200 METRI PIANI: DOPPIO ORO PER L’ITALIA

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Per Atleticanet lo storico Baldassarre Sparacino traccia una breve storia sui 200 metri degli ultimi 50 anni in Italia. Un viaggio ideale sulla distanza che consacrò il mito di Berruti e Mennea, e che potrebbe regalare altre incredibili emozioni azzurre.

Affacciarsi all’atletica, nel 1954-1955, significava sentir ancora parlare di velocisti come Sangermano della mitica Assi Giglio Rosso di Firenze, di Vittori Carlo da Ascoli e Gnocchi, il lungo della Gallaratese.
E un giorno del 1956, fu 10”4, record dei cento, proprio per Gnocchi, spinto dal giovane Galbiati, arrivato spalla a spalla al campionato italiano. In due eguagliarono così il record del mitico Orazio Mariani che resisteva dal 1938 ( ripetuto dallo stesso atleta nel 1939). Alla Gallaratese, allenava Bresciani.

Di Bresciani raccontava il giornalista Alfredo Berra, che, non potendo vedere bene con gli occhi e solo sentendo il ritmo dei piedi tra un ostacolo e l’altro dei 110, riusciva a trovare errori di attacco o di discesa dagli ostacoli, quali la posizione arretrata delle spalle o un ritardo nell’appoggio del piede al di là della barriera!

Roma era in quegli anni la sede forzata delle finali dei campionati italiani, proprio per far conoscere ai futuri p.o. la pista dell’Olimpico.
Dopo Gnocchi, sui cento, vennero i sei titoli 1957-1962, ossia quelli di Berruti, due volte con la maglia della Lancia, 3 con quella delle Fiamme Oro e l’ultima con quella della Carpano, mentre la Gallaratese si riprese il titolo con Ottolina solo nel 1963 e 1964.
Tutti doppiarono almeno una volta il titolo, vincendo anche i 200 metri.(Berruti sei volte,alle quali aggiunse altre due vittorie sui 200 nel 65 e nel 68).
Non appare in questa lista, Vincenzo Lombardo delle FFGG, che con 21”1 nel 1955, eguagliato nel 57, battè il record italiano di 21”2, anche questo di Orazio Mariani (Baracca-Milano), del 1938.
Lombardo corse questa distanza alle Olimpiadi di Melbourne, eliminato nei quarti di finale in 21”4, ma dove corse un’ottima seconda frazione di una 4×100 che si piazzò quarta in finale.
Il cognome degli altri tre frazionisti cominciava con la G: Gnocchi, Ghiselli e Galbiati.
Lombardo aveva corso in precedenza una batteria dei 400 all’Olimpiade di Helsinki in 49”3.
Berruti, 10”4 nel 57, 10”3 nel 58 e 10”2 nel 60, s’impadronì del record dei 100, mentre nei 200, eguagliò Lombardo solo nel 59, salvo scendere lo stesso anno a 20”7.

Indubbiamente, l’aver corso 20”5 due volte in poche ore e durante l’Olimpiade fu il suo capolavoro e gli permise non solo di ripetere il record mondiale, ma anche e soprattutto di vincere la “Grande Olimpiade” (stesso titolo del mitico film di Marcellini su Roma 60).
Berruti corse ancora in 20”5 a Milano, nel 1961, e compì un’altra straordinaria prestazione all’Olimpiade di Tokyo del 1964, arrivando quinto in finale, in 20”8, nonostante svantaggiato dal cordolo della prima corsia. Ottolina invece giunse ottavo in 20”9.

Ottolina, proprio nel ‘64 (21 giugno a Saarbruchen) tolse a Berruti il record italiano ed europeo, correndo in 20”4.(Carr aveva invece battuto il mondiale di Livio, correndo in 20”3 nel 63 e 20”2 nel 64).
Bresciani allenava Ottolina, sottoponendolo a prove di 160 metri, 210 metri, 310 metri, per incrementare la resistenza nei finali di gara. Gli allenamenti non vennero però messi a frutto durante la kermesse olimpica di Tokyo 1964, quando il ragazzo era più distratto dagli scherzi fatti a Berruti, che concentrato in gara.
Alla fine dei Giochi, forse Livio gli avrà anche dato del “buggianen”, per l’occasione perduta.

L’allenatore di Livio era Giuseppe Russo, pronipote del sindaco di Palermo, Mariano Stabile.
Diceva e dice ancora di Berruti, don Peppino, che la forza di Livio stava assolutamente nei suoi piedi, la cui esplosività, gli consentiva di risparmiare energie al quadricipite e gli permetteva di restare disteso per tutto il rettilineo. Il professore ricorda però con terrore la finale di Roma, quando per qualche interminabile secondo gli parve che Livio non riuscisse più a spingere sui piedi, forzando quindi su gemelli e quadricipite. Nonostante ciò Livio riuscì a mantenere il vantaggio sull’americano Carney ed a confermare, con la sua vittoria, la supremazia europea sugli americani nelle gare di velocità, dopo il successo del tedesco Armin Hary sui 100 metri.

Non va comunque dimenticato un personaggio che arrivò secondo nei 100: Dave Sime, il quale però non corse i 200.
Sime aveva infatti corso i 200 in rettilineo in tempi che andavano da 20 netti a 20”1, 20”2, 20”3, 20”4 già nel 1956, oltre che le 100 yards (91m 40) in 9”3 e 9”4. Neanche allora superò le selezioni per andare a Melbourne, complice uno stiramento sui 200 metri.

Livio, col quale trascorremmo 4 bellissimi anni tra Torino alla fine degli anni 80, spesso intorno ad una tavola imbandita, pur considerando la vittoria olimpica la più bella cosa che gli fosse successa nella vita, raccontava la gara con distacco e con freddezza, la stessa che gli aveva permesso di raggiungere il podio dorato, senza perdere mai il controllo di un lessico italiano di caratura superiore.
Sorrideva sempre quando gli facevamo notare che la sua erre sembrava la stessa dell’Avvocato, salvo che quando leggeva la parola Roma, che pronunciava con lentezza scandendo le lettere, quasi a fermare quella corsa del 1960.

Incontrammo invece Mennea con Vittori, in occasione delle indoor americane del 1974, in ciò indotti dall’assenza da New York di Guido, direttore dell’Alitalia negli Stati Uniti, e fratello maggiore di Carlo.
Guido raccontava di essere stato rivale di Missoni e che solo una caduta negli ultimi metri di una gara di 400 metri gli aveva impedito di correre in meno di 50 secondi e battere proprio lo stilista..
Spesso, la sera dopo le 18, al 666 di Fifth Avenue, era delizioso il sentir descrivere da Guido un’atletica antica e sconosciuta, di Missoni appunto, ma anche di altri suoi amici, tra cui Ninì Beccali, anche lui a New York, Presidente della Prosperity Wine Corporation.
Guido, che molti anni prima aveva cambiato l’itinerario del suo viaggio di nozze per allenare il fratello impegnato in una riunione importante, ci chiese di assistere il “piccolo” Carlo durante la sua assenza. Invece che un impegno fu una bellissima consegna.
Furono 7 giorni e più trascorsi insieme a Beccali a parlare solo di atletica.

Un giorno, Vittori e Mennea furono invitati dalla AAU, la mitica Amateur Athletic Association americana, a parlare di preparazione alle gare. Tradussi in inglese una frase di Vittori particolarmente importante: “La preparazione deve non solo mirare ad andar forte, ma soprattutto ad andar più forte il giorno e l’ora della gara”.
Mennea si allenava ogni giorno, anche nella strada di fronte casa mia e poi mangiava con un appetito formidabile, parallelo solo a quello di Berruti, che verificai direttamente nei 4 anni di permanenza a Torino, a fine anni 80.
E’ auspicabile che Howe e Galvan, soffrano della stessa …..malattia.

Mennea vinse subito i 200 ai Campionati Europei a Roma, dopo aver perso di poco i 100.
Nel 1975, un giornale di New York “Noi Italo Americani”, nominò Mennea “atleta italiano dell’anno”, davanti a Perri ed Agostini, Cecotto, Thoeni, Squadra di bridge, Ferrari, Gros, Squadra di baseball e Panatta.
Alle Olimpiadi di Montreal, un anno dopo, qualcosa non andò per il giusto verso, e Mennea giunse quarto in finale con 20”54, lontano dal suo record di 20”1 di Roma 1975 e 20”25 automatico di Viareggio 1976, e soprattutto dopo avere conquistato il bronzo alle precedenti Olimpiadi di Monaco nel 1972.
Vittori percepì che l’impegno sui 100 metri poteva essere di ostacolo a buone prestazioni sui 200, vicine o contemporanee, con l’eccezione del doppio titolo agli Europei del 1978, ma lì non c’erano gli americani.

Nel 79, ai Campionati Universitari di Città del Messico, venne finalmente il record mondiale con 19”72, che solo un grande Johnson riuscì a superare, durante la finale delle Olimpiadi di Atlanta del 1996, i Giochi che la Coca Cola strappò ad Atene. Sempre a Città del Messico, Mennea corse i 100 metri in 10”01. Finalmente un obbiettivo pianificato e raggiunto. Restavano solo le Olimpiadi.

Sempre nel 79, un giornale Italiano di Chicago “The Maroons Newsletter” nominava Mennea “atleta dell’anno”. Perchè questa particolare attenzione a Mennea ed ai 200 metri? Perché l’italiano d’America, poteva sbattere in faccia agli yankees il fatto che un italiano fosse più veloce di loro.

A Mosca, nel 1980, gli americani non si presentarono concretizzando il boicottaggio anti-URSS, e ciò sembrava facilitare il percorso di Mennea. Proprio l’assenza degli sprinter americani suggerì di far partecipare Mennea anche ai 100 metri, con il risultato di sbattere di nuovo contro il muro della tensione e col rischio di perdere proprio tutto.

Il finale di quel giorno però era stato già scritto e, né Vittori, né tanto meno Mennea pensarono di mollare la medaglia d’oro dei 200, prima di aver corso almeno 205 metri.
E così fu, ma oltre la pianificazione, valse la strenua volontà di Mennea di sconfiggere più il destino che l’avversario, il britannico Allan Wells, già vincitore dei 100.
Alla fine, tutti pensammo di aver corso insieme a lui almeno 250 metri, tanto fu sofferto quel finale.
Questa volta fu la Televisione italiana in Canada ad effettuare un servizio sulle differenze tecniche tra i due grandi duecentisti d’Italia: Berruti e Mennea. Si parlò naturalmente dei piedi di Livio e delle frequenze di Mennea. Si parlò anche di un potenziale inespresso per entrambi, sui 400 metri.
Secondo Russo, Livio sarebbe stato capace di scendere sotto i 45”, ed anche Mennea, campione europeo indoor nel 78 a Milano, valeva sicuramente di meglio del 45”87 raggiunto a Formia il 15-5-1977.

Mennea negli anni ’80 lasciò gradualmente il campo ad altri buoni velocisti oltre che amici, tra cui Pavoni, 20”38, e Tilli, 20”40, quest’ultimo primo ai campionati europei indoor nei 60 m nel 1983 a Budapest e di nuovo medaglia d’oro, ma nei 200 ad Atene nel 1985, con 20”77.
Restando alle indoor, va registrato il fatto che Mennea con 21”11 nel 1978, Zuliani con 21”05 nel 1980, e Tilli con 20”52 nel 1985, sono stati detentori del record mondiale.
Parlando quindi di record mondiali, questa volta outdoor, non vanno dimenticati gli altri primati di Mennea e cioè il 14”8 nei 150 del 1983 ed il 32”23 nei 300 metri corsi nel 1979 a Rieti.

Dopo il 1987, l’anno dei campionati mondiali di Roma, dove non andammo a medaglia, iniziò un momento difficile per i 200 d’Italia. Velocisti discreti, ma mai nessuno in grado di raggiungere e mantenere a lungo dei picchi paragonabili a quelli espressi dagli illustri predecessori.

Entrati nel nuovo millennio ha cominciato a far aprlare di sè un giovane californiano in terra di Rieti, Andrew Howe. Tesserato per la forte compagine giovanile della Cassa Risparmio Rieti, seguito direttamente dalla madre Renee Felton, Andrew in poco tempo ha saputo raggiungere le luci della ribalta in campo internazionale, grazie alla superba impresa di far suo il titolo mondiale junor a Grosseto in 20”28. Poco dopo l’ebbrezza delle Olimpiadi di Atene, senza però rendere sui 200 come avrebbe voluto a causa di un infortunio al piede. Appuntamento rimandato per l’anno dopo ai Mondiali di Helsinki, evento a cui Andrew si presentò con poco allenamento, poche gare alle spalle e mezza stagione saltata per un altro acciacco, stavolta alla coscia.
Proprio i ripetuti infortuni uniti alla grande passione per il salto in lungo, l’hanno spinto a scegliere solo quest’ultima specialità per il 2006. Ricordiamo che nel lungo Howe vinse la seconda medaglia d’oro ai Mondiali Junior di Grosseto.

Una preparazione invernale svolta negli Stati Uniti, consigliato da Carl Lewis e Mike Powell, unita alla cura della tecnica e della rincorsa sotto gli occhi della madre, hanno consentito ad Andrew già nel mese di marzo di raggiungere il bronzo ai Campionati Mondiali di Mosca con un buon 8,19. Da quel momento per tutta la stagione è stata una continua escalation di successi e di misure, culminate nello splendido 8,41 al Golden Gala, a 2 centimetri dal record di Evangelisti, e nell’oro storico agli Europei di Goteborg, con un balzo ad 8,20. Un’impresa unica, mai nessun italiano aveva vinto prima agli Europei nel salto in lungo.

Ma Andrew non è il solo ad alimentare i sogni azzurri della velocità. Un ragazzino arrivato dal calcio, Matteo Galvan, da un paio di anni a questa parte sta dominando nella sua categoria. Lo scorso ai Mondiali Giovanili di Marrakech riuscì a conquistare uno storico bronzo nei 200, chiudendo in un eccellente 21”14. Quest’anno, ai Campionati Italiani Junior Rieti 2006, ha frantumato il suo personale coprendo la distanza in 20,88, crono che potrebbe essere subito migliorato qualora imparasse a correre in decontrazione gli ultimi 40 metri. Fatto sta che Galvan sembra avere la stessa potenza di Berruti nei piedi, dei piedi particolarmente reattivi ed efficaci nella spinta, il vero segreto per andar forte sui 200 metri.

Non c’e’ due senza tre, dice il proverbio, e qui ce ne sono due buoni per far tre con le medaglie d’oro olimpiche, a Pechino, nel 2008, oppure a Londra nel 2012, laddove sarà d’obbligo andare a riprenderci quella medaglia d’oro che venne tolta nel 1908 al leggendario Dorando Pietri…e non possiamo aspettare altri cento anni.

fonte: Baldassarre Sparacino

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