IL SENSO DI AUTOEFFICACIA NELL’ATLETICA LEGGERA (1° PARTE)

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Quanto ti senti sicuro di saper correre forte e saltare lontano?

“Nel 1982, quando Lewis corse i 100 metri ai Campionati Nazionali U.S.A., lo vidi alzare le sue mani in segno di vittoria molto prima dell’arrivo e prima che sorpassasse i due corridori che erano in testa. Egli percepì che la velocità con la quale stava chiudendo la gara lo avrebbe portato a raggiungerli e superarli. È raro vedere tale sicurezza durante l’azione, anche tra gli atleti di elite. Non dimenticherò mai quella gara.” (Charlie Francis)

L’affermazione di Charlie Francis, a proposito dell’acerrimo rivale del “suo” Ben Johnson, fa riferimento alla solida convinzione che Carl Lewis aveva nei propri mezzi e che, probabilmente, ha costituito uno dei principali fattori che lo hanno reso il più grande atleta del secolo scorso.
Più specificamente, il Figlio del Vento era sicuro di poter correre gli ultimi metri della gara ad altissime velocità, tanto da non considerare neanche il fatto di essere dietro a due avversari e permettersi di esultare con largo anticipo. Carl Lewis ha affermato, in diverse occasioni, di essere soddisfatto anche della propria partenza, nonostante il fatto che spesso lo si vedeva anche un paio di metri dietro gli avversari, perché ciò che contava era raggiungere il giusto assetto di corsa per la fase lanciata della gara.

Nel complesso, in termini psicologici, potremmo dire che Carl Lewis percepiva un elevato senso di auto-efficacia rispetto alla corsa dei 100 metri. Il termine auto-efficacia si riferisce al grado di sicurezza con cui le persone ritengono di poter far fronte alle difficoltà previste da un determinato compito, nel nostro caso la gara di 100 metri che richiede, nell’ordine, di non farsi influenzare dall’ansia prima dello sparo, di esprimere i massimi livelli di forza esplosiva all’uscita dai blocchi, di raggiungere elevate velocità e mantenerle, di non contrarsi anche se gli avversari sono davanti, ecc.

Uno sprinter con un elevato senso di auto-efficacia ritiene di avere le competenze fisiche tecniche e psicologiche necessarie per far fronte a gran parte di questi aspetti e per superare gli “ostacoli” che incontrerà nel perseguimento dei propri obiettivi di prestazione.
L’autoefficacia, tuttavia, non è una percezione generalizzata delle proprie competenze, ma consiste, al contrario, nella convinzione di essere capaci di affrontare una specifica attività o aspetti di essa in determinate situazioni.
Per esempio, uno stesso sprinter può sentirsi molto sicuro per quel che riguarda la qualità della propria tecnica e molto meno riguardo ai propri livelli di forza. Inoltre, è molto frequente osservare atleti che si mostrano molto sicuri di sé in allenamento e si trasformano negativamente in gara iniziando a dubitare rispetto alle proprie abilità. Infatti, la gara prevede “ostacoli” aggiuntivi rispetto all’allenamento, come, ad esempio, la gestione di livelli d’ansia maggiori e il fatto di doversi esprimere al massimo in una prova secca senza possibilità di riprovare. Quindi, in situazioni diverse, uno stesso atleta può percepire un senso di auto-efficacia diverso anche in riferimento ad uno stesso compito.

Le persone che credono molto in loro stesse mostrano spesso elevati livelli di autoefficacia in varie attività, tuttavia l’autoefficacia non va confusa con l’autostima, che riguarda una valutazione più globale di se stessi. Come abbiamo detto, infatti, l’autoefficacia si riferisce alla convinzione di essere capaci in qualcosa di molto specifico.
Inoltre, il fatto di non sentirsi capaci in qualcosa che riteniamo per noi poco importante non ha alcun effetto sulla nostra autostima, mentre è solo quando il compito in questione rappresenta qualcosa di significativo che un fallimento può ripercuotersi negativamente nell’immagine che abbiamo di noi stessi.

I giudizi di auto-efficacia non si riferiscono a ciò che è stato realizzato da un atleta, ma a ciò che egli ritiene di essere in grado di fare. Quindi, non è detto che un mezzofondista che corre i 1500 in 3’45” abbia un senso di autoefficacia più solido rispetto ad un altro che li corre in 3’50”. Se il primo è convinto che scendere sotto certi limiti dipenda da un talento naturale che non crede di possedere e che i suoi miglioramenti non derivino più di tanto dal proprio impegno, la sua percezione di controllo sulla prestazione e quindi la convinzione di poter far fronte alle difficoltà legate al raggiungimento dei propri obiettivi saranno deboli (basso senso di auto-efficacia). Al contrario, è possibile che il più lento dei due senta di poter fare molto per migliorare, allenandosi assiduamente e, ad esempio, distribuendo le forze in modo ottimale nelle prossime gare.

Quindi, l’autoefficacia non riguarda il numero di abilità possedute, ma ciò che si crede di poter fare con i mezzi a propria disposizione: le abilità possono facilmente essere vanificate dai dubbi su di sé; anche un atleta pieno di talento può fare un uso inadeguato delle proprie capacità quando le circostanze indeboliscono la sua fiducia in se stesso.
Secondo Bandura, gli atleti e le persone in generale maturano le proprie convinzioni di autoefficacia rispetto ad un determinato compito sulla base di quattro principali fonti di informazione:
1. Esperienze comportamentali dirette di gestione efficace, vale a dire l’essere riusciti in passato ad eseguire con buon esito lo stesso compito o compiti molto simili.
2. Esperienze vicarie, cioè l’osservazione di qualcun altro che esegua correttamente il compito o superi gli ostacoli che esso prevede. Le competenze dei propri compagni possono essere assimilate dall’atleta. Gli altri atleti offrono anche l’opportunità di confrontare le proprie prestazioni con le loro.
3. Persuasione verbale e altri tipi di influenza sociale. In questo senso un ruolo cruciale è svolto dall’allenatore che può incidere positivamente sul senso di autoefficacia dei suoi allievi comunicando loro i progressi individuali di ciacuno e sottolineando, a parole e con i propri comportamenti, che i risultati sono il frutto dell’impegno. Maggiore è la credibilità dell’allenatore e la stima che un atleta ripone in lui, tanto più quest ultimo verrà persuaso riguardo alla possibilità di farcela.
4. Stati fisiologici e affettivi: quando una persona si sente tesa nei momenti che precedono una sua prestazione può interpretare tale tensione, talvolta erroneamente, come un segnale predittivo di un immenente fallimento. Anche la mancanza di fiato o i dolori possono essere considerati da un atleta indicatori di inefficacia fisica.

Diversi studi (per esempio Feltz, 1994) hanno dimostrato che le convinzioni di autoefficacia influenzano significativamente la motivazione e l’impegno con cui un atleta pratica il proprio sport e anche le prestazioni che raggiunge. Si potrebbe dire che, a parità di abilità, un atleta che sia maggiormente convinto di poter ottenere determinate prestazioni possa raggiungere risultati migliori di un altro non altrettanto sicuro dei propri mezzi. Tuttavia, l’autoefficacia non agisce direttamente sul livello delle prestazioni future; essa si ripercuote sui processi di pensiero, sul livello e la persistenza della motivazione, sul grado di impegno profuso, e sugli stati affettivi. Tutti questi fattori contribuiscono in modo rilevante alle prestazioni realizzate: le persone non provano neppure se ritengono di non essere capaci, ma, quando sono convinte di esserlo, il loro impegno e i loro successi superano spesso ogni previsione.
Il senso di autoefficacia riveste un ruolo importante anche rispetto alla gestione dell’ansia legata alla competizione, infatti, mentre “gli atleti sicuri di sé tendono a concentrarsi su ciò che è necessario fare per spostare più avanti i limiti delle loro capacità” e “accettano i rischi come parte del prezzo da pagare per raggiungere prestazioni superiori (…), gli atleti meno sicuri sono più inclini a soffermarsi sul rischio di farsi male, sulla straordinarietà degli avversari e sulle conseguenze personali e sociali negative di un’eventuale sconfitta” (Bandura, 1997).

Elevati livelli di autoefficacia spingono gli atleti anche a resistere di più di fronte al dolore, a gestire nel modo migliore i periodi di stop dovuti agli infortuni e, soprattutto, ad affrontare in modo ottimale la ripresa dell’attività agonistica: “Le abilità possono peggiorare rapidamente se non vengono utilizzate. Il danno fisico si aggiusta, ma la fastidiosa incertezza delle proprie capacità può continuare a disturbare la prestazione a lungo dopo la completa ripresa delle funzioni atletiche.” (Bandura, 1997).

Eraclito diceva “chi non crede nell’impossibile non lo realizzerà mai” e ci sono degli esempi di prestazioni straordinarie nell’atletica leggera che dimostrano che talvolta ciò che sembrava impossibile sia stato realizzato. Tuttavia ci sono altri esempi che mettono in luce come, una volta che l’impossibile sia stato raggiunto da qualcuno, questo diventi in qualche modo più accessibile anche agli altri.
Bandura esalta nel suo libro “Self-Efficacy”, che rappresenta una pietra miliare per la letteratura psicologica mondiale, il merito di Carl Lewis di aver dimostrato che il record “impossibile” di Beamon, ritenuto irraggiungibile per anni, fosse in realtà battibile. Molti attribuivano tale risultato alle condizioni atmosferiche particolarmente favorevoli e all’altitudine, più che alle doti fisiche di Beamon. Dopo che il Figlio del Vento ha avvicinato a più riprese l’8,90 di Messico ’68 fino a superarlo con il vento a favore a Tokio ’91, un altro atleta, Powell, è risuscito a cancellare Beamon dall’albo d’oro dei primati.
Ciò che nessuno era più risucito a fare per 23 anni è riuscito a due straordinari atleti come Lewis e Powell due volte nell’arco di pochi minuti.
Bandura riporta anche l’esempio della barriera dei 4 minuti nel miglio, che una volta infranta da Bannister è stata abbattuta successivamente da moltissimi atleti.
Anche i muri degli 8’ nei 3000 siepi e dei 27’ nei 10000, che fino a 15 anni fa erano considerati inavvicinabili, una volta abbattuti, sono stati letteralmente frantumati da dozzine di atleti nell’arco di poco tempo.

Al di là dei progressi delle metodologie degli allenamenti e delle tecnologie a disposizione di allenatori e atleti, la spiegazione di questi affollamenti di risultati sotto limiti storici è che, una volta che si comprende che una prestazione è realizzabile da qualcuno, questo incide positivamente sulla convinzione di potercela fare anche di altri atleti.
Come abbiamo detto, infatti, osservare qualcun altro che esegue correttamente un compito, supera gli ostacoli da esso previsti, o, realizza una certa prestazione, rappresenta una delle 4 fonti principali dalle quali deriva il senso di autoefficacia.

Note bibliografiche:

• Bandura, A.(1997) Self Efficacy: The exercise of control. W.H. Freeman and Company, New York.
• Feltz, D.L. (1994). Self-confidence and performance. In D. Druckman & R.A. Bjork (Eds.), Learning, remembering, believing. (173-206). Washington, DC: National Academy of Sciences.
• Francis, C. (1991). Speed Trap. Grafton Books, London.

fonte: Redazione / Foto: ivu.org

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