I MONDIALI DI DARIO GASPARO

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Testo introduttivo provvisorio relativo alla migrazione del sito Atleticanet verso il nuovo server. Riempimento ad hoc per risoluzione a video a 1024

Sono arrivato a Riccione appena il giorno 6 settembre, ma inizio raccontandovi un aneddoto del giorno successivo, che può dare l’idea di come il Movimento Master sia considerato dalla “persona comune”. Venerdì, il giorno dopo aver corso la semifinale dei 400 ostacoli, mi sono concesso il sole in spiaggia a Riccione. Ritornando verso riva mi sono accorto del bagnino che stava trascinando fuori dall'acqua un anziano (un settantenne finlandese). Sono corso fuori dall'acqua ed assieme ad un’atleta inglese sono intervenuto praticando all’anziano, svenuto, il massaggio cardiaco mentre la collega inglese iniziava la respirazione bocca a bocca. “Milleuno, milleuno, milleuno…”: le tecniche di primo soccorso acquisite quand’ero bagnino e la destrezza e sicurezza dell’inglese che pompava aria ogni 10 secondi nei polmoni dello sventurato mi davano una certa sicurezza, ma il pianto disperato della moglie del finlandese, impotente e incapace di “darsi da fare”, e il tempo che passava senza che il cuore pulsasse e un respiro uscisse dalla bocca dell’uomo ci facevano temere il peggio. Era già trascorso più tempo di quanto ci si mette a correre un giro di pista e la concitazione cominciava a prevalere sulla sicurezza delle operazioni che, testardamente, continuavamo a praticare. Dopo un minuto e mezzo, tra lo stupore e la gioia di tutti i bagnanti presenti, il cuore ricominciva a battere e l’anziano riprendeva conoscenza: i suoi occhi chiari erano stanchi e spaesati, mentre noi cercavamo di indovinare l’idioma col quale parlare con lui per verificare il suo stato di coscienza. Per farla breve: dopo 10 minuti è arrivata l'ambulanza che ha preso in cura l’uomo, mentre la donna riusciva a farci capire che il marito soffriva di cuore e probabilmente era svenuto in acqua.

Quando l’emergenza è finita, il bagnino mi ha ringraziato dicendomi, con un malcelato astio: “Questa è quella gente del Master: vengono qui, si riempiono di cibo e si buttano in acqua…“. Inutile dire che ho cortesemente abozzato un sorriso e non ho avuto coraggio di dirgli che ero uno di “quelli” e, soprattutto, che il vecchietto non centrava per niente con i master, come avevo avuto modo di appurare.

Al di là, però, di questo atteggiamento critico, mi è sembrato che la città vivesse con un certo divertimento e interesse questo andirivieni di persone più o meno giovani, intente a corricchiare in gruppo nei colori uniformi delle divise nazionali, fermandosi di tanto in tanto a interrogare l’orologio tastandosi il polso e mostrandosi desiderose di scoprire questa particolare cittadina di mare. Ho visto un gruppo di atleti neri statunitensi uscire scocciati dal negozio apostrofando l’ignaro (di lingua) verduraio con un sarcastico “No credit card, here no USA”. Ho visto gli inglesi diligentemente in fila davanti al pullman, i giapponesi senza macchina fotografica…

E poi i campi: ho frequentato di più quello di Riccione e Misano. A Misano ho esordito come spettatore seguendo la gara di lancio del peso del mitico Ottavio MISSONI, classe 1921. Alla fine della sua prestazione (secondo) l’ho avvicinato e abbiamo parlato delle coincidenze: lui abitava nella mia città (Trieste) fino al 1953, sopra la casa di mio padre; è stato finalista olimpionico a Londra nel 1948 nella mia specialità (400 ad ostacoli); suo figlio lavora con mia nipote… insomma, rotto il ghiaccio (niente di più facile per lui, persona molto estroversa) Ottavio, rigorosamente in dialetto triestino, mi ha raccontato l’aneddoto di suo padre che, saputo che si era classificato sesto alla finale olimpica, gli disse “E cosa, ultimo te son ‘riva?!”.


Nella foto Ottavio Missoni insieme a Dario Gasparo (Fonte D.Gasparo)

Il pomeriggio del 6 nello stadio di Riccione: il colore azzurro della pista stordiva gli atleti ma ha consentito comunque di realizzare degli ottimi tempi nelle batterie dei 100 metri che ho seguito. Il contrasto di colori faceva risaltare la pelle nera degli atleti americani che non disdegnavano di esibire le loro tutine strettamente avvinghiate ad una muscolatura fin troppo poderosa, molto gradita alle donne che erano con me. Mi rifaccio osservando Khadidiatou SECK, atleta di colore italiana W35 che nei 100 metri non raggiunge la finale per soli 13 centesimi. Qui sono molte le donne decisamente belle. Ma non sono qui per questo, naturalmente.

Tradendo un po’ lo spirito dei Master, ho seguito con continuità solo le finali maschili e femminili dai 45 in giù, notando che le semifinali maschili hanno registrato tempi migliori rispetto a quelli delle finali del venerdì. Fra gli M35 nelle semifinali si vedono tempi di 10”81, 10”93 e 10”98. Mentre nella finale il brasiliano Ricardo ITACARAMBY vince con 11”01, solo tre centesimi più veloce del terzo arrivato


Nella foto la finale dei 100 m. M35 (Fonte D.Gasparo)

Tra gli M40 nei quarti il danese Christian TRAJKOVSKI spunta il tempo migliore con 10”83 (anche altri due tempi sotto gli 11”) mentre in semifinale e in finale solo il nostro Mario LONGO riesce a spuntare un 10”94 e vincere ampiamente (11 centesimi) la finale con un 10”96, dimostrando che la differenza con il gruppo dei 5 anni più giovani è inconsistente.


Nella foto la partenza dei quarti di finale con Mario Longo in primo piano(Fonte D.Gasparo)

Tra gli M45 nessuno scende sotto l’11”20 dello statunitense Val BARNWELL, che si permette di chiudere con due decimi in più la finale alzando le mani forte del distacco più ampio fra quelli delle finali che ho seguito (18 centesimi). L’emozione più bella: l’abbraccio spontaneo e sincero fra i finalisti e le finaliste alla fine delle gare (nella foto in testa alla news l'abbraccio tra Van Barnwell, vincitore dei 100 m. M45, e con Giancarlo d'Oro, quinto classificato – fonte D.Gasparo) anche se nel caso degli M40 questa bella abitudine è mancata e la cosa è risultata un po’ stonata.

Le donne dimostrano maggiore capacità di recupero dei maschi: nelle W35 ben 5 atlete superano il miglior tempo dei quarti (12”76 della Stepanka GOTTVALDOVA – foto) arrivando al 12”59 della Evija SVECA e con 10 atlete su 16 sotto ai 13”. La finale viene vinta dalla bulgara Merlina ARNAUDOVA in 12”74 (2 foto) ma le prime 4 atlete sono racchiuse in soli 9 centesimi di secondo. Nelle W40 solo 4 atlete scendono nei quarti sotto ai 13” (12”56 dell’australiana Julie BRIMS – foto) mentre lo fanno in cinque, e con tempi migliori (12”37), nelle semifinali. La finale va alla francese Violetta LAPIERRE, che migliora il suo tempo con 12”42. Solo due W45 scendono sotto ai 13”, con la rappresentante della Gran Bretagna Kirstin KING che la spunta nei quarti in 12”88, tempo migliorato in semifinale dalla francese Nicole BARILLY con un 12”72 (4 atlete sotto ai 13”) per poi tornare in finale al peggioramento dei tempi, che ha caratterizzato le gare maschili, con la KING che vince in 12”96 in una avvincente gara con il podio in 4 centesimi.

Nonostante io non sia un velocista, devo ammettere che la gara dei 100 metri risulta la più avvincente, forse considerata la scarsa capacità di concentrazione del nostro cervello per più di 10 secondi (tutta invidia!). Lo stadio è pieno, ma lo sarà anche a Misano il giorno delle finali dei 300-400 metri ad ostacoli. La menzione in questo caso la merita senz’altro il pluri-recordman Guido Muller, che vince la sua gara con 3 secondi e mezzo di vantaggio.


Nella foto Guido Muller nei 300 hs M65 (Fonte D.Gasparo)

L’onore italiano è tenuto alto dal secondo posto di Gian Luca PIAZZOLA negli M40, da Sandro URLI negli M60, terzo nonostante l’infortunio in finale, dalle bravissime Emanuela BAGGIOLINI e Barbara FERRARINI, prime nelle W35 e W40. La sera devo andarmene perché ho 6 ore di strada da fare, ma non prima di aver visto l’amico Alessandro CIPRIANI conquistare un buon quinto posto nella finale M50 dei 400Hs mentre l’infortunato Stefano ZANINI è costretto al ritiro.


Nella foto Sandro Urli dopo l'infortunio (Fonte D.Gasparo)

Un’unica nota stonata nell’organizzazione, per tutti gli altri aspetti, a mio parere, encomiabile: quando alle 17.00 (9 settembre) l’atleta tedesco Andreas SCHULZE cade rovinosamente a terra all’arrivo della finale dei 400Hs M35 per “rubare” quel centesimo che lo poteva portare sul podio, non c’è alcun medico nei paraggi pronto a soccorrerlo. L’uomo ha una frattura alla clavicola e una probabile lussazione, ma ci vuole molto prima che l’ambulanza arrivi e liberi la pista per il proseguio delle gare. Considerata l’età di molti atleti (non siamo decrepiti, per carità, ma non siamo nemmeno fanciulli, ammettiamolo!) credo sarebbe stato opportuno disporre sui tre campi di una ambulanza o quanto meno di una postazione di primo soccorso. Comunque l’esperienza è stata così positiva che non sarà certo questo neo a renderla amara.


Nella foto l'ambulanza finalmente arrivata sul posto (Fonte R.Marchi)

Invece vorrei in qualche maniera “scusarmi” per la mia gara. Rosa Marchi era stata gentile a propormi addirittura la bandiera, nel caso tutto fosse andato bene, ma le cose non sono andate come speravo. In effetti il tempo col quale Neil TUNSTALL ha vinto i 400 ostacoli (57″71) l’avevo superato due volte sulle 4 gare che ho fatto negli ultimi 3 mesi, ma ciò accadeva prima dell’infortunio di fine luglio (strappo al bicipite femorale). Fino a 10 giorni fa, complice un altro piccolo strappetto al polpaccio (perché avevo provato a ricominciare a correre, ma in modo inappropriato), pensavo proprio di non partecipare ai mondiali, ma poi mi sono fidato del mio fisiatra che mi ha rimesso in piedi per tempo, tanto per puntare alla finale. Cinque secondi in più di quel che correvo 45 giorni fa è il tributo che pago per non aver più mosso un passo di corsa nell’ultimo mese e mezzo. Le gambe non c’erano, mentre sentivo tutta la tensione e la paura di farmi nuovamente male.


Nella foto Dario Gasparo alla partenza della finale dei 400 hs M45 (Fonte R.Marchi)

In vita mia avevo subìto finora solo un infortunio, sempre alla stessa coscia, e forse è proprio la soddisfazione dei risultati di quest’anno che mi hanno indotto a fare qualche corsa di troppo per la quale forse ho pagato le conseguenze. Non ho la capacità di pianificare un impegno sportivo risparmiandomi: se mi va di correre un giorno e il giorno dopo giocare a calcio e quello dopo ancora a pallavolo, lo faccio… meglio, lo facevo. Credo che ora cercherò di avere più rispetto dei miei muscoli.

Questo infortunio, oltre a lasciarmi l’amaro in bocca, mi ha portato ad essere più clemente con quelli che fanno uso di medicinali ed integratori per risolvere i loro problemi fisici. Io, che avrò consumato una scatola di aspirina in tutta la vita, ho accettato il consiglio di buttar giù qualche bustina di aminoacidi ramificati, che nella mia ignoranza in materia, pensavo potessero essere in qualche modo considerati doping. In sostanza, questo incidente mi ha fatto comprendere quanto chi vive di sport possa essere fortemente tentato dalla ricerca di scorciatoie per accellerare i tempi di guarigione, anche se continuo a considerare del tutto disonesto l’uso di sostanze che portino ad un rendimento che non sia quello naturale.

fonte: Dario Gasparo per Atleticanet

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