VERSO I MONDIALI DI OSAKA – 2A PUNTATA

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Tokio 1991 – 3° edizione
Il Consiglio della IAAF riunitosi a Roma nel mese di marzo 1987 scelse Tokio quale sede della 3a edizione dei Campionati Mondiali, che si sarebbero tenuti nel 1991 dal 24 agosto al 1° di settembre (il 23 si svolse solo la cerimonia d’apertura). La cadenza era ancora quadriennale, un anno prima dell’olimpiade; sarebbe stata l’ultima volta. Dal 1993 infatti i campionati assunsero cadenza biennale.
Si ripeteva così la staffetta Roma-Tokio che trenta anni prima aveva visto le due capitali succedersi nella organizzazione dei Giochi Olimpici.
Le gare si svolsero al National Stadium di Tokio, un complesso costruito nel 1924 e ristrutturato nel 1953 per ospitare la 3° edizione dei campionati asiatici del 1958.
Nell’ottobre del 1964 lo stadio aveva ospitato le gare dei XVIII Giochi Olimpici, approdati per la prima volta in Asia.
I Campionati Mondiali ebbero un grande successo che gratificò la solita, scrupolosa organizzazione dei giapponesi. Ad essi parteciparono 1517 atleti provenienti da 167 paesi. Ancora un incremento dei dati rispetto a Roma ’87.
Sedici paesi poterono vantarsi di aver fornito un campione del mondo; i paesi medagliati furono 29, mentre 52 quelli che ebbero almeno un finalista.
Nonostante le difficoltà ambientali (caldo e umidità molto elevate che penalizzarono le gare di lunga lena), si ebbero risultati eccellenti anche se in regresso rispetto a quelli delle Olimpiadi di Seul del 1988.
Il fatto fu dovuto all’inasprimento dei controlli anti-doping che indussero gli atleti a astenersi dall’uso di prodotti proibiti o, quanto meno, ad essere più prudenti nella loro assunzione!
Nonostante ciò ben 11 primati dei campionati vennero migliorati in campo maschile (100, 200, 1500, 5000, 20 km marcia, 110 ostacoli, asta, lungo, giavellotto, decathlon e staffetta 4×100), uno venne uguagliato (alto), in campo femminile l’effetto anti-doping si fece sentire maggiormente: infatti i primati migliorati furono sono quattro (3000, 400 ostacoli, 10 km marcia e staffetta 4×400).
Furono migliorati tre primati mondiali (100, lungo e staffetta 4×100), tutti nel settore maschile e tutti recanti l’impronta di Carl Lewis ormai avviato a diventare il più grande atleta di tutti i tempi. Carl infatti vinse l’oro nei 100 e condusse al successo la staffetta statunitense, mentre nel lungo si classificò al secondo posto dopo una storico duello con Mike Powell, l’uomo che ventitre anni dopo l’impresa di Città del Messico, subentrò a Bob Beamon quale primatista della specialità.
Gli Stati Uniti vinsero 26 medaglie di cui 10 d’oro (9 con i maschi e 1 solo con le donne), seguiti dall’Unione Sovietica con 9 ori (di cui 6 provenienti dal settore femminile). Particolarmente festeggiata la conquista del titolo mondiale del decathlon ad opera di Dan O’Brien. Infatti, nonostante la favorevole tradizione olimpica (su sedici edizioni dei Giochi gli statunitensi si erano aggiudicati dieci titoli olimpici del decathlon, fra i quali quello si Stoccolma del 1912 restituito a Jim Thorpe), gli Usa non avevano ancora vinto il mondiale della specialità (Thompson nel 1983 e Voss nel 1987).
Mentre il Kenia fece incetta di titoli nelle corse (800, 5000, 10000 e 3000 siepi) riservate ai maschi, grosse delusioni attesero paesi che avevano fatto la storia dell’atletica quali la Germania, presentatasi per la prima volta con la squadra unificata dopo la caduta del muro di Berlino avvenuta nel novembre del 1989, alla quale andò un solo titolo (disco), la Finlandia (giavellotto) e la Gran Bretagna, sorprendentemente prima nella 4×400 davanti ai favoritissimi Stati Uniti. Bene si comportarono invece le tedesche con quattro titoli mondiali (100, 200, alto e eptathlon).
Gli azzurri conquistarono una sola medaglia d’oro nella 20 chilometri di marcia con Maurizio Damilano, in una gara che vide altri due italiani classificarsi fra i primi dieci (De Benedictis quarto e Arena settimo).
Nessun altro italiano riuscì a salire sul podio. La staffetta veloce (Longo, Madonna, Floris e Tilli) giunse quinta in 38.52; dopo di lei solo Salvatore Bettiol (maratona) e Giuseppe De Gaetano (marcia 50 km) riuscirono a classificarsi fra i primi sei.
Ma vediamo le prestazioni dei singoli.
Il 12 giugno 1989, sotto giuramento, Ben Johnson aveva ammesso al procuratore canadese Robert Armstrong che aveva iniziato a far uso di stanazololo fin dagli anni 1981 e 1982. Ben confessò di aver fatto uso di sostanze dopanti anche prima dei Campionati di Roma ’87 e dei Giochi Olimpici di Seul.
Il consiglio della IAAF, riunitosi dal 4 al 6 settembre 1989 applicò per la prima volta il principio della retroattività di un provvedimento disciplinare per un reo confesso di doping e quindi cancellò il nome di Ben Johnson da tutti i risultati conseguiti dall’atleta. Dal 1 gennaio 1990 Ben Johnson non detenne più alcun record e fra questi quello dei 100 metri che passò così a Carl Lewis che a Seul aveva corso la distanza in 9.92.
La finale dei 100 a Tokio fu la più grande disputata sulla distanza fino a quel momento. Vennero stabilite le prime 4 performances di sempre da parte di atleti diversi e stabiliti il primato del mondo, l’europeo, il centro africano e l’africano.
Con il tempo di 9.92 Linford Christie non salì sul podio!
Vinse Carl Lewis al termine di una gara viziata in partenza da una falsa “millimetrica” (0.090) di Dennis Mitchell non rilevata da un distratto (non portava la cuffia) starter giapponese. Il tempo di 9.86 da lui conseguito frantumava la barriera dei 9.90. e trascinava anche il secondo classificato Leroy Burrell, sotto quel limite fino a poco tempo fa ritenuto difficilmente valicabile.
Sui 200 metri si impose in 20.01 lo statunitense Michael Johnson, che avrebbe vinto facilmente anche i 400 come sarebbe poi fatalmente successo. Al secondo posto il namibiano Frankie Fredericks (20.34), il solo con Robson Da Silva a doppiare la finale delle gare di velocità.
Assente Johnson, Antonio Pettigrew ebbe buon gioco a regolare in 44.57 nei 400 metri, atleti che alla vigilia erano più quotati di lui, quali l’inglese Roger Black (44.62) e il connazionale Danny Everett (45.97).
Anche il campione uscente Billy Konchellah non era fra i favoriti venendo da un quadriennio di guai muscolari. In finale il keniano lasciò sfogare il brasiliano Barbosa, per poi fulminarlo con un 200 metri finale (25.2) di straordinario valore, concludendo la gara in 1:43.99.
Non si fece invece sorprendere l’algerino Noureddine Morceli sui 1500 conclusi con una progressione impressionante che gli permisero di infliggere al secondo classificato (Wilfred Kirochi) un distacco di circa 2 secondi (3:32.84 contro 3:34.84).
Dominio keniano nelle gare di fondo. I 5000 andarono a Yobes Ondieki nel tempo di 13:14.45. mentre i 10000 furono appannaggio di Moses Tanuiche regolò il connazionale, e cugino, Richard Chelimo in 27:38.74.
In questa finale si verificò il dramma di Salvatore Antibo con la manifestazione, al quarto chilometro di gara, del “piccolo male”, una malattia risalente con tutta probabilità ad un trauma conseguente ad un incidente stradale patito in tenera età. Un male che riduce in uno stato di trance (perdita improvvisa di coscienza).
Anche i 3000 siepi non si sottrassero allo strapotere degli uomini degli altopiani. Vinse in 8:12.59 Moses Kiptanui su Patrick Sang (8:13.44).
Il trentatreenne Greg Foster, che a Seul con due placche di metallo e dodici chiodi nel braccio sinistro a riparare i danni di una rovinosa caduta a un mese dai trias, si era fermato alla semifinale, lasciò l’impronta della sua zampata sulla specialità andando a vincere, al pari di Lewis e Bubka, il suo terzo titolo mondiale. Tempo: 13.06 lo stesso del secondo classificato Jack Pierce, anche lui statunitense.
Le foto di Akii-Bua e Edwin Moses avevano coltivato i sogni del giovane Samuel Matete, proveniente da uno dei paesi più poveri dell’Africa: lo Zambia.
Il trasferimento negli Usa grazie a una borsa di studio hanno contribuito alla sua maturazione tecnica che lo ha portato al titolo mondiale dei 400 ostacoli in 47.64, dominando un lotto di concorrenti molto agguerriti fra i quali quel Kevin Young che un anno dopo a Barcellona stupirà il mondo con il suo fantastico 46.78, primato tuttora imbattuto.
Lo statunitense Charles Austin “approfittò” dell’infortunio patito alla caviglia da Javier Sotomayor per salire fino a m. 2.38 dove era collocato il titolo mondiale dell’alto, una enormità per lui che era alto solo 1 metro e 83 centimetri. Al secondo posto si classificò il cubano primatista del mondo (2.44 a San Juan il 29 luglio 1989) con m. 2.36.
Ci volle un terzo tentativo a 5.95 per dare a Sergey Bubka la certezza di aver conquistato il suo terzo titolo mondiale. Il dubbio era ingenerato dalle sue cattive condizioni fisiche, causate da un malanno al tallone sinistro che lo tormentava da mesi. Ma il campione olimpico di Seul e pluriprimatista mondiale sia all’aperto che indoor, aveva classe da vendere che gli permetteva di aver ragione anche del male.
Ma adesso attenzione! Sono scesi in pedana i finalisti della gara di salto in lungo.
Carl Lewis veniva da una serie di 65 vittorie consecutive iniziata a Detroit il 13 marzo 1981 (m. 8.48). L’ultima perla di questa serie l’8.64 ottenuto a New York il 15.6.91. Dieci anni di successi. Il miglior risultato della straordinaria progressione l’8.79 ottenuto a Indianapolis il 19.6.1983.
Nonostante fosse già stato designato dalla storia come il più grande saltatore in lungo di tutti i tempi, il primato della specialità era strettamente in pugno a Robert “Bob”Beamon che lo aveva stabilito con la misura di 8.90 ai 2.248 metri di altitudine di Città del Messico (+2.0 m/s) al termine della brevissima gara olimpica (due soli salti e poi 4 “passo”) che l’americano aveva “ucciso” al primo tentativo.
Carl conosceva benissimo il suo avversario più pericoloso, lo psicologo californiano Mike Powell.
Powell era reduce da un probante 8.73 ottenuto al Sestriere sia pure con vento favorele (+2.6 m/s).
I due atleti si erano incontrati quindici volte. La prima volta a Los Angeles il 15 maggio del 1983. Lewis aveva vinto con un balzo straordinario a 8.56 mentre Powell si era fermato a 7.60. Carl non aveva mai perso. Solo il 15 giugno a New York Powell gli si era avvicinato a un centimetro (8.64 contro 8.63).
Lewis non sapeva ancora che la sedicesima volta gli sarebbe stata fatale. I dati statistici erano tutti dalla sua parte. Lewis infatti deteneva 17 delle 30 migliori prestazioni di tutti i tempi e negli ultimi dieci anni per ben otto volte era finito al primo posto della lista stagionale.
Alla finale parteciparono 13 concorrenti. Tutti quelli che avevano saltato almeno m. 8.01 in qualificazione; il primatista europeo Robert Emmiyan, argento a Roma ’87, rimase fuori dalla finale pur avendo saltato otto metri.
Noi concentreremo la nostra cronaca sui due principali attori. Quando iniziò la finale è una notte di luna piena con minacciose nubi temporalesche, la temperatura era di 27° e l’umidità dell’83%.
I turni di salto vedevano Powell saltare per settimo e Lewis per undicesimo.
Il primo salto di Powell fu deludente, solo m. 7.85 (+0.2), mentre invece Lewis sembrò aver già “ucciso” la gara atterrando a m. 8.68 (+0.0).
Al secondo tentativo Powell fu più attento e realizzò un 8.54 (+0.4) di ottima fattura. Nullo millimetrico invece per Lewis che a tutti parve migliore del primo salto.
Al terzo tentativo Powell saltò m. 8.29 (+0.9), mentre Lewis grazie a un vento di +2.3 m/s volò a m. 8.83, migliorando in tal modo il suo primato personale.
Un nullo molto contestato da Powell (valutato 8.76), ma giustamente sanzionato, caratterizzò il quarto turno di salti, che vide Lewis, sospinto da una brezza di +2.9 m/s, veleggiare a m. 8.91; un centimetro più dello storico primato di Beamon.
Chiunque al posto di Powell si sarebbe abbattuto dinanzi a tanta bravura e valentia. Invece Powell trasse da questa situazione la determinazione di battere il primo in quel momento in classifica: cioè Lewis.
Al quinto tentativo, sotto gli occhi di un Lewis in ansia, Powell affrontò il salto aiutato da un trascurabile vento favorevole di 0.3. Staccò a 3 centimetri dalla plastilina e si produsse in una parabola molto alta che lo portò ad atterrare a m. 8.95. Bob Beamon era cancellato!
Mike Powell si scatenò allora in una corsa sfrenata verso le tribune sollevando i pugni al cielo.
Intanto il trentacinquenne Larry Myricks realizzava un 8.42 conquistando il bronzo.
Lewis dette prova di tutta la sua grandezza ottenendo al quinto tentativo la misura di m. 8.87 (+ 0.2 m/s), terza miglior prestazione di tutti i tempi.
L’ultimo salto di Powell fu nullo, mentre Lewis saltò m. 8.84 (+1.7 m/s), la quinta miglior misura di sempre.
Sui cinque salti validi Lewis aveva ottenuto una media di m. 8.83, che saliva a 8.86 sugli ultimi quattro.
Lo statistico Don Potts osservò che Powell superando Beamon, aveva favorito Jesse Owens nella conservazione della longevità del suo primato di salto in lungo. Owens infatti detenne il primato per 25 anni e due mesi, mentre Beamon solo 22 anni e 10 mesi!
Carl Lewis riuscì a mascherare bene la sua delusione, rilasciando questa dichiarazione: “Sono cose che succedono. Il lungo e i 100 metri sono state le più grandi gare di tutti i tempi, e io ho avuto la fortuna di essere stato protagonista di entrambe”.
Il racconto di questa fantastica finale, una pagina straordinaria della storia atletica, ci ha costretto a rubare spazio agli altri protagonisti di quel mondiale.
Grande anche la gara di salto triplo con l’affermazione di misura dello statunitense Kenny Harrisonsul campione europeo Leonid Voloshin (17.78 contro 17.75); terzo Mike Conley (Usa) a m. 17.62.
Conferma nel peso del campione di Roma lo svizzero Werner Guenthoer, con un lancio a m. 21.67.
Il titolo del disco andò al tedesco Lars Riedel con l’ottima misura di m. 66.20, mentre Yuriy Sedykh fece suo quello del martello con un bel lancio a m. 81.70.
Soddisfazione enorme per i finlandesi per la doppietta di Kinnunen (m. 90.82) e il campione uscente Raty (88.12) nel lancio del giavellotto. Stessa sensazione per gli statunitensi per la vittoria di Dan O’Brien nella prova del decathlon con 8.812 ad insidiare il primato del mondo di Daley Thompson (p. 8.847 a Los Angeles nel 1984).
Impazziti i giapponesi per la vittoria di Hiromi Taniguchiin una maratona durissima con partenza alle 6 del mattino per tentare di sfuggire al caldo e alla umidità (all’arrivo era di 90°). Solo ottavo il campione olimpico di Seul, Gelindo Bordin.
Maurizio Damilano (1:19.37 sui 20 km) ha approfittato di una ingenuità in pista del sovietico Mikhail Shchennikov (1:19.46) per andare a vincere una gara che lo aveva sempre visto fra i protagonisti.
Ancora un primato del mondo per gli Stati Uniti nella staffetta 4×100. Il quartetto composto da Cason. Burrell, Mitchell e Lewis ha coperto la distanza in 37.50, davanti alla Francia (37.87). Quinta l’Italia in 38.52.
Grossa sorpresa nella 4×400 dove la Gran Bretagna (Black, Derek, Regis, Akabusi) adottando una tattica nuova (il più forte quattrocentista in prima frazione (Black nella fattispecie), ed approfittando del fatto che gli Usa non schierano Michael Johnson, ebbe ragione degli Stati Uniti (Valmon, Watts, Everett, Pettigrew) correndo sul piede del primato europeo (2:57.53) con gli americani secondi per un soffio (2:57.57).
Nomi nuovi alla ribalta fra le donne dell’atletica mondiale. Regina della velocità è la bionda tedesca Katrin Krabbe, fisico da modella, che in entrambe le prove di sprint, circostanza molto singolare, regolò nell’ordine Torrence, Ottey e Privalova.
Nel giro di pista la Guadalupa offre alla Francia un’atleta dal fisico eccezionale destinata ad aprire una stagione di successi clamorosi: Marie-José Perec. La ragazza vince in 49.13 battendo la grintosa tedesca Grit Breuer (49.42), prenotando l’oro olimpico di Barcellona.
Vittoria storica per l’Algeria nei 1500 con Hassiba Boulmerka (4:02.21) davanti a Tatyana Dorovskikh, già signorina Samolenko, campionessa a Roma della specialità e dei 3000 piani, specialità quest’ultima nella quale a Tokio a bissato il titolo.
Nel salto in lungo si sono riproposte le protagoniste di Roma ’87: Jackie Joyner-Kersee, che si è confermata campionessa con l’ottima misura di m. 7.32, e la tedesca Drechsler, seconda con m. 7.29.
La Joyner si è però dovuta ritirare nell’eptathlon per infortunio patito proprio nella prova del lungo, lasciando via libera alla tedesca Sabine Braun che ha chiuso con 6.672 punti sulla rumena Nastase.
Gli ostacoli femminili hanno parlato russo. Nei 100 ha vinto la indiscussa protagonista della specialità: Leonova Narozhilenko in 12.59 su Gail Devers (12.63), mentre sui 400 ostacoli Tatyana Ledosvskaya (53.11) ha confermato i favori del pronostico laureandosi campionessa del mondo.
La più forte nell’alto era la tedesca Heike Henkel e la saltatrice, allieva di Ulrike Meyfarth, non ha tradito l’attesa imponendosi con l’ottima misura di m. 2.06.
Oro alla Cina nel peso e nel giavellotto per merito di Huang Zhihong (20.83) e Xu Demei (68.78), mentre nel disco la bulgara Khristova è tornata ai fasti di un tempo “trovando” un lancio a m. 71.02 che ha lasciato di stucco la favorita Ilke Wyludda.
Dominio russo nella marcia sui 10 km e vittoria di Alina Ivanova (41.27) con Ileana Salvador e Annarita Sidoti rispettivamente settima e nona.
La Giamaica (Cuthbert, Duhaney, McDonald e Ottey) ha vinto la staffetta 4×100 in 41.94 su Unione Sovietica e Germania. Gli Stati Uniti erano usciti in semifinale per ritiro.
Nessun problema per le sovietiche nella 4×400. Bryzgina, Dzhigalova, Ledovskaya e Nazarova, sono andate sul gradino più alto del podio forti del 3:18.43 ottenuto contro gli Stati Uniti e la forte Germania.
Senza dubbio una grande edizione dei campionati del mondo, illuminata da due grandi eventi (100 e lungo) che rimangono descritti a caratteri cubitali nella storia della nostra atletica.

fonte: Redazione Atleticanet -Foto: Reuters/The Bettman Archive

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