SI CONCLUDE LA STORIA DEI MONDIALI – 5A PUNTATA

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Parigi 2003 – 9° edizione
Ormai la mia non è più storia bensì cronaca; cronaca dei nostri giorni con i protagonisti tuttora impegnati a calcare piste e pedane, ancora sulle pagine dei quotidiani, magari con motivazioni non sempre squisitamente sportive, anche se sempre connesse al nostro sport.
Dopo la parentesi canadese i campionati del mondo tornarono nella vecchia Europa e scelsero lo Stade de France di Paris Saint-Denis per ospitare la loro nona edizione dal 23 al 31 agosto.
Ormai i partecipanti viaggiavano su uno standard pressoché identico da edizione a edizione, con una leggerissima flessione rispetto alle ultime due rassegne: 1679 contro i 1821 di Siviglia, ma in linea con i 1677 di Edmonton.
In aumento invece i paesi partecipanti che raggiunsero la cifra di 198, uguale ad Atene ’97 ma inferiore, sia pure di poco, ai 201 di Siviglia.
I campioni che andarono a titolo furono ancora 21, mentre quelli comunque medagliati: 43. Le nazioni che ebbero finalisti furono 67 in linea con le precedenti edizioni.
Nessun primato venne dalla pista e dalle pedane.
Due invece i record mondiali (che io continuerei a chiamare “migliori prestazioni” per motivi facilmente intuibili), vennero dalla due gare di marcia su strada. Nella 20 km l’equadoregno Jefferson Pérez coprì la distanza in 1:17.21, mentre nella distanza dei 50 km il polacco Robert Korzeniowski portò il limite a 3:36.03.
Stati Uniti e Russia (questa con una forte e rinnovata squadra femminile), fecero incetta di medaglie (20 contro 19). Gli ori degli americani furono però 10 contro i 6 dei russi.
Il bottino degli italiani fu uno dei più magri di tutta la storia dei mondiali (a parte l’anno che bucammo clamorosamente il medagliere): 3 medaglie (un oro e due bronzi) che ci relegarono al 12° posto. La Coppa del Mondo di maratona continuò a vederci primeggiare (2° posto di squadra).
Il presidente Gianni Gola, o chi per esso, in un editoriale apparso sulla rivista federale si avventurò in una ardita disquisizione statistica, cercando scuse e giustificazioni per la nostra brutta figura, appellandosi più che altro ai mali degli altri piuttosto che alla nostra critica situazione interna.
E’ pur vero che alcune delle nostre punte questa volta ci “tradirono” (May solo 9°, Perrone ritirata, Longo 5°), ma è anche vero che l’oro di Giuseppe Gibilisco (“il più strabiliante dell’atletica italiana”), giunse inaspettato e quindi va annoverato fra le sorprese (positive questa volta) del nostro bilancio, una specie di “sopravvenienza attiva” per chi mastica di contabilità.
Stefano Baldini si era ormai stabilmente sistemato nel novero dei protagonisti delle gare di lunga lena e la sua predilezione per la maratona si accentuò ancor di più. Giunse così il terzo posto (2h09.14) a questo mondiale dietro al marocchino Jaouad Gharib (2h08.31) ed allo spagnolo Julio Rey (2h08.38).
Il secondo bronzo venne dal settore femminile ad opera di Magdelin Martinez . La bresciana di adozione non fu capace di inserirsi nel duello per il titolo che rimase una questione fra Tatiana Lebedeva (1° con m 15.18) e la camerunese Francois Mango-Etone (2° con 15.05), ma riuscì a respingere l’assalto al bronzo della tenace Anna Pyatykh, saltando m. 14.90, stabilendo così il nuovo primato italiano della specialità. In questa gara ottimo sesto posto per la goriziana Barbara Lah giunta ad un sorprendente m 14.38.
Deludenti questa volta le gare di sprint, almeno quelle al maschile, con il successo nella gara regina (100 metri) di un atleta delle isole Saint Kitts and Nevis, Kim Collins, con il peggiore tempo di tutte le edizioni dei mondiali (10.07), uguale solo a quello ottenuto dal giovane Lewis ad Helsinki ’83.
La gara dei 100 metri di Parigi verrà ricordata anche per la “pagliacciata” che ha visto protagonista in negativo, non tanto lo statunitense Jon Drummond, autore di una protesta fin troppo plateale avversa alla sua squalifica, quanto la “nuova regola” che disciplina la falsa partenza. Se i soloni della IAAF avevano “inventato” la nuova regola per snellire le operazioni di partenza, si sono ritrovati con il programma ritardato di quasi 20 minuti a causa delle diatribe sorte. Un vero fallimento! Tutte cose previste (dal sottoscritto) e prevedibili, ma quando mai la voce del campo è riuscita a salire fino agli scranni più alti delle gerarchie federali?
Le cose andarono meglio nel settore femminile. Ma il successo sui 100 (10.85) della graziosa Kelly White (Usa), bissato anche con la vittoria sui 200 (22.05) fu subito oscurato dal sospetto del doping in quanto nelle sue urine (prelevate dopo la finale dei 100) venne trovato uno psicostimolante, La IAAF tergiversò molto. Ammise che il prodotto era uno stimolante, ma non era compreso nella lista delle sostante proibite!
Ennesimo titolo per Allen Johnson sui 110 ostacoli (13.12). Ma i giovani incalzano: fra questi il cinese Xiang Liu, oggi giunto al bronzo.
Feliz Sanchez era da luglio 2001 che non conosceva sconfitte. Normale quindi che si laureasse campione del mondo dei 400 ostacoli (47.25) per la seconda volta consecutiva.
Qualcuno avrà pensato che l’erede di Sergey Bubka potesse essere un italiano. In questo sicuramente è stato indotto in errore dalla vittoria di Giuseppe Gibilisco nell’asta parigina del 2003, Il siciliano aveva portato il primato italiano a m. 5.82 all’Olimpico di Roma; a Parigi salì fino a m 5.90. Sarà il suo picco più alto. Di questi giorni la cronaca di una carriera interrotta.
I Mondiali di Parigi consacrarono definitivamente il nuovo personaggio dell’atletica femmine, nella bionda (non poteva essere altrimenti…) svedese Carolina Klüft, un’atleta che in campo scarica una energia di simpatia irresistibile e un agonismo coinvolgente.
La ventenne di Växjö è stata la terza donna della storia ad aver abbattuto il muro dei 7000 punti (7001) nella prova dell’eptathlon, il cui primato mondiale è però ancora saldamente nelle mani di Jackie Joyner-Kersee (p. 7291 risalente ai Giochi di Seul del 1988).
Gli altri risultati sono tutti ancora impressi nella nostra memoria. Basta un piccolo sforzo per richiamarli e riviverli.

Helsinki 2005 – 10° edizione
Era la prima volta che una sede si vedeva assegnata per la seconda volta il mondiale. Helsinki aveva aperto la serie nel 1983 ed ora , ventidue anni dopo, ospitava per la seconda volta la massima rassegna mondiale di atletismo dal 6 al 14 agosto.
191 furono i paesi che schierarono almeno uno dei 1688 atleti partecipanti alla rassegna. I paesi campioni furono 21 e i medagliati 40. 66 nazioni ebbero almeno un atleta finalista.
Tre furono i primati mondiali migliorati: tutti ad opera di atlete. La russa Yelena Isinbayeva, dominatrice dell’asta femminile degli ultimi anni, infranse per la seconda volta (la prima era stata a Londra il 22 luglio), la barriera dei 5 metri proprio in occasione della finale della specialità, abbinando ad un titolo mondiale un primato prestigioso.
La cubana Osleydis Menendez non poteva scegliere platea migliore per migliorare il suo primato del giavellotto portando il limite da 71.54 a 71.70). L’Olympic Stadium, tempio della specialità, le rese onori speciali, quelli riservati alle più grandi interpreti della specialità regina per il popolo finnico. La tedesca Christina Obergfoell le fu degna rivale con un lancio di m. 70.03, sufficiente a rimuovere dal trono delle primatiste europee la norvegese Trine Solberg.
La prima delle primatiste era stata la russa Olimpiada Ivanova in apertura di manifestazione. La ragazza degli Urali vinse il titolo della 20 km in 1h25.41, nuova migliore prestazione mondiale, incassando la bella cifra di 132.000 euro per il doppio exploit.
L’Italia tornò a casa con le pive nel sacco. Il solo che si salvò fu Alex Schwazer, un giovane marciatore di Vipiteno tesserato per i Carabinieri. Il ventenne marciatore, quasi sconosciuto alla vigilia, impegnato nella 50 km, seppe realizzare una di quelle imprese che sanno del miracoloso, conquistando un inaspettato bronzo, salvando così l’Italia dalla ignominia di non vedere il suo nome segnato nella classifica per nazione.
Fu l’unico a salvarsi di una delle più deludenti spedizioni azzurre della storia. Per citare qualcuno dobbiamo scrutare dal quinto posto (Gibilisco, Bani, Ciotti N. in giù…); poi solo delusioni (Baldini, Brugnetti)
Meglio sorvolare quindi su un mondiale flagellato dalla pioggia, con gli Stati Uniti tornati alle antiche tradizioni che li volevano dominatori a livello di squadra.
Gli Usa infatti furono capaci di vincere 25 medaglie (14/8/3), con l’eterna rivale, Russia, a 20 (7/8/5).
A livello individuale furono i mondiali di Justin Gatlin (fu vera gloria?), vincitore dei 100 e dei 200 metri; in quest’ultima gara ben quattro atleti statunitensi si presentarono per primi sulla linea di arrivo(Gatlin, Spearmon, Capel e Gay). Un altro americano, Jeremy Wariner, lanciò la sua sfida al primato di Michael Johnson, suo attuale mentore e guida, sui 400 metri, rilanciando la razza bianca in una specialità dove ultimamente si era fatta valere solo grazie all’inglese Roger Black e al tedesco Thomas Schönlebe.
Il resto è storia troppo recente per essere raccontata.
Ma non voglio lasciarvi così.
Ecco quindi una serie di riferimenti statistici a completamento di questa cronaca “storica” della rassegna mondiale.
Dal 1983 ad oggi gli Stati Uniti hanno vinto 208 medaglie (100/57/51), al secondo posto la Germania (incluse Frg e Gdr) con 137 medaglie (46/43/48). Terza la Russia con 106 (29/42/35). L’Italia tuttavia non esce male da questo conteggio. La troviamo infatti al nono posto con 34 medaglie (11/12/11), preceduta, oltre dalle tre nazioni sopra citate, da: Unione Sovietica, Kenia, Giamaica, Cuba, Etiopia e Gran Bretagna. Senza vena polemica ricordo che la Francia ha vinto “solo” 29 medaglie (9/9/11).
Gli atleti-campioni più giovani sono stati: Ismael Kirui (Ken) vincitore del titolo dei 5000 a Stoccarda all’età di 18 anni e 177 giorni, seguito a brevissima distanza dal connazionale Eliud Kipchoge, titolato sempre sui 5000, a Parigi (18 anni e 299 giorni).
In campo femminile troviamo ancora una africana e nuovamente sui 5000 di Parigi: l’etiope Tirunesh Dibaba che vinse il titolo quando aveva 17 anni e 333 giorni.
Il campione più vecchio lo troviamo invece nella 50 km di marcia. Si tratta del sovietico Veniamin Soldatenko che vinse il titolo a Malmö nel 1976 quando la IAAF indisse il mondiale limitato a questa specialità. A quell’epoca egli aveva 37 anni e 258 giorni.
Il più vecchio nelle edizioni complete dei mondiali è stato lo spagnolo Abel Anton (maratona di Siviglia) che si aggiudicò l’oro all’età di 36 anni e 308 giorni.
Fra le donne troviamo invece una “over 40”: la bulgara Ellina Zvereva vincitrice del disco ad Edmonton quando aveva superato di 268 giorni la quarantina.
A livello di presenze ai mondiali svettano su tutti: il ceco Jan Zelezny (giavellotto), il canadese Tim Berrett (20 e 50 km di marcia) e il tedesco Lars Riedel (disco) con otto presenze. Fra le donne, sempre a livello di otto presenze, troviamo un folto gruppo: Eve Laverne (Bah-giavellotto), Yelena Nikolayeva (Rus/Urs-marcia), Franka Dietzsch (Ger-disco), Jackie Edwards (Bah-lungo e triplo), Susana Feitor (Por-marcia), Fiona May (Ita-lungo), Beverly McDonald (Jam-100,200,4×100) e infine Maria Mutola(Moz-800).
L’atleta più medagliato è stato Carl Lewis con 10 medaglie (8 oro, 1 argento e 1 bronzo), seguito da Michael Johnson con 9, tutte d’oro! Seguono con 7 medaglie Haile Gebrselassie (4/2/1) e un gruppo di atleti a 6: Sergey Bubka (tutti ori), Antonio Pettigrew (5/1/0), Lars Riedl (5/0/1), Allen Johnson (5/0/1), Hicham El Guerrouj (4/2/0), Butch Reynolds (3/2/1) e Greg Haughton (0/1/5).
Fra le donne si stacca da tutte Merlene Ottey con 14 medaglie (3/4/7), la più medagliata in assoluto, seguita da Jaerl Miles Clark con 9 (4/3/2) e da Gail Devers (5/3/0) e Gwen Torrence (3/4/1) con 7 medaglie.

E con questo è tutto (o quasi!).

fonte: Redazione Atleticanet – Foto: www.jakobweb.dk

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