IL TIFO DEL MAESTRO DI JENS “FALLI NERI DI RABBIA”

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Una storia di sport e di come questo aiuti all'integrazione, senza false retoriche o con moralismi da salotti televisivi, come solo la forza dell’atletica può dare alle nostre centinaia di giovani che vivono nel suo sogno.
Tratto da un articolo di Repubblica per gentile concessione di Giovanni Maria Bellu.

Sono ormai passati diciassette anni. Era il 1989 e Arturo Ghinelli, insegnante della scuola “Giovanni XXIII” di Modena, tornò in aula mentre i suoi alunni facevano la ricreazione in cortile. Jens – scolaro ghanese di nove anni – era ancora là, solo. Armeggiava davanti alla lavagna. In particolare frugava con le mani nella vaschetta dei gessi. Si voltò di scatto. Il maestro Ghinelli restò molto sorpreso. Jens era diventato bianco. Letteralmente bianco: s'era cosparso il viso di polvere di gesso. “Volevo provare…”, riuscì solo a dire, un po' imbarazzato. Il maestro decise di assecondarlo. Lo invitò a guardarsi allo specchio. Jens si osservò per qualche secondo poi, ritenendo concluso l'esperimento, andò in bagno e si lavò la faccia.

La stranezza della storia di Jens e di Arturo Ghinelli, il suo primo insegnante, è che si tratta di una storia normale. Tutto è andato come sempre dovrebbe andare. Ed è questo che, alla fine, la rende speciale. Jens adesso ha 26 anni, è diventato cittadino italiano, lavora come operaio in una fabbrica di bilance, ed è anche un atleta di ottimo livello, un quattrocentista con ambizione olimpiche. Appartiene alla “Fratellanza Modena”, una delle più antiche società sportive italiane.

Il maestro Ghinelli non aveva mai avuto prima di allora un allievo straniero. La grande ondata dell'immigrazione era appena cominciata. La didattica per i ragazzi provenienti da altre parti del mondo era affidata esclusivamente alla fantasia e alla buona volontà degli insegnanti. Con risultati non sempre felici. Appena giunto coi genitori in Italia, Jens aveva frequentato per un anno una scuola di Napoli dove non aveva nemmeno imparato l'alfabeto. Quando arrivò a Modena, lo leggeva in inglese, come gli avevano insegnato in Ghana. Poi venne il giorno della polvere di gesso.

In effetti Jens non avrebbe potuto trovare un modo migliore per spiegare il suo disagio e il suo desiderio di normalità, e il suo maestro fece tesoro di quel messaggio. Stabilì con l'allievo un rapporto gioioso. All'inizio Jens non coniugava i verbi. Diceva: “Io avere fame”. E il maestro – dimostrando che il 'politicamente corretto' non sta nel lessico ma nella relazione – poteva permettersi di prenderlo in giro con frasi tipo: “Sì, bravo: io Tarzan, tu buana”. Ne ridevano assieme. Jens imparò rapidamente e perfettamente la nuova lingua.

Ed è tutta qua la storia. Casualmente accaduto nella stessa città, una città civile e ricca, dove un anno fa una bambina africana è stata apostrofata con un “Sporca negra” dai suoi compagni di giochi. Evidentemente, dal giorno in cui Jens entrò a scuola, si è perso molto tempo e si sono fatti parecchi errori. Perciò consoliamoci pensando alla gioia che il maestro Ghinelli provò quando, aprendo il giornale, lesse: “Amanfu Jens esce a testa alta dai campionati italiani assoluti di atletica leggera conclusisi a Firenze”.

Ogni tanto il maestro e l'allievo si rivedono. Ancora ridono del giorno del gesso. Jens in questo periodo si sta allenando moltissimo: tutti i giorni, appena finisce il suo turno in fabbrica. Sogna di essere selezionato per le Olimpiadi e vorrebbe avere il tempo per dedicarsi allo sport in modo esclusivo. Magari entrando nella Guardia di finanza o nei carabinieri. O, chissà, trovando uno sponsor. In fondo è un altro desiderio di normalità, la possibilità di coltivare un sogno. Il vecchio maestro lo condivide, per questo ci ha scritto. E' diventato un suo tifoso. Ha una frase d'incitamento, che ripete tra sé, forse pensando alle tante storie tristi a cui in questi anni l'Italia dei Calderoli e dei Borghezio ha dovuto assistere: “Jens corri. Falli neri. Neri di rabbia”.

(glialtrinoi@repubblica.it)

(12 novembre 2006)

fonte: Giovanni Maria Bellu, La Repubblica

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