IL 60ENNE ZACHARIAS VOLA SOPRA 1,80

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Il 21 luglio 1969 un uomo (Neil AMSTRONG) mise piede per la prima volta sul suolo lunare. Ieri 27 aprile 2007 un uomo 60enne, Thomas ZACHARIAS, è volato sopra la misura di 1,80 mt. Può sembrare un paragone poco appropriato? Crediamo invece lo sia, se si pensa che circa 20 anni fa l’impresa odierna di ZACHARIAS sembrava quasi fantascienza.

Ieri finalmente il tedesco trapiantato sull’isola di Lanzarote (Canarie) e tesserato per il club tedesco dello USC di Mainz è riuscito alla quarta gara (la prima il 24 marzo) a realizzare l’impresa che aveva in testa, cioè di essere il primo uomo che a 60 anni è capace di sorvolare nel salto in alto la barriera mitica di 1,80 mt. Questa impresa fa il paio con quella già realizzata dallo stesso atleta a 50 anni nel 1997, quando fu capace di elevarsi sopra i 2,00 mt.

E’ stato assolutamente implacabile nella sua marcia, sempre sulla pedana di Arrecife, verso la vetta desiderata:
– 1,77 il 24 marzo
– 1,78 il 31 marzo
– 1,79 il 14 aprile
– 1,80 il 27 aprile.

Thomas ZACHARIAS non è semplicemente un atleta master, ma da sempre ha dimostrato di avere una forte personalità che merita di essere approfondita. Tra l’altro ha vissuto per alcuni anni in Italia, a Ruta di Camogli, frequentando le scuole medie. Per conoscerlo meglio riprendiamo alcuni passi apparsi nel 1998 sul “Corriere del Ticino” a firma di Tacisio Bullo:

Thomas Zacharias nasce ad Amburgo il 2 gennaio del 1947. Quando ha 12 anni, il padre Helmuth, violinista e compositore di fama mondiale, decide di trasferirsi con la famiglia ad Ascona e Thomas viene iscritto al ginnasio del Collegio Papio. Nel 1960 il giovane rampollo si avvicina all'Unione Sportiva Ascona. “Ricordo perfettamente il primo incontro con Mino Valsecchi: era una sera d'autunno, lui fece allineare tutti noi ragazzi su una fila, poi iniziò a separarci: tu alla ginnastica, tu all'atletica. Quando arrivò a me, disse che avrei dovuto fare il ginnasta, ma incontrò la mia ferma opposizione. Sono venuto qui per praticare l'atletica, replicai. E quella fu in effetti la mia strada. Ricordo di aver partecipato con l'USA a numerosi campionati ticinesi: nel 1963 vincemmo il titolo cantonale di pentathlon a squadre, due anni più tardi conquistai il titolo individuale juniores” racconta Thomas Zacharias.

La carriera sportiva del tedesco di Ascona è tutta in crescendo. Nel 1966, mentre si trova a Berlino per motivi di studi, decide di abbandonare le discipline multiple per il salto in alto e si laurea campione di Berlino in questa disciplina. Due anni più tardi, siamo nel '68, è campione tedesco con la misura di m. 2,12 e gli si aprono prospettive olimpiche. A Città del Messico salta solo m. 2,09, ma da lì in poi la sua progressione lo porterà a raggiungere i m. 2,22, miglior prestazione stagionale mondiale sia nel 1970 che nel 1971. Thomas Zacharias dal 1970 al 1972 è un grande personaggio sportivo nella Germania occidentale. Nell'anno delle Olimpiadi di Monaco potrebbe vincere una medaglia, ma s'infortuna ad un ginocchio. “Avevo molte ambizioni, sentivo di poter fare il grande risultato, ma mi ero allenato troppo, il ginocchio cedette”.

Tedesco cresciuto ad Ascona in Svizzera, il grande atleta – figlio del violinista Helmuth – oggi vive in Spagna – «Lo sport mi ha permesso di liberarmi dal ruolo di figlio di un papà famoso» Lo sport è stato – ed è ancora – il filo conduttore della sua vita. Ma non si può dire che Thomas Zacharias abbia vissuto solo di e per lo sport. In Ticino soltanto pochi si ricordano di lui, ma quando si dice pochi non si parla dell'Unione Sportiva Ascona, perchè in questo caso occorre dire che tutti, ma proprio tutti, sanno ancora chi sia. Nella vita e nello sport tutto è relativo: oggi sei un campione, domani, forse, nessuno. Oggi ami lo sport, lo abbracci come fosse tutta la tua vita, domani magari ne fai a meno senza fartene un problema, per tornare poi a riabbracciarlo in futuro. Tutto questo è Thomas Zacharias: atleta, poi ex-atleta che assume le vesti del filosofo, scrittore (ha firmato due libri sulla psico-terapia), soprattutto uomo e come uomo figlio di un grande padre, il violinista e compositore Helmuth Zacharias.

“Ad un certo punto della mia carriera di sportivo, mi pare nel 1969, ho pensato che fosse più importante l'impegno socio-politico rispetto allo sport. In quel momento ero già un grosso personaggio del mondo sportivo tedesco occidentale, ero reduce dalle Olimpiadi di Città del Messico, ma ero anche contagiato dal clima particolare del '68” ricorda Thomas Zacharias.

– Lei all'epoca oltre che essere un atleta di primo piano era anche uno studente universitario. Che rapporto c'era tra l'universo studentesco e quello sportivo?
“Senza dubbio si trattava di un rapporto conflittuale. Lo sportivo era guardato con sospetto quando non era addirittura malvisto. Cura il suo fisico, ma non il suo cervello, si diceva allora. Nel mio intimo, io ero convinto della validità del motto mente sana in corpo sano, ma mi sentivo isolato, abbandonato da tutti in queste mie convinzioni. Lo sportivo era un uomo senza cervello, incapace di pensare. Punto e basta. Personalmente avevo tutto: ero famoso, sapevo di poter contare sulla ricchezza di mio padre (non sulla mia, perché all'epoca i compensi per gli atleti, anche quelli di punta, non esistevano), eppure non mi trovavo bene nei miei panni. Avevo mille problemi di ordine psicologico che allora non riuscivo a capire e risolvere”.

– E allora fece una scelta di campo, apparentemente facile: si schierò anche lei contro…
“Ero un ribelle, volevo oppormi all'ordine costituito, a chi voleva fare carriera. Sì, insomma, all'epoca pensavo che nell'ideologia comunista non ci fosse nulla di sbagliato”.

– A causa del suo impegno politico i risultati sportivi ne risentirono?
“Certamente. Avrei potuto fare molto di più, ma mi allenavo con mezzo cuore, come si dice in Germania”.

– Era un personaggio sportivo, figlio di papà celebre e ricco. Non gliel'ha mai rinfacciato nessuno?
“No, ma forse in tanti lo pensavano. Io però non ero un figlio di papà, questo è certo. I miei genitori non mi hanno mai neanche dato tutti i soldi che mi sarebbero serviti per studiare”.

– Nonostante il '68 e le sue idee sessantottine lei ha continuato con lo sport d'élite. Che compromesso è riuscito trovare per sentirsi in pace con la sua coscienza?
“Ad un certo punto mi sono detto: senti Thomas, a te lo sport piace, è la tua passione. D'altra parte hai degli ideali ed è giusto che li difendi e che trovi la strada per gestire l'uno e gli altri. Non potevo più continuare a vivere lo sport con un sentimento di colpa ed allora non mi restava che mettere lo sport al servizio dei miei ideali politici. Così posso tranquillamente dire di essere stato uno dei primi personaggi sportivi a parlare di politica nelle interviste. Allora i giornali e la televisione si occupavano spesso di me, lo sport mi serviva per poter far passare il mio messaggio e così ad un certo punto fui considerato in Germania un atleta rosso”.

– Il fatto di introdurre la politica nello sport, se da un lato la riabilitava di fronte al movimento studentesco, dall'altro poteva però crearle dei problemi all'interno dell'organizzazione sportiva, spesso piuttosto rigida e conservatrice…
“No, da questo punto di vista non ho mai avuto difficoltà, forse anche per il fatto di praticare uno sport individuale. In squadra ero accettato perché avevo delle idee ed il coraggio di ammettere che ero un sognatore, dai funzionari federali perché rappresentavo la prova della loro tolleranza e della loro liberalità”.

“Ai miei tempi pensavo che per uno sportivo fosse indispensabile trasmettere al pubblico le sue opinioni politiche, ma fondamentalmente trovo che non ci sia nulla di male nemmeno oggi. Tutti abbiamo delle idee, tocca al pubblico giudicare la validità delle stesse. Attualmente poi, con la pluralità dell'informazione, ognuno può fare le proprie scelte, ma personalmente trovo che oggi c'è persino troppo disimpegno nei confronti di determinate problematiche, per esempio quella della violenza negli stadi”.

– Torniamo a lei. Sbaglio o nel corso degli anni settanta si è ricreduto sulle sue idee?
“No, non sbaglia. Dopo il '72 ho abbandonato una certa ideologia e ho cominciato a studiare pedagogia dello sport per contribuire all'educazione dei giovani sportivi. Lo sport è educazione alla vita, se avessi insegnato matematica avrei istruito i giovani, ma non li avrei formati”.

– Cosa le ha dato lo sport?
“Potrebbe sembrare banale affermarlo, ma mi ha permesso di realizzarmi come uomo e di acquisire una moltitudine di conoscenze. Grazie allo sport ho potuto conoscere meglio me stesso, evitare di restare solo il figlio del grande Helmuth Zacharias. Non perché è mio padre, ma lui è un violinista unico, geniale. E un figlio, se non avesse avuto una carriera come la mia, avrebbe anche potuto abituarsi a convivere col complesso del papà. Io per tutta l'infanzia sono stato il figlio di qualcuno. Grazie all'atletica, all'USA di Ascona, mi sento invece finalmente realizzato”.

Thomas Zacharias segue e pratica ancora l'atletica, afferma che l'USA è stato il suo grande sponsor mentale ed emozionale, che i m. 2.50 nell'alto si raggiungeranno con la vecchia tecnica del ventrale. Il suo è un volo che sembra non avere fine…

fonte: Annette Kopp-Atleticanet

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