LA PAURA DI VINCERE

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

L’articolo che vorrei proporre a voi lettori oggi è stato ispirato da alcune bellissime lettere che ho ricevuto da due vostri colleghi, giovani atleti che con le loro parole mi hanno portato a riflettere e che ringrazio per avermi arricchito e ricordato quanto sia bello occuparsi di sport nonostante le molte difficoltà.
Per questione di privacy ovviamente i nomi e alcuni dettagli della vita privata rimarranno tali, ma il loro racconto mi permette di introdurre una tematica tanto interessante quanto complessa da trattare: la paura di vincere.
Elena e Michele (due nomi di fantasia) in modi diversi hanno sperimentato il timore di non saper più vincere. Entrambi hanno analizzato in modo molto consapevole e critico le loro situazioni ed hanno evidenziato alcuni fattori che potrebbero essere causa della paura di vincere.
Ma vediamo in breve cosa significa questo termine. Cosa si nasconde in questa sensazione che molti atleti provano? E’ quasi un paradosso: ci si allena per mesi con l’obiettivo di raggiungere la sognata vittoria e poi, in gara, subentra il terrore di arrivare fino in fondo. Molti atleti sperimentano la cosiddetta Nikefobia, appunto, paura della vittoria. E’ una dinamica che non si innesta solo nello sport, ma concerne tutti quegli ambiti (dalla scuola al mondo del lavoro) dove ci si impegna per il raggiungimento di un obiettivo.
Cosa accade quindi nella mente di un atleta con paura di vincere? Per prima cosa l’atleta ha paura di portare a termine una gara quando sente o pensa di poter vincere. In lui si innesca un timore nell’agire per paura di sbagliare o di essere giudicato da qualcuno. A livello psicosomatico si può riconoscere l’atleta che ha paura perché trattiene il fiato prima di una partenza o di una gara importante. Spesso l’atleta riesce bene in allenamento, ma fallisce in gara.
Sono state date diverse interpretazioni alla sindrome nikefobica, dalla classica psicanalitica a quelle più generale di carattere psicologico. Secondo la classica concezione freudiana un bambino vissuto in una famiglia troppo protettiva, in cui gli venga impedita ogni espressione di se stesso, o di aggressività, si ritroverà da grande con la difficoltà di affermare il proprio carattere. Quindi, la vittoria, che nello sport agonistico, è la massima espressione di un’aggressività ben canalizzata, viene rifiutata.
Un’altra spiegazione può derivare dall’opinione che allenatori e staff tecnico hanno dell’atleta stesso. Se un atleta è considerato particolarmente forte, ma lui non si percepisce tale, può scattare la paura di fallire e allora si innesca un meccanismo di rinviare l’attesa vittoria per guadagnare tempo.
Ultima interpretazione è quella secondo cui dopo una grandiosa quanto inaspettata vittoria l’atleta teme di deludere il pubblico e si chiude in se stesso smettendo di mettersi alla prova.
Pubblico qui di seguito le testimonianze dei due atleti per comprendere meglio cosa può accadere nella mente di uno sportivo che non riesce più a vincere, ma, soprattutto, per dimostrare che niente è impossibile se si ha la volontà di superare gli ostacoli.

Michele è un giovane atleta che pratica il mezzofondo. I risultati sono stati discreti, ma l’ultimo anno lo ha passato a ritirarsi continuamente dalle gare.
Ecco quello che scrive:
“(…)ho passato un anno in cui mi ritiravo quasi ad ogni gara… arrivavo circa a tre quarti di gara in cui un po’ la stanchezza e la paura di poter finire,magari piazzandomi bene,convincevano la mia mente che non potevo più continuare,che dovevo fermarmi;(…) A mente fredda,senza l'aiuto di nessuno,se non del mio allenatore che mi assicurava che il mio era solo un problema mentale, avevo abituato la mente a ritirarmi ed a quel punto di gara puntualmente suonava il campanello,le sirene di Ulisse che mi dicevano
di fermarmi;(…)”

Michele si pone un nuovo obiettivo: quello di passare da una specialità ad un’altra. L’atleta in questi casi può avvertirne il peso e non riuscire immediatamente ad adattarsi al cambiamento. Quando parlo di cambiamento intendo qualsiasi tipo di modifica che nella vita di un atleta possa essersi verificata: cambio di squadra, di società, trasferimento o, come nel nostro caso, passaggio da una disciplina ad un’altra. Il caso di Elena è esemplificativo di come il cambiamento possa destabilizzare:
“(…)Le cose che possono avermi disturbato: (…)d.. Cambio di società (all'inizio temuto, anche se la pressione me la sono creata io!) e.. c'è da dire anche che per svariate ragioni (cambio di società mio e degli altri, ad esempio) i rapporti di amicizia che avevo con le persone con cui mi allenavo precedentemente sono diventati più rarefatti, praticamente nulli e in sostanza ora mi alleno quasi da sola.(…)”

Elena elenca una serie di ragioni che secondo lei possono aver influito sul suo calo di rendimento e di risultati ed ecco che evidenzia chiaramente come il cambio di società le abbia creato una certa pressione, anche se non direttamente (lei spiega infatti che l’ambiente è molto positivo), ma comunque in lei tutto ciò è stato fonte di stress. Inoltre tale modifica ha inciso anche sui suoi rapporti di amicizia tanto da costringerla ora ad allenarsi da sola.
Un altro interessante spunto di riflessione riguarda l’influenza che i genitori possono avere nella vita agonistica di un atleta.
Michele si sofferma in modo, secondo me, esemplare su un’analisi molto dettagliata della sua vita personale:
“(…)da piccolo non avevo nessuna responsabilità; la mia opinione non contava,era sbagliata; qualsiasi cosa facessi,non era giusta; cosi per anni; La mia mente inconsciamente si e'abituata ad appoggiarsi al parere altrui,senza avere un suo pensiero perchè ritenuto sbagliato;(…).”

Si ritorna così alla vecchia interpretazione psicanalitica. E’ vero, Freud è stato sorpassato e criticato in molti modi, ma forse un fondo di verità nelle sue parole ancora rimane.
La stessa influenza, se pur in maniera differente, capita anche ad Elena quando scrive:
“(…)L'allenatore (aimè è mio padre: sappiamo entrambi che i genitori non
dovrebbero mai allenare i figli ma, non abbiamo mai avuto alternative praticabili, comunque abbiamo cercato di scindere i due aspetti e, tutto sommato con lui ci vado d'accordo e riusciamo abbastanza a dividere le due figure)(…)”.

Spesso, anche inconsapevolmente, la paura di vincere nasce dal timore di agire per essere giudicati. Non è raro che quando si innesca questo processo l’atleta perda il divertimento e il piacere del gesto atletico e i suoi allenamenti diventano pesanti e noiosi. La causa di tale comportamento è il più delle volte la presenza di un genitore come allenatore o all’interno della società.

Entrambi i ragazzi però ci insegnano anche ad avere la forza di andare avanti, di rialzarsi, di ritrovare il divertimento in quello che si fa.
Riporto, per terminare il mio articolo, le parole di questi due ragazzi che credo possano davvero dare a tutti la voglia di praticare lo sport che tanto si ama:
“(…)ho deciso che il passato era passato e che ormai grande e maturo da capire tutto questo,dovevo e potevo cambiare le cose,soprattutto visti i risultati; bisognava riabituare la mente; come prima era abituata a fermarsi ora dovevo abituarla(registrare un meccanismo nuovo a continuare e anche ad aumentare,a provare ad essere il più forte,ad impormi senza paura dell'altro; al massimo non vincevo,ma…ci avevo provato e non avevo nulla da rimproverare a me stesso se il mio avversario era più forte di me; cosi ora da 2 anni e mezzo a questa parte,non mi ritiro più;(…)”

“(…)A volte sbagliando ,a tentativi,un po’ come e'successo in atletica,in gara,ritirandomi; Cercando pero di capire l'errore;cadendo e imperterrito rialzandomi e ricadendo,rialzandomi ancora… Oggi non corro per dimostrare nulla a nessuno,tanto meno a mio padre,forse prima si,e forse anche per questo mi ritiravo; oggi corro perchè amo questo sport,il piacere della fatica,del costruire costantemente qualcosa;i momenti magici che ti regalano ogni gara,ogni allenamento;(…)”

“(…)Al riguardo del voler fare tante cose: è nel mio carattere voler fare tante cose, anche troppe, comunque mi rendo conto che la cosa che mi piace di più è l'atletica (scuola guida permettendo). Perciò ho tutte le intenzioni di continuare.C'è da dire che ha contribuito a questa decisione all'incirca un mese di fermata: ora ho ripreso da un paio di settimane con più convinzione e, scuola permettendo, con delle idee più chiare sulle mete da raggiungere.(…)”

“(…)Oggi posso dire di correre nonostante nessuno mi stia inseguendo (…)”

Grazie ancora a voi ragazzi che con le vostre esperienze mi permettete di crescere professionalmente e non solo.

fonte: Redazione

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