediocri è quella di vedersi scoperti nei loro errori (e ne fanno tanti perchè sono mediocri!). Si arroccano e sostengono le proprie argomentazioni fino al ridicolo. Così facendo si precludono ovviamente sia di imparare che di rimediare all'errore.

Uno dei più grandi punti di forza dei bravi dirigenti è quella di riconoscere gli errori, di imparare da essi e di confrontarsi col fine di migliorare.

L'attuale establishment federale credo appartenga alla prima tipologia, quella dei mediocri.

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