VERSO OSAKA – 4A PUNTATA

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Siviglia 1999 – 7° edizione
Avrete sicuramente notato che delle sei edizioni dei mondiali fino ad oggi disputati, ben cinque sono state organizzate da nazioni europee ed una sola varcò mari e monti per approdare in Giappone.
Anche la settima edizione non fece eccezione e approdò per la prima volta in Spagna, nella dolce città di Siviglia, ospitata all’Olympic Stadium de La Cartuja dal 20 al 29 agosto.
Gli spagnoli, dopo l’olimpiade di Barcellona (1992) avevano, come suol dirsi, ripreso fiato e non avevano più organizzato grossi eventi atletici all’aperto, fatta eccezione della finale di Coppa Europa del 1996 a Madrid. Grande fu quindi il loro impegno per questa edizione del campionati che vide stabilito il primato dei paesi partecipanti, saliti a 201, mentre gli atleti partecipanti furono 1821.
Il numero delle nazioni che poterono vantare un campione del mondo scese a 21, quelli medagliati a 42 e quelli che poterono annoverare almeno un finalista furono 61.
A Siviglia furono migliorati due primati del mondo. Michael Johnson completò il capolavoro iniziato ad Atlanta nel 1996 (primato dei 200 metri in 19.66, a detronizzare dopo diciassette anni il nostro Pietro Mennea), stabilendo anche il record del mondo dei 400 metri piani. L’americano corse infatti la distanza in 43.18 alle 20.45 del 26 agosto, passando in 21.22 ai 200 e in 31.66 ai 300 metri e chiudendo l’ultimo 100 in 11.52. Solo oggi, alla vigilia dei mondiali di Osaka, è apparso all’orizzonte della specialità l’uomo capace di fare meglio di Johnson: Jeremy Wariner!
Il secondo primato venne dalla gara di salto con l’asta, specialità che faceva la prima volta ingresso nel programma dei campionati. A stabilirlo un’altra statunitense di lontane origini toscane: Stacy Dragila che entrando a m. 4.15, con 15 salti riuscì a salire fino ai m. 4.60 del primato, fallendo poi tre tentativi a m. 4.65.
L’Italia tornò da Siviglia con quattro medaglie: un oro e tre argenti. Sicuramente un bottino migliore di Atene, ma inferiore a quello di Göteborg del 1995.
Il metallo più prezioso andò a Fabrizio Mori, splendido protagonista dei 400 ostacoli corsi in 47.72. La gara conobbe momenti di grande tensione non prima e neppure nel durante, ma nel dopo, in quanto i francesi mossero reclami circa il passaggio dell’ostacolo da parte dell’azzurro. Il problema venne risolto grazie anche all’intervento dei filmati della RAI che permisero ai giudici di constatare la regolarità comportamentale del nostro ragazzo.
L’argento andò al collo di una delusa Fiona May, delusa non tanto per il risultato quanto per il modo con il quale l’atleta di casa, Niurka Montalvo, cubana diventata spagnola per matrimonio, era arrivata al successo grazie ad un ultimo salto misurato a m. 7.06 dopo che la punta della scarpetta di Niurka aveva sicuramente oltrepassato il bordo estremo della pedana di battuta, ma – a detta del giudici addetto al controllo – non l’aveva scalfita.
Vani i ricorsi presentati dai responsabili azzurri.
Gli altri due argenti, uno dei quali poi tramutatosi in oro dopo la squalifica per doping del russo German Skurgyn, vennero dalla strada. Ivano Brugnetti, fu autore di una gara meravigliosa sui 50 km ma nulla aveva potuto contro il russo, che approfittando della squalifica al 40 km di Robert Korzeniowski aveva colto un successo insperato. Il controllo doping fece giustizia e dopo alcuni mesi l’oro venne attribuito all’azzurro.
La gara di maratona aveva visto il successo di Abel Anton, uomo di casa, ma il siciliano Vincenzo Modica con un finale vigoroso seppe conquistare un secondo posto di grande prestigio. Determinante la sua prestazione, insieme a quella di Giovanni Ruggiero (25°), Daniele Caimmi (10°), Danilo Goffi (5°) e Roberto Barbi (20°), per far aggiudicare all’Italia la Coppa del Mondo di specialità.
Gli Stati Uniti in totale conquistarono 17 medaglie (11 d’oro, 3 d’argento e 3 di bronzo), 13 la Russia (6/3/4) e 12 la Germania (4/4/4).
Velocemente, per ragioni di tempo (Osaka incalza), citerò la storica doppietta di Maurice Greene sui 100 (9.80) e i 200 metri (19.90), mai realizzata da alcun velocista prima di allora. Il terzo successo consecutivo di Wilson Kipketer (questa volta per i colori della Danimarca) in 1:43.30. Stupì il concorso dell’asta senza lo zar Sergey Bubkail cui regno era durato la bellezza di 15 anni (1983-1997), che vide il successo di Maksim Tarasov alla misura di m. 6.02. Continuò la serie delle affermazioni nel lungo del cubano Pedroso (8.56) al terzo successo consecutivo, Il ceco Tomas Dvorak confermò di essere lui il re della specialità. Due titoli consecutivi e il primato del mondo stabilito il 3 e 4 luglio a Praga in Coppa Europa, erano li a testimoniarlo.
Era partita con l’obiettivo di conquistare 4 medaglie d’oro. Un infortunio sui 200 metri la costrinse a contentarsi di un oro (100 metri) e un bronzo (salto in lungo). Parliamo di Marion Jones.
Due delle atlete che salirono sul podio dei 100 ostacoli: Devers (1°) e Engquist (3°) potevano vantarsi di aver sconfitto, oltre alle avversarie, un ben più agguerrito nemico: il cancro!
Non fu questo male, bensì un attacco cardiaco, a far scomparire nella notte fra il 6 e il 7 novembre, Primo Nebiolo. L’uscita di scena del grande dirigente sportivo lasciò un vuoto incolmabile nel mondo dell’atletica leggera e dello sport in generale. Sembrerà paradossale ma quel vuoto ancora oggi, a distanza di otto anni dalla sua morte, è palpabile, almeno per quelli della mia generazione, in ogni atto e in ogni circostanza che ci riconduca su un campo di gara. Impossibile poi trovare negli attuali dirigenti, un termine di paragone con questo uomo che, nonostante le critiche che gli piovvero addosso, era riuscito a dare dignità e diffusione al nostro sport del cuore.

Edmonton 2001 – 8° edizione
Per la seconda volta il campionato del mondo lasciò l’Europa per trasferirsi oltre oceano. Fu il Canada, già teatro dei Giochi Olimpici del 1976 e della 2° edizione della Coppa del Mondo (1979), ad ospitare l’8° edizione nella città di Edmonton dal 2 al 12 agosto.
Al Commonwealth Stadium confluirono 1677 atleti in rappresentanza di 189 paesi. Numeri inferiori ai precedenti, come spesso era accaduto in passato, quando la sede dell’evento non era alla semplice portata di tutti.
Le nazioni “campioni” furono 23 e quelle medagliste 41. Sessantotto ebbero atleti finalisti.
Nel corso dei campionati non si registrarono primati del mondo.
Gli Stati Uniti dominarono ancora una volta il medagliere all’alto delle 19 medaglie conquistate (9/5/5), appaiati alla Russia (6/7/6).
Gli italiani tornarono a casa con quattro medaglie. Un oro (Fiona May), un argento (Fabrizio Mori) e due bronzi (Betty Perrone e Stefano Baldini).
Due casi di doping turbarono l’ambiente azzurro. Il primo caso escluse dal mondiale Andrea Longo (nandrolone), mentre il secondo colse il toscano Roberto Barbi (Epo) dopo la gara di maratona conclusa al 60° posto.
Terzo titolo consecutivo sui 100 metri per Maurice Greene, primatista del mondo (9.79) della specialità, con un probante 9.82 (vento – 0.2 m/s). I 200 furono appannaggio del greco Kedéris (o Kenteris) Konstadinos (20.04). Con quello che succederà tre anni dopo, proprio ad Atene, c’è da riflettere molto su questo risultato.
Allen Johnson (13.04) pareggiò il conto con Greg Foster, vincendo anche lui il suo terzo mondiale dei 110 ostacoli, proprio nel momento in cui nessuno se lo aspettava.
Terzo titolo anche per El Guerrouj sui 1500 che, se non altro, è servito a lenire la grande delusione patita a Sydney quando il keniano Ngeny gli soffiò l’oro proprio nel finale di gara.
Solito dominio dei keniani nelle gare di fondo con le vittorie di Richard Limo (5000) e Charles Kamathi (10.000).
L’etiope Gezahegne Abere, nonostante l’oro olimpico conquistato a Sydney, non godeva dei favori del pronostico. Invece Abere si era ben allenato e vinse il mondiale (2:12.42) con uno sprint insolito per il tipo di competizione, sul keniano Simon Biwot (2:12.43). Terzo in questa competizione il nostro Stefano Baldini (2:13.18), che sembrò aver dimenticato il ritiro nella prova olimpica australiana.
Nella Coppa del Mondo di maratona gli azzurri: Baldini (3°), Di Cecco (17°), Leone (11°) e Barbi (60° poi squalificato), si sono classificati al terzo posto dopo Etiopia e Giappone.
La finale dei 400 ostacoli fu una delle più belle e valide dell’intero programma. Quattro atleti scesero sotto i 48.00. Su tutti è emerso il dominicano Felix Sanchez, un atleta cresciuto negli Usa, presentatosi con un 47.95 di tutto rispetto.
Ad Edmonton ha saputo battere il nostro Fabrizio Mori (47.49 contro 47.54), autore di una gara spettacolare conclusa con l’ennesimo primato italiano migliorato e terza prestazione di sempre in Europa.
Il cubano Ivan Pedroso portò a cinque, consecutivi, i titoli mondiali del lungo, con un salto di m. 8.40 ottenuto alla quinta prova.
Ritorno alla vittoria mondiale anche per Jonathan Edwards, al suo secondo titolo con l’ottima misura di m. 17.92, che si collocava al nono posto della graduatoria all-time della specialità.
A proposito di “ripetitivi” come non ricordare i tre titoli di John Godina (alla pari con lo svizzero Günthor), i tre del giavellottista Jan Zelezny (92.80), ma soprattutto i cinque del tedesco Lars Riedel nel lancio del disco (69.72).
Avara di risultati per noi la marcia maschile. Nella 20 km vinta dal russo Roman Rasskazov, Alessandro Gandellini fu solo 12°, mentre nella 50 km, che fece registrare il nuovo successo di Robert Korzeniowski, il nostro Marco Giungi fu ottavo.
Nella 4×100 gli Stati Uniti non schierano Maurice Greene. Vinsero lo stesso (Grimes, B. Williams, Mitchell e Montgomery) in 37.96 sul Sudafrica (38.47). I nostri erano usciti in semifinale.
In campo femminile Marion Jones conquistò due ori (200 e 4×100), perse per un soffio quella dei 100 che le fu “scippata” (nel senso di strappata) da una scatenata Zanna Pintusevich-Block. Un’altra delle atlete croce e delizia degli statistici sempre in allarme per i suoi cambiamenti di…cognome!
Sorvoliamo, ma senza dimenticarli, i successi della senegalese Amy Mbackè Thiam (400 in 49.86), prima vittoria di una africana nella specialità e primo titolo mondiale per il paese caro al nuovo presidente della IAAF Lamine Diack, il secondo titolo di Maria Lurdes Mutola, dominatrice indiscussa degli 800 metri, la ritirata di Gabriela Szabo sui 1500, vinti in 4:00.57) per sottrarsi al dominio delle russe e delle keniane sulle distanze più lunghe (Yegorova prima nei 5000 e Derartu Tulu sui 10.000). Come ignorare però il gran tempo (12.42) con il quale Anjanette Kirkland(Usa) ha fatto suo il titolo dei 100 ostacoli, e il secondo oro mondiale della marocchina Nezha Bidouane sulle barriere dei 400 (53.34)?
Fiona May veniva da una stagione incerta, costellata di risultati modesti. La preparazione svolta un mese e mezzo prima dei mondiali l’aveva invece rigenerata e l’anglo-fiorentina si è presentata caricatissima all’appuntamento di Edmonton, decisa a vendicare la sconfitta patita a Siviglia nel 1999. Già in qualificazione (1° del Gruppo A con m. 6.80) si era visto che in pedana c’era una Fiona decisa a puntare all’oro.
In finale, al terzo salto, Fiona toccò la sabbia a m. 7.02 (+2.6 m/s) e balzò al comando della classifica provvisoria. Tremò solo al quarto tentativo della Kotova, quando la ragazza russa, sospinta da un vento di + 3.6 m/s, approdò a m. 7.01. Solo alcuni millimetri di sabbia dietro alla nostra portacolori. Terza l’ispano-cubana b>Montalvo con m. 6.88. Vendetta compiuta!
Era la quarta medaglia conquistata da Fiona May ad un mondiale (due ori Goteborg e Edmonton, un argento a Siviglia e un bronzo ad Atene ’97), un altro trofeo da aggiungere ai due argenti olimpici (Atlanta ’96 e Sydney ’00).
La russa Olimpiada Ivanova, squalificata per doping dopo Atene ’97 nella gara in pista dove era giunta seconda dietro ad Annarita Sidoti, era tornata alle gare nel 1999, ma aveva disertato, misteriosamente, i Giochi di Sydney.
Ad Edmonton sulla 20 km la russa fece gara di testa (1:27.48), mentre alle sue spalle battagliarono a lungo la bielorussa Tsybulskaya e la nostra Betty Perrone, che si era lasciata coraggiosamente alle spalle la delusione per la incredibile, quanto ingiusta, squalifica patita in Australia l’anno prima e poche centinaia di metri dall’oro olimpico.
Mentre la Tsybulskaya si aggiudicava il secondo posto dietro alla Ivanova, Betty e l’altra russa, Natalia Fedoskina, si disputarono allo sprint il terzo posto. Ma Natalia era stata protagonista di un rush finale che non aveva convinto i giudici tanto da indurli a squalificare l’atleta e quindi il bronzo andò alla Perrone (1:28.56), mentre al quarto posto si classificò Erica Alfridi (1:29.48). Il tutto a confermare ancora una volta che la marcia rappresentava una inesauribile fonte di medaglie azzurre.

fonte: Redazione Atleticanet – Foto archivio IAAF

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