LA DONNA BAFFUTA E L’UOMO CANNONE. CIRCO? NO, DOPING

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Sono immagini da circo ma parlerò di doping perché in effetti di donne baffute il doping ne ha prodotte in quantità…e anche di uomini cannone che a loro volta hanno sparato vere e proprie bordate. Ad ogni modo non sarà un intervento politicamente corretto: voglio dire le cose chiaramente.

 

Cosa è doping?

Prima di iniziare sarà il caso di definire cosa è doping. L’unico dato certo e oggettivo è che viene considerato doping l’assunzione di ogni sostanza (e/o dosaggio) contenuta nella lista che la WADA redige ed aggiorna ogni qual volta se ne ravvisi la necessità. Su questo dato apparentemente certo vediamo di ragioniarci su con l’aiuto di un esempio lampante ed emblematico.

Molti di noi ricordano il caso Balco e tutti i nomi eccellenti che ci si sono infognati dentro ma forse molte meno persone si ricordano di come il caso è venuto alla luce. Per questo può aiutarci Atleticanet ed un suo articolo intitolato “Bufera doping” del 18/10/2003 nel quale si può leggere: “A seguito di un invio anonimo da parte di un allenatore di atletica leggera, sugli USA cala la spada di Damocle del doping. Un coach americano in giugno ha inviato all’USADA (l’agenzia statunitense antidoping) una siringa contenente una sostanza dopante denominata “tetrahydrogestrinone” (Thg) che non sarebbe riscontrabile dagli attuali test antidoping. Ad aggravare la cosa, sarebbero i nomi di atleti eccellenti che avrebbero fatto uso di tale sostanza. Sarebbero oltre venti gli indagati per ora, tra di loro Campioni olimpici e recordmen mondiali.

Appare quindi è piuttosto evidente che sono molte e sconosciute le sostanze dopanti non ancora inserite nella lista della WADA. Fino a quando non si conosce la sostanza, manca il reagente e il test antidoping non serve a molto. Inoltre visto che l’antidoping è appunto una pratica che nasce in risposta ad un altro evento (da cui il prefisso “anti”), è gioco forza che il doping è comunque un passo avanti. E’ un po’ come fare le multe per divieto di sosta: prima bisogna attendere che le macchine parcheggino nell’area vietata e poi si fanno le multe. In definitiva la lista delle sostanze dopanti come indice di riferimento è una foglia di fico. E allora cos’è doping? Chiedetelo a 100 esperti e avrete 100 risposte diverse. E’ più facile rispondere con una “poesia” o con filosofeggiamenti vari come è d’uso in questi anni.

La lotta al doping

Dopo la scorpacciata delle donne baffute degli anni ’70 e ’80 è iniziata una spietata lotta al doping a livello mondiale. Vero? Mica tanto. A ben vedere nel corso degli anni sono aumentati i controlli ma diminuite le pene. Inizialmente, se non erro, si incappava anche nella squalifica a vita (non per recidiva, ma subito!) poi siamo passati a 8 o 4 o 2 anni e a tutta una serie di reati e pene frammentate e diversificate che sostanzialmente fanno si che in certi casi l’atleta date le varie attenuanti, si possa ripresentare in pista anche pochi mesi dopo l’accertamento di responsabilità. Tralascio poi il frequente conflitto di competenze tra organismi nazionali (comprensivi con i propri atleti) e quelli sovranazionali come anche il conflitto tra giustizia ordinaria e quella sportiva. Una gran confusione che agevola di molto il non accertamento della verità.

E allora mi chiedo c’è davvero una volontà di lotta al doping? Un atleta dopato, secondo un codice morale e sportivo ancora largamente sbandierato dovrebbe essere la cosa più sporca e vergognosa che lo sport possa vedere. Perché allora alleggerire le pene pur intensificando i controlli? Lo vedremo in seguito…

Un punto fermo

Prima di arrivare al nocciolo della questione è necessario inserire alcune considerazioni di natura generale sullo sport e definire un punto fermo: parlare di sport in forma generica è un errore. Esiste lo Sport ed esiste lo Spettacolo Sportivo. Sono due ambiti nettamente differenti per fini e per mezzi. Vediamo di fare chiarezza.

Sport e Spettacolo Sportivo

Storicamente sembra che la parola sport derivi dal latino deportare che tra i suoi significati aveva anche quello di uscire fuori porta, cioè uscire al di fuori delle mura della città per dedicarsi ad attività non lavorative. Da questo termine derivarono il termine spagnolo deportar e quello francese desporter (divertimento, svago, per noi anche diporto); da quest’ultimo prese origine in inglese il termine disport che nel XVI secolo venne abbreviato nell’odierno sport.
Va evidenziato però che dopo il 393 d.C., ultimo anno dei Giochi Olimpici antichi (l’imperatore Teodosio li vietò perchè considerati pagani), lo sport finì. Nei secoli successivi lo sport si trasformò e si trasferì man mano nelle piazze, nelle arene e per le strade divenendo spettacolo bastato su una qualche impresa sportiva in cui c’era un pubblico pagante e uno o più atleti che si esibivano.

Professionisti e Dilettanti – La nascita

Lo sport vero rinacque grazie al barone de Coubertin e l’olimpiade moderna del 1896 da lui pensata e voluta. Il prezzo di questa rinascita però fu molto alto. De Coubertin infatti sancì il principio del non professionismo quale condizione essenziale per la partecipazione ai Giochi Olimpici. Con questa norma vennero esclusi quindi tutti i professionisti e cioè coloro che dietro compenso si esibivano in spettacoli sportivi nelle più disparate occasioni. Al di la della giustezza o meno della norma sul professionismo che la modernità ci ha fornito in una versione un po’ distorta e romantica (ma imprecisa) della cosa, il barone de Coubertin fissò in maniera indelebile anche il confine tra sport e spettacolo sportivo. Allo sport e quindi ai dilettanti che lo praticavano vennero così agganciati i più alti valori dell’animo umano quali la lealtà e la fatica come esaltazione del corpo e dello spirito. Di contro i professionisti e i loro spettacoli sportivi vennero relegati ad un aspetto meramente ludico e commerciale dove nessuno dei valori sopraccitati venivano espressi o considerati. Lo sport aveva come sua ribalta le Olimpiadi e le manifestazioni di preparazione ad esse collegate mentre gli spettacoli sportivi avevano la loro ribalta nelle piazze, nelle arene, nei tendoni e in ogni altro posto in cui si potesse radunare un pubblico pagante e degli atleti che dessero spettacolo dietro compenso.

Professionisti e Dilettanti – Il passato

Con il passare del tempo il confine tra professionisti e dilettanti divenne sempre meno indicativo della reale attività svolta dagli sportivi. La quasi totalità degli atleti olimpici e relative federazioni si inventarono ogni sorta di scappatoia per mantenere lo status (solo formale) di dilettanti. I pochi che scelsero la coerenza dichiarando o desiderando guadagni dalla pratica sportiva furono squalificati o dovettero abbandonare. L’antesignano di questi episodi fu Carlo Airoldi che nel 1896, dopo aver fatto di corsa il tragitto da Milano ad Atene per poter partecipare alla prima maratona olimmpica, non gli venne concessa l’autorizzazione a gareggiare perchè colpevole di aver corso per denaro (leggere la bellissima storia su Atleticanet)!!! Potremmo citare anche il quadrimedagliato di Berlino 1936, Jesse Owens che si ridusse a correre per denaro contro carrozze e cavalli pur di tirare su qualche dollaro (la fama non riempie lo stomaco…); oppure, nemmeno troppo lontano nel tempo, possiamo trovare anche l’ex recordman del mondo dei 110hs (primo uomo sotto i 13” netti) Reinaldo Nehemiah che stufo di pane amore e fantasia, andò a giocare in NFL per i San Francisco 49ers nei primi anni ’80. Tornò anni più tardi quando lo show business si era impadronito anche dell’Atletica ma il tempo era passato e gli ostacoli erano ancora alti 106cm…

Professionisti e Dilettanti – Oggi

Che tipo di significato hanno queste parole ai giorni nostri? Chi sono i professionisti? E chi i dilettanti? Facciamo un tentativo: è dilettante lo junior da 12”5 sui 100? Certo che si. E quello da 10”30 che ha già una partecipazione ai mondiali all’attivo, un contratto di sponsorizzazione, una società che lo retribuisce e meeting che lo pagano per correre? Io direi che è un professionista. Eppure gareggiano nella stessa categoria ed entrambi (a livello teorico almeno) hanno i requisiti per poter partecipare alle olimpiadi. Chissà che ne penserebbe il barone a cui il nostro sport si ispira tanto…

Il (non) problema doping

Arriviamo al nocciolo del discorso. Quello che si omette di dire in maniera sistematica è che non esiste un vero problema doping e questo per due aspetti evidenti: il primo è che non è possibile arginarlo e il secondo (fondamentale) è che non c’è il reale interesse a farlo visto l’indotto economico che genera. Acquisito questo dato credo che la strada per una soluzione reale e giusta sia cambiare il punto di osservazione e di valutazione del fenomeno: il dibattito si deve focalizzare sul confronto atleta dilettante/atleta professionista e non sulla contrapposizione atleta dopato/atleta non dopato.

Concentriamoci sugli atleti professionisti: queste persone fanno lo sport come mestiere, sono remunerate per la loro attività come qualsiasi altro lavoratore e hanno assicurazioni ad hoc relative ai loro rischi professionali. Lavorano nello spettacolo (sportivo) in quanto agganciano le capacità di guadagno alle loro performances e alla quantità di spettatori che riescono ad attrarre, hanno sponsor sempre per motivi legati alla loro immagine e all’attività che fanno e hanno un agente che cura la loro immagine, la gestiscono e la fanno rendere al meglio.
Come ogni uomo e donna di spettacolo gli sportivi devono essere al top della loro condizione, pena l’abbassamento dei loro guadagni. Un atleta che va piano è come un cantante che stona. Ogni decadimento della prestazione è uno spettacolo inferiore e quindi minor pubblico e minor guadagno. Gli uomini di spettacolo utilizzano ogni mezzo per evitare tale decadimento.
Il cantante che stona si eserciterà di più ma utilizzerà anche integratori e ricostituenti per la voce, qualche volta il play back, una forte campagna pubblicitaria, coriste e magari i processori per il pitch adjusting (un macchinario che corregge in tempo reale l’intonazione nel caso in cui si stoni); insomma farà di tutto per evitare un decadimento.
Lo sportivo parallelamente farà lo stesso. Si eserciterà di più, assumerà medicinali, farà ricorso a terapisti ed altri specialisti col fine di essere sempre al top ed il più a lungo possibile. Le sostanze dopanti, viste da quest’ottica sono uno dei tanti strumenti a disposizione da utilizzare. Sia ben inteso: non c’è obbligo di doping! Tant’è vero che abbiamo professionisti dello sport che si guardano bene dal rincorrerne e vanno forte ugualmente! Quello che invece rimane come discorso largamente acquisito e condiviso è che ogni professionista del mondo dello spettacolo lega i suoi guadagni alle sue prestazioni quindi, più alte sono le prestazioni e meglio è (doping o non doping).

Per continuare con le similitudini: il cantante fa guadagnare anche impresari, organizzatori e strutture…e anche l’atleta fa guadagnare agenti, organizzatori e sponsor. Il cantante se perde pubblico fa perdere guadagni e anche l’atleta se performa di meno fa perdere guadagni.

Mi fermo qui e mi domando: che ne sarebbe dell’atletica spettacolo (quella delle olimpiadi, campionati e meetings) se gli atleti non si dopassero? Ci piacerebbe spendere soldi per vedere un meeting con un solo centista da 10”10/10”15 e mai per più di tre o quattro volte a stagione? E ancora: ci piacerebbe vedere un’olimpiade che dopo 4 turni di corse vede vincere un atleta con un tempo ridicolo a causa della naturale stanchezza degli atleti? Chi comprerebbe i diritti TV di una manifestazione con risultati sporadici e per larga parte di livello medio? Quale sponsor investirebbe denaro in un atleta che tanto superman non è e che fa risultati ogni tanto invece che tre volte la settimana? In parole più semplici e dirette: quanti soldi perderebbe tutto l’indotto (televisioni, organizzatori, agenti, atleti, sponsor)???

La soluzione

Come già detto sopra il doping è diffusissimo perchè denaro da guadagnare e difficoltà più o meno oggettive lo rendono un fenomeno da tollerare in privato quanto da condannare in pubblico.
Che fare allora? Soprattutto che fare evitando ipocrisie e finti moralismi? Per me la soluzione è piuttosto ovvia. E ritorno a De Coubertain. Ripristiniamo le due categorie: professionisti e dilettanti. Si è dilettanti fino a quando non si sceglie di diventare professionisti. Tolleranza zero tra i dilettanti con controlli intensi, a sorpresa (vera sorpresa intendo!) e relativa squalifica a vita per qualunque infrazione sulla normativa antidoping. Nessun controllo tra i professionisti o, al limite controlli standard solo nelle Olimpiadi per i primi tre classificati.

A quel punto un professionista non significherebbe atleta dopato significherebbe atleta che fa della propria attività sportiva un mestiere. Significherebbe che avrebbe la libertà di scegliere come gestire la sua attività con l’obiettivo di fare bene quello per cui è pagato.

E a quel punto un dilettante incarnerebbe di nuovo e senza ombra di dubbio tutti i valori dello sport, quei valori che cerchiamo di trasmettere ai giovani e che cerchiamo di elevare a modello di comportamento nella vita civile. Ognuno avrebbe il suo ambito, ognuno il suo valore e ognuno la sua ragion d’essere. Troppo facile?

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