CORRERE PER VINCERE O CORRERE PER DIVERTIRSI?

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

E' importante lavorare assaporando il gusto di ciò che fai. Il sacrificio passa inosservato se fai le cose con slancio ed entusiasmo.» Alex Zanardi

La motivazione viene definita come “una configurazione organizzata di esperienze soggettive che consente di spiegare l’inizio, la direzione, l’intensità e la persistenza di un comportamento diretto ad uno scopo” (De Beni e Moè, 2000).
Gli allenatori si domandano spesso come motivare i propri allievi e attribuiscono talvolta alla mancanza di motivazione la causa dell’insuccesso sportivo di un atleta.
Quando non abbiamo voglia di svolgere una seduta di allenamento, pur provando ad impegnarci lo stesso, difficilmente riusciremo a mantenere elevata la concentrazione su quello che ci accingiamo a fare e otterremo i potenziali benefici che ne derivano.

Gli psicologi (Deci e Ryan, 1985) hanno messo in luce in luce come sia fondamentale che l’individuo senta di avere potere decisionale relativamente alle attività in cui si impegna: affinché un atleta si esprima al meglio e si impegni con costanza nel proprio sport è innanzitutto fondamentale che egli senta di aver scelto attivamente di praticare questo sport (massimo livello di auto-determinazione) e che non senta di doverlo fare per compiacere altri o perché semplicemente sa che lo sport fa bene.
A questo proposito capita spesso che i genitori spingano a tal punto il proprio figlio verso una determinata disciplina sportiva, da non accorgersi del fatto che magari il ragazzo preferirebbe applicarsi in altre attività. È altresì esperienza comune osservare i tentativi destinati a fallire di allenatori che cercano ostinatamente di motivare un proprio allievo, imponendogli il proprio modo di vivere lo sport e i propri valori e pretendendo che il ragazzo li faccia propri, senza partire, come dovrebbero, da quelle che sono le necessità dell’atleta e da ciò che egli si aspetta dallo sport che potrebbe non coincidere con ciò che il tecnico ritiene importante.

Sono molte le possibili motivazioni che spingono un ragazzo a fare atletica (apprendere abilità nuove e complesse, divertirsi, conoscere persone con cui interagire in maniera soddisfacente, affrontare nuove sfide, ecc.) e un fraintendimento di esse da parte dei genitori o dell’allenatore possono portarli ad assumere atteggiamenti controproducenti per l’esperienza sportiva del giovane.
Una distinzione classica che viene proposta in psicologia è quella tra motivazione intrinseca e motivazione estrinseca: un atleta che abbia una forte motivazione intrinseca, si allena e gareggia per il piacere insito in queste attività. Molte persone scelgono di fare atletica perché si divertono a correre o a saltare, si sentono soddisfatti soprattutto quando esperiscono le piacevoli sensazioni che derivano da un corretto passaggio degli ostacoli, dal valicamento dell’asticella, dallo stacco del salto in lungo o da un martello che “esce” bene. Una conseguenza di alti livelli di motivazione intrinseca può essere rappresentata talvolta dall’esperienza di flusso da parte dell’atleta (vedi articolo “Il flow e la peak performance”, Atleticanet, 22-11-05), che è caratterizzata da un coinvolgimento totale in ciò che si sta facendo al punto da perdere la cognizione del tempo che passa e non accorgersi della fatica che si sta provando. La motivazione estrinseca caratterizza quegli atleti che ricercano nello sport soprattutto la possibilità di prevalere sugli altri e ricevere premi, e che non scelgono l’atletica perché la preferiscono agli altri sport, ma magari perché riescono meglio in questa disciplina e possono aspirare ad ottenere successi.
Un’altra distinzione rilevante e solo in parte sovrapponibile con la precedente, è quella, proposta da Nicholls (Nicholls, 1992) in ambito scolastico e studiata da Duda (1993) nel contesto sportivo, tra Orientamento Motivazionale al Compito e Orientamento Motivazionale all’ Ego.
Quando è orientato al Compito, un atleta desidera confrontarsi con se stesso e ritiene che la propria competenza sportiva dipenda dai progressi realizzati, i sui obiettivi consistono nel riuscire a imparare nuove abilità e ottenere un’adeguata padronanza tecnica.
Al contrario chi cerca di dimostrare il proprio livello di abilità confrontandosi con gli altri, e si sente realizzato solo quando questo confronto è a suo favore, senza accontentarsi dell’acquisizione di nuove competenze, si dimostra prevalentemente orientato all’Ego.

Le conseguenze di questi due orientamenti motivazionali in termini di impegno sono molto rilevanti. Infatti, poiché l’Orientamento al Compito porta l’atleta a svolgere l’attività per il proprio piacere, a sentirsi competente quando si migliora e a considerare tale miglioramento il risultato del proprio impegno, tale tendenza motivazionale si associa ad una percezione da parte dell’atleta di poter determinare attivamente il proprio grado di realizzazione. Questa percezione porterà lo stesso atleta a ricercare situazioni che sollecitino il suo desiderio di apprendere, affrontando compiti anche abbastanza difficili che costituiscono una sfida e mantenendo costante i propri livelli di impegno anche e soprattutto in seguito ad esperienze di fallimento. Poiché invece l’obiettivo di chi è orientato all’Ego è di emergere vincente dal confronto con gli altri e di ottenere un determinato risultato, l’atleta è in questo caso interessato solo a raggiungere tali successi, a prescindere dalle modalità attraverso le quali li ottiene, quindi se può cerca di indispensabile e tende ad arrendersi più facilmente in caso di sconfitta: questa evenienza rappresenta infatti la compromissione dell’unico obiettivo rilevante che per l’atleta in questione è vincere.
Anche a livello emotivo i due orientamenti motivazionali portano a conseguenze diverse: chi valuta il proprio rendimento nei termini dell’esito del confronto con gli altri, non avendo controllo sul livello di abilità e lo stato di forma degli avversari, tende a vivere la gara con elevati livelli di ansia, arrivando a non gareggiare pur di non correre il rischio di perdere o a mettere in atto comportamenti di autosabotaggio (strategie di self-handicapping, come far tardi la sera prima della gara, non allenarsi a sufficienza, ecc) per non intaccare la propria autostima; chi trae piacere e divertimento dal compito stesso (in questo caso la gara) e definisce il successo in riferimento all’ottenimento di un miglioramento personale, ha meno motivi di vivere con angoscia la competizione e ricercherà da essa prevalentemente l’occasione per divertirsi e mettersi alla prova. Inoltre, chi è prevalentemente orientato all’Ego è più portato a ricorrere a scorciatoie o ad atteggiamenti sportivamente scorretti pur di raggiungere i risultati; per chi è invece orientato al compito sarebbe un controsenso assumere questi atteggiamenti, poiché egli non è interessato a vincere ma preferisce percorrere le fasi che conducono al miglioramento.

Da quanto abbiamo detto, risulta chiaro che l’Orientamento al Compito può garantire all’atleta un maggior coinvolgimento a lungo termine, oltre che un’esperienza sportiva per certi versi più sana ed eticamente corretta. Tuttavia questi orientamenti rappresentano due dimensioni indipendenti, nel senso che un atleta caratterizzato da un deciso Orientamento al Compito può trarre, allo stesso tempo, una forte spinta motivazionale dalla possibilità di confrontarsi con gli altri ed ottenere successi e primati, manifestando così un altrettanto forte orientamento all’Ego.
Gli psicologi che hanno studiato i processi motivazionali degli atleti ritengono che non sia negativo per l’atleta essere orientato all’Ego, purchè egli sia anche fortemente motivato al Compito, o abbia delle abilità talmente consolidate da non mettere continuamente a repentaglio la propria autostima in caso di ripetute sconfitte.
Gli Orientamenti motivazionali, oltre ad essere delle predisposizioni individuali degli atleti, vengono fortemente influenzati anche dalle situazioni e dal tipo di compito con cui essi si confrontano. È proprio in questo senso che l’allenatore può esercitare un ruolo determinante nell’incentivare l’entusiasmo e il grado di coinvolgimento dei suoi allievi, specie in uno sport come l’atletica che prevede allenamenti spesso duri e talvolta monotoni.

Si parla a tal proposito del “clima motivazionale” che caratterizza gli allenamenti, il quale dipende fortemente dall’atteggiamento dell’allenatore che può essere supportivo dell’autonomia degli atleti o, al contrario, maggiormente direttivo nei loro confronti. Gli atleti possono inoltre percepire nell’ambiente in cui si allenano il rischio di essere puniti quando sbagliano e constatare che solo i compagni più forti vengano premiati dal tecnico attraverso manifestazioni di stima e approvazione, ed essere pertanto stimolati a competere gli uni con gli altri. In altri casi gli atleti possono avere la sensazione di essere premiati per il proprio impegno e non solo per i risultati ottenuti, e di ricevere un’adeguata attenzione dal tecnico e maturano la convinzione che sia opportuno collaborare con i compagni.
Per trasmettere ai propri allievi i valori dello sport e per elevare i loro livelli di motivazione intrinseca e il loro orientamento al compito, non basta che l’allenatore dica a parole che l’importante è partecipare, che non succede niente quando si viene sconfitti o che per lui tutti i suoi atleti sono sullo stesso piano; quello che realmente è rilevante sono i suoi comportamenti sul campo e il tipo di feedback che emette quando i suoi atleti commettono qualche errore, perdono o, al contrario vincono. Ames (1989) propone quelli che lui stesso definisce con un acronimo i “TARGET Principles”. Ogni lettera della parola TARGET è l’iniziale di un elemento su cui è possibile agire per intervenire positivamente sul clima motivazionale che caratterizza allenamenti e trasferte degli atleti.
T sta per Task cioè compito: si suggerisce di progettare attività e compiti favorendo la varietà e personalizzando gli obiettivi di apprendimento in modo che rappresentino una sfida per ogni allievo (per evitare le frustrazioni conseguenti a obiettivi troppo facili o troppo difficili);
A sta per Authority: è importante coinvolgere gli allievi nei processi decisionali, quando possibile, e aiutarli ad imparare l’auto-monitoraggio e le abilità di autogestione;
R è l’iniziale di Recognition: risulta efficace l’intervento di un allenatore che sappia riconoscere i progressi individuali, essere imparziale e rinforzare l’impegno;
G sta per Grouping e si riferisce all’organizzazione in gruppi: è opportuno lavorare con gruppi dalla composizione flessibile e favorire la cooperazione tra gli allievi;
E è l’iniziale di Evaluation, cioè valutazione: risulta efficace, in termini motivazionali, valutare gli allievi con criteri che tengano conto sia dei progressi individuali che di gruppo, ed insegnare loro ad attribuire l’insuccesso a insufficiente impegno e quindi a perseverare nell’attività;
T si riferisce a Timing, cioè al tempo: bisogna considerare che ogni allievo ha i propri ritmi di apprendimento in base ai quali è necessario stabilire obiettivi individuali a breve e lungo termine.
Tornando all’esempio di sopra, è possibile che un allenatore, pur ricordando a parole agli allievi che non devono dare troppa importanza alle sconfitte e che quel che conta è migliorare se stessi, solleciti continuamente comportamenti di competizione all’interno della squadra e orienti gli atleti verso la frenetica ricerca di risultati, ignorando i loro progressi personali, premiandoli di fatto solo quando vincono e proponendo loro allenamenti pesanti poco vari e finalizzati all’unico obiettivo prestativo e che non tengono conto della componente ludica che dovrebbe caratterizzare gli allenamenti specie dei più piccoli.

Come si può osservare anche nelle indicazioni proposte da Ames a proposito del tempo, la strutturazione di obiettivi personali è uno degli elementi che tengono alta la motivazione degli atleti.
Infatti “gli obiettivi stimolano lo sviluppo delle strategie necessarie per raggiungere la meta finale e influenzano gli aspetti salienti del processo motivazionale agendo sulla direzione, la persistenza e l’intensità dei comportamenti” (Cei, 1998). Gli obiettivi dovrebbero essere organizzati in modo gerarchico, cioè devono essere presenti obiettivi a breve e medio termine che conducano l’atleta verso l’ottenimento degli obiettivi a lungo termine.

Alcuni suggerimenti sulla odalità con cui formulare gli obiettivi sono stati proposti da Locke e Latham (1990). Innanzitutto gli obiettivi devono essere significativi per coloro a cui sono rivolti e sarebbe bene che questi partecipino attivamente nella formulazione di essi. È importante inoltre che gli obiettivi siano abbastanza difficili ma realisticamente raggiungibili, si riferiscano all’acquisizione di specifiche competenze o all’ottenimento di specifici risultati e non siano invece generici. Altri elementi essenziali riguardano la verificabilità oggettiva del miglioramento previsto in base agli obiettivi, il fatto che essi siano formulati in termini positivi evitando frasi come “NON devi correre in modo rigido” e l’opportunità di porsi obiettivi di prestazione più che di risultato: è meglio cioè mirare a migliorare la tecnica piuttosto che avere lo scopo di vincere i campionati regionali o quello di lanciare 70 metri di martello.

Per saperne di più:

Ames, C. & Ames, R. (1989). Research in Motivation in Education, Vol 3. San Diego: Academic Press
Cei, A. (1998). Psicologia dello sport. Bologna: il Mulino.
De Beni R., Moè A. (2000) Motivazione e Apprendimento, Il Mulino.
Deci E.L., e Ryan R.M. (1985). Intrinsic motivation and self-determination in human behavior. New York: Plenum
Duda, J. (1993) Goal: A social cognitive approach to the study of achievement in sport. In R.N. Singer, M. Murphey, e L.K. Tennant (a cura di), Handbook of reserach on sport psychology. New York: MacMillan.
Locke, E.A. & Latham, G.P. (1990). A theory of goal setting and task performance. Englewood Cliffs, NJ: Prentice-Hall.
Nicholls, J.G. (1992). The general and specific in the development and expression of achievement motivation. In G.L. Roberts (a cura di) Motivation in sport and exercise. Champaign, IL: Human Kinetics.

Giorgio Merola
Psicologo dello Sport
giorgio.merola@atleticanet.it

fonte: Giorgio Merola

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