L’ATLETA INFORTUNATO COME CAMBIA LA SUA IDENTITA’?

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

“Ho visto compagni ed avversari farsi male sul serio, ho sperato che non capitasse mai a me. Ma si tratta di una situazione che deve essere messa in preventivo da chi fa questo mestiere. Ora so che le mie partite non saranno più sul campo bensì rivolte a un totale recupero fisico. E so pure che dovrò affrontarle con carattere e forza”.

Questa frase è stata pronunciata da Alex Del Piero dopo il drammatico infortunio che nel 1998 ha rischiato di cambiare per sempre la sua carriera e non solo, di stravolgergli la vita.
Ogni sportivo prima o poi va incontro ad un infortunio: dal più lieve al più grave. Tutti gli sport hanno la loro percentuale di rischio di cui l’atleta deve essere totalmente consapevole. La frase detta da Del Piero potrebbe essere benissimo pronunciata da qualsiasi atleta, di qualsiasi sport. In questa frase ci sono alcuni aspetti che vorrei sottolineare per poter capire a quale situazione l’atleta infortunato si trova davanti e quale percorso dovrà seguire per superare il suo infortunio.
Primo aspetto da mettere in evidenza è ovviamente la speranza che ogni sportivo ha di non farsi mai male. Ognuno di noi, in fondo, quando si trova ad essere coinvolto in una circostanza sfavorevole si trova spiazzato, quasi non avesse mai creduto che quell’evento potesse capitare proprio a lui. E’ però importante che, soprattutto nello sport, gli infortuni siano messi in preventivo: sin da quando un bambino inizia una certa attività sportiva è bene che sia lui che i genitori siano messi al corrente di quali rischi comporti quello sport. Senza allarmismi o eccessive preoccupazioni, direi che una corretta informazione sui benefici e sui rischi dell’attività sportiva svolta sia fondamentale per essere preparati ad accettare serenamente tutti gli aspetti di quello sport.

Un altro elemento importante nell’affrontare un infortunio è l’atteggiamento che si ha subito dopo l’incidente: essere consapevoli del percorso più o meno lungo che si dovrà affrontare, concentrandosi sul recupero fisico e mentale, lavorando soprattutto fuori dal campo di gara, soffrendo indubbiamente alla visione dei compagni o degli avversari che continuano a gareggiare, fronteggiando l’evento con forza e carattere.
Facile a dirsi, ma sicuramente molto più difficile a farsi! Il processo di recupero sia fisico che mentale di un atleta infortunato passa attraverso diverse fasi, figure che gli ruotano intorno e soprattutto attraverso il recupero di alcune caratteristiche della personalità che sembrano andate perse.

Pensiamo ad un atleta che fa dello sport che pratica tutta la sua vita: ore e ore di allenamenti, giorno dopo giorno in vista di un obiettivo per lui fondamentale (una gara, le Olimpiadi, un Campionato). La sua identità di persona coincide completamente con quella di atleta. In lui divertimento, lavoro, passione, insomma, ogni aspetto della vita coincide con lo sport. Allora, proviamo a pensare cosa accade quando ad un tratto questo atleta si infortuna ed è costretto a non potersi più allenare, a non poter più gareggiare, è costretto a fermarsi con i suoi mille pensieri in testa. L’impatto psicologico è fortissimo: il dolore fisico, l’impossibilità di alcuni movimenti vanno a sommarsi a perdite ugualmente gravi. L’atleta subisce un forte trauma psicologico accompagnato da sensazioni di perdita, di angoscia, di timore per i livelli di performance futuri. Altro aspetto da non sottovalutare è l’impatto sul benessere sociale: egli è costretto ad allontanarsi dall’ambiente sportivo, perde il ruolo che aveva ricoperto fino a pochi momenti prima e inizia una nuova fase della sua vita in cui la relazione con lo staff medico e riabilitativo diventa primaria. Tutto questo provoca inevitabilmente un’alterazione dell’immagine di sé, una diminuzione della self-efficacy (quella sensazione di saper affrontare e gestire le situazioni che gli si presentano davanti) e una minaccia agli obiettivi della propria vita.

Cosa deve fare l’atleta allora per non incorrere in questi rischi? E’ necessario affiancare all’indispensabile riabilitazione fisica anche un intervento di preparazione mentale perché uno dei problemi che frequentemente si riscontra dopo l’infortunio è la paura di subirne un altro.

Vediamo un esempio di preparazione mentale per l’atleta infortunato:
1- è importante iniziare con una valutazione dell’atleta a livello psicologico, analizzando, ad esempio, la sua capacità di reagire alle frustrazioni, le caratteristiche specifiche del suo sport, le risposte emotive e cognitive al processo di riabilitazione.
2- individuare obiettivi a breve, medio, lungo termine per aumentare la motivazione intrinseca dell’atleta e la fiducia in sé stessi, andando in questo modo ad agire sul suo pensiero positivo.
3- intervenire sullo stile percettivo-cognitivo dell’atleta: attraverso opportuni esercizi cercare di evitare che l’atleta perda determinati schemi corporei (per esempio per muovere il ginocchio).
4- portare l’atleta a gestire nel modo migliore il modello di imagery riabilitativa. Questa tecnica è fondamentale perché permette all’atleta di poter continuare ad “allenarsi a secco”; questo vuol dire che a livello mentale egli ripercorrerà tutti quei movimenti e quegli esercizi che era solito fare in allenamento sul campo, producendo degli stimoli che a livello cerebrale si trasmettono ai muscoli creando una stimolazione molto simile a quella reale. Ci sono esempi di atleti che a causa di un infortunio non potevano allenarsi e con l’imagery sono riusciti a fare in modo che i mesi di assenza dal campo non costituissero in alcun modo un handicap alla loro preparazione.

Ritengo, inoltre, che l’utilizzo di video-tape sia molto utile per quegli atleti che provano paura nel ritornare ad allenarsi o a gareggiare per il timore di un re-infortunio: rivedere sé stessi mentre compiono determinati esercizi o movimenti li aiuterà a recuperare quelle capacità.
L’imagery diventa utile anche nella gestione del dolore: aiutare l’atleta a capire i diversi tipi di dolore, insegnargli delle strategie per allontanarsene o immaginare la parte non dolente.
5- utilizzare il self-talk o dialogo interno attraverso delle parole-stimolo che favoriscono l’ottimizzazione. Queste parole si possono creare insieme all’atleta e possono andare a toccare diversi aspetti dall’esecuzione del gesto tecnico (tirala lì) alla self-efficacy (le mie braccia sono forti), al recupero (non mollare).

L’atleta diventa quindi il centro di tutto il programma di recupero ed ogni figura si muove intorno a lui: l’allenatore e i compagni che dovrebbero il più possibile mantenerlo inserito nel gruppo trasmettendogli fiducia sul suo futuro reinserimento nel gruppo o nella squadra, lo staff medico a cui spetta tra le altre cose anche il compito di “dare il via” per un possibile ritorno in campo e il preparatore mentale che lo seguirà dal punto di vista psicologico cercando di portare l’atleta ad una totale consapevolezza, risolti i problemi fisici, di poter tranquillamente riprendere la sua attività.

fonte: Redazione

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