RIEVOCAZIONE STORICA DEI MONDIALI ALLA VIGILIA DI OSAKA 2007

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I 215 delegati partecipanti al trentatreesimo Congresso della IAAF, il secondo nella storia tenutosi in seduta straordinaria, riunito a Roma in sessione straordinaria l’1 e il 2 settembre del 1981 alla vigilia immediata della III Coppa del Mondo, elessero Presidente per il quadriennio 1981-84 il dr. Primo Nebiolo. L’elezione avvenne per acclamazione. Mai in precedenza un dirigente sportivo italiano aveva assunto una carica così importante.
Molti erano i progetti che Nebiolo aveva tenuti in serbo nella sua mente vulcanica, pronto a metterli alla luce una volta assiso sul più alto scranno della Federazione Internazionale.
Fra questi sicuramente quello di indire al più presto i campionati del mondo, alla stregua di quanto già messo in atto da altre importanti federazioni (calcio, ciclismo, scherma, basket…).
Fino ad allora la palma del miglior atleta del mondo era legata a doppio filo alla medaglia che ogni quattro anni veniva appesa al collo dell’atleta che sanciva con la vittoria olimpica la sua superiorità a livello planetario.
Due mesi dopo a Londra, Primo Nebiolo propose la disputa dei Campionati del Mondo di atletica leggera.
Due furono sicuramente i motivi che originarono la nascita di questa inedita, per l’atletica, rassegna mondiale.
Il primo era rivolto alla promozione su scala mondiale dell’atletica leggera con coinvolgimento anche dei paesi emergenti e di quelli, cosiddetti poveri, i cui atleti non avrebbero avuto la possibilità di confrontarsi con quelli del resto del mondo al di fuori di un confronto mondiale che non fosse quello olimpico.
L’aspetto economico fu la seconda motivazione che spinse i dirigenti della IAAF a realizzare una propria grande manifestazione di respiro mondiale, togliendo un po’ di spazio ai tanti meeting che erano proliferati in quei tempi, tanto da arrivare a congestionare il calendario agonistico internazionale, ed attirare così su di se l’attenzione degli sponsor sempre più sensibili a presenziare in uno spettacolo che i mass-media erano in grado di proporre ad una sconfinata platea di spettatori di ogni continente.
Nebiolo era una fucina di idee ed un organizzatore di eventi eccezionale. Era però anche un uomo abile e non dette modo ai suoi avversari di accusarlo di partigianeria. Infatti quando si cominciò a parlare del suo progetto che aveva come obbiettivo finale la organizzazione dei una rassegna mondiale, smentì clamorosamente tutti coloro che avevano anticipato maliziosamente nella città Roma la sede della prima edizione e scelse invece una nazione, la Finlandia, e la sua capitale, Helsinki, unanimemente conosciute a livello mondiale come la culla dell’atletica leggera. Uno dei pochi paesi dove questa specialità è, ancora oggi, considerata lo sport nazionale e la disciplina maggiormente praticata (con lo sci) dai suoi abitanti.
Ecco quindi che la città di Helsinki si apprestò ad organizzare un grande evento dopo i Giochi Olimpici del 1952 e i Campionati Europei del 1971.
Vada per la prima edizione, ma la seconda Nebiolo non se la fece di certo scappare; infatti fu il Sindaco di Roma Ugo Vetere a ricevere, durante la cerimonia di chiusura, la bandiera dei campionati. Si guardava quindi già a Roma ’87…

Helsinki 1983 – 1° edizione
La prima edizione dei Campionati del Mondo di Atletica Leggera si svolse nell’Olympic Stadium di Helsinki dal 7 al 14 agosto del 1983.
Ad essa parteciparono 1355 atleti in rappresentanza di 153 paesi. Gli atleti campioni del mondo interessarono quattordici nazioni, mentre i medagliati venticinque; quarantaquattro paesi ebbero almeno un finalista. Cronometraggio elettrico al centesimo di secondo fornito dalla Nokia.
Si trattò di un evento che raggiunse, grazie ai media, ogni più recondita parte del mondo, con una proiezione mediatica che neppure la più attenta e accurata promozione avrebbe potuto assicurare.
Possiamo dire che le future (ahimè oggi non più..) fortune della I.A.A.F. cominciarono proprio da Helsinki.
A livello tecnico i campioni che calpestarono pista e pedane dell’Olympic Stadium: Koch, Thompson, Kratochvilova, Goehr, Moses, Calvin Smith, Mennea, Hingsen, Weigel, Waitz, Bykova, Lillak, Cova, Decker, Cram, De Castella, confermarono il loro grande valore atletico.
Sette prove maschili (110 e 400 ostacoli, 4×100, triplo, peso, martello, decathlon e sei femminili (100, 400, 100 ostacoli, alto, lungo, giavellotto) fecero registrare risultati migliori dei primati olimpici. Sessantatre furono i primati nazionali migliorati.
Il medagliere maschile vide gli Stati Uniti confermare la loro supremazia con diciotto medaglie di cui sei d’oro, sull’Unione Sovietica che se ne aggiudicò undici, di cui quattro di metallo pregiato.
In campo femminile la Repubblica Democratica Tedesca e l’Unione Sovietica fecero la parte del leone conquistando rispettivamente quindici e dodici medaglie, delle quali otto e due d’oro.
Un solo “oro” di Mosca 1980 si confermò campione del mondo: il decathleta inglese Daley Thompson.
Furono stabiliti due primati mondiali. Uno nel settore maschile e l’altro nel femminile.
Il quartetto veloce degli Stati Uniti composto da Emmit King, Willie Gault, Calvin Smith e Carl Lewis il 10 agosto, infranse la barriera dei 38 secondi, portando il primato a 37.86 (precedente 38.03 sempre degli Stati Uniti: Collins, Riddick, Wiley e Steve Williams ottenuto a Dusseldorf il 3 settembre del 1977 in occasione della Coppa del Mondo).
Altro muro infranto quello dei 48 secondi sui 400 metri ad opera della ceca Jarmila Kratochvilova che scese a 47.99 nella finale mondiale, migliorando il primato della Koch (48.16) stabilito l’anno prima agli europei di Atene. Marita si vendicherà due anni dopo rimpossessandosi del primato a Canberra (6.10.1985) nel corso di una edizione della Coppa del Mondo, dove si impose in 47.60, limite straordinario che resiste tuttora…..
Gli atleti plurimedagliati furono la stessa Marita Koch (200, 4×100 e 4×400) e Carl Lewis (100, lungo e staffetta 4×100) con tre titoli a testa; la Koch con l’argento conquistato sui 100 metri fu l’atleta che in assoluto vinse più medaglie nella prima edizione del mondiale.
Ecco una rapida rassegna degli eventi più significativi.
100 metri: il primatista mondiale in carica era Calvin Smith (9.93 a Colorado Spring il 3.7 di quell’anno), ma i pronostici erano tutti per l’astro nascente Frederick Carlton “Carl” Lewis.
Si impose infatti Lewis in 10.07 con vento contrario sui connazionali Smith e King. Quarto e primo dei bianchi, nonché primo degli europei, lo scozzese Allan Wells, oro a Mosca nell’olimpiade senza statunitensi.
Lewis non doppiò con i 200 rimandando l’appuntamento ai Giochi di Los Angeles dell’anno dopo. Via libera quindi per Calvin Smith che si impose nettamente in 20.14 sul connazionale Elliot Quow (20.41). Per il terzo posto Mennea e Wells ingaggiarono un nuovo avvincente duello risoltosi a favore dell’azzurro (20.51 contro 20.51). Nonostante l’età e le varie vicissitudini che avevano caratterizzato gli ultimi tempi il barlettano si confermò primo dei bianchi e primo degli europei.
Fra i grandi di questa prima rassegna un posto di tutto rilievo lo occupò il nostro Alberto Cova, laureatosi campione del mondo dei 10.000 metri dopo un avvincente duello con i tedeschi dell’est Schildhauer e Kunze e il beniamino di casa Vainio.
Cova rimase “nascosto” per quasi tutta la gara lasciando che Mamede e Salazar conducessero la danza fino ai 5000. Nel finale si ritrovarono al comando i due tedeschi, più il finlandese Vainio e il tanzaniano Shahanga. Alberto usò la tecnica vittoriosa messa in atto agli europei di Atene dell’anno prima, per uscire nel rettilineo finale e infilare inesorabilmente gli avversari, strappando alla voce di Paolo Rosi quel ”Cova, Cova, Cova” rimasto negli annali delle telecronache RAI.
Dopo Lewis gli atleti che maggiormente si distinsero furono Edwin Mosesche nei 400 ostacoli ebbe ancora una volta ragione del suo eterno rivale Harald Schmid (47.50 contro 48.61), Willi Wulbeck, autore di una magnifica gara degli 800 (1:43.54) e Sergey Litvinov, dominatore della gara di martello.
Di Koch e Kratochvilova abbiamo già parlato. La ceca oltre quello dei 400 metri colse anche il titolo degli 800 (1:54.68) dove si fregiava del primato del mondo, il longevo (26.7.1983) 1:53.28. Jarmila non fu la sola a doppiare la vittoria mondiale. La imitò l’americanina dalla turbolenta vita sentimentale Mary Decker che si aggiudicò i 1500 e 3000 metri.
La sovietica Tamara Bykova approfittò dell’infortunio di Sara Simeoni e della scarsa vena della campionessa olimpica di Monaco ’72, nonché primatista del mondo, Ulrike Meyfarth, per aggiudicarsi il titolo dell’alto, unica atleta a superare i 2 metri (2.01).
La romena Anisoara Cusmir alla vigilia godeva dei favori del pronostico per la vittoria nel salto in lungo, forte dello straordinario primato del mondo (7.43) stabilito due mesi prima dei mondiali a Bucarest durante i campionati nazionali. La vittoria andò invece alla diciannovenne tedesca dell’est Heike Daute (futura signora Drechsler) che al terzo salto volò a m. 7.27 divenendo la più giovane medaglia d’oro dei mondiali.
Poi grande incetta di medaglie da parte delle tedesche dell’est che si aggiudicarono i 100 (Marlies Oelsner Goer), i 200 (Koch), i 100 ostacoli (Jahn), il disco (Opitz), l’eptathlon (Neubert) e le due staffette.
La gloria locale Kristiina “Tina” Lillak si aggiudicò il titolo del giavellotto con la misura di m. 70.82, salvando così il prestigio nazionale in questa specialità dove i maschi erano clamorosamente naufragati.
Oltre a quella inattesa, ma strameritata di Cova, l’Italia colse una splendida medaglia d’argento con la staffetta 4×100 (Stefano Tilli, Carlo Simionato, PierFrancesco Pavoni e Pietro Mennea) giunta con il tempo di 38.37 (ancora oggi primato italiano) dietro agli Stati Uniti. Del bronzo di Mennea ho già detto.
Per la finale dei 200 si qualificò anche Carlo Simionato che giunse settimo con il tempo di 20.69.
Approdarono alle finali delle rispettive specialità: Salvatore Antico (5000), Mariano Scartezzini (3000 siepi), Luca Toso (alto) e Alessandro Andrei (peso), risultando però esclusi dalla lotta per un posto sul podio.
Maurizio Damilano (marcia 20 km), Alessandro Bellucci (marcia 50 km) e Gianni Poli (maratona), riuscirono a classificarsi fra i primi sette nelle rispettive prove, in un contesto di gare molto impegnative per la agguerrita partecipazione di tutti i migliori specialisti del mondo.
Fra le donne la squadra azzurra registrò solamente i sesti posti di Agnese Possamai (3000 metri), Laura Fogli (maratona) e il settimo di Gabriella Dorio (1500).
Sfortunata in questa occasione Sara Simeoni, campionessa olimpica in carica, bloccata da un infortunio (stiramento al polpaccio destro) mentre si accingeva ad affrontare la misura di 1.87.

Roma 1987 – 2° edizione
La seconda edizione dei mondiali di atletica si disputò quindi, come era nel disegno di Nebiolo, a Roma, allo Stadio Olimpico dal 29 agosto al 6 settembre.
L’Olimpico, la cui costruzione era iniziata poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, doveva diventare sede dei Giochi Olimpici del 1944 che purtroppo non furono disputati causa appunto la guerra.
Le Olimpiadi arrivarono a Roma solo nel 1960 nel pieno rilancio del nostro paese dopo le sciagure belliche.
Quello dei Mondiali era quindi il ritorno al grande evento per l’atletica italiana, dopo la parentesi del 1981 con la Coppa del Mondo.
I titoli in palio erano 24 per i maschi (gli stessi di Helsinki), mentre quelli delle donne salirono a 19 con l’aggiunta dei 10.000 metri, gara che era già stata disputata in occasione della Coppa del Mondo del 1985 e degli Europei del 1986, e della marcia sui 10 km.
A Roma arrivarono 2.500 giornalisti che furono ospitati in un funzionale Centro Stampa situato nel complesso del Foro Italico. Gli atleti, i tecnici e i dirigenti, ad eccezione degli italiani, furono tutti ospitati all’Hotel Ergife, un grande complesso alberghiero sulla via Aurelia. I giudici invece furono concentrati al Palace Hotel in Pineta Sacchetti.
Gli atleti partecipanti salirono a 1451, quasi cento più della prima edizione, e le nazioni salirono a 159 (sei più di Helsinki); mancarono all’appello solo 20 nazioni fra quelle aderenti alla IAAF.
Quattordici nazioni ebbero il loro campione mondiale, mentre ventisette ebbero un medagliato. Quarantasette paesi videro un loro atleta accedere ad una finale.
Il cronometraggio, completamente automatico al centesimo di secondo, venne affidato alla giapponese Seiko che utilizzò tre telecamere per il fotofinish.
La pista (9 corsie) e le pedane dell’Olimpico, realizzate in Sportflex Super X dalla Mondo Rubber di Gallo d’Alba (Cuneo), erano state completamente rifatte ed inaugurate dal Presidente Nebiolo e da Livio Berruti il 3 settembre 1986 nel ventiseiesimo anniversario della vittoria olimpica sui 200 metri del campione torinese. Il battesimo tecnico avvenne una settimana dopo con la disputa della finale del Grand Prix IAAF-Mobil.
I campionati del mondo di Roma ’87 fecero registrare anche un successo strepitoso di pubblico. Oltre 50.000 spettatori di media al giorno per un totale di 518.000 presenze complessive al termine delle otto giornate di gara.
Durante i campionati romani venne migliorato un solo primato del mondo: quello del salto in alto femminile ad opera della bulgara Stefka Kostadinova che il 30 agosto alle 18.56 si elevò fino a 2 metri e nove centimetri, migliorando di un centimetro il primato da lei stessa stabilito l’anno prima (31/5) a Sofia durante il Narodna-Miladesh Meeting.
Per la verità pochi minuti prima (alle 18.40) era caduto anche il primato del mondo dei 100 metri (9.83) ad opera del canadese Ben Johnson, tempo che migliorava il 9.93 di Calvin Smith. Il primato venne in seguito, come noto ai più, annullato per i problemi di doping che investirono Johnson ai Giochi di Seul dell’anno dopo, ed il titolo mondiale assegnato a Carl Lewis, che era giunto secondo nel tempo di 9.93.
Nel settore maschile vennero migliorati i primati dei campionati di ben diciassette specialità sulle ventiquattro in programma; si “salvarono” solo i record dei 200, 1500, 10000, maratona, giavellotto, decathlon e 4×100.
Nelle prove femminili rimasero imbattuti solamente i primati di Jarmila Kratochvilovasui 400 e 800 metri e di Mary Decker sui 3000 piani.
Cinque furono i primati europei migliorati: Schmid (400 ostacoli, eguagliato), Schoenlebe (400), URSS (staffetta 4×100), Gran Bretagna (staffetta 4×400) e Stefka Kostadinova (alto). Ottantacinque i primati nazionali stabiliti durante i mondiali (47 maschili e 38 femminili).
Gli Stati Uniti si aggiudicarono sette titoli con i maschi (100, 200, 110 e 400 ostacoli, lungo e le due staffette) e tre con le donne (lungo, eptathlon e 4×100).
Meglio fece nel complesso la Repubblica Democratica Tedesca i cui atleti si aggiudicarono dieci titoli (quattro con gli uomini e sei con le donne), mentre l’Unione Sovietica eguagliò gli Stati Uniti in quanto a titoli vinti (due uomini e cinque donne).
Fu una edizione dei mondiali veramente eccezionale. Ve lo dice lo scrivente che era nella giuria di partenza e quindi visse l’evento dal campo. Purtroppo, dopo la conclusione delle gare, l’immagine di efficienza offerta dagli organizzatori, dai giudici, dai volontari e da quanti si erano adoperati per la migliore riuscita della manifestazione, venne offuscata da quello che sarà in seguito universalmente conosciuto come il “caso Evangelisti”.
Ma quella è un’altra (ahimè brutta) storia.
Escludendo Ben Johnson furono sei gli atleti che a Roma doppiarono il titolo conquistato a Helsinki quattro anni prima: Lewis (100-lungo), Smith (200), Foster (110 ostacoli), Moses (400 ostacoli), Litvinov (martello) e le due staffette (Stati Uniti).
In campo femminile la sola Martina Opitz (Gdr) rivinse il titolo del disco, gareggiando questa volta col nome da sposata (Hellmann); le fece eco la staffetta 4×400 della sua stessa nazionale che ripresentò le iridate di Helsinki Sabine Busch, vincitrice anche dei 400 ostacoli, e Dagmar Ruesbam (nel frattempo coniugatasi Neubauer), dopo aver perso nel 1986 per abbandono dell’attività la grande Marita Koch.
Veniamo ad alcune delle prestazioni dei singoli.
Calvin Smith, nonostante fosse ancora il primatista mondiale dei 100, questa volta fece una scelta ragionata, limitando la sua partecipazione ai 200, tenuto conto della accesa concorrenza che c’era sulla distanza breve. Scelta saggia che lo portò a doppiare il titolo di Helsinki, nonostante la imprevista resistenza che gli oppose l’outsider francese Gilles Queneherve, giunto secondo con il suo stesso tempo (20.16).
Altro outsider, questa volta europeo, fu il tedesco dell’est Thomas Schoenlebe, che piegò i favoriti Innocent Egbunike (Ngr) e Harry Reynolds (Usa) con un finale di gara travolgente, concluso con il tempo di 44.33 che è tuttora primato europeo.
Tutti africani i vincitori delle gare di media e lunga lena.
Billy Konchellah (Ken) e il somalo Adbi Bile, entrambi atleti atleticamente cresciuti negli States, si aggiudicarono gli 800 e i 1500 metri correndo rispettivamente in 1:43.06 e 3:36.80.
Il favorito Said Aouita non ebbe difficoltà ad imporsi sui 5000 metri in 13:26.44, mentre il “montanaro” keniano Paul Kipkoech infranse il titolo italiano di doppiare l’oro di Helsinki sui 10.000 metri, battendo nella prima giornata dei campionati (29/8) abbastanza nettamente (27:38.63 contro 27:48.98) il nostro Francesco Panetta.
Altro successo keniano nella gara di maratona. Douglas Wakihuru si migliorò di due minuti andando a vincere una gara disputatasi su un percorso duro e competitivo, nel tempo di 2:11.48. Al terzo posto il nostro Gelindo Bordin (2:12.40) che sulle strade romane costruì il successo olimpico dell’anno dopo.
L’argento dei 10.000 e l’eccezionale incoraggiamento del pubblico dell’Olimpico, dettero grande energia e vis agonistica a Francesco Panetta, che si laureò campione del mondo dei 3.000 siepi, una specialità destinata a dare all’Italia grandi soddisfazioni. Eccezionale il tempo ottenuto dal “ragazzo di Calabria”: 8:08.57 ad un soffio dal primato mondiale del keniano Henry Rono (8:05.4) ottenuto a Seattle il 13 maggio 1978.
Gli ostacoli furono appannaggio degli statunitensi.
Greg Foster, uomo della vecchia guardia Usa, continuò ad esprimersi agli alti livelli rivincendo a distanza di quattro anni il titolo in una specialità che stentava a trovare nuovi protagonisti. Lo stesso concetto valse anche per Edwin Moses, l’uomo che dominava da dieci anni la specialità dei 400 ostacoli. Ma per lui, a differenza di Foster, il successore (Danny Harris) incalzava; ma non solo lui. L’arrivo dei 400 ostacoli di Roma ’87 fu uno dei più contrastati che si ricordino. Tre atleti si gettarono fra le cellule (una volta si sarebbe detto sul filo di lana…..). La spuntò la grande esperienza di Edwin che chiuse in 47.46, lasciando Harris e il tedesco Harald Schmid a litigare per i posti d’onore (47.48 per entrambi).
Gara di eccezionale bellezza quella dell’alto uomini, con tre atleti a m. 2.38. La spuntò lo svedese Patrick Sjoberg che sembrava essere in declino dopo i fasti della stagione 1985 sul sovietico Paklin e il connazionale Avdeenko
Doppiette per Sergey Bubka (asta a 5.85) e per Carl Lewis (lungo a m. 8.67), in una gara che lo vide saltare oltre gli 8.40 per ben cinque volte. Secondo il primatista europeo Emmiyan (Urs) con la misura di 8.53.
Alessandro Andrei si presentò a Roma forte del primato del mondo del getto del peso (22.91), ottenuto in una gara molto “particolare” disputatasi il 12 agosto allo Stadio dei Pini di Viareggio. Sulla pedana dell’Olimpico ebbe la meglio lo statuario svizzero Werner Gunthoer che all’ultimo lancio scagliò l’attrezzo a m. 22.23, migliorando il 22.12 del quarto turno, mentre il lanciatore fiorentino si fermò al 21.88 ottenuto al quinto tentativo.
Schult (Gdr) e Litvinov (Urs) distanziarono i metri i secondi nelle rispettive specialità (disco e martello), aggiudicandosi i titoli con relativa facilità.
Dal 1986 la IAAF spostò di 4 centimetri il centro di gravità del giavellotto. L’innovazione portò a un livellamento dei vertici della specialità A Roma la spuntò un finnico, Seppo Raty, unico a superare gli 83 metri (83.54), per la gioia del suo popolo e dei migliaia di praticanti finlandesi di questa specialità.
Nel decathlon, contrariamente alla loro tradizione, gli Stati Uniti non seppero schierare un elemento che potesse contrastare i tedeschi Torsten Voss (gdr) e Siegfried Wentz (Frg) che occuparono i primi due posti della graduatoria con 8.680 e 8.461 punti. L’inglese Daley Thompson non perdeva una gara da nove anni. A Roma mancò clamorosamente e per lui iniziò il declino.
La marcia continuò ad essere prodiga di soddisfazioni per i colori azzurri. Nella 20 km il campione olimpico di Mosca Maurizio Damilano riuscì a confermare i favori del pronostico e ad imporsi nel tempo di 1:20.45. Al quinto posto un altro azzurro: Carlo Mattioli.
I tedeschi dell’est Gauder e Weigel la fecero da padroni nella 50 km dove il nostro Raffaello Ducceschi giunse ad un passo dal podio. Bene anche Sandro Bellucci giunto sesto.
Dominio Usa nelle staffette. Lewis guidò al successo la 4×100 (37.90) davanti alla Unione Sovietica, mentre Harry “Butch” Reynolds stregò tutti con i suoi occhi azzurri e portò al successo il quartetto del miglio in 2:57.29.
Nella velocità donne la sorpresa fu la tedesca dell’est Silke Gladish che doppiò 100 e 200 ed ottenne l’argento con la 4×100. Le sconfitte furono la connazionale Heike Drechsler nei 100 e Florence Griffith (ricordo la tuta spaziale non la quale si presentò alla partenza) nei 200.
Due terzi posti per la grande atleta giamaicana Merlene Ottey, che ritroveremo, venti anni dopo (Alessandro Dumas preveggente….), ad Osaka! Quella di Merlene sarà la ottava partecipazione al mondiale. La giamaicana, classe 1960, ha infatti partecipato alle prime sei edizioni, ha saltato quelle di Siviglia ed Edmonton, è rientrata a Parigi ed ha poi disertato Helsinki 2005. Uno straordinario esempio di longevità atletica!
I 400 metri, orfani di Koch e Kratochvilova, videro l’affermazione di Olga Vladykina, diventata Bryzgina dopo il matrimonio con il velocista Viktor Bryzgin (finalista dei 100), con il tempo di 49.38. Particolare curioso: nella finale dei 400 gareggiarono altre due atlete sposate con altrettanti velocisti e cioè Kirsten Emmelmann (Gdr), giunta terza, e Lillie Leatherwood (Usa) moglie di Emmit King, quinta.
Gara di elevato contenuto tecnico quella degli 800 al femminile. L’ha spuntò Sigrun Wodars (Gdr) in 1:55.26 sulla “gemella siamese” (così erano conosciute le due ragazze in patria) Christine Wachtel (1:55:32).
Doppietta sui 1500 e 3000 metri della sovietica Tatiana Samolenco, una graziosa biondina dalla coda ondeggiante, che era solita uscire negli ultimi metri di gara e piazzare uno sprint vincente.
La norvegese Ingrid Kristiansen scelse all’ultimo minuto di correre i 10.000 abbandonando il progetto di doppiare con la maratona causa un infortunio patito poco prima dei mondiali. Si impose, ma non senza fatica, sulla sovietica Zhupieva, ma con un tempo lontano (31:05.85) dal suo primato del mondo del 1986 (30:13.74)ottenuto al Bislett Stadium di Oslo.
La maratona andò invece alla portoghese Rosa Mota, che approfittò dell’assenza della Waitz e della statunitense Benoit per laurearsi campionessa mondiale.
Una grande Zagorcheva ha dominato con il tempo di 12.34 una delle più grandi gare di sempre sui 100 ostacoli (la quarta corse in 12.49), mentre l’ex primatista mondiale Sabine Busch (Gdr) non ebbe difficoltà ad aggiudicarsi quella dei 400 ostacoli in 53.62.
Abbiamo già citato l’impresa di Stefka Kostadinova, regina incontrastata dell’alto femminile. La studentessa in educazione di fisica entrò in gara a m. 1.85 che saltò al primo tentativo. Parimenti superò le misure di 1.90, 1.96, 1.99 e 2.02. Tremò a m. 2.04 superati alla terza prova, come pure a 2.06 fatti alla seconda. Ci vollero due salti anche alla misura record di 2.09. In tutto 12 salti per un primato che ancora oggi resiste.
Jackie Joyner-Kersee prima di partire per Roma aveva eguagliato a Indianapolis durante i Giochi Panamericani il primato del mondo di salto in lungo che apparteneva a Heike Drechsler (7.45). C’era quindi grande attesa per il duello sulla pedana dell’Olimpico fra le due fuoriclasse della specialità. L’americana piazzò al terzo tentativo un 7.36 al quale la tedesca, sfibrata anche dalla partecipazione ai 100 metri, non seppe che opporre un “timido” 7.13 che non le valse neppure l’argento in quanto la sovietica Belevskaya la superò di un centimetro.
Due giorni prima della finale del lungo l’americana aveva vinto il titolo dell’eptathlon con 7.128 punti a soli 30 punti dal suo primato del mondo.
Vittorie scontate, ma a volte sofferte, per Natalia Lisovskaia nel peso (21.24), Martina Hellmann(nata Opitz) nel disco (71.62) e Fatima Whitbread (76.64) nel giavellotto.
Drammatico il finale della gara dei 10 km di marcia con molte atlete giunte disidratate all’arrivo. Vittoria per la sovietica Irina Strakhova, un nome nuovo della specialità.
Successo a sorpresa degli Stati Uniti (Brown, Williams, Griffith e Marshall) nella staffetta 4×100 (41.58) sulle favorite tedesche della DDR (41.95), costrette a rinunciare alla Drechsler.
Scontato invece il successo di queste ultime nella 4×400 (Neubauer, Emmelmann, Muller e Busch) in 3:18.63 sull’Unione Sovietica.
Degli italiani medagliati (Panetta, Damilano, Bordin, Andrei) abbiamo già detto: due ori, due argenti e un bronzo (il secondo bronzo fu quello di Evangelisti, giustamente restituito da Giovanni).
Pierfrancesco Pavoni, nonostante problemi fisici vari riuscì a conquistare la finale in entrambe le gare di velocità; anche la staffetta veloce (Madonia, Gorla, Catalano e Pavoni) raggiunse la finale, ma ottenne solo un settimo posto.
Per il resto anonime prestazioni. Anche le ragazze, orfane di Sara Simeoni, ebbero scarse possibilità di mettersi in luce.

fonte: Redazione / Foto: casa80.it e sporting-heroes.net

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