FIDAL ALLA DERIVA – PARTE 2

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

INTERVENTO AL CONSIGLIO FEDERALE
DEL 28.10.2006

Caro Presidente, gentili colleghi e componenti il Consiglio Federale tutto, precedo questo mio intervento, che mi riservo di rendere pubblico, con la lettura di qualche nota tratta dall’editoriale della rivista dell’Assital, note che reputo molto significative:
“…Non si nota ancora un cambiamento di gestione, proposto nel programma elettorale della nuova dirigenza. … .Attendiamo a fine stagione un’analisi politica strategica di ogni settore. Ogni consigliere federale dovrà dire cosa è riuscito a svolgere in positivo oppure in negativo del programma e dei compiti a lui assegnati. Siamo convinti che se qualunque responsabile di settore vedrà nel programma operato un fallimento saprà trarre le dovute conseguenze.

E’ un invito ad una precisa assunzione di responsabilità. E’ quello che intendo fare, anche a dispetto di qualche tabù: come può essere la presunta unità, che corre il rischio di diventare una sorta di “anestetico” per l’azione di governo.
Spiego che l’eventualità di rendere pubblico l’intervento si rende necessaria in coerenza con l’idea di considerare come “azionista di riferimento” esclusivamente la base dell’Atletica Italiana, che finora poco ha potuto conoscere di quanto accaduto nel Consiglio in questi due anni.

PREMESSA
E’ parso evidente da subito, nonostante gli auspici di una elezione unitaria, l’accantonamento di una autentica collegialità nella conduzione della politica federale, come spesso evidenziato a più voci: la mappa riproposta qualche mese fa con distribuzione in aree dei vari consiglieri (specchietto per le allodole?), non cambia la realtà. Da quella mappa chiedo, ovviamente, di depennare il mio nome.
Una prova eclatante della scarsa attitudine alla condivisione ci è data dal caso Vanoi. Il Consiglio Federale è stato posto di fronte al fatto compiuto per ben 2 volte: sia quando è iniziata la collaborazione (occasione nella quale, a causa delle rimostranze espresse in Consiglio, è stata posta la fiducia) sia quando questa collaborazione sembrerebbe essere terminata in fretta e furia (l’artticolo della Gazzetta al riguardo è uscito lunedì dopo il Consiglio, ndr).
Si è smarrita, quindi, l’impronta programmatica che aveva caratterizzato la mobilitazione unitaria dell’ “Atletica Italiana” per la costruzione di un rilancio in grande stile. E con essa si è persa la traccia di quello che le aziende chiamano “piano industriale”. L’apparente unità di intenti, da possibile sterminata prateria in cui far correre le idee, è stata conseguentemente declassata a pura finzione retorica e, di riflesso, le idee spesso sono state imbavagliate.
I risultati parlano chiaro.

DA ATENE A GOTEBORG
La struttura tecnica: un ispettorato o un servizio per la base?
La singolare coincidenza tra il medagliere dei Giochi Olimpici ed il Medagliere di Goteborg, 2 ori ed un bronzo, riassume in modo emblematico la situazione attuale. Dopo due anni di “nuovo corso” abbiamo ottenuto, in un evento molto più alla portata come gli Europei, le stesse medaglie che la tanto bistrattata Federazione precedente aveva ottenuto ai Giochi Olimpici, l’evento massimo per eccellenza.
In più, il peggiore bilancio complessivo degli ultimi trent’anni ai Campionati Europei, a fare il paio con Helsinki dell’anno precedente e che si aggiunge alla retrocessione della squadra maschile in Coppa Europa, la mancata promozione della femminile e il disarmante quadro emerso dai Mondiali juniores: segno che l’arretramento continua.
Lo afferma lo stesso documento governativo “di indirizzo Attività tecnica 2007/2008”, firmato settore tecnico, dove si legge testualmente:
– “in questi due anni l’attuale struttura tecnica ha lavorato in modo tradizionale, seguendo gli atleti sia di alto livello sia di medio livello con raduni a cadenza mensile e con contatti continui con i rispettivi tecnici. Questo modo di operare, a mio avviso superato, non è in grado di produrre di meglio rispetto a quello che si è fatto fino ad ora, per cui bisogna apportare opportuni cambiamenti diversificando il livello degli atleti e di conseguenza gli interventi su di essi”.

Già dopo Helsinki, i commenti erano stati dello stesso tenore, come a voler annunciare drastici provvedimenti, poi risoltisi nell’individuazione di qualche capro-espiatorio a cui far pagare il conto. E visto che gli “accusati” non avevano responsabilità oggettive, la cosa si è risolta ancora una volta in un nulla di fatto. Ma torno a ribadire che la politica federale deve rendere conto a chi l'ha legittimata e cioè alle società. Non è stata fornita alcuna risposta concreta a chi rappresenta la base. Non sono disposto ad appoggiare una tale politica: con quanti vorranno condividere quest'analisi, ci poniamo in una prospettiva diversa da questa dirigenza. Ognuno si comporti secondo responsabilità. La mia mi impone un ruolo critico e analitico di fronte agli eventi: voterò a favore in caso di scelte che reputo corrette, voterò contro quando reputerò queste scelte contrarie al bene dell'Atletica, come peraltro ho sempre fatto.
Con l'occasione mi sottraggo anche al “ricatto morale” di chi invoca l'unità come valore unico di governo, solo per inibire la libertà di pensiero. Si rimane uniti se c'è concordanza di vedute.

Emerge con chiarezza che si è ancora alla ricerca di una linea programmatica precisa: questa mancanza non può essere scaricata sulla struttura tecnica, ma è di natura squisitamente politico-federale.

La struttura tecnica ha il diritto di ricevere chiare indicazioni dalla dirigenza ed il dovere di considerarsi al servizio dei tecnici sociali.
Va rigettato il pericolo, insito in un’impostazione errata, che i tecnici federali siano visti come una sorta di ispettori: al contrario dovrà essere valorizzata la loro funzione di ausilio e supporto nei confronti dei colleghi che operano in periferia.

PARTECIPAZIONE E CRESCITA
Ancora nel citato “documento di indirizzo” si afferma: “Bisogna, quindi, evitare che il rapporto tra atleti che possono arrivare come minimo alle semifinali ed atleti partecipanti non si riduca sensibilmente in modo da presentare una squadra il più possibile compatta, ben determinata e non gratificata dalla semplice partecipazione”.

Se una Federazione non è in grado di seguire gli atleti attraverso le proprie strutture, allora vuol dire proprio che non funziona: escludendo non si costruisce qualcosa di importante.

Piuttosto, i motivi per garantire la partecipazione degli atleti aventi titolo (conseguimento del minimo internazionale) sono diversi e di diversa natura, e non possono sfuggire in un ambito come quello di una così importante Istituzione sportiva quale è il Consiglio Federale, chiamato a valutare non sulla base di umori momentanei, ma di accurate ed approfondite analisi a 360°.

Una prima ragione è etica: i principi dello Sport pulito traggono fondamento dalla lezione di De Coubertain. Partecipare è il primo valore. E’ proprio in virtù della sua forza morale che l’Atletica è l’incarnazione dell’Ideale Olimpico, che si fonda appunto sul sacro valore della partecipazione: non è un caso se proprio in occasione degli ultimi Europei, il pubblico svedese, pubblico dell’Atletica, con la stessa carica con cui ha esultato per le prodezze di fantastici campioni come la Kluft, la Kallur, Olsson etc., ha accompagnato tale Lisa Blommè, mentre lottava in coda al gruppo delle maratonete prima di arrendersi.
Per fortuna la storia è coerente: già alla prima edizione dei Campionati Europei di Torino del lontano 1934 l’Italia schierò oltre 40 atleti su un programma (solamente maschile) di 22 gare. Così come oggi, nazioni in prima fila nella difesa di questo sacro Ideale, come la Spagna del Presidente Odriozola, non si sognerebbero minimamente di “lasciare a casa” atleti già qualificati. In genere tutte le Nazionali provenienti da Paesi di dimensioni paragonabili al nostro, hanno iscritto a Goteborg più atleti di quanto non abbia fatto l’Italia stessa (vedi tabella allegata).

Motivi regolamentari: realizzare il minimo stabilito dai competenti enti sportivi internazionali, equivale alla qualificazione ottenuta dalle Nazionali negli sport di squadra, rappresenta cioè un diritto acquisito dall’atleta. C’è qualcuno che si sognerebbe di lasciare a casa una squadra a qualificazione ottenuta?

Motivi tecnici: la maturazione tecnico-agonistica degli atleti e di tutto un ambiente non può prescindere dalle grandi competizioni e dal confronto vero con il resto del mondo. Anche l’esperienza che può sembrare negativa, riserva sempre qualcosa, anche se piccolo, di positivo nella crescita e nello sviluppo dell’uomo-atleta. Si consideri, inoltre, che dietro ad un atleta che fa il minimo per un evento internazionale importante, ci sono anni ed anni di lavoro del tecnico e della società, quasi sempre in regime di autentico volontariato. Colpendo un solo atleta lasciato a casa pur in possesso del minimo, se ne scoraggiano altri cento che potrebbero fare il minimo in un’altra occasione. Allora, cos’è meglio? Dare la possibilità di crescere e di continuare a crederci o stroncare del tutto le motivazioni, magari favorendo l’esodo dei nostri migliori preparatori verso altri lidi?

Motivi di visibilità: qui basta leggere i dati di ascolto delle dirette televisive dedicate ai Campionati Europei. Sia a Goteborg che nella precedente edizione di Monaco 2002, pur in orari non proprio favorevoli, l’Atletica Leggera ha sfondato, con audience e share veramente significativi:
2 milioni Howe 2006;
4 milioni Baldini 2006
5 milioni Guida 2002

Perché? Perché è la presenza degli atleti italiani a richiamare l’attenzione e a fare da traino per proporre al grande pubblico nazionale l’Atletica Leggera. Il dato della Guida è emblematico in questo caso, risultato eccellente propiziato dalla ricca compagine italiana presente a Monaco e dal formidabile trampolino di lancio mediatico della doppia medaglia di un'altra atleta italiana .- Manuela Levorato – nei giorni precedenti a quello della Maratona.
Si capisce quanto questa visibilità sia importante, in un’epoca di dittatura mediatica del “dio calcio” e quando, purtroppo, la “Domenica Sportiva” non è più quella trasmissione di qualità dei tempi di Tito Stagno. Anche per ritornare a diffondere in Italia (che ne ha tanto bisogno) una vera cultura sportiva.

PRESIDENTE FEDERALE
Caro Presidente, in quest’ultimo passaggio, con cui concludo il mio intervento, voglio riferirmi e rivolgermi direttamente a te, come sempre con il massimo rispetto personale e quindi con la conseguente massima franchezza.
Il Presidente Federale nel proprio ruolo è preposto ad assolvere a diverse funzioni, formali e sostanziali. Da leader riconosciuto del movimento è chiamato anche a sintetizzare e testimoniare il comune sentire del mondo dell’Atletica, facendosi vero e proprio interprete dei sentimenti che rappresentano un patrimonio comune di questa famiglia dell’Atletica. Il Presidente è perciò tenuto a fare quello che gli altri si aspettano: è scontato che bisogna avere conclamate capacità di gestione, per riuscire nel ruolo di Presidente dell’Atletica, ma occorre anche una spiccata vocazione per ricoprire questo ruolo.
Qualche giorno fa è stata definitivamente ed inevitabilmente consegnata alla storia la figura di Ondina Valla: storia non solo dell’Atletica, ma dell’Italia, del Novecento e del travagliato cammino di emancipazione della donna. Un’icona, uno di quei casi in cui lo Sport scandisce le vicende di una nazione e le determina, accomunando in un sentimento collettivo un intero popolo. Quel sentimento collettivo andava testimoniato solennemente dalla FIDAL, a cominciare dal suo Presidente.

ALLEGATI A VERBALE:
– PUBBLICAZIONE A CURA DELL’ASSITAL.

ROMA, 28.10.2006 Bartolo Vultaggio

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